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Agricoltura naturale e agricoltura sociale, i due pilastri della “nuova agricoltura”

di Alessandro
Scassellati

La transizione verso una “nuova agricoltura” più sostenibile e resiliente è una necessità e può poggiare su due pilastri: un’agricoltura agroecologica e naturale e un’agricoltura sociale. Ne abbiamo parlato con Chiara Paffarini, agronoma, ricercatrice e docente all’Università degli Studi di Perugia.

Nel mondo esistono ancora diversi modelli di agricoltura, molto differenti da quello intensivo al momento egemone nei Paesi dell’Unione Europea. La Commissione Europea ha pubblicato nel maggio 2020 due documenti – Farm to Fork e Strategia sulla Biodiversità 2030 – che spingono le agricolture europee ad evolvere verso modelli più sostenibili, resilienti e naturali. Da questo punto di vista, l’Italia è un caso molto interessante perché grazie alla storia che caratterizza la sua agricoltura e alla sua conformazione geomorfologica, pedologica e microclimatica, ha tante “agricolture verticali” che vanno dal livello del mare a 1.800 metri di altezza in pochi chilometri e che contribuiscono a rendere il territorio italiano ricco di un enorme patrimonio di agrobiodiversità, oltre che di biodiversità.

Le agricolture contemporanee italiane sono ancora in larga parte il risultato del lavoro plurisecolare, prima degli insediamenti neolitici delle popolazioni italiche, etrusche, greche e afro-mediterranee, poi dei colonizzatori romani e a seguire dei monaci benedettini e basiliani e dei colonizzatori arabi, teso a disboscare e terrazzare colline e montagne, oltre che a bonificare le pianure acquitrinose. Un percorso, quest’ultimo, che è stato completato solo dallo Stato unitario, in epoca giolittiana, durante il fascismo e nell’immediato dopoguerra con le opere legate alla riforma agraria degli anni ’50 e ’60.

Sulla struttura storica delle “agricolture verticali” contadine, dal dopoguerra si è andato via via sovrapponendo il modello dell’agricoltura intensiva convenzionale, oggi detta anche industriale, frutto della “rivoluzione verde”. Un modello basato su: monoculture specializzate coltivate su grandi estensioni; allevamento intensivo di bovini, suini e avicoli; largo uso di prodotti di sintesi chimica. Un modello applicabile soprattutto (se non unicamente) in pianura (Pianura Padana, pianure costiere friuliano-veneto-romagnole, campagna tosco-romana costiera, pianura pontina, piana del Sele, pianura foggiano-barese e pochi altri areali di fondovalle).

Una realtà, quella dell’agricoltura industriale, che in Italia interessa meno del 10% delle aziende agricole. Infatti, oltre il 90% delle aziende ha un’estensione di meno di 10 ettari e molte di queste aziende sono collocate in areali di collina e montagna (il 60% del territorio italiano comprende l’asse appenninico e l’arco alpino), da dove proviene la maggioranza dei prodotti tipici dell’agroalimentare italiano. Piccole e medie aziende non intensive che producono cibo sano con basso consumo idrico ed energetico, in modo climaticamente intelligente, secondo metodi più sostenibili dal punto di vista ambientale (attuando l’agricoltura biologica, biodinamica, organico-rigenerativa, conservativa, agroecologica) e sociale.

Sono agricoltori custodi delle terre impegnati nel preservare la biodiversità e la presenza di insetti impollinatori, e che producono alimenti sicuri, sostenibili, nutrienti (ad esempio, ad alta concentrazione di sostanze benefiche come gli antiossidanti), “unici” che, anche grazie all’utilizzo di filiere corte o cortissime, sono caratterizzati anche da prezzi relativamente accessibili.

Prodotti unici, non merci, che incorporano il saper fare dei produttori, la condivisione collaborativa che alimenta le filiere alimentari, i valori della mutualità, solidarietà e convivialità che caratterizzano i territori rurali. Prodotti unici perché frutto di una agrobiodiversità e di saperi agronomici che in Italia fanno leva su 8 mila microclimi, un’infinità di situazioni pedologiche specifiche e migliaia di piccole e medie aziende policolturali non omologate ai modelli agricoli convenzionali ed industrialisti. Tutti elementi che, tra l’altro, contribuiscono a definire l’enorme varietà e il grande fascino dei paesaggi rurali del territorio italiano.

Sappiamo, però, che oggi questi prodotti unici sono esclusi dal modello distributivo della Grande Distribuzione Organizzata e della logistica ad essa collegata che operano in base alla logica della standardizzazione dei prodotti alimentari. Su questa base impongono gusti e stili di vita tesi ad indicare ciò che bisogna mangiare in funzione di quello che sono in grado di rendere reperibile all’interno di un assortimento che dia la sensazione di una scelta infinita, ma che lascia fuori il cibo di qualità non standardizzabile, proprio perché prodotto da piccoli e medi agricoltori non intensivi e trasformatori artigianali.

Oggi, sappiamo anche che il modello dell’agricoltura intensiva industriale è insostenibile a livello globale, perché produce circa il 30% delle emissioni di gas climalteranti, non tutela la biodiversità e la qualità/fertilità dei suoli, utilizza il 40% della terra, consuma il 70% dell’acqua dolce, non garantisce equità e giustizia sociale, dato che un terzo del cibo viene sprecato prima o dopo essere arrivato sulla tavola e ci sono oltre 850 milioni di persone che soffrono la fame, mentre oltre due miliardi sono affette da obesità (la maggioranza di loro sono poveri dei Paesi ricchi che mangiano junk food, “cibo spazzatura”).

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) del governo italiano ha la grande ambizione di rendere “sostenibile” l’agricoltura industriale attraverso l’agricoltura di precisione, investimenti nell’efficientamento della logistica (pro export), la produzione di energie rinnovabili (dal fotovoltaico sui tetti di capannoni e serre ai biodigestori per la produzione di bio-metano), la realizzazione di nuove infrastutture (dighe e sistemi idrici), ma non parla mai di agricoltura biologica, agroecologia, biodiversità e agrobiodiversità, fertilità del suolo, allevamenti intensivi e benessere animale, di equità nel funzionamento delle filiere agroalimentari, di ruolo dell’agricoltura nella gestione del territorio e di agricoltura di piccola scala basata sulla comunità e in grado di garantire condizioni di lavoro dignitose ad agricoltori e braccianti.

Abbiamo provato a ragionare sui temi dell’agricoltura naturale e dell’agricoltura sociale con Chiara Paffarini, assistente di ricerca del Dipartimento di Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali (DSA3), Sezione Bioeconomia, dell’Università degli Studi di Perugia. Sul fatto che l’agricoltura italiana nel suo complesso può essere in prima linea nello sperimentare e far emergere un paradigma diverso, più naturale e resiliente di agricoltura che in prospettiva deve essere in grado di produrre cibo per oltre 10 miliardi di persone nel 2050 senza mettere a rischio la vita umana sul pianeta, garantendo un giusto reddito per gli agricoltori e cibo di qualità per i consumatori. Su come avviare la transizione verso un sistema alimentare sostenibile che può soddisfare i bisogni di cittadini e ambiente, riconoscendo i legami inscindibili tra cibo sano, persone sane, società sana e pianeta sano.

Chiara Paffarini (CP): Al paesaggio storico delle agricolture italiane, oggi si sommano gli effetti dei cambiamenti climatici in atto, con uno spostamento veramente inquietante, ad esempio, delle fasce olivetate, per cui ormai l’olivo si coltiva in Trentino e in Valtellina. Ci sono poi conseguenze con problematiche forti di desertificazione che riguardano alcuni territori del Sud Italia.
L’agricoltura italiana è caratterizzata da una fortissima vocazione definita come familiare, a tutt’oggi è quella che rappresenta la maggior parte del comparto primario. Questa agricoltura familiare si è però anche evoluta, anche a seguito dei tentativi messi in campo dalle prime riforme della Politica Agricola Comune (PAC) nel tentativo di tamponare il fenomeno di fortissimo invecchiamento della forza lavoro in agricoltura. Per ogni fase di programmazione della PAC sono stati previsti dei finanziamenti per promuovere un ricambio generazionale. Finanziamenti che non sono andati persi e un po’ l’agricoltura si è ringiovanita, almeno per quanto riguarda la fascia di età dei conduttori.
D’altra parte, a causa della crisi economica iniziata a partire dal 2008 e poi ancora dagli effetti della pandemia CoVid-19, stiamo assistendo al ritorno alla terra, anche di fasce d’età di giovani, a cominciare dai figli degli imprenditori agricoli, che una volta studiavano, si laureavano e prendevano strade totalmente diverse dai propri padri. Ma, c’è anche un ingresso nel settore da parte di persone avulse dal tessuto sociale agricolo che vengono attratte da passione, studi e anche un po’ per moda. Molto ha fatto il movimento del vino con iniziative come “cantine aperte” e le “strade del vino”, che ha contribuito a cambiare l’immagine del comparto agricolo, rendendolo più attrattivo, più disponibile ad interagire con il resto della società. C’è una sensibilità, ancora non fortissima, di ritorno alla terra, di riappropriazione di questi spazi verdi ai quali tutti apparteniamo. Il CoVid-19 ha certamente dato una fortissima sterzata in favore di questa torsione verso il mondo rurale e agricolo, riportando un interesse per il rispetto dell’ambiente e per le tematiche climatiche che un agricoltore giovane si trova, gioco forza, a dover fronteggiare. In passato su tutto questo c’era molta meno attenzione e sensibilità.
Non da ultimo, se si guardano i dati riferiti all’agricoltura biologica, l’andamento è crescente per quanto riguarda sia le superfici coltivate sia le iniziative, che si differenziano anche molto tra di loro. Oggi, in Italia il biologico copre circa 2 milioni di ettari di superficie, tra terreni agricoli e pascoli, con i primi che contano per il 15,8% della superficie coltivata totale, dato molto superiore alla media europea (8%).
Ho partecipato ad uno studio di Ismea i cui risultati sottolineano che le questioni del biologico da affrontare in Italia sono numerose, non soltanto dal punto di vista agronomico, ma anche burocratico-amministrativo come nell’attuazione delle misure 10 e 11 dei PSR (Piani di Sviluppo Rurale). Molto spesso ci sono aziende biologiche limitrofe tra un territorio regionale e l’altro, magari appartenenti alle stesse valli, che si trovano ad affrontare problematiche burocratiche totalmente diverse e che poi, anche per la medesima coltura, ottengono dei premi anch’essi totalmente diversi.
L’attenzione ai prodotti agricoli biologici sta ricevendo una forte spinta anche a seguito della pandemia da CoVid-19. Se l’agricoltura è stato il settore economico italiano meno colpito dagli effetti negativi del CoVid-19, tutto il comparto biologico ha registrato e sta registrando dei numeri molto, molto interessanti. Si sta infatti piano piano colmando quel gap informativo dei consumatori rispetto a cosa significa produrre e consumare biologico che ha le proprie radici già risalenti al 1991, anno dell’uscita del primo Regolamento europeo 2092/91 (sostituito successivamente dai Reg. CE 834/07 e 889/08, e il D.M. 18354/09). Infatti, a differenza di tutte le campagne informative realizzate negli Stati europei del nord, dove, tra l’altro, c’era già un background pronto e prolifico, in Italia abbiamo subito una carente o addirittura inesistente informazione/formazione a riguardo, cosa che ha determinato una crescita molto più lenta dei consumi di prodotti biologici rispetto al comparto della produzione. La crescita del consumo dei prodotti biologici negli ultimi anni è soprattutto il risultato delle campagne e degli sforzi fatti da varie associazioni, dai privati e non dalle agenzie istituzionali pubbliche.
Certo, in prospettiva, il passaggio da un’agricoltura intensiva ad un’agricoltura più sostenibile dovrebbe essere accompagnato anche da un cambiamento degli stili di vita delle persone, ad esempio dal passaggio da diete ad alto consumo di proteine animali – carne, latte e formaggi – a diete ad alto consumo di prodotti vegetali, con proteine provenienti da legumi (che tra l’altro fissano l’azoto atmosferico nel terreno rendendolo più fertile) o, come auspica la FAO, anche da insetti allevati per produrre farine altamente proteiche. Da questo punto di vista, l’Unione Europea dovrebbe impegnarsi per promuovere un piano di informazione e formazione in campo alimentare che sostenga il cambiamento degli stili di vita e di consumo di cibo. C’è molto da fare nel campo della “rieducazione” alimentare.

Alessandro Scassellati (AS): L’Italia è certamente in ritardo se si pensa che, dopo 30 anni dal primo Regolamento europeo, non è ancora stata approvata una legge sull’agricoltura biologica. Una bozza è stata approvata nelle settimane scorse dal Senato e deve essere ridiscussa e approvata dalla Camera. Da parte di alcuni politici e lobby legate all’agricoltura convenzionale c’è stato un forte attacco, attraverso i mezzi di comunicazione, della legge, alimentando strumentalmente le polemiche riferite all’agricoltura biodinamica, accusata di “esoterismo”.
Sul biologico, poi, si tratta di capire anche a che punto siamo con i programmi di formazione in campo agronomico del sistema universitario italiano. La sensazione è che la gran parte dei professori universitari in cattedra sia figlio della cultura della “rivoluzione verde”: si è formato negli anni in cui quel paradigma era egemone e in cui i fondi della ricerca venivano in larga parte dalle multinazionali sementiere e chimiche che hanno beneficiato largamente dalla “rivoluzione verde”. Allora i temi erano quelli dell’aumento della produttività agricola attraverso un’accelerazione o addirittura un abbandono delle rotazioni, l’uso di fitofarmaci, erbicidi, pesticidi, fungicidi e fertilizzanti chimici (azoto, fosfato e potassio), trattori e altri macchinari, l’introduzione di semi ibridi ed OGM, e così via.
La nuova generazione di professori di scienze agrarie, di cui tu fai parte, si sta rendendo autonoma da questo paradigma? Sta facendo ricerca non solo sulla “agricoltura di precisione”, ma anche sull’agricoltura biologica, agroecologica e naturale? Il tema della ricerca scientifica sui modelli, le pratiche, i sistemi dell’agricoltura biologica, biodinamica, agroecologica e, più in generale, naturale, è fondamentale per poter controbattere all’accusa dei produttori convenzionali che questi modelli hanno una produttività inferiore rispetto ai loro e che, quindi, non sarebbero in grado di fornire cibo per gli oltre 10 miliardi di popolazione nel 2050.

CP: Riguardo alla sensibilità a livello universitario, secondo me le cose sono, da alcuni decenni a questa parte, cambiate. Ho iniziato la mia carriera accademica scrivendo la mia tesi di laurea nel 2004 con uno dei primi professori che all’Università degli Studi di Perugia iniziò negli anni ’90 a parlare di biologico, il professor Fabio Maria Santucci. All’epoca fu additato come un visionario, e fu anche un po’ osteggiato, visto che i suoi colleghi avevano una formazione legata alla “rivoluzione verde” e, quindi, non riuscivano a comprendere all’epoca il potenziale di questa “nuova agricoltura” che, tra l’altro, non era neanche “nuova”.
Detto questo, per fortuna le cose sono cambiate con gli anni, almeno all’Università degli Studi di Perugia di cui faccio parte. Ci sono ormai diversi corsi specifici in campo agronomico, ma anche riguardo alla lotta sia patologica sia entomologica. Le cose sono quindi cambiate e facciamo molto anche noi come economisti agrari per quanto riguarda lo studio relativo alle rese, alla produttività, all’organizzazione aziendale, alla sostenibilità ambientale ed ai mercati. Per certe produzioni non credo che arriveremo mai ad eguagliare la produttività del convenzionale, ma l’ottica è e deve essere diversa.
Di recente, con il gruppo di ricerca con cui collaboro abbiamo seguito una studentessa che ha discusso una tesi di tipo divulgativo sull’agricoltura biodinamica. Lo abbiamo fatto perché pensiamo che questo modello vada conosciuto e studiato, come tutti gli altri. Purtroppo, ad oggi, i lavori scientifici pubblicati sulla biodinamica sono pochissimi, anche perché la biodinamica è molto osteggiata in ambito accademico. Il mio gruppo di ricerca sta portando avanti un progetto finanziato dal PSR della Regione Umbria proprio sulla biodinamica, non perché vogliamo rivoluzionare i tavoli scientifici di tutto il mondo agricolo, tutt’altro! Riteniamo però che sia un fenomeno che vada attentamente studiato, considerando anche la domanda in continua crescita che lo caratterizza.
In passato abbiamo partecipato ad un altro progetto in cui, tra le altre attività, sono state eseguite delle analisi dei terreni, tra cui uno di tipo biodinamico; tali analisi, svolte dall’Università di Bologna, hanno accertato che a livello di cristallizzazione di alcuni componenti del terreno la differenza c’è.
In mancanza di dati scientifici sui metodi biodinamici, è normale che il biodinamico sia additato come “esoterismo”, di pratiche magiche come quelle del corno; ma il fatto è che il biodinamico è un insieme di pratiche che produce risultati ed è per questo che andrebbe indagato. Va capito cosa viene fatto nel modo giusto. È il classico “cane che si morde la coda”: non si fa ricerca e quindi non si riesce a verificare, ma non si fa ricerca perché in molti osteggiano questo approccio a priori. Il mondo scientifico – dalla senatrice Cattaneo a scendere – si è totalmente diviso e polarizzato, come è avvenuto anche su molte altre tematiche da un po’ di anni a questa parte.
Con il gruppo di ricerca con cui collaboro pensiamo che il biodinamico sia una branca da studiare, come ancora sono da portare avanti tutte le ricerche rispetto ai diversi aspetti del  biologico. Ad esempio, il tema delle rese va chiarito: di quale convenzionale parliamo? Se parliamo di olivicoltura, ad esempio, non possiamo paragonare il biologico con il convenzionale che vende olio sfuso. Bisogna comparare situazioni, biologico e convenzionale, che producono un olio che a livello organolettico abbiano una qualità superiore analoga. Il biologico non è la soluzione per tutto, ma una soluzione possibile che può essere studiata e valutata attraverso anche i programmi di ricerca e, soprattutto, un network costituito da tutti gli attori del settore, dagli agricoltori, ai tecnici, alle associazioni, agli enti di ricerca.

AS: Se non altro possiamo dire che il biologico si è dato e ha delle regole, mentre di fatto nel convenzionale ancora oggi si può fare di tutto. Si possono fare anche 50 trattamenti alle mele o all’uva in un’annata particolarmente piovosa.

CP: Non è proprio così, perché ormai si sta andando verso un’agricoltura convenzionale più attenta all’uso di prodotti di sintesi chimica, un’agricoltura di precisione, sia per indicazioni dell’Unione Europea, sia per una maggiore sensibilità anche degli imprenditori convenzionali o che scelgono la lotta integrata. E comunque, anche attraverso i documenti obbligatori (come il “quaderno di campagna” dove vengono registrati i trattamenti), ci sono i controlli. Ma, certo, nel biologico per regolamento ci sono più verifiche.
Una delle critiche verso il biologico è quella legata al fatto che è un sistema che viene controllato da enti certificatori terzi che però vengono pagati da chi deve essere controllato e certificato. Ma, va sottolineato che l’ente terzo che certifica è tenuto a rispettare delle norme e ad assumersi delle responsabilità, alcune anche penali, per cui, oltre alla buona reputazione di cui godono tutti gli enti di certificazione italiani, non sarebbe assolutamente conveniente il non far rispettare le regole.
Certo, i tecnici che vanno in campo a diretto contatto con gli agricoltori riportano delle difficoltà: manca, infatti, nell’ambito di questa agricoltura rispettosa dell’ambiente, che sia biologica certificata o no, biodinamica o agroecologica, la formazione specifica per gli agricoltori. Molti di loro ormai sottolineano la necessità stringente di un supporto agronomico, di difesa, di gestione, ma anche di mercato, proprio per le nuove problematiche agronomiche e di difesa legate ai cambiamenti climatici e per la forte dinamicità dei mercati.

AS: Nei territori c’è una profonda solitudine degli agricoltori, specie se innovativi rispetto all’agricoltura convenzionale. Spesso vengono e si sentono denigrati dagli altri agricoltori, un po’ come succedeva ai primi agricoltori pionieri che si convertirono all’agricoltura biologica anche prima del 1991. Non hanno degli interlocutori sui territori.
D’altra parte, anche durante la “rivoluzione verde”, sui territori il principale interlocutore dell’agricoltore convenzionale era il venditore di semi ibridi, di fertilizzanti e pesticidi, non certo un tecnico indipendente e non interessato a vendergli qualcosa.
Oggi, salvo rare eccezioni – nei casi delle cooperative o dei consorzi, ad esempio -, non c’è alcun servizio di assistenza tecnica né da parte degli enti territoriali che, secondo quanto previsto da norme e programmi, dovrebbero erogarla, come gli assessorati e le agenzie regionali per l’agricoltura, né da parte delle associazioni di categoria che in questi ultimi decenni si sono trasformate in grandi macchine burocratiche dedite alla gestione del rapporti tra le aziende e il mondo istituzionale, dalla gestione del fascicolo aziendale alla presentazione di progetti per ottenere i finanziamenti per i PSR. Queste organizzazioni hanno agronomi, ma sono “agronomi da tavolino”, non “da campo”, che anche loro malgrado stanno negli uffici e non vanno a sporcarsi le scarpe nel fango delle aziende agricole.

CP: Nel 1800 nacquero le famose “cattedre ambulanti” (successivamente sostituite dagli ispettorati provinciali dell’agricoltura) che furono per quasi un secolo la più importante istituzione di istruzione agraria rivolta ai piccoli agricoltori attraverso la quale si diffondevano e applicavano le conoscenze agronomiche al mondo rurale. Se partendo da queste esperienze molto è stato fatto, bisognerebbe attuare dei servizi di questo tipo, adeguandoli alle esigenze formative di costruire una nuova stagione dell’agricoltura naturale.
Allo stesso tempo, l’azione di informazione e formazione dovrebbe procedere di pari passo anche per chi consuma. Bisognerebbe fa capire che tutto si tiene, che ci salviamo solo se prevale una visione e comprensione olistica dei problemi ecosistemici. Che attraverso la produzione e il consumo di cibo ci si può attivare per costruire un nuovo e migliore equilibrio tra natura, biodiversità, sistemi alimentari, benessere umano e salute della Terra, ma bisogna prendere coscienza dei legami che esistono tra la salute umana e la salute degli ecosistemi naturali.
Questa carenza di informazione è stata ed è evidente sul biologico. Ancora oggi la maggioranza dei consumatori non sa cosa sia il biologico, mentre una parte via via più consistente ha cominciato ad entrare nell’ottica. Bisogna aiutare i consumatori a diventare dei consum-attori, in grado di fare delle scelte consapevoli. Che diversamente dai consumatori-clienti, non si accontentano di scelte basate solo sul prezzo, ma pongono attenzione anche al modo in cui un prodotto alimentare viene realizzato e distribuito e alle fasi del post-consumo. Cittadini-consumatori che hanno capito che è attraverso le loro scelte personali che si può costruire un’alternativa al modello meno sostenibile dell’agricoltura industriale. Un cittadino-consumatore che è interessato ad attivare un processo di conoscenza e controllo su tutta la filiera agro-alimentare e che attribuisce un valore alle componenti di qualità e sostenibilità ambientale e sociale incorporate nei prodotti. Su questo qualcosa si sta facendo anche in ambito universitario, con particolare riferimento alla questione della etichettatura e certificazione volontaria (carbon footprint) del cibo.

AS: Su questo sfondi una porta aperta. Insieme ad un gruppo di lavoro, da 7 anni abbiamo portato avanti in modo del tutto volontario l’esperienza della Scuola Ambulante di Agricoltura Sostenibile attraverso una pagina Facebook, un blog e alcuni eventi formativi e divulgativi. Ora, stiamo cercando di trovare il modo di trasformare questa esperienza in una vera e propria scuola per quel settore di agricoltori che vuole confrontarsi, scambiare e validare le esperienze che sta portando avanti nel campo delle agricolture naturali.

CP: Questa situazione deplorevole non è neanche colpa delle organizzazioni professionali – Coldiretti, CIA, Confagricoltura, etc. -, perché ormai sono talmente affogate, strette, prese per il collo, nella gestione degli aspetti burocratici dell’attività agricola. I famosi CAA, Centri di Assistenza Agricola, loro malgrado, sono totalmente assorbiti da questo tipo di attività.
C’è un gap informativo e formativo che attualmente non è coperto da nessuno. Proprio per questo gli agricoltori isolati lo sono maggiormente in quelle aree territoriali in cui la cooperazione scarseggia. D’altra parte, lo sappiamo bene, la storia dell’agricoltura italiana è fortemente caratterizzata da aree ben specifiche – Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Veneto, ad esempio – dove è nato e si è sviluppato il movimento cooperativo, mentre in altri territori agricoli questo sviluppo della cooperazione non c’è stato. Per cui, oggi, in molti territori italiani, un agricoltore “illuminato” che vuole avvicinarsi al biologico o alla permaculutura o ad altre tecniche agricole innovative, che poi spesso innovative non sono, perché si tratta di riscoperte di quello che facevano i nostri nonni, è da solo. Soprattutto, in quelle aree dove è stato storicamente debole un tessuto associativo degli agricoltori/contadini/mezzadri.
E’ da solo anche di fronte ai cambiamenti climatici e a tutto ciò che questi determinano. Ormai, da anno ad anno, si trova a dover attuare, ad esempio, una lotta contro un patogeno che anni addietro non c’era. Basta pensare al caso della Xylella.

AS: Da questo punto di vista l’Università e il mondo della ricerca hanno delle forti responsabilità. Negli anni della “rivoluzione verde” questi mondi hanno totalmente “mollato” al loro destino i contadini – che tra l’altro nel mondo sono ancora 500 milioni di famiglie, ossia almeno 3,5 miliardi di persone, e che producono ancora il 60-70% del cibo che la popolazione umana consuma -, puntando sull’imprenditore agricolo intensivo. Invece di investire per incrementare saperi, competenze e tecniche dei 500 milioni di famiglie contadine, il mondo della ricerca continua a lavorare sull’industrializzazione delle grandi aziende capitalistiche, in alleanza con i grandi oligopoli dei semi e della chimica.

CP: Il paradosso è che il mondo dell’agricoltura contadina è evoluto in modo più veloce di quanto sia evoluta la ricerca. Oggi, comunque, almeno in Umbria, a livello territoriale c’è un forte contatto tra ricerca e coltivatori. Noi, come Università, portiamo avanti diverse azioni ed interventi di innovazione che ci porta a confrontarci direttamente con gli imprenditori agricoli, utilizzando anche i vari fondi del PSR.
Non ci sono le stesse velocità e soprattutto rimane un forte gap informativo che non può essere colmato solo dal mondo della ricerca, ma occorrono dei divulgatori delle innovazioni e, cioè, dei professionisti in grado di fare assistenza tecnica sul campo agli agricoltori.
Questo vale sia per l’agricoltura convenzionale, ma soprattutto per l’agricoltura biologica e agroecologica. Per l’agricoltura convenzionale, ancora oggi è il rappresentante delle multinazionali dei semi e dei prodotti chimici che fa da “supporto” tecnico all’agricoltore per quanto riguarda le metodologie relative ai trattamenti e alle tecniche di coltivazione.
Per l’agricoltura biologica, oltre al tecnico dell’ente certificatore (che assolutamente non è deputato a farlo), c’è poco altro. Ci sono alcune associazioni come l’AIAB, che però non fanno assistenza tecnica se non all’interno di progettualità ben definite, e ci sono tanti forum informali tra gli agricoltori stessi. Poi, ci sono alcuni gruppi agricoli/commerciali come EcorNaturaSì che hanno una rete di assistenti tecnici per le centinaia di aziende socie/fornitrici. Ma, tutto il mondo che va “oltre il biologico” oggi non lo segue veramente nessuno, ed è lasciato alla libera iniziativa degli agricoltori stessi.

AS: Nell’ambito della “nuova agricoltura”, che poi come abbiamo detto è frutto della riscoperta della “vecchia agricoltura”, magari con dei dati e dei supporti scientifici dovuti alla ricerca, per andare verso forme di agricoltura naturale, c’è anche questa riscoperta, almeno in Italia, di quelle che sono state alcune delle caratteristiche storiche dell’agricoltura mediterranea: la policoltura (in contrasto con la specializzazione colturale spinta dell’agricoltura intensiva), la multifunzionalità e la relazionalità.
Le famiglie contadine sono sempre state inserite in delle comunità di vicinato, hanno sempre scambiato lavoro e aiuti, hanno vissuto in borghi e paesi, hanno avuto uno stretto rapporto con i territori in cui vivevano. Oggi, l’agricoltura sociale rappresenta una riscoperta importante dei valori storici dell’agricoltura mediterranea e può essere una carta importante che quei settori della piccola e media impresa agricola italiana si possono giocare per assicurarsi la propria sopravvivenza ed esaltare gli aspetti legati a multifunzionalità, relazionalità e socialità che l’attività agricola non intensiva è ancora in grado di offrire.
D’altra parte, le aree rurali hanno bisogno di ripensare i loro sistemi di welfare (da sempre deboli e inadeguati) per motivi di coerenza con i bisogni sociali e di risorse disponibili. In queste aree, i sistemi di welfare pubblici sono arrivati più tardi e, spesso, secondo modelli nati in contesti urbani, soppiantando le reti di mutuo aiuto e rendendo la vita in questi territori più simile a quella possibile nei contesti urbani, in particolare per quanto riguarda i servizi alla persona. Nelle aree rurali, però, il ruolo dei sistemi dei servizi appare peculiare rispetto a quello che si registra in altre aree. Nelle campagne è compito del welfare non tanto e non solo di porre riparo ai processi di esclusione generati da uno sviluppo economico ineguale, quanto quello di rigenerare e rinsaldare le comunità locali e renderle vitali, attraenti e coerenti con la nuova domanda di ruralità. Pertanto, la formula di welfare più adatta per le aree rurali è quella del welfare rigenerativo che ha una natura pro-attiva, punta a ridefinire e a riqualificare, nell’ambito dei livelli minimi di assistenza, le reti dei servizi e delle relazioni nelle aree rurali, in modo coerente con le risorse, le specificità ed i bisogni locali, rinsaldando valori di comunità e creando elementi di distinzione utili per rendere vitali ed attraenti questi territori.

CP: Nel 1998, per la prima volta l’OCSE ha dato una definizione dell’agricoltura multifunzionale: “oltre alla sua funzione primaria di produrre cibo e fibre, l’agricoltura può anche disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio e conservare la biodiversità, gestire in maniera sostenibile le risorse, contribuire alla sopravvivenza socioeconomica delle aree rurali, garantire la sicurezza alimentare. Quando l’agricoltura aggiunge al suo ruolo primario una o più di queste funzioni può essere definita multifunzionale.”
Da allora molta strada è stata fatta sia dal punto di vista organizzativo sia della ricerca. In realtà, non si è scoperto niente di veramente nuovo, perché appunto l’agricoltura mediterranea è stata ed è caratterizzata da un’alta multifunzionalità. Negli anni ’60 e ’70, ad esempio, c’era la figura del “metalmezzadro” nelle Marche, Umbria, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto.
Proprio nel quadro del tipo di agricoltura non intensiva, che si sposta verso l’agricoltura naturale, possiamo dire che l’agricoltura sociale si sposa appieno con il concetto di multifunzionalità dell’azienda agricola e ne consente l’allargamento, scoprendo e riscoprendo nuove funzioni dell’agricoltura. In questo senso, ciò che ha fatto l’agriturismo in passato, attualmente lo sta facendo anche il movimento dell’agricoltura sociale in termini di nuove attività organizzate in azienda.
L’agricoltura sociale è un fenomeno che investe tutta l’agricoltura mondiale ed europea, ovviamente con differenze legate agli utenti, alle strutture finanziarie, all’origine delle iniziative, agli obiettivi ed approcci. Interessanti esempi di agricoltura sociale si trovano in ambito italiano e mediterraneo, ma importanti esperienze ed evoluzioni si sono avute anche nelle agricolture del nord Europa, in Olanda, Belgio e Regno Unito. La scuola olandese, ad esempio, ha sviluppato esperienze e pratiche significative che hanno fatto scuola.
A questo proposito, possiamo dire che nel campo dell’agricoltura sociale c’è tanto bisogno di ricerca, ma anche tanto bisogno di scambio di informazioni, di esperienze e di best practices; non a caso su questa tematica l’Unione Europea ha finanziato e finanzia progetti attraverso call che prevedono scambi di competenze ed esperienze a diversi livelli (come i progetti Erasmus+, programma European Cooperation in Science and Technology – COST). Questo perché l’agricoltura sociale non si insegna sui libri, né può essere progettata senza “sporcarsi le mani” in senso buono.
Nel panorama europeo, l’agricoltura sociale italiana è quella caratterizzata maggiormente dall’inclusività. Moltissime sono le esperienze di inclusione socio-lavorativa in agricoltura avvenute prima e dopo la legge 141 del 2015 (voluta fortemente dall’onorevole Massimo Fiorio, insieme al Forum di Agricoltura Sociale e alla Rete delle Fattorie sociali, e ad alcune Università, come quella di Perugia) che ha riconosciuto e codificato il campo dell’agricoltura sociale in Italia. Ad esempio, ci sono bellissime esperienze nel territorio torinese o molto ha fatto la Regione Marche in materia di educazione per la prima infanzia (attraverso le esperienze di agriasili o agrinidi che noi come Dipartimento abbiamo analizzato) e di invecchiamento attivo della popolazione.
Certo, l’Italia ha una legge, la 141/2015, i cui decreti attuativi sono stati promulgati solo 4 anni dopo, nel 2019, ma ancora il MIPAAF non ha pubblicato le linee guida che dovrebbero permettere alle diverse Regioni, soprattutto quelle che hanno legiferato prima del 2015 (come l’Umbria), di uniformare la legislazione.

AS: Tutto ciò detto, voi come Università degli Studi di Perugia cosa state facendo nel campo della ricerca sull’agricoltura sociale?

CP: La Regione Umbria è stata la prima a premiare con le proprie risorse un progetto costruito su questa tematica nella programmazione del PSR 2007-2013, attraverso una Misura che prevedeva la cooperazione per lo sviluppo dei nuovi prodotti, processi e tecnologie nei settori agricolo, alimentare e forestale. Abbiamo attraverso tale progetto proposto un’innovazione che fosse di servizi in agricoltura.
L’agricoltura sociale deve assolutamente essere produttiva e deve, in un’ottica win-win, apportare benefici sia a chi la offre, l’imprenditore agricolo o la cooperativa sociale di tipo B, sia a chi vi partecipa, utenti, operatori socio-sanitari, le famiglie degli utenti e tutti gli attori e stakeholders del territorio. Quando parliamo di utenti, lo siamo tutti, lo siamo anche io e te che partecipiamo a degli eventi in ambito agricolo e facciamo parte della famosa comunità prevista dalla legge 141 che può avvalersi dei servizi sociali offerti dall’agricoltura.
Come gruppo di ricerca del DSA3 creato dalla Prof.ssa Biancamaria Torquati, abbiamo lavorato e stiamo lavorando sull’agricoltura sociale nell’ambito dell’inserimento di persone con autismo. Emblematicamente abbiamo chiamato il progetto “A al quadrato”, A come agricoltura e autismo, lavorando sulla messa in campo e sulla codificazione di pratiche realizzate in ambito italiano da soggetti come Cascina Rossago e altri. Da quel progetto è nata una cooperativa sociale di tipo B, La Semente di Spello (PG) all’interno della quale sono stati inseriti due ragazzi – soggetti svantaggiati, autistici – che hanno partecipato al progetto.
Certo, bisogna dire che non tutti i soggetti svantaggiati possono essere inquadrati in progetti di inclusione socio-lavorativa, ma il contatto tra natura coltivata ed essere umano apporta benefici a tutti. Questo significa che gli utenti siamo tutti, sono io, sei tu, è il ragazzo autistico o con svantaggio sociale, è il migrante o il bambino, è l’ex detenuto o la persona anziana. La Regione Marche, ad esempio, sta facendo molto per interventi di agricoltura sociale per i bambini in età prescolare e per l’invecchiamento attivo delle persone anziane.
Attualmente, stiamo lavorando ad un progetto di inclusione socio-lavorativa di ragazzi con lieve svantaggio, perché pensiamo che ci sia una grande potenzialità di sviluppare un’agricoltura fortemente multifunzionale in cui i ragazzi possano trovare il proprio ambito di attività. Ad esempio, ad alcuni piace lavorare al chiuso in agriturismo, con il rifacimento delle camere oppure in attività di supporto all’imprenditore, mentre ad altri piace il lavoro in aperta campagna.
E’ partito da pochi mesi un Gruppo Operativo del Partenariato Europeo per l’Innovazione – PEI (misura 16.1 del PSR) in ambito regionale umbro, in cui abbiamo riunito tutti i soggetti che operano nell’agricoltura sociale umbra, quanto meno quelli che si conoscevano, ed in cui il DSA3 ha l’importante ruolo di responsabile scientifico e al quale partecipano anche l’Università di Pisa ed EURICSE. Tra gli altri, uno degli obiettivi del progetto Agrisocial Network è di definire il processo di standardizzazione e certificabilità del prodotto da agricoltura sociale. Questo perché l’agricoltura sociale – soprattutto quella che si rivolge a percorsi di inclusione socio-lavorativa, ma anche quella in cui si attuano percorsi terapeutico-riabilitativi o educativi – deve essere anche produttiva e sostenibile sul piano economico. L’essere produttivi è proprio nel prodotto e noi sappiamo che anche qui c’è tanto da fare, nella formazione ed informazione da dare al consumatore.
Un tema cruciale è come comunicare al consumatore tutto il percorso di agricoltura sociale che c’è dietro un prodotto agricolo o trasformato, cosa c’è dietro la passata di pomodoro. Se il consumatore è informato correttamente arriva anche a capire perché è giusto pagare un “premium price” per quella passata di pomodoro.
Il progetto mira anche a sperimentare in ambito agricolo processi produttivi delle attività orticole, frutticole, cerealicole, zootecniche più funzionali alle caratteristiche strutturali e produttive delle aziende agricole, nonché all’inclusione lavorativa di persone con disabilità, ai percorsi terapeutici e riabilitativi, ai percorsi educativi e formativi, insieme alla definizione di un processo di standardizzazione e accreditamento dei servizi socio-sanitari connessi all’agricoltura sociale.

AS: La questione della commercializzazione dei prodotti e servizi dell’agricoltura sociale è strategica per lo sviluppo di questo settore economico. Occorre trovare dei modi – e la certificazione dei prodotti, come per il biologico, può essere una strada – per rendere visibile al consumatore cosa c’è dietro quei prodotti e servizi, ossia tutto il lavoro fatto per l’inserimento socio-lavorativo o percorsi terapeutico-riabilitativi di soggetti svantaggiati.
Occorre evitare, però, quello che è avvenuto nel biologico dove la certificazione certifica il prodotto, ma non i processi, a cominciare dal processo di lavoro che nel biologico industriale può significare anche lo sfruttamento paraschiavistico dei lavoratori migranti o delle donne che raccolgono i pomodori e altri prodotti. I lavoratori sono stati pagati? In quali condizioni si trovano a dover lavorare? Sono i sikh indiani o i bengalesi e i pakistani che nella pianura pontina lavorano dopandosi per tenere i ritmi o lenire il proprio dolore fisico, come denuncia Marco Omizzolo nei suoi articoli su Il Manifesto e nei suoi libri sulle agromafie?
Un altro tema su cui riflettere è che l’agricoltura sociale deve essere studiata non solo dagli agronomi, ma anche dai ricercatori sociali, dai sociologi e dagli antropologi. Proprio perché agricoltura, ma con una forte connotazione sociale. Da questo punto di vista, occorre superare gli steccati accademici tra le discipline, costruire dei gruppi di lavoro interdisciplinari per la ricerca e la codificazione delle pratiche sociali in ambito agricolo. Un lavoro che può anche essere propedeutico alla stesura delle linee guida ministeriali.
Infine, credo che sarebbe importante anche un lavoro sulla formazione degli imprenditori agricoli sui temi del welfare, con particolare attenzione a fornire loro degli strumenti culturali ed organizzativi riguardo alla costruzione di un welfare territoriale di comunità. Strumenti di intervento sociale in ambito territoriale, su come fare rete con i servizi socio-sanitari presenti in ambito distrettuale, e così via, anche in un’ottica di sviluppo locale.

CP: Sono d’accordo, l’agricoltura sociale può essere e deve essere un volano per lo sviluppo locale di tutto il territorio rurale, ma può essere anche una soluzione aggregativa per la ricostruzione di una comunità sociale per i territori periurbani che sono stati investiti pesantemente anch’essi dalla crisi del welfare pubblico negli ultimi decenni. In sostanza, l’agricoltura sociale è in grado di rispondere ai bisogni di diverse tipologie di territori.
Bisogna però mettere anche dei paletti, perché purtroppo la tematica diventata anche un po’ di moda e ci sono imprenditori agricoli che potrebbero interpretarla unicamente come una “opportunità” per ottenere sgravi, fondi e contributi pubblici.
Noi come DSA3 teniamo, all’interno dell’offerta formativa dell’Università degli Studi di Perugia, un corso facoltativo di agricoltura sociale a cui possono accedere sia studenti del percorso di agraria sia studenti di materie socio-sanitarie. L’agricoltura sociale nasce come multifunzianale e come multidisciplinare. Deve essere necessariamente il frutto di uno scambio di competenze, sia nella ricerca sia nell’attuazione. Conosco progetti in cui il sociale ha cercato, dopo poco, di rendersi autonomo dal supporto di competenze agronomiche, salvo poi fare marcia indietro alle prime difficoltà operative. D’altra parte, anche l’imprenditore agricolo per fare interventi di agricoltura sociale deve necessariamente avere un supporto di competenze che vengono dal mondo del welfare pubblico e/o delle organizzazioni del terzo settore. Ci deve essere una inclusione tra le diverse competenze, agronomiche, sociali, psicologiche, mediche.
Abbiamo questo approccio anche nella progettualità. Nel Gruppo Operativo PEI ci siamo noi come DSA3, ma ci sono anche il Dipartimento di Filosofia, quello di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Perugia, perché sono assolutamente necessarie le competenze dell’agronomo, ma anche quelle dello psicologo e dell’antropologo.
Per un altro progetto finanziato dalla misura 16.22 del PSR – Asilo Rurale, c’era la nostra competenza come economisti agrari e quella del Dipartimento di Filosofia, al quale afferisce tutta la branca della pedagogia. Quindi, noi lavoriamo per costruire queste connessioni interdisciplinari.
Quello che manca è la figura dell’imprenditore agro-sociale. Nella Regione Umbria c’è stato un corso organizzato da un CAA molto prima del 2015, al quale hanno partecipato molti imprenditori agricoli, ma anche persone sensibili all’argomento, che poi negli anni hanno messo in piedi esperienze significative di agricoltura sociale. Purtroppo, se ormai quasi tutte le Regioni hanno legiferato in ambito di agricoltura sociale, molte di queste l’hanno fatto prima della L.N. 141/2015 – nel caso dell’Umbria 3 mesi prima con la L.R. 12/2015 Testo Unico – e quindi tutto l’apparato legislativo delle diverse realtà regionali deve essere aggiornato; in un quadro così fluido, solo in poche Regioni si organizzano percorsi di formazione per operatori su questa materia.
Noi come Dipartimento riceviamo molte sollecitazioni dal territorio, perché l’Umbria ha diverse situazioni valide che stanno anche un po’ facendo scuola. Ad esempio, c’è l’esperienza della cooperativa sociale agricola La Semente, con cui noi abbiamo lavorato, e dove c’è una fortissima partecipazione del volontariato delle famiglie.

AS: Per chiudere tornerei sul tema del ritorno dei giovani all’agricoltura. C’è una parte molto consistente dei cosiddetti “nuovi insediamenti” in agricoltura che è fatta di figli di imprenditori agricoli, ai quali i padri anziani trasferiscono la proprietà dell’azienda, riuscendo ad ottenere fondi dai PSR che hanno una misura dedicata alla successione intergenerazionale.
Poi, però, ci sono anche dei giovani che scelgono l’agricoltura come una scelta di vita, senza necessariamente avere un background familiare in campo agricolo. Generalmente, sono giovani laureati, in alcuni casi nei dipartimenti di scienze agrarie, ma in altri casi in settori più di orientamento umanistico e sociale, con una passione per l’agricoltura e stili di vita più naturali, meno legati al consumo. Hanno una grandissima motivazione personale e sociale, perché vogliono dimostrare che l’agricoltura più naturale si può fare, che può essere sostenibile non solo tecnicamente, ma anche economicamente.
A questi giovani si aggiunge un crescente gruppo di persone, anche in avanti con gli anni, che hanno una provenienza urbana/metropolitana, che magari hanno lavorato decenni nella scuola o in campo socio-sanitario o aziendale, e che anch’essi fanno una scelta di vita in campo agricolo.
La cosa interessante di questi gruppi di “nuovi agricoltori” è che partono con l’idea che l’agricoltura sia un settore di attività economica altamente relazionale, che consente di “fare comunità”, di stare dentro reti relazionali territoriali ed extraterritoriali. Fin da subito, quindi, questi nuovi imprenditori agricoli sono proiettati dentro un’ottica di agricoltura sociale. Hanno l’idea che l’azienda deve essere aperta ai consumatori e al territorio, che deve essere bella ed accogliente. Una evoluzione che dà speranza rispetto al possibile rinnovamento dell’agricoltura italiana verso un’agricoltura naturale e al tempo stesso sociale.

CP: Sono d’accordo. Ci sono tutte queste componenti. Aggiungo che sono persone che hanno anche una cultura dei social. Hanno conosciuto la cultura e l’esperienza di “cantine aperte”, di “frantoi aperti”, ossia di aziende agricole ben organizzate in modi totalmente diversi da quelle dei nostri nonni e, perché no, belle e aperte da visitare.
Molto sta anche facendo la riorganizzazione delle varie “banche delle terre”, con i bandi Ismea e l’assegnazione delle terre confiscate alle mafie. C’è un riappropriarsi di territori agricoli abbandonati, considerati non produttivi perché negli anni scorsi non erano perseguibili quei percorsi offerti dalla “rivoluzione verde”, mentre ora possono tornare ad essere produttivi mirando ad obiettivi molto più ampi, legati alla valorizzazione della multifunzionalità agricola e dei territori.
Che cosa dobbiamo fare noi come gruppo di ricerca dell’Università? Dobbiamo lavorare sulla valutazione in agricoltura sociale per avvalorare i buoni risultati che si stanno ottenendo nei territori. Facciamo parte di un gruppo informale – insieme a Istituto Superiore di Sanità, alle Università di Urbino, Pisa e Viterbo – che lavora per promuovere la conoscenza dell’agricoltura sociale dal punto di vista della valutazione. Il nostro obiettivo è di dare una più ampia diffusione delle pratiche e dei risultati dei vari percorsi. Intanto, al legislatore e poi agli operatori agricoli e sociali, agli utenti e ai consumatori. Poi, ci sono i finanziatori, dall’Unione Europea allo Stato italiano e alle Regioni. I progetti si portano avanti con una sperimentazione, un monitoraggio in itinere ed una valutazione dei risultati letta a diversi livelli, territoriale, di utenza, sociale, pubblico, tra gli altri. I risultati devono essere soddisfacenti per tutti gli attori, altrimenti si deve aggiustare in qualche modo il tiro.

Chiara Paffarini è assistente di ricerca del Dipartimento di Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali (DSA3), Sezione Bioeconomia, dell’Università degli Studi di Perugia.

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