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Spagna: le lotte e i voti

di Franco
Ferrari

Nella Spagna che sta per andare a votare si registra uno scarto tra la ripresa di conflittualità sociale e l’orientamento elettorale registrato finora dai sondaggi e confermato dalle elezioni regionali che si sono tenute nel corso del 2026.
La mobilitazione di maggior impatto, anche fuori dalla Spagna, è stata quella per il diritto a poter disporre di un’abitazione in cui vivere a prezzo ragionevole. La presenza crescente di fondi di investimenti che vedono nelle case una fonte di profitto come le dinamiche relative al turismo e a quella che è stata definita come la gentrificazione, determina un aumento del costo degli affitti che, anche laddove i salari abbiano avuto una dinamica positiva, incide sempre più pesantemente sulle condizioni di vita.
Il tema delle abitazioni è tra quelli che hanno assunto una dimensione europea, dato che ha fortemente condizionato anche le recenti elezioni a Berlino, nelle quali la Linke, proprio a partire dalle proprie proposte su questa tema, si è affermato come primo partito. La questione incide ormai pesantemente sulle condizioni di vita delle classi popolari anche al di là delle differenze di struttura della proprietà immobiliare.
Ma non è solo la casa ad essere tema di mobilitazione perché nel corso del 2026 si è registrato un consistente aumento dei conflitti di lavoro, come segnalava nei giorni scorsi El Pais. Da gennaio ad agosto si sono “perse” 1 milione e 370.000 giornate lavorative contro le 383.000 dello stesso periodo del 2025, con la partecipazione agli scioperi di 579.000 lavoratori. Le due maggiori organizzazioni sindacali, UGT e CC.OO., hanno convocato per l’11 novembre uno sciopero generale che interverrà in piena campagna elettorale.
Si tratta di movimenti che pongono concrete esigenze materiali. La mobilitazione sulla vicenda dello sfratto di Mari Carmen aveva due possibili antagonisti: i fondi di investimento (definiti come fondi-avvoltoio per essere basati solo sull’estrazione di rendita e non sulla produzione di ricchezza) e le autorità pubbliche. In questo il Governo nazionale, pur con ritardi e limitazioni, si è schierato a sostegno del movimento. Una posizione contro la quale si sono schierate compattamente tutte le formazioni politiche di destra, sia quelle di opposizione, che quelle più o meno moderate che avevano consentito la sopravvivenza del governo Sanchez (in particolare la catalana Junts, ma anche i baschi del PNV hanno tenuto una linea ambigua).
L’auspicio e anche la principale motivazione della decisione del Primo ministro Sanchez di indire elezioni anticipate per la fine di novembre sono state proprio la convinzione che la mobilitazione per la casa, popolare anche tra gli elettori di destra, consentisse di cambiare l’agenda politica della campagna elettorale, imponendo un tema nel quale il governo è più forte delle opposizioni.
Per ora i sondaggi non registrano spostamenti significativi. Il vantaggio del Partito Popolare sul PSOE si aggira sui 6 punti percentuali, mentre il consenso di Vox resta altissimo, dato che si attesta tra il il 18 e il 19%. Con questi livelli di voto la destra sarebbe in grado di governare senza problemi. Sia il PP che il PSOE restano molto lontani dai livelli di consenso di cui disponevano quando il bipolarismo funzionava a pieno regime. Ora complessivamente raccolgono circa il 60% dei suffragi. La differenza fondamentale è che mentre a destra i voti persi dal PP si sono spostati su un partito di destra estrema, contribuendo in questo modo anche a radicalizzare lo stesso Partito Popolare, gli elettori che hanno abbandonato il PSOE o si sono spostati a destra o si sono dispersi in alternative politiche frammentate e incerte.
Quello che risulta evidente è che, anche in Spagna come in molti altri paesi europei e non solo, il bipolarismo centripeto, con due partiti o due schieramenti convergenti al centro, è entrato in crisi profonda. Se la destra ha colto e in parte anticipato questa crisi radicalizzandosi, gran parte della sinistra moderata ha pensato che si dovesse continuare a seguire una linea di “responsabile” neoliberismo o che la soluzione di tutto fosse la prosecuzione di un progetto europeo che assume un profilo sempre più militarista e esso stesso “illiberale” (si veda l’esposizione in questi giorni della “dottrina Gentiloni” che impone la sovranità limitata agli Stati dell’Unione e anche ai suoi elettori).
Sanchez, come in parte Burnham in Gran Bretagna e Schlein in Italia, hanno recepito che per la socialdemocrazia un, prudente, riallineamento a sinistra è fondamentale per la propria sopravvivenza di partiti che aspirano a governare. Restano però ancora largamente impigliati nel blocco sociale che hanno costruito nei decenni scorsi, in cui settori importanti della rendita hanno trovato larga tutela, come si vede nelle amministrazioni delle grandi città.
Se Sanchez prova a giocare le carte di una controffensiva di cui non si può dare per certa la sconfitta, vista la capacità di ribaltare i pronostici che ha caratterizzato la sua carriera politica, piuttosto confusa è la situazione nella sinistra radicale.
Una realtà frammentata in cui le diverse formazioni giocano ognuno una partita diversa, nella speranza, almeno tra gli elettori, che alla fine si trovi un’intesa che eviti la dispersione di voti o, esito più probabile, lo spostamento verso il PSOE.
Quattro delle principali formazioni (Izquierda Unida, Movimento Sumar, Mas Madrid e Comuns) hanno dato vita ad un “Fronte Ampio” per presentarsi unitariamente in tutta la Spagna. La necessità di dar vita ad una nuova coalizione è la conseguenza del fallimento dell’esperienza di Sumar, sigla con la quale si erano presentate alla scorsa elezione, e la successiva rottura con Podemos, prodottasi dopo la formazione del governo Sanchez.
È stata vanificata la popolarità della ministra del lavoro Yolanda Diaz che, alla guida di Sumar, non è riuscita a costruire un progetto politico credibile. Dopo la rottura con Podemos anche i rapporti con Izquierda Unida si sono complicati per la formazione della lista delle elezioni europee che ha portato all’esclusione dell’europarlamentare uscente Manu Pineda e della stessa coalizione, per la prima volta, dall’europarlamento. Ha pesato l’idea di costruire un soggetto politico puntando sulla collezione di singole figure, più o meno brillanti ma spesso senza seguito, rispetto a formazioni politiche strutturate. Fallita la coalizione è però rimasto in vita un altro soggetto politico in più che entra nella difficile costruzione dell’unità.
La vicenda spagnola, di cui si tratterà di fare un bilancio più complessivo alla luce del risultato elettorale, sperando che sia migliore di quanto lascino prevedere i sondaggi, pone il problema della praticabilità di soggetti plurali rispetto ad una costruzione basata sulla forma-partito seppure innovata. Izquierda Unida è stata fino a un certo punto un riferimento sulla base del proprio successo ma, se si guarda ad un percorso storico più ampio, non è riuscita a impedire la frammentazione della sinistra radicale.
Questa frammentazione è anche il frutto del moltiplicarsi di progetti “sovranisti” al di là delle nazionalità storiche (Galizia, Euskadi, Catalogna). Mentre la destra e la socialdemocrazia mantengono formazioni politiche unitarie su tutto lo Stato spagnolo, la sinistra radicale oggi è estremamente disarticolata anche da questo punto di vista. Quattro delle componenti del Fronte Ampio (Mas Madrid e Comuns) hanno una dimensione locale. A queste poi si cerca di aggiungere altre formazioni a base “regionale” (termine improprio ma usato qui per semplicità) come i valenziani di Compromis, la Chunta Aragonesista e molti altri, i quali sono disponibili all’accordo elettorale ma non ad aderire al progetto politico. In qualche caso, come Adelante Andalucia (AA), scissione di Podemos, promossa dai trotskisti di Anticapitalistas, che unisce alla retorica anticapitalista la difesa di un andalusismo localista che sembra la vera ragione del relativo successo elettorale, andranno da sole. AA si propone tra l’altro come portabandiera di un “femminismo andaluso”, sulle cui specificità rispetto al resto del femminismo si può essere abbastanza scettici.
Podemos ha giocato di contropiede sottoscrivendo un accordo con Gabriel Rufian, esponente di Esquerra Republicana catalana, storica formazione indipendentista di sinistra moderata. In Catalogna potrà eleggere grazie alla presenza di un suo candidato come indipendente nelle liste di ERC. Rufian è diventato popolare in tutta la Spagna per i suoi interventi in Parlamento e per aver proposto un accordo per un’intesa tra tutte le forze di sinistra diverse del PSOE, per massimizzare i voti. Andando ad un accordo separato con Podemos che prevede che in cambio che lo stesso Rufian faccia campagna per Irene Montero a Madrid, ha reso più difficile quella convergenza, che ora sembra un’operazione opportunista svolta nell’interesse di ERC di cui sarà capolista.
Se si andrà ad un accordo, questo non si baserà su una proposta politica unitaria ma su una serie di combinazioni costruite circoscrizione per circoscrizione. Ad alcune di queste vengono attribuiti due o tre parlamentari e la sinistra radicale non ha nessuna possibilità di eleggere anche per la forza di Vox che compete per un eventuale terzo seggio. La strategia di Podemos sembra essere quella di escludere dalla convergenza le due circoscrizioni più grandi: Barcellona e Madrid. In quest’ultima conta di eleggere da sola contro il Fronte Amplio. Nella capitale si determinerebbe una competizione politica tra il catalano Rufian a sostegno di Podemos e la catalana Ada Colau individuata come leader del Fronte.
Sulla carta questa prospettiva può permettere di ottenere qualche seggio in più (tra gli 8 e i 10 secondo i calcoli dei sondaggisti), in ogni caso con una riduzione significativa rispetto alle Cortes uscenti, ma è evidente che priva la sinistra radicale di una proposta politica credibile, apparendo solo come una caotica costellazione di forze preoccupate soprattutto di garantirsi uno spazio in Parlamento. In tal modo rinuncerebbe ad assumere il ruolo di principale e coerente forze di opposizione all’estrema destra emergente, lasciando questa funzione a Sanchez e al PSOE.
Le elezioni spagnole sollevano una serie di interrogativi che sono importanti anche al di fuori del contesto iberico: la socialdemocrazia può modificare la propria impostazione politica per sostenere una politica non totalmente subalterna al neoliberismo e alle classi dominanti o che rincorra la destra sulla gestione delle migrazioni? Una politica che favorisce la crescita economica e risponde ad alcune preoccupazioni materiali delle classi popolari è in grado di sconfiggere la destra? La sinistra radicale può contribuire ad un governo di alleanze con la socialdemocrazia senza farsi schiacciare nella tenaglia tra la subalternità al governo e l’irrilevanza fuori dal potere? La forma della coalizione fra soggetti diversi è una soluzione migliore, per costruire un insediamento sociale e una presenza elettorale solida, rispetto al partito unitario? Lo spezzettamento di un progetto unitario in formazioni politiche localistiche rafforza o indebolisce le forze dell’alternativa? Come è possibile far crescere i conflitti sociali e dare ad essi uno sbocco politico?
Se ne potrebbe aggiungere qualcun altro ma già questi chiariscono la complessità della sfida che hanno di fronte le sinistre in un momento in cui è particolarmente forte l’offensiva a livello globale della destra reazionaria e autoritaria.

Franco Ferrari

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