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Tunisia, la democrazia e il suo contrario

di Souad
Gharbi

La storia della Tunisia insegna che le istituzioni, cambiano nel tempo e sono espressione della società, nel tempo. Esse divengono illegittime e caduche, sebbene si autoproclamino legali, quando una classe politica le impiega per i propri fini, lasciando vegetare e morire di inedia il Paese; e la Costituzione perde legittimità quando diviene uno strumento di sottomissione e di umiliazione per i tunisini.  Il contenuto prevale sulla forma quando si vede il male perpetrato in nome della democrazia e della Costituzione, e le sue ombre contro gli interessi dei tunisini e la stabilità del Paese; lo hanno detto anche alcuni fra i più eminenti costituzionalisti del Paese, i quali hanno sostenuto l’interpretazione che il Presidente dà dell’articolo 80.

L’articolo 80 della Costituzione conferisce al Presidente della Repubblica Tunisina di cumulare i poteri in caso di “pericolo imminente” e a prendere l’iniziativa legislativa. Le misure eccezionali assunte il 25 luglio hanno costituito una rivendicazione popolare, per la quale una gran parte dei tunisini sono scesi ripetutamente in strada. L’ultima volta proprio il 25 luglio, ed erano necessarie in assenza di alternative al caos, e malgrado i rischi che esse hanno presentato, al fine di recuperare lo Stato e tutti i suoi ingranaggi, ostaggio della confraternita di Ennahdha e dei suoi sodali, e riprendere il suo funzionamento normale. Tutte le forze vive del Paese, in una posizione di supporto critico, hanno di fatto costituito e continuano a costituire il contro-potere a garanzia della protezione dello stato di diritto e delle libertà, acquisite a caro prezzo, e hanno reagito per tempo, non soltanto per esigere un pianificazione del processo eccezionale e uno sfondo per la sua durata, ma per ricordare al Presidente che egli non deve appropriarsi di un ruolo di “patriota” né del carattere del “vero democratico”, e che egli non farà secondo i suoi voleri e non disporrà dei tunisini e delle tunisine e che egli non esprime solo la “volontà del popolo”, e che egli non riuscirà a realizzare la sua intenzione riformista limitando la libertà e prendendo decisioni individuali, ma è necessario coinvolgere le forze vive del Paese, l’associazionismo, i giovani. Peraltro, molte di queste forze vive sono state ricevute dal Presidente della Repubblica e sono state consultate.

Le flagranti incitazioni agli interventi stranieri negli affari interni del Paese, portate avanti da alcuni oppositori alle misure eccezionali del 25 luglio, provengono da chi era al potere avendo fallito e avendo tradito il Paese dopo false promesse fatte al popolo;  da coloro i quali hanno investito nelle elezioni dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo (ARP) nel 2019 impiegando un finanziamento straniero e commettendo abusi sostanziali, riconosciuti legalmente come tali dalla Corte dei Conti, in una flagrante violazione della legge elettorale e della Costituzione; da coloro che hanno causato lo smantellamento dello Stato a partire dal 2011, spillando i fondi pubblici, i fondi di aiuti internazionali e i fondi presi in prestito dai finanziatori stranieri, dietro il pretesto dello sviluppo e del pagamento dei salari, per poi spartirli come indennità per i mercanti di religione, svuotando le casse dello Stato, da coloro che hanno infiltrato e malmenato la Giustizia tunisina; da coloro che sono coinvolti nell’invio di migliaia di giovani tunisini e tunisine sui luoghi dei conflitti armati. Costoro sono gli stessi implicati nel terrorismo e negli assassinii politici perpetrati attraverso un apparato segreto creato dentro al Ministero dell’Interno e che ha costituito una forza parallela nel Paese, responsabile di atrocità. Costoro sono gli stessi che hanno oppresso, linciato e spogliato i giovani nelle strade in pieno giorno, che hanno portato a degradazione il rating della Tunisia  da B3 a Caa1 secondo l’agenzia statunitense Moody’s.

I partner della Tunisia dovranno diffidare dei coccodrilli che piangono le istituzioni e la legalità, pretendendo la democrazia e vendendo menzogne dopo aver fatto vivere il popolo tunisino, per 10 anni, sotto una reale dittatura durante il loro regno. Coloro i quali trafficavano il voto dei progetti di legge, che non rispettavano né la Costituzione né il regolamento interno dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo, né la legislazione in vigore. Tutti coloro che sono stati “ribaltati” da Saïd erano contrari alla parità uomo-donna e, sotto il loro regno, tutto è divenuto “parallelo”, uno Stato nello Stato in un sistema chiuso. E comunque strano che, sotto il “dispotismo” di Said, il suo linciaggio mediatico avvenga in piena libertà, senza restrizioni!

Kais Saïd condivide il potere esecutivo, dall’11 ottobre, con Najla Bouden, Capo del Governo, e con la sua competente squadra, formata in un periodo regolare di due mesi e sottoposta al giuramento costituzionale – prestato, nel caso di una Ministra, senza il velo, in un atto di libertà di espressione e di coscienza, composta da 25 ministri du cui il 38% donne. Nel quadro di tale lavoro di squadra, il Presidente della Repubblica è quello di dirigere il Consiglio dei Ministri, sempre nel perimetro definito dalla Costituzione. Quanto a prendere in mano il potere giudiziario, egli ha rinunciato ben prima della formazione del governo. Questa tendenza alla parità nella formazione del governo costituisce un grande progresso storico poiché dal 2011 le donne hanno occupato il 10,4% dei posti di Ministro e dirigono il 4,6% del budget nazionale. Bisogna dire che Saïd, nominando una donna a capo del Governo, ha sorpreso sterzando nettamente a sinistra, facendo quello che nessuno aveva fatto prima di lui, un uomo criticato da molti per il suo lessico prossimo al reazionario, ma la simbologia dei cui atti è considerevole, benché per alcuni era oramai tempo che una donna accedesse a tale ruolo. La Capo del Governo tunisino, una accademica senza appartenenze politiche, sembra impregnata di una cultura dello Stato, avendo fatto una carriera in buona parte in seno al Ministero dell’Insegnamento Superiore, gestendo tra l’altro un progetto di riforma finanziato dalla Banca Mondiale. Alla formazione della squadra di governo viene da taluni contestata la soppressione del Ministero dei Diritti Umani e delle Relazioni con la Società Civile, e del Ministero degli Affari Locali; per contro, altri hanno voluto non vedere un Ministero della donna e un Ministero degli Affari Religiosi. Sarebbe giusto non costituire un Ministero dei Diritti Umani perché per principio, sono le istanze indipendenti ad assicurare il controllo e non si ha bisogno di un interlocutore con la società civile, tanto più che in una “situazione eccezionale” è saggio che il Governo sia ristretto.

Il cuore della missione del Governo di transizione è la “ricostruzione della fiducia” e la “lotta contro la corruzione”. Molti considerano che l’esecutivo sbagli analisi e che la sua missione, marcata dal populismo, sarebbe lontano dai bisogni essenziali del periodo, mentre il cuore della missione dovrebbe essere il salvataggio economico del Paese e la prosperità. Di sicuro la corruzione è radicata nell’economia, anche attraverso regolamenti di favore e leggi su misura. Le fette della torta sono state già distribuite dal regime precedente (licenze bancarie, diritti sulle telecomunicazioni, grande distribuzione, ecc.), ma dibattere del “Progetto” del Presidente in questo stato di eccezione non è pertinente. Invece, servono misure capaci di interrompere i danni e ricominciare a salire.

Che ci si inquieti per i margini di manovra a disposizione della Capo di Governo, in seguito al Decreto Presidenziale del 22 settembre che conferisce vasti poteri al Capo di Stato, o che si tema che essa venga schiacciata dal paternalismo di circostanza, è comprensibile e anche legittimo. Di certo, lei sarà giudicata molto più severamente di un uomo, in ciò che intraprenderà; ma anche il Presidente non ha alcun interesse a che lei fallisca; le risposte date da una donna alla testa di un Governo potrebbero cambiare qualcosa per il modo di gestire la cosa pubblica, con più trasparenza, e non soltanto per la sfida del momento.

Il futuro della transizione democratica post 25 luglio deve restare una questione interna e si deciderà, certamente, in un dialogo nazionale che implica tutte le forze attive. Sono già previsti incontri e consultazioni che coinvolgeranno la Presidenza e la Centrale Sindacale – UGTT, unitamente alla Centrale padronale, alla Lega per i Diritti Umani e all’Ordine Degli Avvocati (il vecchio Quartetto), più diversi partiti, compresi quelli che sostengono il nuovo governo sotto riserva come il PDL di Abir Moussi, e personalità politiche non implicate nella corruzione, per dibattere e decidere le riforme socioeconomiche, ma anche le riforme politiche preliminarmente alla presentazione di un referendum. Alcune proposte sulle tappe successive sono già formulate e condivise. Il dialogo nazionale non si farà con coloro che hanno attentato alla sicurezza nazionale, che simboleggiano la corruzione, la malversazione, i rapporti con il terrorismo e che hanno invitato il Congresso statunitense a non inviare i vaccini ai tunisini in piena crisi pandemica, e in ogni caso non si farà con l’esecutivo destituito.

È necessario che l’Unione Europea valuti la situazione della Tunisia in tutti i suoi aspetti.

L’UE (ancora) alla canna del gas
Stati armati d’Europa

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