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Storia di un omicidio impunito

di Stefano
Galieni

Capita che la storia vada raccontata in prima persona, è più giusto. 22 febbraio 1980, Roma, Piazza del Verano. L’autobus 109 che porta a San Basilio, sta per partire. Sono sul punto di prenderlo quando mi sento chiamare. La voce la conosco, è quella di una compagna, una cara amica. “Fermati” mi urla e il suono della voce mi entra nelle orecchie. “Teresa non parla così”. “Dobbiamo tornare in Via – si riferisce a Via dei Volsci – hanno ammazzato Valerio”. Mi sembra di non capire, la raggiungo, mi abbraccia e scoppia in un pianto dirotto. Andiamo di corsa nella sede in cui ci incontravamo oramai spesso, i racconti che ci arrivano all’inizio sono confusi e contraddittori. Facevamo riferimento tutti ad un Coordinamento degli Studenti medi di Roma Est che gravitava intorno all’Autonomia Operaia, Valerio non lo vedevamo da tempo, ma quasi ognuno di noi lo aveva conosciuto, all’Archimede, il liceo che frequentava, nelle assemblee e nelle manifestazioni. Ne avevamo seguito i 7 mesi che aveva trascorso in carcere, a Regina Coeli, l’anno prima, poi aveva rarefatto la sua presenza nelle riunioni. Lo incontravamo solo in piazza, spesso per conto proprio.

Non era un periodo semplice quello che si affrontava all’epoca e l’unico augurio che viene da fare è che non si ripresenti mai più.

La situazione romana era particolare. La città era informalmente divisa in due: da una parte i quartieri “rossi”, in cui fortissima era la presenza di organizzazioni, soprattutto di movimento, che facevano riferimento alla sinistra soprattutto extraparlamentare, dall’altra i “neri”, dove, anche se in maniera meno partecipata, dominava il controllo di gruppi neofascisti. Roma Est era prevalentemente considerata come rossa, il confine arrivava quasi in centro al “Quartiere Trieste” e a Talenti ma c’erano sedi dell’allora MSI, di cui è erede l’attuale forza di maggioranza di governo, anche in zone di piccola borghesia come Monte Sacro. E confine significava anche violenza diffusa: non accettare di acquistare un giornale, andare vestito in un certo modo, essere conosciuto come appartenente allo schieramento opposto, affiggere manifesti o distribuire volantini, potevano portare a pestaggi di gruppo e, a volte anche a peggio. Giravano le armi in quei tempi e soltanto in quel quadrante, in pochi anni, vennero uccise 19 persone per ragioni politiche. Tutti uguali? Affatto. Le vittime erano accomunate dall’età giovanissima, sovente anche minorenni, ma da una parte c’era chi rivendicava l’appartenenza fascista, dall’altra chi, anche considerando con scarsa importanza quella che allora era una minoranza, provava a cambiare il mondo.

Delle modalità con cui venne ucciso Valerio Verbano si sa quasi tutto. Sono usciti libri, ci sono state trasmissioni televisive, in suo nome venne creato, ma su questo tornerò dopo, persino un Centro di documentazione, che rimase attivo per circa 16 anni, con un archivio ricchissimo. Nel quartiere in cui era profondamente radicato, dopo la sua uccisione sorse una Palestra popolare, tutt’ora attiva e ad ogni anniversario, compagne e compagni di un tempo, a cui si aggiungono sempre più giovani che ne vengono a conoscere la storia, si svolgono manifestazioni molto forti. Quest’anno si era in svariate migliaia, in un corteo plurale, arrabbiato ma vitale il 21 febbraio.

Ma torniamo a quelle giornate tremende. Giunsero subito svariate rivendicazioni dell’omicidio ma il volantino che venne considerato come credibile, perché riportava anche il calibro del proiettile con cui uccisero Valerio, era firmato dai Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), frutto di quello che venne considerata all’epoca la risposta di “spontaneismo armato”, con cui la destra estrema si era riorganizzata dopo lo scioglimento, negli anni Settanta, di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Si ripete è difficile comprendere persino immaginare il clima che si respirava, non solo a Roma, in quegli anni, anche fra chi era, come il sottoscritto, giovanissimo. Si andava in piazza o si usciva la sera. Ma la vicenda di Valerio era diversa. Da almeno 2 anni lui stava svolgendo un lavoro di inchiesta e di controinformazione sull’eversione nera nella sua zona. Nomi, storie, indicazioni di sedi, fotografie – era un ottimo fotografo – che denotavano un quadro carico di minacce e di legami sotterranei, tanto con ambienti vicini ai servizi, quanto ad organizzazioni criminali. Che Valerio indagasse su questo, che volesse farlo da solo o con poche e fidate persone, per non far rischiare altri, era cosa nota. Lo rispettavamo anche per questa scelta e avevamo in molti paura per lui ma non potevamo immaginare una fine così orrenda.

In quel clima la questura e la prefettura chiesero anche che non si tenessero funerali pubblici, alla fine cedettero con un compromesso, un momento di ricordo in quella Piazza del Verano in cui avevo ricevuto la notizia per poi far entrare il feretro accompagnato da poche persone. Ma quel 25 febbraio la rabbia era incontenibile ed eravamo in migliaia ad ascoltare le parole di Sardo, il padre e a stringerci in un dolore che per molti si tradusse in lacrime. E le lacrime di dolore si trasformarono, dopo una carica immotivata e violenta da parte delle forze dell’ordine, che temevano un corteo, nel dolore e nelle lacrime agli occhi dovute ai lacrimogeni. Qualcuno scrisse una canzone, quasi in tempo reale, per provare a raccontare quegli avvenimenti “Questo nun’è un corteo / c’è troppo silenzio / Valerio dove sei? /t’avemo tutti dentro / Questo nun’è un corteo / ma neanche n’funerale / stamo tutti a pesà / quanto sta vita vale / fumo dei lacrimogeni / sempre più acre e amaro / pagherete tutto si / pagherete caro”. Pochi flash che fotografa una sera pesante e da non dimenticare. Si tentò di disperdere i partecipanti al funerale in ogni maniera, dal commissariato situato a poco più di un centinaio di metri vedemmo nitidamente sparare, verso di noi con un fucile e il terrore dilagò. In molte e molti ci rifugiammo nel cimitero dove, fortunatamente non osarono inseguirci, correvamo fra le lapidi come mosche impazzite, confidando di utilizzare l’altra uscita dell’immenso camposanto, quella che dava su Via Tiburtina, lontana dagli scontri. Uscimmo dopo un tempo che ci parve infinito e andammo a cercare di riprendere fiato a casa di un’amica. La zona in cui ci ritrovammo era una di quelle “nere”, nei pressi c’erano numerose sedi dell’MSI, del FUAN ( la loro organizzazione universitaria) e di associazioni parallele. Riconoscemmo uomini in divisa che discutevano, con complicità, con noti esponenti neofascisti, tememmo anche di essere riconosciuti. In un piccolo gruppo, ce la cavammo con un espediente.

Quando, 4 anni dopo, demmo vita al Centro di documentazione intitolato a Valerio Verbano cercammo anche noi di capire cosa fosse successo realmente. Cercammo quella verità che i genitori Sardo e Rina (Carla) non smisero mai di cercare in ogni modo, anche incontrando neofascisti appartenenti alla galassia di cui potevano aver fatto parte gli assassini del figlio. Ma i fili per una verità giudiziaria, lentamente si andavano dissolvendo, sparivano le prove, venivano bruciati i reperti, sparì il dossier di Valerio, ritrovato, solo in parte, molti anni dopo e contenente centinaia di nomi, dati informazioni. Il solo giudice che aveva preso a cuore la vicenda fu Mario Amato. Era stato lasciato da solo a diramarsi fra oltre 600 fascicoli, di quel mondo aveva compreso la profonda pericolosità. Venne freddato pochi mesi dopo la morte di Valerio mentre, senza scorta, attendeva l’autobus alla fermata. Nello stesso tribunale lavorava il giudice Antonio Alibrandi che non aveva mai fatto mistero della sua appartenenza alla destra. Il figlio Alessandro, venne ucciso anni dopo in un conflitto a fuoco, dopo che era stato aiutato a fuggire in Libano per evitare un mandato di cattura nei suoi confronti.

Quello che riuscimmo a comprendere noi, senza avere alcuna prova né indizio concreto, faceva comprendere appieno le ragioni dell’omicidio di Valerio e confermavano i presupposti da cui eravamo partiti. Si era creato un sodalizio fra gruppi di giovani neofascisti e quei grumi di criminalità organizzata che oggi viene superficialmente ricondotto al mondo della “Banda della Magliana”. Sembra che Valerio avesse trovato le prove secondo cui alcune sedi MSI erano i luoghi che alimentavano la vendita e lo spaccio di droghe pesanti, in particolare eroina e che chi doveva vigilare non ottemperasse al proprio compito. È vero? Personalmente resto convinto che da “militante rivoluzionario” (questo è il termine con cui lo consideravamo noi) Valerio avesse scoperto qualcosa di estremamente significativo, qualcosa per cui non solo lo si doveva eliminare in una maniera non certo convenzionale, non in uno scontro di piazza o in un finto incidente, ma su cui andava calata una coltre di silenzio e di depistaggi.

Stefano Galieni

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1 Commento. Nuovo commento

  • Stefano, come sempre un articolo che ci fa rivivere intensamente quegli anni e quegli avvenimenti che ancora bruciano dentro di noi.

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