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“Stati Popolari” e altre iniziative a sinistra

di Franco
Ferrari

Dopo la fine del lockdown sono riprese varie iniziative politiche di mobilitazione promosse da formazioni politiche, sindacali o di movimento che si collocano a sinistra e contestano le politiche dell’attuale governo. Quella che ha avuto la maggior eco mediatica, al di fuori del circuito ristretto dei militanti e dei simpatizzanti, è stato sicuramente l’appuntamento degli “Stati Popolari” in Piazza San Giovanni a Roma, di qui ha già parlato su questo sito Paola Boffo la settimana scorsa esprimendo un giudizio favorevole. L’incontro è stato promosso dal sindacalista ivoriano dell’Unione Sindacale di Base (USB) Aboubakar Soumahoro e, come vedremo, ha sollevato anche diverse critiche. Nel frattempo nelle settimane precedenti erano state realizzate altre iniziative, caratterizzate dal tentativo di far confluire forze diverse ma che, per vari motivi, sono state almeno in tra loro concorrenziali. Obbiettivo di questo articolo è di provare a delineare una prima sintetica mappa, anche se sarà utile tornare in modo più ampio sulle prospettive entro le quali si muovono i vari soggetti politici e sindacali qui considerati.

Stati Popolari

L’iniziativa promossa da Soumahoro ha voluto essere una sorta di “controcanto” agli Stati Generali di Conte, nei quali la voce più forte è risultata essere quella della Confindustria che ha cercato di imporre la propria agenda, anche contando sul supporto che di cui può disporre tra le fila della maggioranza di governo e soprattutto della capacità di mobilitazione mediatica. Il sindacalista dell’USB, particolarmente attivo come rappresentante degli immigrati che lavorano, in condizioni di grande sfruttamento, nel settore agricolo, aveva già ottenuto un successo mediatico incatenandosi a Villa Pamphilj e strappando un incontro con Conte. Unico momento nel quale ha potuto trovare spazio una voce esterna all’establishmente politico-economico.

Soumahoro ha rilanciato promuovendo i cosiddetti Stati Popolari, che hanno visto la partecipazione di alcune migliaia di persone (3 o 4.000 secondo varie fonti), in rappresentanza dei cosiddetti “invisibili” ovvero tutti quei settori sociali i cui problemi si sono aggravati con la pandemia ma che non trovano una rappresentanza organizzata e una voce politica in grado di far pesare le loro esigenze sulle scelte di governo.

L’appuntamento ha conquistato la copertina dell’Espresso. Il settimanale di Marco Damilano (gruppo Repubblica), il cui direttore è ospite fisso di Propaganda Live, la trasmissione della 7 che dà spesso spazio alle iniziative di Soumahoro, ha consentito al sindacalista di presentare l’iniziativa. L’obbiettivo è “la riunificazione, attorno a bisogni comuni, di mondi diversi che la crisi economica ha trascinato nell’invisibilità”. Per questo – secondo il sindacalista USB – occorrerà perseguire la coerenza dei valori e non la convenienza dell’opporunismo; perseguire l’egemonia culturale e non la contrapposizione sociale.

L’incontro di Piazza San Giovanni, la cui risonanza mediatica è stata confermata dall’arrivo del leader delle “sardine” e dalla vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Elly Schlein, abitualmente silenziosa per non disturbare le politiche pro-impreso e pro-cemento del Presidente Bonaccini, ha prodotto un documento di richieste. Si tratta di rivendicazioni di carattere economico-sociale con un’attenzione ai temi della condizione degli immigrati e della filiera agricola in generale, come era logico data la “ragione sociale” del principale promotore, ma con un punto dedicato ai temi della cultura.

L’appuntamento ha sollevato osservazioni critiche anche piuttosto aspre provenienti da ambienti teoricamente vicini a Soumahoro. È il caso dell’articolo di Sergio Cararo su Contropiano, giornale web della Rete dei Comunisti, organizzazione senza una propria base di massa, ma molto influente all’interno dell’Unione Sindacale di Base. L’articolo definisce “controverso” l’appello di Aboubakar e rileva che nella manifestazione era stato espresso il diniego di intervenire alle organizzazioni politiche e di portare bandiere. Il documento presentato è, per Cararo, largamente condivisibile, ma nell’intervento di Aboubakar sono emerse anche aspettative e intenzioni che qualche perplessità “non possono che suscitarla”. Si cita l’affermazione che “questa è la piazza della proposta e non della protesta”, per intravedere il pericolo che le proposte “nel Palazzo” vengano portate con la messa a disposizione di una candidatura magari con una aggregazione “di sinistra” che tiri la giacca al PD.

Anche l’obbiettivo di separare l’egemonia culturale dalla contrapposizione sociale viene vista come illusoria. “Se vuoi delle soluzioni devi diventare un problema”, sintetizza l’esponente della Rete dei Comunisti. Ancora più critico il giudizio sulla ricerca di “armoniose sinfonie d’unione” come ha scritto Soumahoro sull’Espresso. Qui emergerebbe un rischio di “misticismo” e di una tematica che “maneggiano meglio i guru che le istanze collettive”.

Non meno polemico il giudizio di Francesca Fornario in un intervento pubblicato dal Fatto Quotidiano. Il Manifesto uscito dagli Stati Popolari “enuncia principi con i quali nessun politico si direbbe in disaccordo e avanza rivendicazioni parziali, condivisibili quanto generiche”. Nell’intervento della giornalista ci sono varie sottolineature delle “dimenticanze” che emergono dal documento come la richiesta del salario minimo, la cancellazione del Jobs Act, della Fornero, ma anche il rifiuto del Mes, delle alleanze militari, ecc. In sostanza, è la conclusione della Fornario, è stata esclusa “qualunque rivendicazione che farebbe litigare con il Pd”.

Coordinamento delle sinistre d’opposizione

Questa struttura unitaria è nata dall’assemblea che si è tenuta a Roma il 7 dicembre scorso su iniziativa del Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando, del Partito Comunista Italiano di Mauro Alboresi e di Sinistra Anticapitalista di Franco Turigliatto. È stato chiarito che l’obbiettivo non è dar vita ad un cartello elettorale né ad un nuovo soggetto politico “costruito in laboratorio”, ma si tratta di uno strumento d’azione “sul terreno della lotta di classe e dei movimenti sociali”. I gruppi partecipanti hanno dato vita ad un coordinamento e varato “tre campagne” per la riduzione dell’orario di lavoro, per le nazionalizzazioni e per la cancellazione dei decreti sicurezza. L’arrivo del lockdown ha naturalmente ostacolato lo sviluppo di queste iniziative.

Sono stati elaborati alcuni volantini nazionali sottoscritti da PCL, PCI, Sinistra Anticapitalista, La Città Futura, Fronte Popolare, Partito del Sud, Partito Marxista-Leninista Italiano. Non hanno aderito al coordinamento né il PRC (anche se all’assemblea era rappresentata la “minoranza interna” da Imma Barbarossa) né Potere al Popolo. La Direzione di Rifondazione Comunista ha deciso il 19 gennaio di non unirsi al Coordinamento ritenendo poco utili “cartelli di sigle” e “sommatorie di partitini”. Ha invece dato la disponibilità a sviluppare campagne politiche e mobilitazioni comuni su temi specifici.

In questa direzione va la petizione popolare a favore della sanità pubblica condivisa da Democrazia Atea, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Marxista-Leninista Italiano, Potere al Popolo, Risorgimento Socialista, Sinistra Anticapitalista. Pubblicata sulla piattaforma “Change” ha raccolto, al momento di scrivere, circa 2.000 firme.

A seguito della riunione del 10 giugno scorso, il Coordinamento riconosce di avere una “forza limitata” attribuita alle defezioni di PaP e PRC, anche se a livello locale vi sono coordinamenti territoriali più ampi. Viene sottolineato il “grande valore politico” della petizione nazionale sulla sanità perché su di essa si è riusciti a creare una convergenza unitaria del “grosso della sinistra d’opposizione”. Non si è riusciti invece a convergere con PRC e PaP sul tema del lavoro e più in generale sulla questione sociale.

Il SiCobas e il Fronte Unico Anticapitalista

Il sindacato SiCobas, che negli ultimi anni è cresciuto per essersi radicato, nel settore della logistica, soprattutto tra lavoratori immigrati, ha promosso da circa un anno un’iniziativa unitaria che ha portato alla costituzione di un Patto d’azione per il Fronte Unico Anticapitalista. A questa iniziativa, che nel corso del lockdown ha tenuto diverse assemblee virtuali, partecipano alcuni altri sindacati di base minori (l’ADL Cobas, lo SLAI Cobas per il sindacato di classe e il Sial Cobas), alcuni gruppi politici dell’estrema sinistra (Partito dei Carc, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, Frazione Internazionalista Rivoluzionaria, Proletari Comunisti, Rivoluzione Comunista, tra gli altri), alcune organizzazioni politiche più significative a livello locale (PRC a Bologna, PaP a Palermo) e varie realtà sociali di base.

L’iniziativa di maggior rilievo è stata la manifestazione nazionale del 6 giugno che ha avuto “numeri confortanti” (ottimi a Milano, 3.000 secondo una fonte, 5.000 per gli organizzatori, e Bologna, buoni a Piacenza, Genova, Napoli, Roma, Torino e Mestre), con una larga prevalenza di militanti del SiCobas.

Il percorso, è scritto in un documento successivo ad un’assemblea tenutasi a metà giugno, è rivolto “ai lavoratori, ai proletari, ai disoccupati, ai movimenti e alle soggettività anticapitaliste, disponibili a collegare lotte in una prospettiva più generale” evitando di ricadere in una “dinamica intergruppo”. La base dell’adesione è la condivisione di un programma politico di 12 punti che prevede tra l’altro una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione che dovrebbe portare a recuperare almeno 400 miliardi di euro, l’estensione del Reddito di cittadinanza, la regolarizzazione e la sanatoria per tutti gli immigrati. Il Patto si esprime anche contro l’autonomia differenziata. Viene respinta qualsiasi forma di nazionalismo e xenofobia.

La previsione formulata dalla riunione di giugno è che “la crisi capitalistica tende ad acuirsi e spingerà sul terreno della lotta una moltitudine di proletari”, e quindi il Patto d’azione è considerato una “palestra” per verificare di poter esercitare il “ruolo politico ed organizzativo per un movimento che vada ad là dei nostri attuali confini numerici”. È evidente l’interesse del SiCobas a che il Patto possa “rappresentare un utile moltiplicatore di forze e visibilità delle (sue, NdR) battaglie sindacali che assumono una caratteristica più generale e politica”.

Il SiCobas è in pessimi rapporti (per usare un eufemismo) con l’USB, che resta il maggiore sindacato “di base” o “di classe”, a seconda delle definizioni preferite, essendosi scontrato in diverse situazioni locali nelle quali le due organizzazioni dispongono di un forte seguito fra i lavoratori per lo più immigrati, come è avvenuto a Piacenza. Questo rende difficile la convergenza anche attorno a comuni battaglie sindacali.

L’asse USB-Potere al Popolo

L’Unione Sindacale di Base ha promosso una manifestazione a Villa Pamphilj il 13 giugno per protestare contro gli Stati Generali organizzati dal governo Conte con la partecipazione di “alcune centinaia di persone” (da un centinaio a 400 a seconda delle fonti) di fronte ad una (assai sinistra) ghigliottina che doveva evocare i primi Stati generali della storia, quelli organizzati da Luigi XVI e con i quali si apriva la vicenda della rivoluzione francese.

L’obbiettivo della manifestazione era di impedire che i “novelli Stati Generali si concludano come sono iniziati e cioè con Confindustria, i padroni e le imprese, le multinazionali, interessati unicamente a spolpare l’osso a scapito dei lavoratori e dei cittadini”.

Il comunicato pubblicato dal sito USB ricorda che i promotori sono stati, oltre alla stessa organizzazione sindacale, “Potere al Popolo, Rete dei Comunisti, Noi Restiamo e Osa” ovvero le organizzazioni con le quali esiste un asse politico. La Rete dei Comunisti, come ricordato sopra, ha una forte influenza nell’USB, almeno a livello di apparato e partecipa all’esperienza di Potere al Popolo. Tutte le altre organizzazioni politiche che figuravano come promotori alla pari prima dell’iniziativa (Fronte della Gioventù Comunista, Federazione Giovanile Comunista Italiana, Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista dei Lavoratori, Collettivo Militant, Movimento per il diritto all’abitare, Unicobas, Casa del Popolo Tanas, Partito Comunista Italiano, Confederazione Cobas) o che vi hanno partecipato (Unicobas, Partito Marxista-Leninista Italiano) vengono omesse dalla pagina dell’USB. Un dettaglio che conferma la scelta dell’organizzazione sindacale di puntare al sostegno esclusivo di Potere al Popolo.

La manifestazione romana dovrebbe portare ad un “grande momento di mobilitazione nazionale” da tenersi a settembre, da preparare attraverso una discussione tra “tutti coloro che sono interessati a costruire un percorso di lotta”. L’USB non sembra aver dato particolare rilievo agli Stati Popolari di Piazza San Giovanni, pur organizzati da un membro del suo esecutivo nazionale. Sul sito abbiamo trovato solo un invito alla partecipazione pubblicato il 30 giugno, nel quale si caratterizzava l’iniziativa come appuntamento per i diritti dei “braccianti”.

La presenza di Rifondazione Comunista

Come abbiamo visto sopra il PRC non ha ritenuto di aderire al Coordinamento delle Sinistre di Opposizione (anche se alcune federazioni vi partecipano in sede locale) partecipando però alla formulazione di una petizione comune per la sanità pubblica. Aderisce e partecipa abitualmente alle diverse iniziative senza rapporti esclusivi.

Il segretario Maurizio Acerbo ha espresso l’adesione del Partito agli Stati Popolari per la convinzione della “necessità di riunire le lotte, costruire percorsi comuni e plurali necessari per ottenere non solo risultati concreti ma anche prospettare un futuro migliore, in primo luogo per gli invisibili”. In precedenza, Rifondazione aveva partecipato alla manifestazione di Villa Pamphilj con un proprio documento autonomo.

Nel documento approvato dalla Direzione nazionale del 16 e 17 maggio scorso si prevedeva uno “scenario in cui il costo della crisi ricadrà sulle classi popolari, sul lavoro dipendente ed autonomo, sulle piccole imprese”. Da un lato si rifiuta la logica del meno peggio in quanto “produce passivizzazione e non contribuisce neanche a contrastare la destra”. Si invoca un “salto di qualità” per superare la debolezza della sinistra anticapitalista e antiliberista riproponendo la costruzione di un “movimento politico e sociale per l’alternativa” (vecchia parola d’ordine di DP della fine degli anni ’80). In questa prospettiva si prefigura l’impegno “a proseguire nel costruire – a partire dai contenuti – momenti di confronto e convergenza, campagne, iniziative e scadenze di mobilitazione unitaria con soggettività politiche, sociali, sindacali, culturali, associative”.

Negli ultimi mesi Rifondazione si è impegnata in particolare per la petizione “usiamo il denaro della BCE per la salute e non per la finanza” che ha raccolto un po’ meno di 6.000 firme (altre 4.000 si sono registrate in Francia su un’altra piattaforma digitale). L’iniziativa si basa su una lettura della crisi – come scrive Paolo Ferrero sul primo numero della rivista Su la testa – come “crisi di sovrapproduzione”. Da questo deriva che “non c’è nessuna scarsità di denaro e di merci”. Lo sviluppo scientifico e la sua applicazione al processo produttivo “hanno determinato un enorme aumento della produttività del lavoro”. Per cui il tema di attualità è il superamento del “carattere capitalistico” di questo processo e il “progressivo superamento delle merci come forma specifica di soddisfazione dei bisogni umani”. Il nodo conseguente è che occorre rendere il percorso di superamento del capitalismo “una necessità percepita dalla grande maggioranza dell’umanità”.

I movimenti “altermondialisti”

A completare un quadro di quanto si muove nell’area antiliberista e/o anticapitalista è opportuna segnalare il confronto avviato tra movimenti che possono essere etichettati per comodità come “altermondialisti” perché in una certa misura ispirati dal movimento del sociali forum dei primi anni duemila, a cui se ne aggiungono altri di più recente formazione ma di analoga ispirazione.

Un incontro è avvenuto ai primi di luglio su iniziativa di Attac a cui hanno partecipato una ventina di organizzazioni tra cui Transform Italia. Il ragionamento sviluppato da queste realtà è che la crisi ha aperto “più di una faglia alla narrazione liberista” ampliando la platea di persone che ritengono necessaria una conversione di rotta. A fronte di questa evoluzione le misure che si stanno predisponendo a livello di Unione Europea e di governo italiano, unite all’aggressività dei grandi gruppi industriali, bancari e finanziari rischiano di consegnarci un modello “senza soluzione di continuità e dentro un contesto ancor più autoritario”.

Gran parte di questi gruppi aveva promosso gli “stati solidali” concretizzatisi in un pic-nic a Villa Pamphilj, anche questa in alternativa all’iniziativa del governo. Una prima assemblea pubblica via web è prevista per il 31 luglio prossimo, cercando la convergenza con altre reti tra cui quelle che hanno partecipato agli “Stati popolari” promossi da Aboubakar Soumahoro. Alcune iniziative di mobilitazione sono previste per settembre ed ottobre tra le quali lo sciopero globale per il clima del movimento Fridays for Future e una manifestazione in difesa della sanità pubblica promossa da Medicina Democratica e dal Coordinamento nazionale per il diritto alla salute.

Qualche osservazione finale

Questa sintetica rassegna merita qualche osservazione conclusiva. La ripresa di iniziativa politica e di forme, seppur limitate, di mobilitazione è sicuramente un fatto positivo. Così anche la consapevolezza, presente ad alcuni, ma non a tutti, della necessità di cercare convergenze unitarie. D’altra parte però si riscontrano anche tendenze negative: la pigrizia di ricorrere ad analisi generiche e approssimative (il capitalismo descritto come sempre in crisi), l’evocazione retorica delle lotte come evento salvifico, la formulazione di liste di obbiettivi in sé giusti ma che appaiano a chiunque talmente sproporzionati rispetto alle forze di cui si dispone da risultare del tutto velleitari; la reiterazione di slogan e forme di mobilitazione che servono più a fidelizzare i militanti che a ottenere risultati concreti, ecc .

I giudizi sugli Stati Popolari, anche se contengono valutazioni che si possono condividere, mi sembrano eccessivamente liquidatori. Non sappiamo se sia fondato il sospetto di una manovra tesa a ricondurre l’iniziativa dentro i confini della sinistra subalterna al PD (sul modello dei “coraggiosi” emiliani), ma resta un’iniziativa che ha sollevato problemi ed esigenze sociali concrete, con cui la sinistra dovrebbe rapportarsi senza estrarre subito la matita rossa con la quale spesso tende a formulare i propri giudizi. Un atteggiamento che alla fine facilita l’esito che si è voluto esorcizzare, ovvero lo slittamento su posizioni istituzionaliste ed anche opportuniste dalle quali si attende comunque una qualche risposta ai problemi concreti che i proclami astratti non sono in grado di fornire.

In sostanza due problemi fondamentali mi sembrano non solo irrisolti, ma in buona parte anche rimossi. Dal lato più direttamente politico la costruzione di uno strumento politico-elettorale non di nicchia, dal lato sociale la costruzione di movimenti su obbiettivi che possano effettivamente favorire l’accumulazione di una forza sociale adeguata a produrre quel cambiamento che si ritiene necessario.

Assise meridionalista di Lab-Sud
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