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Classe e coscienza

di Alberto
Deambrogio

Negli ultimi anni, ormai più di dieci, abbiamo assistito a diversi tentativi di ricostruzione di una sinistra di alternativa. Tutte queste prove, perlomeno sul terreno politico-elettorale, hanno dato esiti negativi. L’“ultimo treno” non preso è rappresentato dall’“Altra Europa per Tsipras”, che nonostante la buona performance alle elezioni europee non è riuscita a consolidarsi e istituirsi come un punto di riferimento non transitorio.

Oggi, all’interno di una crisi sociale e ambientale devastante, un punto di vista alternativo alla secca riproposizione dei meccanismi di mercato servirebbe moltissimo, ma sta di fatto che nessuno dei soggetti in campo, sia politici che sociali, sembra avere la forza per provare a rilanciare un nuovo progetto: la diffidenza è molta, le sconfitte pesano così come le stanchezze.

Al netto di queste considerazioni, anche in un momento come questo, varrebbe forse la pena di chiedersi più approfonditamente quali sono le tendenze di fondo che determinano la crisi delle soggettività di classe, per evitare di addossare ogni responsabilità alle scelte effettuate da svariati gruppi dirigenti politici e sociali; quegli errori ci sono stati ma non rappresentano tutto lo spettro delle difficoltà da analizzare.

In un breve saggio di alcuni anni fa Vittorio Rieser (grande figura di sociologo non accademico, guida possibile anche per i nostri tempi…) si pose la domanda di come stava cambiando la coscienza di classe all’interno delle trasformazioni capitalistiche. Alcune considerazioni sono tutt’ora valide e soprattutto lo sono laddove egli indicava un possibile percorso metodologico incentrato sull’inchiesta. Non dovrebbe apparire cosa superflua il fermarsi per raccogliere le idee intorno a nuovi dati capaci di indicare meglio il che fare, un fare finalmente meno estemporaneo e forse utile alla ricostruzione di un progetto politico e sociale.

Rieser partiva da una scelta chiara: eliminare dal campo le valutazioni semplicistiche (anche se potevano avere al loro interno nuclei di verità). Per capire bastano due esempi. Il primo sostiene che l’offuscamento della coscienza di classe è dovuto al fatto che le organizzazioni del movimento operaio hanno abbandonato una prospettiva di classe (con tanto di ipotesi di tradimento dei dirigenti). Il secondo sostiene invece che la coscienza di classe si è appannata come conseguenza inevitabile dei mutamenti strutturali del capitalismo, che fanno sì che la “classe non ci sia più”, si “sia integrata nel sistema”, si “sia atomizzata” ecc.

Scartate le ipotesi troppo facili si tratta di avvicinarsi a poco a poco alle modalità con cui il proletariato può liberarsi dalle idee delle classi dominanti (che secondo Marx sono generalmente dominanti), acquisendo un proprio punto di vista autonomo.

La coscienza di classe non è data una volta per tutte e il suo cammino non è segnato da un’evoluzione progressiva, da livelli più bassi via via verso livelli più elevati. In situazioni molto diverse tra loro, in termini di obiettivi, di forme di lotta e di collegate forme di coscienza di classe, possiamo annoverare sia processi “rivoluzionari”, sia processi “riformisti”, scontri di classe che coinvolgono gli sfruttatori diretti o anche le loro espressioni politiche e le istituzioni dello Stato.

Obiettivi ed esiti, ci ricorda opportunamente Rieser, possono muoversi su di un arco ampio: dalla rivoluzione socialista alla difesa o al ristabilimento della democrazia, dall’affermazione e riconoscimento istituzionale del sindacato alla conquista di welfare state o di riforme sociali egualitarie ecc.

Le forme di lotta possono a loro volta diversificarsi: dallo sciopero ad altre azioni di massa sino all’insurrezione, possono o meno comportare conseguenze istituzionali in termini elettorali e di governo. È importante ricordare tutto questo perché l’esperienza del proletariato nel XX secolo include questi esempi ed è compito nostro tenerne conto, evitando di selezionare solo quelli che di più corrispondono a nostre preferenze o schemi mentali. La coscienza di classe antagonistica del proletariato può dunque assumere forme e contenuti diversi e creare processi e movimenti diversi. In seconda battuta occorre sottolineare che questi ultimi hanno avuto risultati alterni, sono stati cioè vittoriosi o sconfitti. La sconfitta può esservi stata per una mancata realizzazione degli obiettivi, che ha lasciato però in piedi il movimento, o in una repressione/distruzione del movimento stesso. Pure le vittorie possono avere esiti differenti rispetto alle istanze iniziali e la coscienza di classe non può rimanere immutata rispetto a tutte queste questioni: nel bene o nel male ne subisce i contraccolpi. In caso di sconfitta, in modo particolare, ma anche in caso di vittoria. Non è affatto detto, infatti, che la classe sia all’altezza dei nuovi compiti e dei nuovi problemi aperti dalla vittoria stessa.

Qui sorge immediato un richiamo al valore dell’inchiesta nelle varie esperienze operaiste, in particolare Panzieri ma non solo, al fine di verificare “in diretta” e nel cuore del cambiamento possibile quanto i soggetti antagonisti abbiano capito e quanto siano all’”altezza” della sfida.

La coscienza di classe è sempre reversibile, può dunque regredire da livelli in precedenza conquistati. Dove questa regressione possa portare non è stabilito in modo meccanicistico. Non necessariamente si tornerà, come nel gioco dell’oca, al punto di partenza. Si potranno avere nuovi approdi sia “al di sopra”, ma anche “al di sotto” di quest’ultimo, oppure si potrà dare una modifica in grado di formare una “diversa” coscienza di classe, con punti di riferimento semplicemente nuovi e difficilmente classificabili come al “di sopra” o “al di sotto”.

I livelli raggiunti sono per loro natura relativamente instabili, collegati a momenti specifici, particolari insiemi di circostanze. Ogni progetto politico, soprattutto di lungo periodo, deve tenere in debito conto qualche forma di arretramento e non per questo abbandonare il campo, come ci ricorda esemplarmente Alvaro Garcia Linera nella sua raccolta di interventi[1], pubblicata di recente anche da noi. Non è possibile, sottolinea ancora Rieser, presupporre una classe lavoratrice sempre egualmente tesa a realizzare obiettivi di classe contro i padroni o nell’ambito di una nuova situazione socialista astraendosi da fisiologiche spinte al riflusso, legate a una qualche esigenza di poter lavorare e vivere più tranquillamente.

A partire da queste opportune considerazioni generali Rieser propone di provare a scendere nella realtà dell’oggi attraverso un approccio pragmatico/empirico, cioè orientato alla pratica politica. Con il termine classe ci si vuole riferire al proletariato del capitalismo d’oggi, a tutti/e quei/quelle lavoratori/trici che vendono la loro forza lavoro al capitale, sia pure in forme diverse e più varie rispetto al passato anche recente. Quello che si intende fare è assumere la condizione sociale oggettiva, indipendentemente dal tipo di coscienza che vi si può associare.

Sulla scorta dell’impianto concettuale di Erik Olin Wright, il sociologo torinese propone di scomporre il concetto di coscienza di classe in tre elementi:

  1. percezione delle alternative. Un elemento importante della coscienza è la percezione soggettiva di quali possibilità esistono. Coscienza di classe, in questo senso, implica i modi in cui le percezioni delle alternative hanno un contenuto di classe e le relative conseguenze per i comportamenti di classe;
  2. teorie sulle conseguenze. Le persone devono avere anche una qualche idea sulle conseguenze previste di una data scelta di azione. Questo significa che le scelte, per molti versi, implicano teorie. Queste ultime possono essere “teorie pratiche” più che teorie astrattamente formalizzate, possono avere le caratteristiche di regole approssimative (“truc e branca” traduceva in piemontese Rieser…) più che principi esplicativi;
  3. preferenze. Il sapere come una persona percepisce le alternative e le sue teorie sulle conseguenze di ogni alternativa non basta per spiegare una determinata scelta cosciente; è necessario, ovviamente, conoscere le sue preferenze, cioè le sue valutazioni sulla desiderabilità di tali conseguenze.

Con una siffatta, elementare, attrezzatura concettuale è possibile muoversi nei frammenti della realtà italiana di oggi. Rieser lo fece a suo tempo con una bella inchiesta tra gli operai bresciani. Allora come oggi da esperienze di questo tipo si possono trarre interessanti spunti interpretativi e politici.

Dall’inchiesta bresciana emerse, ad esempio, che le alternative “percepibili” erano assai limitate rispetto a un passato non troppo lontano: soprattutto da quella gamma erano assenti alternative complessive sull’economia e la società. Su quello si innestava l’efficacia parziale dei grandi mezzi di comunicazione di massa: parziale perché questi non riuscivano a far passare un’adesione e un consenso al modello di società da essi divulgato, ma riuscivano almeno a farlo passare come l’unico possibile, in sostanza una sorta di “male inevitabile”. Infine, un terzo aspetto, cioè la frammentazione dei cicli produttivi e la scomposizione delle figure lavorative, rendeva difficile l’emergere di idee alternative “spontanee” e l’organizzazione di lotte a partire da esse.

Era ovvio che tutto ciò avrebbe inciso sulla percezione delle conseguenze prevedibili dei comportamenti di lotta. Quando anche si avesse avuto un’idea, anche vaga, di alternative desiderabili rispetto all’assetto economico e sociale di allora, le previsioni sul loro esito avrebbero teso ad essere pessimistiche. Tutto ciò avrebbe retroagito sulle stesse preferenze: si sarebbero selezionati cioè quegli obiettivi che si pensava potessero avere, in quel contesto, una qualche possibilità di realizzazione. Di qui le strategie di “arrangiamento”, di miglioramento parziale e individuale che prevalsero allora tra gli intervistati.

Ovviamente dopo molti anni molte cose sono cambiate e spesso in peggio, anche se alcuni elementi di fondo delle caratteristiche di quell’inchiesta potrebbero rimanere validi. Ulteriori smottamenti, articolazioni, ritirate ci sono stati a fronte dell’avanzare della sostituzione della forza lavoro con il “capitale umano”, ultima frontiera della totale individualizzazione di qualsiasi rischio: la società non c’è e in ogni caso non ti deve niente. Capitalismo delle piattaforme, cottimisti di ogni tipo compresi quelli del “clic”, masse dedite ai “lavoretti”, lavoratori in logistica spremuti come limoni e ora, tra le molte cose portate dalla pandemia, smartworkers non proprio volontari… Si potrebbe continuare a lungo con questa fenomenologia, lo si è già fatto molte volte. Ora ci serve qualcosa di più e ci serve per tentare di riorganizzare al meglio una sinistra di alternativa capace di stare in campo durevolmente. Non ci sono le condizioni per scorciatoie che, in tempi brevi, invertano il circolo vizioso oggi diventato una sorta di “maledizione” da cui non sembriamo capaci di uscire.

La domanda è: è possibile lavorarci per spezzarlo? Questo tipo di lavoro fatto semplicemente in ambito nazionale ha senso?

Qualcuno potrebbe pensare che la proposta di mettersi a fare inchiesta oggi sia, tutto sommato, uno sforzo inutile, che andrebbe a sovraccaricare le già deboli permanenze di una sinistra quasi afasica. Non credo che sia così. Non si tratta certo di dedicarsi ad un puro esercizio teorico o di lettura sociologica di alcune realtà; per fare questo, tra l’altro, ci sono già istituzioni accademiche pubbliche e private. Quello di cui abbiamo bisogno è di una ricerca/azione che diventi strumento utile e coinvolgente sul terreno politico, di ricostruzione di soggettività, fuori da spinte volontaristiche o, viceversa, rinunciatarie.

Alvaro Garcia Linera ha scritto: “stiamo assistendo a un mutamento dei sistemi di costituzione materiale e del mobilitarsi di classe o del rendersi visibili da parte dei settori subalterni. La vecchia forma sindacato, ancorata al luogo di lavoro, è forte e lo sarà in quei luoghi in cui si sia potuto sedimentare uno spazio di accumulazione di esperienze di classe. Tuttavia, laddove prevalgono la flessibilità lavorativa, il nomadismo operaio e la frammentazione della condizione operaia, questa forma organizzativa è debole e tende ad essere integrata o sostituita da altre due forme di azione collettiva: la forma comunità, nel caso di società con una ampia base agraria comunitaria, e la forma moltitudine[2].

Egli parla naturalmente a partire dalla sua esperienza sudamericana, ma in realtà il messaggio prova ad essere universale. Certo la forma comunità, che prevede la proprietà comune della terra, allude a una cultura organizzativa indigena in grado di muoversi sotto la spinta dell’autodeterminazione; qualcosa di importante, ma più specifico di un’area. La forma moltitudine risulta invece un modo flessibile di organizzazione, capace di coinvolgere più spezzoni di classi sociali. Le convergenze, compresa quella operaia, si sviluppano intorno ad identità territoriali locali, rivendicazioni specifiche collegate ai bisogni e alle condizioni delle vite (servizi, diritti di cittadinanza ecc.), insieme ad altri settori sociali che, di volta in volta possono risultare interessati e coinvolti nelle istanze e nelle lotte.

Si tratterebbe dunque di indagare meglio e nel profondo queste convergenze possibili di matrice “pluralista”. Uno dei modi di farlo è senz’altro quello di mettere a disposizione un quadro più chiaro, non immaginario, su quali siano le percezioni di possibili alternative per cui vale la pena fare scelte preferibili ad altre nella vita di ognuno/a.

Forse proprio Transform, per la sua storia, le sue caratteristiche e la sua immediata proiezione europea potrebbe avanzare una proposta operativa in tal senso.


[1] A.G. Linera, Democrazia, Stato, Rivoluzione. Presente e futuro del socialismo del XXI secolo, Meltemi, Milano 2020.

[2] A.G. Linera, op. cit., pagg. 31-32.

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