rossoverde

Sono d’accordo, ma…

di Pier Luigi
Sullo

Caro Roberto, grazie per avermi inviato l’appello per una nuova politica, e cultura, “rosso-verde”. Naturalmente sono d’accordo. Ma sono anche infinitamente frustrato. Nel testo scrivete che, nella sinistra, “hanno pesato e frenato vecchie impostazioni ‘sviluppiste e industrialiste’”. Direi che è un modo gentile e un tantino eufemistico di definire la cocciutaggine reazionaria (e autolesionista) con la quale la sinistra esistente all’inizio degli anni novanta, e fino ad oggi, ha scartato, deriso, ignorato, ogni tentativo di far notare come fosse caduto il paradigma, cioè l’insieme di meccanismi, giudizi e valori, con cui la sinistra novecentesca, prima di tutto i comunisti, hanno interpretato, ossia capito, quel che avveniva.

Prima c’è stato lo choc di Chernobyl, proprio mentre il Partito comunista si divideva e la maggioranza votava a favore del nucleare. Nacque il partito dei Verdi, che presto si integrò nel sistema politico. Personalmente, oltre a partecipare in molti modi alla campagna contro il nucleare, fui parte attiva (con Giovanna Ricoveri, soprattutto, e Valentino Parlato) alla fondazione di una rivista, “Capitalismo Natura Socialismo”, ispirata al lavoro di James O’Connor, un cui libro fu pubblicato in Italia con il titolo “Ecomarxismo”: quella con la natura, diceva il teorico californiano, era la “seconda contraddizione” del capitale. Scrissi anche in quell’epoca un articolo molto documentato contro l’automobile (l’inquinamento, l’occupazione dello spazio, l’asfalto…), per il quale fui variamente preso in giro e insultato (specie da chi era convinto che gli operai di Torino fossero la punta di diamante della rivoluzione).
Subito dopo conobbi, leggendolo e incontrandolo, Serge Latouche, il teorico della decrescita, che viene ancora oggi guardato con disprezzo da ogni tipo di sinistra. Qualche giorno fa ho chiacchierato a lungo con un grande manager milanese oggi in pensione, il quale mi ha raccontato come si sia convinto che la crescita è l’origine di ogni male, incluso il caos climatico, e come i suoi colleghi, a capo di grandi banche e grandi imprese, quando lui tenta di affrontare l’argomento, lo trattino con sufficienza, perfino preoccupati: ma sei diventato matto? Perché la crescita economica è la sola religione civile ammessa, l’idolo al quale sacrificare tutto, lo scopo di ogni azione dell’attuale governo, come se non sia stata la crescita economica, alla maniera del capitale liberista, a provocare ogni disastro, inclusa la pandemia di Covid (hanno tentato di dire che la colpa è di un errore umano in un laboratorio cinese, perché, come è noto, tutto dipende dall’azione umana, e la natura è solo un serbatoio inerte di materie prime).

Poi, nella mia via crucis anti “sviluppista” (e chissà anticomunista), sono inciampato sugli zapatisti messicani, che, a nome delle popolazioni precolombiane da tutte le Americhe, e con un linguaggio che precipitava direttamente sul nucleo del paradigma capitalista e occidentale, hanno indicato un’altra strada, un altro modo di concepire il benessere e quindi di far politica. Forse qualcuno ricorda quanto successo ebbero il subcomandante Marcos e gli indigeni ribelli del Chiapas. E perché piacevano tanto? Perché suggerivano appunto, e lo mettevano in pratica, che non si deve sperare che l’”industria”, ormai multinazionale, funzioni e produca benessere, anzi consumi, e allo stesso tempo venga “moderata” dallo Stato, qualunque Stato, perché lì si è consumato, in decenni di liberismo, come spiegava Marcos in “La terza guerra mondiale è cominciata”, un patto criminale, gli Stati sono i guardiani armati del liberismo: quel saggio, allegato al manifesto, vendette 40 mila copie, e fu pubblicato integrale da Le Monde diplomatique, tanto per dire.
Nel frattempo, nel ’99, mentre il governo di sinistra, con a capo D’Alema, bombardava Belgrado, nacque negli Stati uniti un movimento molto nuovo, quello in cui marciavano sia gli operai del sindacato che gli ambientalisti travestiti da tartarughe. Accadde a Seattle, dove era in programma una sessione solenne dell’Organizzazione mondiale del commercio, La persona inviata dal manifesto nemmeno uscì dall’albergo. E lì capii che il giornale cui avevo dedicato vent’anni e oltre di vita stava deragliando, o ero io a deragliare. Perciò (la faccio breve), insieme ad Anna, la mia compagna, decidemmo di licenziarci per dar vita a un nuovo periodico, il settimanale chiamato Carta. Nelle nostre intenzioni doveva essere un accompagnamento del giornale, un contributo permanente di temi e firme della nuova galassia politica e culturale che, dopo Seattle e lo zapatismo, si aggregava e avrebbe creato il Forum sociale mondiale di Porto Alegre (e altre città) e Genova 2001, la contestazione del G8 che vi si sarebbe riunito. Tentativo fallito, il manifesto semplicemente ci ignorò e peggio, quando la gente si abbonava ad ambedue le pubblicazioni, loro semplicemente non ci comunicavano i nomi degli abbonati (e i soldi chissà). Nel frattempo, il manifesto concluse la sua parabola di sinistra, diciamo così, con una copertina che raffigurava la folla sterminata accorsa a Roma contro la rimozione del famoso articolo 18, e Sergio Cofferati, segretario della Cgil, che arringava le masse, e il titolo: “Uno per tutti”. Come dire “ecco il nostro leader”, cancellando con ciò un quarto di secolo di onesta critica alla sinistra esistente.
In seguito Carta è morta di sfinimento e il manifesto chissà, e ogni sinistra si è resa indistinguibile da ogni destra, aderendo all’ideologia “sviluppista”, o si è ridotta a una testimonianza di un’epoca e una cultura che non esistono più. Anch’io mi commuovo quando vedo i treni del volontari accorsi a difendere la repubblica spagnola mentre salutano dai finestrini con il pugno chiuso, ma penso che quello sia irrimediabilmente il passato, nobile certo e da far conoscere ma morto, almeno nelle sue motivazioni pratiche. E penso che immaginare di poter ripartire da lì assomigli a quel che credevano di fare i nobili francesi, sparito Napoleone, cioè tornare al Settecento. Ma era impossibile.

E allora? In tanti anni di critica allo sviluppo e alla crescita sono state elaborate idee robuste su come andare oltre, non solo dal punto di vista della produzione e dell’agricoltura, e della natura, ma anche dal punto di vista politico, ossia della democrazia. Un altro mondo è possibile, ne sono certo. Il problema è che non esiste allo stato, almeno in Italia, non dico una classe ma una parte della società che abbia capito, sentito su di sé, quanto urgente sia cambiare strada, e che il riparatore a capo del governo sta cercando di rimettere insieme i cocci della “normalità”, ricreando quindi i disastri che quella normalità hanno prodotto.
In conclusione, figurati se non aderisco al vostro appello, ma lo faccio senza alcuna speranza, perché non ho più l’energia di una volta e perché tanti calci nel culo qualche livido lo hanno lasciato.

Un abbraccio (a distanza, certo)
Gigi (cioè Pierluigi Sullo)

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