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Ritorno al passato

di Stefano
Galieni

Ebbene sì, non ce ne siamo accorti, ma per alcuni aspetti che riguardano tanto lo scacchiere mediorientale quanto la condizione di migranti e richiedenti asilo, ci avviamo a tornare a quel fatidico periodo, dal 2016 al 2017, in cui, il combinato disposto di azione fra UE e Italia, risolse a proprio favore, alcuni cosiddetti problemi.

In sintesi, nel marzo del 2016, ne abbiamo già scritto1, per fermare l’esodo delle popolazioni soprattutto siriane, sopraffatte da una guerra civile senza esclusione di colpi, gli stati UE siglarono un accordo col presidente Tayyp Erdogan. Gli Stati membri si impegnarono a versare 6 mld di euro al regime di Ankara in cambio dell’impegno a non lasciar più fuggire i profughi dal territorio turco. Alcuni aspetti dell’accordo raggiunto erano e sono grottesche: per ogni profugo rimpatriato, ad esempio dalla Grecia, che era il paese in quel momento in maggiori difficoltà, in cambio un profugo siriano poteva avere il permesso di entrare in Europa legalmente. Di fatto si trasformò la Turchia in un carcere a cielo aperto con il “sultano” che spostò le componenti sunnite, nei primi due anni, verso i confini occidentali, utilizzandoli come minaccia e, per dimostrare che i diritti umani erano rispettati fece realizzare due campi profughi per poche migliaia di persone da far visitare ai diplomatici europei. Per circa 4 milioni di persone si confermò invece un futuro di stenti, ai margini delle città, spesso costretti a lavorare in condizioni di semi schiavitù. Tutto risolto. L’Europa aveva meno ospiti indesiderati e la Turchia manodopera a basso costo. Mesi prima (novembre 2015) un tentativo simile era stato fatto con i paesi africani e in particolare con la Libia, durante un vertice euro africano a Malta. Ma l’Europa non era disponibile ad allargare i cordoni della borsa, poche briciole, e gli stati africani non potevano ne accettare ne rispettare le condizioni proposte – frontiere militarizzate, centri di detenzione a iosa ecc. – e l’incontro si concluse con un fallimento vero e proprio.

Nell’autunno del 2016 il governo italiano iniziò complesse trattative che portarono alla firma, il 3 febbraio 2017 del Memorandum of Understanding fra il nostro governo e quello di Sarraj che allora controllava almeno la regione della Tripolitania. Si donarono ai libici motovedette, anche con equipaggi misti, per sorvegliare quelle che erano le acque internazionali di una zona SAR (Search and Rescue) da affidare ai libici, si fecero corsi di formazione per i militari, si finanziarono di fatto i progetti che portarono all’ampliamento dei centri di detenzione per migranti. A indossare le divise e a poter agire impunemente erano e sono gli stessi trafficanti che avevano ottenuto così anche un impiego ed un ruolo ufficiale. Sovente e grazie anche ai riscatti pagati dai familiari dei migranti, i nuovi soldati libici, lasciavano partire gommoni verso l’Italia carichi di disperati. Una parte affondarono, un’altra venne soccorsa da navi commerciali, motovedette italiane, ong e le persone vennero tratte in salvo, molti altri vennero ripresi dagli stessi libici, riportati nei centri di detenzione e sottoposti a nuovi abusi.
Il meccanismo è andato in crisi alla fine del 2019 a causa delle mire espansioniste di Erdogan. Ad ottobre, l’invasione nel nord est della Siria, oltre a distruggere l’unica realtà politica che aveva combattuto l’Isis, ha messo in crisi le diplomazie internazionali. Nessuno ha fermato le milizie turche sia ben chiaro, nonostante i programmi di pulizia etnica che si intende effettuare nei cantoni del Rojava in una fascia di 35 km portando almeno un milione di rifugiati siriani, peraltro originari di altre aree del paese ma di sicura fede sunnita e nonostante gli eccidi delle popolazioni kurde, yazide, turkmene. Ma si è capito che fidarsi di Erdogan non era una buona idea. Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 poi, mentre in Libia lo scontro si faceva più cruento e, al di là delle tante divisioni claniche, religiose e miliziane, si definivano due schieramenti, quello di Sarraj e quello, dell’est del Paese, la Cirenaica, guidato dal generale Kalifah Haftar.
Gli Usa erano nel pieno del proprio programma isolazionista, l’Ue si perdeva in improbabili e fallimentari conferenze di pace che si risolvevano in un nulla di fatto e, mentre Russia, con Egitto e EAU, si schieravano con Haftar, la Turchia, inviava mercenari siriani e propri ufficiali a sostenere Sarraj.

Oggi, in poche settimane, l’ennesimo cambiamento. In Libia sembra essersi trovato un accordo che ha portato Abdul Hamid Dbeibah, a divenire nuovo premier del Governo di unità nazionale (Gnu), col compito di traghettare il Paese fino alle elezioni del 24 dicembre.
Sono passati pochi giorni dal giuramento definitivo fatto a Tobruk in Cirenaica, ed è ripresa l’attività delle diplomazie europee. Si sono riaperte ambasciate (quella italiana non era mai stata chiusa) e il primo ministro Mario Draghi si è prontamente recato a visitare il suo omologo per riottenere un ruolo privilegiato nelle relazioni con la Libia. I giornali, nell’evocare il passato comune fra i due paesi, hanno omesso non casualmente 90 anni di crimini coloniali, ma esistono due ragioni per cui Draghi ha deciso di anticipare tutte e che poco hanno sia di storico che di affettivo. Intanto poter giocare un ruolo determinante nelle commesse per la ricostruzione del paese, infrastrutture, l’aeroporto di Tripoli, strade, fare investimenti di cui entrambe le economie necessitano. Per l’ENI la Libia ha un’importanza strategica e i pozzi non possono rischiare di finire in mano turca.

Uno dei problemi seri per il nuovo governo libico è infatti quello della presenza del territorio di troppe milizie mercenarie, al soldo della Turchia da una parte e della Russia dall’altra, di cui è difficile disfarsi e che rappresentano anche un piede nel paese.
L’Italia, ma anche altri paesi UE intendono sostituirsi nell’egemonia sul paese chiedendo poi che vengano continuati gli impegni per fermare i migranti. Con il cinismo del banchiere Draghi ha infatti ringraziato il governo libico per i “salvataggi effettuati in mare delle tante persone che cercavano la fuga” (omettendo il fatto che la loro cattura, che avviene anche con la complicità di Italia e Malta, riporta chi scappa in veri e propri campi di concentramento. Nessuna discontinuità in tal senso, a parte la solita raccomandazione sul “rispetto dei diritti umani”. Del resto a breve si voteranno nuovi finanziamenti per le missioni che permettono di foraggiare il governo libico nel perseguire questi scopi e lo stesso memorandum del 2017, rinnovato a febbraio del 2020 non sarà intaccato.

Ora c’è da fare però i conti con la Turchia, tornata all’attenzione per aver tolto la ratifica alla Convenzione di Istanbul (ironia della sorte) che condanna le violenze sulle donne. Per Erdogan la convenzione mina l’unità familiare. Le destre europee plaudono.

La condanna verbale non è mancata ma immediatamente il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si sono recati da Erdogan, non certo per chiedergli di tornare sui suoi passi ma per trovare un accordo. Altri finanziamenti per sostenere la Turchia nello sforzo di fermare ed accogliere i profughi, ovvero per impedire loro di lasciare il Paese.
Un modo per ripagarlo dello smacco libico? Forse in parte.
Ma il dittatore turco sa di avere il coltello dalla parte del manico. Ovviamente non rifiuta ma, sin dal primo incontro ha umiliato letteralmente i leader europei.
Nella sala c’erano solo una sedia per lui e una per il presidente Michel. La presidente della Commissione si è dovuta accomodare su un divanetto a tre metri di distanza, in disparte, come, secondo Erdogan, deve fare una donna.

Ma altri soldi e altre risorse andranno nelle casse del governo turco, utilizzati poi per continuare le pratiche di violenza contro le popolazioni kurde e delle altre minoranze, per continuare a mettere in galera il dissenso politico e intellettuale, per sciogliere i partiti scomodi ed eliminare gli avversari.

Esattamente come 5 anni fa le pedine tornano al loro posto, le tante vittime purtroppo no.

  1. https://transform-italia.it/18-marzo-2016-cinque-anni-di-crimini/.[]
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Risorse Proprie: approvate tre Risoluzioni
Le “politiche” che cambiano

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