Sergio Dalmasso ci propone un nuovo testo per proseguire la ricostruzione della storia di Rifondazione Comunista dal 2011 al 2025. Un lavoro che aveva già prodotto due testi precedenti, il secondo dei quali fatto coincidere con la chiusura del quotidiano “Liberazione”. In questo modo ha messo a disposizione molti elementi di fatto sulla base dei quali poter tentare un’interpretazione complessiva dell’evoluzione e poi della crisi del progetto di Rifondazione Comunista ed anche della divaricazione in corso tra strategie radicalmente diverse.
L’ultimo testo, che si intitola “La traversata del deserto”, presenta inevitabilmente qualche limite in più di quelli precedenti, per altro onestamente confessati dall’autore. L’assenza del quotidiano ha disperso i documenti e i testi necessari a ricostruire i dibattiti interni e le prese di posizione pubbliche e per questo la stessa narrazione, per quanto scrupolosa, rischia di essere parziale e frammentaria. Si aggiunga poi l’inevitabile difficoltà di fare storiografia su vicende ancora in corso e di cui non si conosce e non si può prevedere l’esito. In più chi scrive (vale per Dalmasso come per l’autore di queste righe) è stato anche parte del dibattito interno ed è quindi più difficile quel distanziamento che sarebbe richiesto allo storico. Va riconosciuto però all’autore uno sforzo di corretta rappresentazione delle diverse posizioni che si sono via via fronteggiate in un partito che ha avuto sempre un altro tasso di conflittualità interna. Le mie riflessioni sviluppate dal suo testo saranno inevitabilmente più di parte.
Più che una recensione puntuale del testo proverò a formulare qualche ipotesi interpretativa a partire da una ridefinizione della periodizzazione della vicenda del PRC in questo arco di tempo. Mi sembra utile farlo per evitare un appiattimento sulla cronaca che produce la sensazione di un perenne girare in tondo e ripresentarsi degli stessi problemi e degli stessi dibattiti.
Mi sentirei di suddividere la vicenda di Rifondazione a partire dal 2008 in tre periodi, che non coincidono del tutto con la periodizzazione dei libri di Dalmasso. A me pare che si possa introdurre la seguente suddivisione che consente sia di cogliere i momenti di svolta o comunque di mutamento di indirizzo del partito che rendere possibile un bilancio delle diverse scelte strategiche.
I periodi che propongo sono i seguenti: 2008-2013, 2014-2018, 2019-2025. In questo arco di tempo porrei l’attenzione soprattutto su tre temi: il primo è la ricerca del soggetto unitario e plurale della sinistra, il secondo è il rapporto di alleanza e conflitto con il centrosinistra e il terzo, che non riguarda la strategia ma l’identità politica del partito, la relazione con la tradizione comunista italiana, interpretata soprattutto ma non esclusivamente dal PCI.
Il 2008 è l’anno del Congresso di Chianciano nel quale avviene uno scontro che da strategico diventa identitario e porta alla spaccatura a metà del partito. La componente che fa capo a Nichi Vendola propone la partecipazione di Rifondazione ad una riorganizzazione della sinistra che prosegue in qualche misura l’esperienza pur elettoralmente negativa della Sinistra Arcobaleno. Ottiene la maggioranza relativa ma non riesce a prevalere al congresso dove si crea una convergenza tra le altre mozioni in nome del rifiuto della “liquidazione” del PRC. Una confluenza tra tendenze per altro molto eterogenee. La dimensione identitaria assunta dallo scontro e la conseguente contrapposizione frontale produce, quasi inevitabilmente, una scissione da cui emergono due formazioni di dimensioni pressoché equivalenti. Entrambe saranno attraversate da divisioni e abbandoni. La coalizione che prevale al congresso andrà progressivamente sfaldandosi, tant’è che a distanza di quasi vent’anni molti dei suoi componenti hanno abbandonato il partito, sia in forma organizzata che individualmente.
Sulle due questioni strategiche che hanno un ruolo centrale nel percorso del PRC la maggioranza di Chianciano mantiene il progetto di costruzione del soggetto unitario e plurale garantendone forma federativa che eviti lo scioglimento del partito, mentre più articolata è la questione del rapporto con il centrosinistra.
Nelle elezioni europee successive alla divisione di Chianciano, le due liste contrapposte ottengono un risultato analogo di poco superiore al 3% con un leggera prevalenza della lista anticapitalista animata dal PRC. Questo risultato indica che l’area elettorale di sinistra radicale, nonostante la debacle della Sinistra Arcobaleno, non si è affatto dissolta. Con il 6,5% complessivo recupera le dimensioni che aveva avuto prima delle elezioni del 2008. Se si considerano anche i dati delle elezioni amministrative svoltesi in coincidenza con le elezioni politiche, risulta evidente che la sconfitta della Sinistra Arcobaleno era dovuta solo in parte ad una protesta di elettori verso sinistra e verso l’astensione, che pure ci furono, quanto alla scelta di votare il PD di Veltroni in funzione di alternativa alla destra. Una valutazione in gran parte errata della sconfitta del 2008 come reazione elettorale alla partecipazione della sinistra radicale al governo ha fortemente condizionato le scelte successive.
Dalmasso ricostruisce la vicenda della Federazione della Sinistra, il primo tentativo, dopo Chianciano, di interpretare la costruzione del soggetto unitario e plurale e ne ripercorre il fallimento. Dal punto di vista elettorale i risultati non sono completamente negativi, anzi, questa aggregazione tende ad assestarsi attorno al 4% in ripresa anche rispetto al dato delle europee del 2009. Nelle regionali del 2010 la presentazione è differenziata da regione a regione con una prevalenza di convergenze con le coalizioni di centro-sinistra.
Nella crisi del governo Berlusconi la FdS si attesta sulla linea del “fronte democratico”, una proposta approvata dal congresso di Rifondazione della fine del 2011. Il rapporto col PD resta differenziato sulla base del contesto politico. A livello nazionale si propone una convergenza elettorale utile a sconfiggere le destre, senza costruire un’alleanza politica e programmatica organica, mentre a livello locale si lascia alla valutazione di merito delle diverse organizzazioni. Nonostante questa impostazione la Federazione della Sinistra si divide nel 2012. Richiamando le vicende di quella fase nella presentazione del libro di Dalmasso, l’allora segretario Ferrero ha affermato che la spinta per riaprire il confronto con il PD veniva da Diliberto ma che, da parte sua, pur essendo contrario non se la sentì di chiedere un referendum che, riconosce oggi, avrebbe portato ad una spaccatura. Fu “timido” anche perché era ancora vicina la divisione verticale di Chianciano. Ritiene che questo sia stato il suo unico vero errore benché nessuno glielo abbia mai rimproverato.
In ogni caso la costruzione del “fronte democratico” fu la linea ufficiale di Rifondazione sancita da un Congresso. Nelle elezioni politiche del 2013 si creò una nuova aggregazione, più eterogenea di quella anticapitalista e prevalentemente comunista del 2009, nella quale l’elemento politico comune era l’opposizione al governo Monti. Nacque Rivoluzione Civile che era caratterizzata, ricorda Dalmasso, dalla scelta di mettere “ai primi posti delle liste esponenti di quella Società civile che si vuole contrapporre al ceto politico e che debbono rappresentare istanze di movimento, associazioni, superamento della supremazia del partito”.
Dalla sconfitta netta di Rivoluzione Civile, Rifondazione Comunista trae, come conseguenza strategica sancita dal congresso che si tiene successivamente, l’impossibilità di qualsiasi alleanza con il centrosinistra e con il PD. È qui che si può collocare una svolta anche rispetto all’impostazione di Chianciano 2008 e l’avvio di una nuova fase.
La ricerca del soggetto unitario continua anche in questo periodo con interlocutori diversi sia dalla lista anticapitalista che da Rivoluzione Civile e si incarna in due tentativi. Il primo si traduce nella lista dell’Altra Europa che riesce, per poco, a superare lo sbarramento del 4% e ad eleggere tre europarlamentari. Questa aggregazione vede la presenza di SEL (pur divisa nella scelta) ma non dei comunisti italiani. Il ruolo di promotori viene affidato ad un gruppo di intellettuali, alcuni dei quali apertamente ostili al ruolo dei partiti.
L’Altra Europa non riesce a consolidarsi, ma l’anno successivo si apre un nuovo tentativo di costruzione del “soggetto unitario”. Nasce quello che la stampa chiama il “tavolo rosso” e che include anche gruppi di fuoriusciti dal PD che, con l’arrivo di Renzi alla leadership, aveva spostato decisamente a destra il suo asse politico in linea con la “terza via” blairiana.
Dalmasso non dedica molto spazio a questo tentativo che invece meriterebbe maggiore attenzione. Rifondazione propone la costruzione di un “soggetto politico di sinistra, antiliberista, che si ponga l’obiettivo di costruire una alternativa di governo nel paese ed in Europa”. Non viene utilizzato il termine “anticapitalista” e si definisce il nuovo soggetto come uno “spazio pubblico” che non si basa più su una forma federativa ma sull’adesione individuale (una testa e un voto) che si definisca sul “terreno politico-programmatico e non ideologico-identitario”. Si tratta per molti versi di una formazione che ha molte caratteristiche di un vero e proprio “partito politico” pur non richiedendo lo scioglimento dei soggetti collettivi che ne fanno parte.
Alla fine il processo fallisce sulla natura del nuovo soggetto, tra chi punta a dar vita ad un vero partito politico e chi invece, come il PRC, si rifiuta. Da parte sua SEL ingloba alcuni gruppi usciti dal PD e si trasforma in Sinistra Italiana.
Nella costruzione dei diversi percorsi unitari non cambiano solo gli interlocutori ma cambia anche la natura del soggetto stesso che oscilla tra anticapitalista e antiliberista e tra la forma federativa e “una testa, un voto”. In questo caso non è il rapporto con il PD a determinare la rottura.
Il 2018 rappresenta a mio parere un altro elemento di cesura per Rifondazione. A partire dall’assemblea del Brancaccio si avvia un percorso che darà vita a LeU, una coalizione che ingloba una nuova componente di fuoriusciti dal PD, tra cui figure storiche come Bersani e D’Alema. Rifondazione contesta la presenza di leader politici troppo caratterizzati dalla loro adesione a politiche liberiste e di guerra, considerando la rottura con Renzi tardiva e insufficiente. Saltata la prospettiva del Brancaccio, a prendere l’iniziativa è il centro sociale napoletano “Je’ so’ pazzo” con una nuova assemblea nazionale aperta. Rifondazione aderisce a questo percorso dal quale nasce Potere al Popolo. In una riflessione successiva, l’attuale segretario di Rifondazione, Maurizio Acerbo, ritiene che la scelta di non aderire a LeU, per quanto comprensibile possa essere stata un errore.
La confluenza in Potere al Popolo, un soggetto che deve essere considerato, secondo i criteri dei politologi, più di “estrema sinistra” che di “sinistra radicale”, rappresenta effettivamente un momento di rottura rispetto alla storia e all’identità di Rifondazione Comunista che nasce principalmente dal rifiuto della liquidazione della tradizione comunista italiana, nelle sue diverse interpretazioni, e con la confluenza di quella parte della nuova sinistra che aveva nei confronti del PCI un rapporto critico ma non di ostilità radicale. Il profilo politico e ideologico di PaP, confermato dall’evoluzione successiva, è molto lontano da quel “soggetto politico di sinistra, antiliberista” che si era proposto nel 2015.
La rottura di Rifondazione con le componenti che poi manterranno in vita PaP avviene sullo Statuto. Un dilemma che si è eternamente riproposto nella costruzione dei diversi “soggetti unitari e plurali” ruota attorno alla cessione di sovranità del partito. Se la forma federativa inizialmente perseguita sembrava quella che più garantiva il ruolo dei soggetti partecipanti, l’introduzione del principio di “una testa, un voto” ha notevolmente complicato la definizione del confine tra partito e soggetto unitario.
Questa contraddizione si è resa ancora più evidente con la proposta di statuto di Unione Popolare. Questa formazione che voleva essere di lunga durata politica e non solo elettorale, si basava in gran parte sulle forze che avevano dato vita al primo Potere al Popolo con l’aggiunta di un gruppo di fuoriusciti dai 5 Stelle e la figura mediaticamente importante dell’ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Si poteva pensare che la sua presenza richiamata nel simbolo potesse intercettare una quota di elettori delusi dai 5 Stelle soprattutto al sud, ma questo non accadde. Unione Popolare si definisce, seppur embrionalmente, dall’idea di una formulazione populista di sinistra. Ipotesi che lo stesso PaP tenderà a superare con la crescita dell’influenza della Rete dei Comunisti.
La divisione in Rifondazione se proseguire o meno l’esperienza di Unione Popolare è diventato l’altro elemento di cesura nella vicenda del partito. La contrapposizione interna nasce in realtà prima del penultimo congresso che si presentava come unitario. È nell’aprile del 2021 che esce pubblicamente la notizia della volontà di una parte del gruppo dirigente, tra cui l’ex segretario, di utilizzare il successivo congresso per sostituire Acerbo (la notizia è data da un ex iscritto al PRC, evidentemente ben informato, sul suo profilo Facebook). L’operazione che per lunghi mesi non è motivata da differenze di linea politica, viene riportata da Dalmasso. Le differenze politiche tendono a radicalizzarsi attorno all’approvazione o meno di una proposta di statuto di Unione Popolare che, secondo una parte del partito (incluso chi scrive), sposterebbe in modo decisivo il centro delle decisioni politiche, dal PRC al nuovo soggetto, capovolgendo la stessa pur risicata maggioranza di Rifondazione. Inoltre mentre il PRC decide di partecipare alla lista “Pace, Terra e Dignità” promossa da Michele Santoro, PaP vi si oppone. La minoranza di Rifondazione privilegia il rapporto con quest’ultima per mantenere in vita Unione Popolare.
A partire da questi eventi si apre quindi una fase nuova che vede contrapporsi al Congresso linee nettamente diverse sulle due questioni strategiche fondamentali che attraversano tutto il ventennio qui solo accennato e che Dalmasso in due libri ricostruisce ampiamente (e al quale ovviamente non voglio attribuire i miei giudizi). Rifiuto di ogni convergenza elettorale in qualsiasi forma e anche a livello locale con il centro-sinistra e prosecuzione della ricerca del soggetto unitario e plurale (pur senza chiarirne troppo il profilo) da un lato, disponibilità ad un accordo di “fronte costituzionale” nelle elezioni politiche del 2027 per battere le destra e di intese a livello locale dove ne esistano le condizioni e recupero della piena autonomia del partito, accantonando, almeno per una fase, la ricerca del soggetto unitario.
Dal Congresso che ha visto prevalere, seppur di poco questa seconda posizione, è emersa una situazione molto complicata dato che, di fatto, una parte della minoranza non ne ha riconosciuto l’esito e ha dato vita ad un “partito parallelo” che persegue la propria politica a prescindere dalle decisioni degli organismi dirigenti.
Si è aperto un nuovo difficile capitolo dal quale Rifondazione può tornare ad essere una forza politica in grado di influire sui destini dell’Italia o confluire in una nuova, probabilmente l’ultima, aggregazione di estrema sinistra dal profilo al momento indefinibile, dato che vi sono già diverse iniziative in concorrenza tra loro per occupare questo spazio. Forse lo sapremo prima di leggere il prossimo libro di Sergio Dalmasso che ce lo racconti.
Franco Ferrari
4 Commenti. Nuovo commento
Ringrazio Ferrari. Condivido anche la sottolineatura di alcuni limiti. Sulla scarsa attenzione ai processi “unitari” pre- 2018, confesso la scarsità di materiale e la mancanza di risposte a sollecitazioni più volte inviate ai protagonisti.
In una fase politica segnata da una trasformazione profonda degli equilibri istituzionali e sociali, nella quale la destra governa con una capacità di radicamento che non può essere considerata episodica e nella quale il quadro costituzionale viene messo sotto pressione da riforme che alterano la natura stessa della democrazia parlamentare, diventa necessario interrogarsi con lucidità sulla funzione che un partito comunista può e deve svolgere. Non è sufficiente richiamarsi all’autonomia come valore astratto, né è sufficiente difendere un’identità come se fosse un bene da custodire in un museo. L’autonomia ha senso solo se si radica nella realtà concreta dei territori, se si misura con le contraddizioni che emergono nei luoghi in cui viviamo e se diventa strumento per interpretare e trasformare ciò che accade intorno a noi. Un’autonomia che non produce utilità sociale rischia di trasformarsi in autoreferenzialità e di allontanarci proprio da quei soggetti che dovremmo rappresentare. La crisi sociale che attraversa il Paese non è più un fenomeno congiunturale ma una condizione permanente che investe il lavoro, i servizi, la sanità, la scuola, i trasporti, la qualità della vita nei quartieri e nei territori marginalizzati. In questo contesto un partito che si limita a difendere la propria identità senza interrogarsi sulla propria funzione rischia di diventare un luogo di testimonianza incapace di incidere. La radicalità non può essere un valore assoluto, così come non lo possono essere le convergenze. Entrambe hanno senso solo se rispondono alla funzione che un partito comunista deve svolgere nella fase storica che attraversiamo. Se la radicalità non parla ai ceti popolari, se non intercetta il disagio, se non costruisce conflitto dove serve, rischia di diventare un esercizio estetico. Se le convergenze non servono a difendere la Costituzione, a impedire la deriva autoritaria, a ricostruire partecipazione, rischiano di essere percepite come opportunistiche. La bussola non può essere il dogma, ma la funzione. Di converso esistono momenti nei quali la radicalità intercetta bisogni reali, dà voce a un disagio che non trova rappresentanza altrove, apre spazi di conflitto necessari e legittimi. Tuttavia la capacità politica non consiste nell’immaginare che l’innalzamento del livello dello scontro sia di per sé sufficiente a modificare i rapporti di forza. La radicalità ha senso quando diventa un punto di partenza per costruire massa critica, non quando si riduce a un gesto isolato che parla solo a chi è già convinto. La massa critica non nasce dall’intensità dello scontro, ma dalla capacità di allargare il campo, di intercettare bisogni e istanze che altri affrontano in modo parziale o distorto, di costruire un terreno comune nel quale il conflitto diventa comprensibile e condivisibile da una parte più ampia della società. Senza questa capacità di allargamento la radicalità rischia di trasformarsi in un linguaggio autoreferenziale che non produce trasformazione ma solo riconoscimento interno. Guardare alla nostra storia recente significa riconoscere che molte delle scelte compiute dal 2008 in poi sono state determinate più dalla necessità di salvaguardare un’identità che dalla capacità di leggere il contesto nazionale. Abbiamo attraversato anni nei quali la difesa del simbolo, della forma organizzativa, della sovranità interna ha prevalso sulla possibilità di costruire percorsi unitari credibili. Abbiamo partecipato a esperienze che si sono infrante sulla paura di perdere controllo e abbiamo rifiutato convergenze che avrebbero potuto aprire spazi di interlocuzione più ampi. Abbiamo confuso l’autonomia con la solitudine e abbiamo finito per parlare più a noi stessi che al Paese. Oggi non possiamo permetterci di ripetere quegli errori. La destra non governa più per alternanza, governa per struttura. Il PD non è più il partito del 2011 e il M5S non è più un soggetto antisistema. La crisi sociale non è più un’eccezione, è diventata la condizione ordinaria di milioni di persone. In questo quadro un partito identitario che guarda solo a sé stesso rischia di non vedere ciò che accade intorno. Per non perdere di vista il contesto nazionale dobbiamo guardare prima di tutto dentro di noi, non per chiuderci, ma per liberarci da ciò che ci impedisce di essere utili. Dobbiamo chiederci se le nostre discussioni interne parlano ancora al Paese o se parlano solo a noi stessi. Dobbiamo chiederci se i nostri strumenti organizzativi sono adeguati alla fase o se rispondono a logiche che appartengono a un’altra epoca. Dobbiamo chiederci se la nostra identità è una risorsa per la società o se è diventata un feticcio che ci impedisce di muoverci. Dobbiamo chiederci se la nostra autonomia è una scelta politica o una forma di isolamento. Dobbiamo chiederci se la nostra radicalità è una forza o un alibi. In questo senso i congressi non sono un rito, non sono un momento per contarsi, non sono un’occasione per ripetere formule. I congressi servono a leggere la fase, a capire dove sta andando il Paese, a posizionare il partito in modo utile, a ridefinire la nostra funzione nella società. Se un congresso non fa questo, non serve. Se un partito non usa il congresso per leggere la fase, non sta facendo politica, sta amministrando sé stesso. La postura che dobbiamo assumere è quindi una postura che tiene insieme autonomia e utilità, radicalità e funzione, identità e apertura. Una postura che non rinuncia alla nostra storia, ma che non la usa come scudo. Una postura che non teme le convergenze quando sono necessarie e che non teme la radicalità quando è giusta. Una postura che guarda alla città, al Paese, ai bisogni reali, e che si misura con essi senza paura di cambiare ciò che deve essere cambiato. Solo così il nostro partito può tornare a essere uno strumento vivo, riconoscibile, utile. Solo così possiamo evitare che l’identità diventi un recinto e che l’autonomia diventi solitudine. Solo così possiamo essere all’altezza della fase che stiamo attraversando e contribuire a costruire un’alternativa credibile alla destra che governa e alla passività che si diffonde. Solo così possiamo restituire alla politica il suo senso più profondo, che non è la conservazione di sé, ma la trasformazione della realtà.
L’idea di un fronte costituzionale e antifascista trova una sua piena legittimità teorica quando viene letta alla luce delle dinamiche che attraversano oggi l’area progressista, perché emerge con chiarezza che la frammentazione, la competizione interna e la ricerca di equilibri tattici non sono più in grado di offrire una risposta adeguata alla crisi democratica e sociale in corso. La richiesta che proviene da una parte significativa dell’elettorato non è quella di assistere a confronti personalistici o a meccanismi competitivi interni, ma quella di vedere costruita una direzione comune, capace di superare la logica della sommatoria e di dare forma a un progetto riconoscibile, radicato e coerente. In questo senso, il fronte costituzionale non si presenta come un’alleanza di necessità, ma come un percorso politico che assume la Costituzione come fondamento materiale e non come semplice riferimento simbolico, e che individua nell’antifascismo non un richiamo rituale, ma una cultura democratica che orienta le scelte sociali, economiche e istituzionali. La costruzione di un fronte di questo tipo richiede un metodo che non si limiti a mettere insieme posizioni differenti per ragioni contingenti, ma che favorisca un confronto reale, capace di generare una sintesi nuova e non una mediazione priva di identità. La forza di un fronte costituzionale risiede nella capacità di elaborare una visione condivisa che non cancelli le differenze, ma le ricomponga dentro una cornice comune, riconoscendo che la pluralità delle culture politiche può diventare una risorsa se inserita in un processo che valorizza il contributo di ciascuna senza disperderne il significato. È un approccio che rifiuta la logica del compromesso al ribasso e che punta invece a costruire un nucleo programmatico solido, capace di affrontare le questioni strutturali che attraversano la società contemporanea. In questa prospettiva, il fronte costituzionale si fonda sull’idea che la democrazia non possa essere ridotta a un insieme di procedure, ma debba essere sostenuta da condizioni materiali che garantiscano diritti, uguaglianza e accesso ai servizi essenziali. La difesa e l’attuazione della Costituzione diventano così il terreno su cui ricostruire un patto sociale che rimetta al centro il lavoro dignitoso, la qualità dei servizi pubblici, la tutela dei beni comuni e il contrasto alle forme di concentrazione economica che minano la coesione sociale e la stessa tenuta delle istituzioni democratiche. Il fronte antifascista assume quindi una dimensione concreta, perché si misura con le trasformazioni del capitalismo contemporaneo, con l’indebolimento dei diritti, con la precarizzazione del lavoro e con la crescente distanza tra cittadini e istituzioni. Un fronte di questo tipo non può nascere dalla ricerca immediata di una leadership, perché la guida di un processo politico è credibile solo quando è il risultato di una sintesi condivisa e non il punto di partenza di una competizione interna. La leadership, in questo quadro, non è un obiettivo da conquistare, ma l’esito naturale di un percorso che ha saputo costruire un orientamento comune e una visione riconoscibile. È un modo di intendere la politica che privilegia la costruzione collettiva rispetto alla personalizzazione, e che riconosce che la forza di un fronte sta nella sua capacità di parlare con una voce unitaria senza rinunciare alla complessità delle sue componenti. Il fronte costituzionale e antifascista, letto in questa chiave, non rappresenta un ritorno a formule del passato, ma una risposta necessaria alle sfide del presente. È un progetto che mira a ricostruire un orizzonte democratico fondato sulla giustizia sociale, sulla partecipazione e sulla difesa dei diritti, e che riconosce nella Costituzione non un limite, ma una risorsa per immaginare un modello di società più equo e più inclusivo. La sua forza non risiede nella retorica, ma nella capacità di proporre un metodo e una visione che restituiscano senso alla politica come strumento di trasformazione collettiva.
In questa fase politica, segnata da un sistema elettorale che continua a premiare la capacità di coalizione e a penalizzare la frammentazione, la questione decisiva non riguarda soltanto la qualità dei progetti che la sinistra può elaborare, ma la loro efficacia nel contesto reale in cui devono operare. La priorità, oggi, è impedire che la destra consolidi un nuovo ciclo di governo, perché ogni volta che ciò accade si produce un arretramento materiale e democratico che richiede anni per essere recuperato. Questa constatazione non nasce da un riflesso moderato, ma dalla consapevolezza che la tenuta stessa della democrazia costituzionale dipende dalla capacità di costruire un’alternativa credibile, capace di parlare al Paese e di incidere sui rapporti di forza. In questo quadro, un progetto di sinistra che si limiti a rappresentare sé stesso, pur con coerenza e radicalità, rischia di trasformarsi in un esercizio identitario che non modifica la realtà. Un soggetto che si attesta su percentuali marginali, anche se animato dalle migliori intenzioni e sostenuto da un impianto teorico solido, non è in grado di condizionare né la coalizione che governa né quella che aspira a governare. Non riesce a impedire la vittoria della destra, non riesce a orientare il campo progressista, non riesce a recuperare l’astensionismo, non riesce a parlare ai settori popolari che chiedono soluzioni concrete e non simboli. La radicalità, se non si traduce in capacità di incidere, resta confinata nella testimonianza, e la testimonianza, in un contesto come quello attuale, non basta. L’astensionismo non si recupera con la purezza identitaria, ma con la percezione che esista un progetto capace di migliorare la vita delle persone e di farlo in un quadro politico che può effettivamente vincere. Le persone che non votano non sono indifferenti: sono deluse, sfiduciate, convinte che la politica non abbia più la forza di cambiare nulla. Per riportarle al voto serve una proposta che sia radicale nei contenuti sociali, inclusiva nella capacità di parlare a chi oggi è fuori da tutto e credibile nella possibilità di affermarsi. Se manca anche uno solo di questi elementi, la distanza tra politica e società non si riduce. Per questo l’autonomia della sinistra non deve essere intesa come isolamento, ma come capacità di contribuire alla costruzione di un fronte democratico che difenda la Costituzione, i diritti, il lavoro, i servizi pubblici, l’ambiente e la coesione sociale. Un fronte che non sia un cartello elettorale, ma un metodo politico fondato sulla ricomposizione delle culture progressiste dentro una cornice comune. La Costituzione, in questa prospettiva, non è un richiamo retorico, ma il terreno materiale su cui ricostruire un patto sociale capace di restituire senso alla politica come strumento di trasformazione collettiva. L’autonomia necessaria oggi non è quella che si ritrae, ma quella che spinge fino al punto massimo possibile dentro un fronte democratico, contribuendo a definirne l’identità e la direzione. Non si tratta di rinunciare alla radicalità, ma di darle una funzione. Non si tratta di attenuare il conflitto sociale, ma di collocarlo dentro una strategia che permetta di incidere sugli equilibri di governo. Non si tratta di abbandonare la critica al neoliberismo, ma di trasformarla in un progetto capace di parlare al Paese reale. La strategia che il contesto impone non contesta il fine della trasformazione sociale, né la necessità di un progetto di classe, né la critica alle compatibilità che hanno impoverito il lavoro e indebolito i diritti. Contesta la strada che, in questa fase, rischia di trasformare l’autonomia in isolamento e l’identità in irrilevanza. La sfida non è scegliere tra autonomia e fronte democratico, ma costruire un’autonomia che sia forza propulsiva dentro un fronte più ampio, capace di battere la destra e di riaprire uno spazio di possibilità per la trasformazione. La sinistra deve essere autonoma, ma un’autonomia che incide, non che si separa; che costruisce ponti, non che erige muri; che contribuisce alla vittoria, non che osserva la sconfitta; che radica la radicalità nella società, non nella sola rappresentazione di sé. Solo così si può ricostruire un orizzonte democratico comune e restituire alla politica la sua funzione più alta: cambiare la realtà, non limitarsi a descriverla.