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Rifondazione: il deserto e la bussola

di Franco
Ferrari

Sergio Dalmasso ci propone un nuovo testo per proseguire la ricostruzione della storia di Rifondazione Comunista dal 2011 al 2025. Un lavoro che aveva già prodotto due testi precedenti, il secondo dei quali fatto coincidere con la chiusura del quotidiano “Liberazione”. In questo modo ha messo a disposizione molti elementi di fatto sulla base dei quali poter tentare un’interpretazione complessiva dell’evoluzione e poi della crisi del progetto di Rifondazione Comunista ed anche della divaricazione in corso tra strategie radicalmente diverse.
L’ultimo testo, che si intitola “La traversata del deserto”, presenta inevitabilmente qualche limite in più di quelli precedenti, per altro onestamente confessati dall’autore. L’assenza del quotidiano ha disperso i documenti e i testi necessari a ricostruire i dibattiti interni e le prese di posizione pubbliche e per questo la stessa narrazione, per quanto scrupolosa, rischia di essere parziale e frammentaria. Si aggiunga poi l’inevitabile difficoltà di fare storiografia su vicende ancora in corso e di cui non si conosce e non si può prevedere l’esito. In più chi scrive (vale per Dalmasso come per l’autore di queste righe) è stato anche parte del dibattito interno ed è quindi più difficile quel distanziamento che sarebbe richiesto allo storico. Va riconosciuto però all’autore uno sforzo di corretta rappresentazione delle diverse posizioni che si sono via via fronteggiate in un partito che ha avuto sempre un altro tasso di conflittualità interna. Le mie riflessioni sviluppate dal suo testo saranno inevitabilmente più di parte.
Più che una recensione puntuale del testo proverò a formulare qualche ipotesi interpretativa a partire da una ridefinizione della periodizzazione della vicenda del PRC in questo arco di tempo. Mi sembra utile farlo per evitare un appiattimento sulla cronaca che produce la sensazione di un perenne girare in tondo e ripresentarsi degli stessi problemi e degli stessi dibattiti.

Mi sentirei di suddividere la vicenda di Rifondazione a partire dal 2008 in tre periodi, che non coincidono del tutto con la periodizzazione dei libri di Dalmasso. A me pare che si possa introdurre la seguente suddivisione che consente sia di cogliere i momenti di svolta o comunque di mutamento di indirizzo del partito che rendere possibile un bilancio delle diverse scelte strategiche.
I periodi che propongo sono i seguenti: 2008-2013, 2014-2018, 2019-2025. In questo arco di tempo porrei l’attenzione soprattutto su tre temi: il primo è la ricerca del soggetto unitario e plurale della sinistra, il secondo è il rapporto di alleanza e conflitto con il centrosinistra e il terzo, che non riguarda la strategia ma l’identità politica del partito, la relazione con la tradizione comunista italiana, interpretata soprattutto ma non esclusivamente dal PCI.
Il 2008 è l’anno del Congresso di Chianciano nel quale avviene uno scontro che da strategico diventa identitario e porta alla spaccatura a metà del partito. La componente che fa capo a Nichi Vendola propone la partecipazione di Rifondazione ad una riorganizzazione della sinistra che prosegue in qualche misura l’esperienza pur elettoralmente negativa della Sinistra Arcobaleno. Ottiene la maggioranza relativa ma non riesce a prevalere al congresso dove si crea una convergenza tra le altre mozioni in nome del rifiuto della “liquidazione” del PRC. Una confluenza tra tendenze per altro molto eterogenee. La dimensione identitaria assunta dallo scontro e la conseguente contrapposizione frontale produce, quasi inevitabilmente, una scissione da cui emergono due formazioni di dimensioni pressoché equivalenti. Entrambe saranno attraversate da divisioni e abbandoni. La coalizione che prevale al congresso andrà progressivamente sfaldandosi, tant’è che a distanza di quasi vent’anni molti dei suoi componenti hanno abbandonato il partito, sia in forma organizzata che individualmente.
Sulle due questioni strategiche che hanno un ruolo centrale nel percorso del PRC la maggioranza di Chianciano mantiene il progetto di costruzione del soggetto unitario e plurale garantendone forma federativa che eviti lo scioglimento del partito, mentre più articolata è la questione del rapporto con il centrosinistra.
Nelle elezioni europee successive alla divisione di Chianciano, le due liste contrapposte ottengono un risultato analogo di poco superiore al 3% con un leggera prevalenza della lista anticapitalista animata dal PRC. Questo risultato indica che l’area elettorale di sinistra radicale, nonostante la debacle della Sinistra Arcobaleno, non si è affatto dissolta. Con il 6,5% complessivo recupera le dimensioni che aveva avuto prima delle elezioni del 2008. Se si considerano anche i dati delle elezioni amministrative svoltesi in coincidenza con le elezioni politiche, risulta evidente che la sconfitta della Sinistra Arcobaleno era dovuta solo in parte ad una protesta di elettori verso sinistra e verso l’astensione, che pure ci furono, quanto alla scelta di votare il PD di Veltroni in funzione di alternativa alla destra. Una valutazione in gran parte errata della sconfitta del 2008 come reazione elettorale alla partecipazione della sinistra radicale al governo ha fortemente condizionato le scelte successive.
Dalmasso ricostruisce la vicenda della Federazione della Sinistra, il primo tentativo, dopo Chianciano, di interpretare la costruzione del soggetto unitario e plurale e ne ripercorre il fallimento. Dal punto di vista elettorale i risultati non sono completamente negativi, anzi, questa aggregazione tende ad assestarsi attorno al 4% in ripresa anche rispetto al dato delle europee del 2009. Nelle regionali del 2010 la presentazione è differenziata da regione a regione con una prevalenza di convergenze con le coalizioni di centro-sinistra.
Nella crisi del governo Berlusconi la FdS si attesta sulla linea del “fronte democratico”, una proposta approvata dal congresso di Rifondazione della fine del 2011. Il rapporto col PD resta differenziato sulla base del contesto politico. A livello nazionale si propone una convergenza elettorale utile a sconfiggere le destre, senza costruire un’alleanza politica e programmatica organica, mentre a livello locale si lascia alla valutazione di merito delle diverse organizzazioni. Nonostante questa impostazione la Federazione della Sinistra si divide nel 2012. Richiamando le vicende di quella fase nella presentazione del libro di Dalmasso, l’allora segretario Ferrero ha affermato che la spinta per riaprire il confronto con il PD veniva da Diliberto ma che, da parte sua, pur essendo contrario non se la sentì di chiedere un referendum che, riconosce oggi, avrebbe portato ad una spaccatura. Fu “timido” anche perché era ancora vicina la divisione verticale di Chianciano. Ritiene che questo sia stato il suo unico vero errore benché nessuno glielo abbia mai rimproverato.
In ogni caso la costruzione del “fronte democratico” fu la linea ufficiale di Rifondazione sancita da un Congresso. Nelle elezioni politiche del 2013 si creò una nuova aggregazione, più eterogenea di quella anticapitalista e prevalentemente comunista del 2009, nella quale l’elemento politico comune era l’opposizione al governo Monti. Nacque Rivoluzione Civile che era caratterizzata, ricorda Dalmasso, dalla scelta di mettere “ai primi posti delle liste esponenti di quella Società civile che si vuole contrapporre al ceto politico e che debbono rappresentare istanze di movimento, associazioni, superamento della supremazia del partito”.
Dalla sconfitta netta di Rivoluzione Civile, Rifondazione Comunista trae, come conseguenza strategica sancita dal congresso che si tiene successivamente, l’impossibilità di qualsiasi alleanza con il centrosinistra e con il PD. È  qui che si può collocare una svolta anche rispetto all’impostazione di Chianciano 2008 e l’avvio di una nuova fase.
La ricerca del soggetto unitario continua anche in questo periodo con interlocutori diversi sia dalla lista anticapitalista che da Rivoluzione Civile e si incarna in due tentativi. Il primo si traduce nella lista dell’Altra Europa che riesce, per poco, a superare lo sbarramento del 4% e ad eleggere tre europarlamentari. Questa aggregazione vede la presenza di SEL (pur divisa nella scelta) ma non dei comunisti italiani. Il ruolo di promotori viene affidato ad un gruppo di intellettuali, alcuni dei quali apertamente ostili al ruolo dei partiti.
L’Altra Europa non riesce a consolidarsi, ma l’anno successivo si apre un nuovo tentativo di costruzione del “soggetto unitario”. Nasce quello che la stampa chiama il “tavolo rosso” e che include anche gruppi di fuoriusciti dal PD che, con l’arrivo di Renzi alla leadership, aveva spostato decisamente a destra il suo asse politico in linea con la “terza via” blairiana.
Dalmasso non dedica molto spazio a questo tentativo che invece meriterebbe maggiore attenzione. Rifondazione propone la costruzione di un “soggetto politico di sinistra, antiliberista, che si ponga l’obiettivo di costruire una alternativa di governo nel paese ed in Europa”. Non viene utilizzato il termine “anticapitalista” e si definisce il nuovo soggetto come uno “spazio pubblico” che non si basa più su una forma federativa ma sull’adesione individuale (una testa e un voto) che si definisca sul “terreno politico-programmatico e non ideologico-identitario”. Si tratta per molti versi di una formazione che ha molte caratteristiche di un vero e proprio “partito politico” pur non richiedendo lo scioglimento dei soggetti collettivi che ne fanno parte.
Alla fine il processo fallisce sulla natura del nuovo soggetto, tra chi punta a dar vita ad un vero partito politico e chi invece, come il PRC, si rifiuta. Da parte sua SEL ingloba alcuni gruppi usciti dal PD e si trasforma in Sinistra Italiana.
Nella costruzione dei diversi percorsi unitari non cambiano solo gli interlocutori ma cambia anche la natura del soggetto stesso che oscilla tra anticapitalista e antiliberista e tra la forma federativa e “una testa, un voto”. In questo caso non è il rapporto con il PD a determinare la rottura.
Il 2018 rappresenta a mio parere un altro elemento di cesura per Rifondazione. A partire dall’assemblea del Brancaccio si avvia un percorso che darà vita a LeU, una coalizione che ingloba una nuova componente di fuoriusciti dal PD, tra cui figure storiche come Bersani e D’Alema. Rifondazione contesta la presenza di leader politici troppo caratterizzati dalla loro adesione a politiche liberiste e di guerra, considerando la rottura con Renzi tardiva e insufficiente. Saltata la prospettiva del Brancaccio, a prendere l’iniziativa è il centro sociale napoletano “Je’ so’ pazzo” con una nuova assemblea nazionale aperta. Rifondazione aderisce a questo percorso dal quale nasce Potere al Popolo. In una riflessione successiva, l’attuale segretario di Rifondazione, Maurizio Acerbo, ritiene che la scelta di non aderire a LeU, per quanto comprensibile possa essere stata un errore.
La confluenza in Potere al Popolo, un soggetto che deve essere considerato, secondo i criteri dei politologi, più di “estrema sinistra” che di “sinistra radicale”, rappresenta effettivamente un momento di rottura rispetto alla storia e all’identità di Rifondazione Comunista che nasce principalmente dal rifiuto della liquidazione della tradizione comunista italiana, nelle sue diverse interpretazioni, e con la confluenza di quella parte della nuova sinistra che aveva nei confronti del PCI un rapporto critico ma non di ostilità radicale. Il profilo politico e ideologico di PaP, confermato dall’evoluzione successiva, è molto lontano da quel “soggetto politico di sinistra, antiliberista” che si era proposto nel 2015.
La rottura di Rifondazione con le componenti che poi manterranno in vita PaP avviene sullo Statuto. Un dilemma che si è eternamente riproposto nella costruzione dei diversi “soggetti unitari e plurali” ruota attorno alla cessione di sovranità del partito. Se la forma federativa inizialmente perseguita sembrava quella che più garantiva il ruolo dei soggetti partecipanti, l’introduzione del principio di “una testa, un voto” ha notevolmente complicato la definizione del confine tra partito e soggetto unitario.
Questa contraddizione si è resa ancora più evidente con la proposta di statuto di Unione Popolare. Questa formazione che voleva essere di lunga durata politica e non solo elettorale, si basava in gran parte sulle forze che avevano dato vita al primo Potere al Popolo con l’aggiunta di un gruppo di fuoriusciti dai 5 Stelle e la figura mediaticamente importante dell’ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Si poteva pensare che la sua presenza richiamata nel simbolo potesse intercettare una quota di elettori delusi dai 5 Stelle soprattutto al sud, ma questo non accadde. Unione Popolare si definisce, seppur embrionalmente, dall’idea di una formulazione populista di sinistra. Ipotesi che lo stesso PaP tenderà a superare con la crescita dell’influenza della Rete dei Comunisti.
La divisione in Rifondazione se proseguire o meno l’esperienza di Unione Popolare è diventato l’altro elemento di cesura nella vicenda del partito. La contrapposizione interna nasce in realtà prima del penultimo congresso che si presentava come unitario. È nell’aprile del 2021 che esce pubblicamente la notizia della volontà di una parte del gruppo dirigente, tra cui l’ex segretario, di utilizzare il successivo congresso per sostituire Acerbo (la notizia è data da un ex iscritto al PRC, evidentemente ben informato, sul suo profilo Facebook). L’operazione che per lunghi mesi non è motivata da differenze di linea politica, viene riportata da Dalmasso. Le differenze politiche tendono a radicalizzarsi attorno all’approvazione o meno di una proposta di statuto di Unione Popolare che, secondo una parte del partito (incluso chi scrive), sposterebbe in modo decisivo il centro delle decisioni politiche, dal PRC al nuovo soggetto, capovolgendo la stessa pur risicata maggioranza di Rifondazione. Inoltre mentre il PRC decide di partecipare alla lista “Pace, Terra e Dignità” promossa da Michele Santoro, PaP vi si oppone. La minoranza di Rifondazione privilegia il rapporto con quest’ultima per mantenere in vita Unione Popolare.
A partire da questi eventi si apre quindi una fase nuova che vede contrapporsi al Congresso linee nettamente diverse sulle due questioni strategiche fondamentali che attraversano tutto il ventennio qui solo accennato e che Dalmasso in due libri ricostruisce ampiamente (e al quale ovviamente non voglio attribuire i miei giudizi). Rifiuto di ogni convergenza elettorale in qualsiasi forma e anche a livello locale con il centro-sinistra e prosecuzione della ricerca del soggetto unitario e plurale (pur senza chiarirne troppo il profilo) da un lato, disponibilità ad un accordo di “fronte costituzionale” nelle elezioni politiche del 2027 per battere le destra e di intese a livello locale dove ne esistano le condizioni e recupero della piena autonomia del partito, accantonando, almeno per una fase, la ricerca del soggetto unitario.
Dal Congresso che ha visto prevalere, seppur di poco questa seconda posizione, è emersa una situazione molto complicata dato che, di fatto, una parte della minoranza non ne ha riconosciuto l’esito e ha dato vita ad un “partito parallelo” che persegue la propria politica a prescindere dalle decisioni degli organismi dirigenti.
Si è aperto un nuovo difficile capitolo dal quale Rifondazione può tornare ad essere una forza politica in grado di influire sui destini dell’Italia o confluire in una nuova, probabilmente l’ultima, aggregazione di estrema sinistra dal profilo al momento indefinibile, dato che vi sono già diverse iniziative in concorrenza tra loro per occupare questo spazio. Forse lo sapremo prima di leggere il prossimo libro di Sergio Dalmasso che ce lo racconti.

Franco Ferrari

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