Nella primavera del 2027, i paesi dell’Europa mediterranea – Italia, Spagna, Francia e Grecia – andranno alle elezioni.
Il vecchio continente è stretto in una morsa: a est, il nazionalismo russo e quello ucraino, che si sommano ai nazionalismi di vecchia data – polacco, magiaro, ceco e slovacco, rumeno e bulgaro – tutti sgorgati dalla dissoluzione degli antichi imperi, tiepidi ma ancora vivi; a sud, la Turchia, partner nell’alleanza atlantica, in mano a un despota, e il cosiddetto “medio oriente”, dove svetta il nazionalismo sionista – tutto diverso da quelli europei, ma forse non più di tanto, perché nazista nella pratica – accanto alle monarchie “assolute” dei vari paesi arabi, nati anch’essi dalla dissoluzione degli imperi britannico e francese; oltre Atlantico, la cricca guerrafondaia trumpista, malata d’imperialismo “d’antan”. In mezzo, la vecchia Europa senza direzione, mentre in più di un paese monta un’onda nera e i razzisti si preparano a dare il colpo di grazia in Germania e nel Regno Unito.
Nei paesi mediterranei dobbiamo attenderci la possibile affermazione delle destre fasciste, nazionaliste o semplicemente neoliberiste – a meno di un’imprevista azione politica, di uno “scatto”, di cui la sinistra esistente è con ogni evidenza incapace.
Purtroppo, per come si sta svolgendo il gioco e per i contendenti che vi si confrontano, la più cupa delle prospettive appare inevitabile: riarmo accelerato (per giunta su base nazionale, non europea), guerra, dilagare delle aggressioni razziste, deportazioni, stagnazione, inasprimento delle condizioni sociali.
Se è vero che questo appare inevitabile, allora dobbiamo occuparci di creare qualcosa di assolutamente nuovo. Ovvero, ridefinire il campo, modificarne il perimetro, non accettare che il gioco sia quello che vogliono che giochiamo, confondere le identità: come dice Franco Berardi, adottare una pragmatica paradossale. La “ristrutturazione del campo” deve consistere nel cambiamento delle premesse e del significato che attribuiamo alle parole, nella delineazione di una cornice imprevista per l’azione, che permetta di uscire dalla trappola costituita dalle regole stabilite e dagli scenari disegnati e apparentemente “inevitabili”.
Per questo alcuni di noi stanno lavorando a creare una rete del dissenso: per dare voce, visibilità, amplificare l’azione di chi dissente e creativamente propone alternative.
Come fare? Proviamo a trasferire il metodo della pragmatica paradossale alla prospettiva specifica della primavera elettorale in cui una destra razzista e guerrafondaia, repressiva e autoritaria si prepara a prendersi tutto il continente e a liquidare definitivamente ogni speranza di una vita tollerabile.
Per il bene della democrazia e della società tutta intera dovremmo avere il coraggio di dare vita a una forma inedita di fronte elettorale d’emergenza che denunci senza più giri di parole la guerra, il riarmo, il razzismo, l’autoritarismo e lo sfruttamento. Ovvero, chi come noi si rivolge alla sinistra esistente e ai sedicenti progressisti – il cosiddetto “campo largo”, un nome che pare non voler avere nessun colore politico – dovrebbe dire loro: serve un colpo d’ala, un salto di qualità. Si è parlato di “fronte antifascista”: non basta, deve essere qualcosa di più.
La sinistra esistente, particolarmente in Italia, ha contribuito alla catastrofe in corso: ha favorito la privatizzazione dello Stato e dei servizi pubblici, la frammentazione del mercato del lavoro e la diffusione del precariato; ha consegnato i migranti ai campi di concentramento libici e autorizzato la clandestinità del lavoro migrante; ha appoggiato politiche di guerra ed è stata silente sul sionismo genocidario (salvo, ora, plaudire timidamente alla Flottiglia per Gaza). Perché si dovrebbe votare per gente come Marco Minniti, un aguzzino democratico che propone le stesse politiche di Matteo Salvini?
Potremmo dire che la sinistra esistente ha perso ogni credibilità e non è riformabile. Oppure che quella è acqua passata: affrontiamo la nuova stagione. Non importa cosa avete combinato in trent’anni – buona parte passati al governo – perché ora dobbiamo andare avanti ed evitare il peggio. Perché ormai, dobbiamo rendercene conto, siamo in una fase radicalmente nuova che richiede azioni e forme politiche diverse da quelle che la sinistra esistente ha concepito finora (i cui stessi partiti andrebbero rivoltati da capo a piedi). E anche noi, dobbiamo contribuire a questa invenzione del nuovo.
Il problema non è congiunturale, ma strutturale: la sinistra poteva vincere quando esistevano le condizioni per l’unità dei lavoratori, grazie ad una certa omogeneità di classe, e un reale movimento operaio. La globalizzazione neoliberista e l’Europa di Maastricht hanno distrutto per sempre questa possibilità, con l’assenso della sinistra: la liberalizzazione del mercato del lavoro ha introdotto la competizione tra lavoratori e la frammentazione della classe, togliendo al lavoro ogni forza contrattuale, disperdendo il movimento operaio; l’immigrazione è stata usata dal capitale per fare di quella frammentazione del lavoro un cuneo contro i lavoratori stessi. Lavoro sfruttato e de-regolato contro lavoro strutturato; lavoro in condizioni infime contro lavoro protetto. In più, al capitale è stata data mano libera per agire indisturbato a livello sovra-nazionale, mentre ai governi nazionali sono state legate le mani per controllarlo.
Il lavoro immigrato – in teoria osteggiato ma in realtà ben voluto dal capitale – ha consentito un abbassamento del salario, e la stratificazione etnica, linguistica, culturale della forza lavoro ha accentuato la frammentazione e anche la divisione interna al mondo del lavoro. Resa possibile dalla contrattazione introdotta in nome della flessibilità per favorire il capitale.
La sinistra esistente è stata partecipe di questo progetto, credendo nella addomesticabilità del capitalismo, rinunciando ad ogni progetto alternativo. Non ha più ambito al “superamento del capitalismo”, accettandone i prerequisiti. Ma il capitalismo si è dimostrato più estrattivo e predatorio di sempre. E le classi subalterne e del lavoro salariato hanno dovuto cedere diritti acquisiti e conquiste, schiacciate dal capitale.
La questione sociale, certo, non è affatto scomparsa, ma non essendoci più lotta di classe, non riesce a farsi conflitto. E non è più quello il terreno in cui, ad oggi, sia possibile mobilitare energie solidali.
È però emersa un’altra questione, che potremmo chiamare la questione della vita o della morte. Ed è su questo che possiamo pensare di disegnare nuove linee discriminanti, di elaborare programmi ben più radicali e mobilitanti di quelli della sinistra esistente. Oggi ci troviamo a contrapporre vita e morte perché sono questi gli orizzonti che ci stanno davanti: l’ambiente è questione di vita o di morte; il possesso e lo scambio delle risorse sono questione di vita o di morte; la vivibilità di una società che ammetta la convivenza e la coesistenza è una questione di vita o di morte.
La destra sta vincendo tutto perché propone una mitologia fondata sull’identità, la proprietà, la competizione, la nazione. E usa il consenso delle masse – generato dalla paura di perdere privilegi miseri (nell’illusione di un benessere diffuso per tutti) – per favorire il potere dell’élite più cleptocratica, plutocratica e suprematista di sempre.
I miti non si smontano con la ragione critica, ma solo con miti alternativi, diversi: miti gentili contro quelli aggressivi, miti sensuali contro quelli rancorosi. Miti paradossali contro la banalità del male.
Quel che occorre, quindi, è un programma che proponga nuovi orizzonti altrettanto mitici: un limite all’orario di lavoro settimanale di trentasei ore con penalità per le aziende che non lo rispettano (più tempo di vita); aumenti salariali uguali per tutti (benessere diffuso); azzeramento della spesa militare (basta guerre); penalizzazione economica per chi produce e diffonde plastica e emette CO2 (salviamo il pianeta); regolarizzazione di cinquecentomila migranti (no alla Fortezza Europa); sanità e istruzione gratuite (sogniamo ancora il socialismo). Questi devono essere i nostri obiettivi mitici: liberare i tempi di vita; redistribuire risorse; ridare dignità a tutti e a chi è parte della società; abolire la clandestinità sociale.
In Spagna si è fatto molto in quella direzione, e l’economia spagnola è l’unica in Europa che possa vantare una crescita economica soddisfacente e uno stop al peggioramento delle condizioni di vita per la maggioranza. Eppure, secondo i sondaggi, anche in Spagna la destra ha buone probabilità di vincere le elezioni della primavera del 2027.
Oggi, ci sentiamo forti di un largo consenso contro la disgregazione, le disuguaglianze, le torsioni autoritarie, il riarmo che sottrae risorse alla spesa sociale, il colonialismo genocidario perpetrato con la nostra complicità. Ma percepiamo tutti la debolezza della sinistra esistente. Non solo perché ha sposato per troppo tempo il verbo neoliberista, ma perché, anche quando lo ha messo in discussione, lo ha fatto con ragionevolezza e senza convinzione. Di fronte alla follia suprematista, elitista, bellicista non si può essere ragionevoli. È sul terreno della follia che occorre misurarsi, denunciandola.
Il neoliberismo ha lasciato (prevedibilmente) il posto all’aggressività razzista e suprematista – non riuscendo e non potendo rispondere ai bisogni di masse che aveva illuso – e ora coltiva il pugno forte come risposta ad una presunta inefficienza del sistema. Malcelando l’autoritarismo di cui necessita con spinte populiste identitarie, securitarie, “protettive”.
La sinistra ha tentato di resistere all’onda nera adottando un tono moderato, ragionevole, informato, “realistico”, dopo avere appoggiato per trent’anni le devastanti politiche neoliberiste. Usando toni catastrofici, invece, la destra ha aizzato sentimenti profondi, verso scelte che aggravano la situazione e avvicinano l’apocalisse, col risultato di poter accentuare ulteriormente i toni e di rilanciare misure sempre più devastanti (come sulla necessità di difendersi, sull’ambiente, sull’invasione degli immigrati). Le profezie catastrofiste si autorealizzano e autorizzano politiche sempre più squilibranti.
La sinistra esistente, invece, ha sempre mantenuto un messaggio raziocinante, insipido, incapace di far presa sull’inconscio collettivo sovreccitato da una destra imbelle. L’inconscio non riconosce i mezzi toni. La sinistra non osa dire la verità sul collasso climatico, si limita a suggerire misure che poi vengono sempre rinviate perché ci sono cose più urgenti. Più urgente di ogni altra cosa è la guerra, cui dobbiamo opporci. E la sinistra si guarda bene dal denunciare l’incombente pericolo di una precipitazione apocalittica della guerra in Europa, per non spaventare le folle.
Ma le folle sono spaventate perché ci pensa la destra a esasperare i toni, e perché in ogni caso tutti capiamo che il pericolo di una catastrofe militare ambientale e sociale si sta accentuando ogni giorno di più.
Pedro Sanchez è l’unico leader europeo che sia riuscito fino a questo momento a contenere il dilagare dell’aggressività fascistoide. Ha saputo farlo con decisioni coraggiose sull’economia, sull’immigrazione, e soprattutto contro la guerra e il sionismo. Sia pure nell’isolamento ha saputo mantenere la posizione forse perché, la Spagna è il paese culturalmente più aperto, più ricco e anche meno depresso d’Europa. Ma ora c’è il rischio che a causa del suo isolamento perfino la sinistra spagnola perda il governo.
Dobbiamo far emergere una cultura che affermi che stiamo andando verso l’apocalisse e che dobbiamo contrastare questa marcia inesorabile. È l’ultima speranza, l’ultima possibilità di sfuggire all’apocalisse.
Occorre il coraggio di presentare agli elettori una descrizione realistica di quello che aspetta gli europei nei prossimi anni, schiacciati come sono nella morsa che dicevamo sopra. Ad esempio, dobbiamo uscire dal finto dilemma di dover scegliere tra la volontà russa di raffermare il proprio ruolo di potenza e l’aggressività imperialista americana che, dopo avere usato l’Ucraina per i suoi scopi, fomentandone il nazionalismo nazistoide, per estendere il proprio dominio imperiale, ora abbandona tanto l’Ucraina che l’Europa, senza disinnescare la miccia che può fare esplodere una polveriera nucleare su scala continentale.
Occorre avere il coraggio di descrivere le conseguenze sociali che sta provocando la guerra scriteriata voluta dalla “coalizione Epstein” sionista-americana: peggioramento dei mercati energetici, smantellamento di interi settori dell’industria europea e del welfare, riaffermazione militare della Germania e prospettive di collasso economico per l’intera Europa, contro il suo potenziale ruolo di ponte con la Russia e i paesi BRICS.
Soprattutto, occorre il coraggio di lanciare quel programma enunciato sopra che il “realismo” dominante ci vuol fare credere inverosimile. Poiché la realtà contemporanea è inverosimile, solo l’inverosimiglianza potrà catturare l’inconscio che oscilla tra panico e depressione.
Un programma “folle”, certo. Ma sono dieci anni che assistiamo alla vittoria di programmi folli, al trionfo di squilibrati che conquistano gli elettori mostrando una motosega e dichiarando che la useranno contro di loro. Sono dieci anni che assistiamo all’ascesa di forze belliciste che esasperano la paura e l’odio. E sono anni che chi si oppone alla narrazione dominante viene emarginato, tacitato, escluso.
Solo chi avrà il coraggio di opporre alla paura e all’odio un discorso di radicalismo pacifista, solo chi opporrà la cospirazione del bene al delirio violento, solo chi prometterà una riconquista dei livelli di vita e di salario che gli operai ottennero cinquant’anni fa e che il tradimento della sinistra ha liquidato – solo chi avrà il coraggio di alzare la voce – non in nome della ragionevolezza ma della vita – avrà qualche possibilità di fermare la corsa verso il baratro.
Rivendichiamo le mitologie buone che abbiamo coltivato a lungo, sognato perfino, della società di eguali, della condivisione, della felicità delle persone miti. Perché non è vero che “non ce n’è per tutti”: contro una società dove a prosperare sono solo le élite, contro il popolo schiavo, vogliamo una società alla portata di tutti. E se queste appaiono come banalità scolastiche, va detto che alle banalità cattive dei razzisti vogliamo opporre le banalità buone di chi preferisce la pace alla guerra e la vita alla morte.
Vogliamo un programma folle, inverosimile. Facciamo sentire le nostre mille voci diverse. Perché ci sia quel colpo d’ala che ci prevenga dal precipitare nell’apocalisse.
Pier Giorgio Ardeni