Che l’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas sia di grande importanza è fuori di dubbio perché schiera la Chiesa cattolica contro il potere dell’Artificial Intelligence sulle persone e sulla società nel suo complesso, contro i signori della guerra dunque contro Trump, Putin e Netanyahu, per la pace e i diritti umani universali, per ‘rimanere umani’ in tempi di barbarie belliche; per questo la valutazione politica non può che essere positiva. Tuttavia, può una valutazione politica dar luogo ad analoga positiva valutazione culturale, e soprattutto può essa giustificare addirittura una convergenza tra cultura cattolica e cultura di una sinistra anticapitalista? Io credo di no, e mi accingo ad argomentare perché non si possono sovrapporre i due piani: una convergenza politica può sussistere anche sulla base di differenze culturali e di progetto sociale.
Premetto che non mi occuperò di questioni teologiche relative ai misteri della fede, in quanto i misteri possono essere solamente enunciati e creduti, certo non oggetto di argomentazione razionale o ragionevole.
Il primo, piuttosto ampio, capitolo è dedicato a un excursus storico sulla Dottrina sociale della Chiesa per metterne in luce ‘il carattere dinamico’ e per evidenziare l’ormai acquisita distinzione tra ambito religioso e ambito civile, secondo gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, per cui la vicinanza della Chiesa alle questioni sociali “non nasce dall’intento di supplire alle istituzioni, né tantomeno da una critica implicita al loro operato, ma dalla carità evangelica che la spinge ad accostarsi alle ferite dell’umanità nei momenti in cui esse si manifestano con maggiore gravità. Quando interviene, lo fa imitando il buon Samaritano, con discrezione e prossimità, consapevole che ciò che nasce da una necessità immediata non può trasformarsi in norma, né sostituire le responsabilità istituzionali proprie della comunità civile” (punto 21). Al punto 24 si evidenzia che la Chiesa s’incultura – come si usa dire in gergo ecclesiale ‒ attraverso il coinvolgimento nell’evoluzione storica, immergendosi nelle vicende umane e alimentando un dialogo tra Vangelo e saperi umani, da cui scaturisce la sua Dottrina sociale, che si evolve sempre però al fine di sostenere i deboli, i poveri, gli emarginati, gli scartati (vedi punto 24). Leone XIV traccia una storia della Dottrina sociale piuttosto addomesticata per non dire manipolata, sostenendo che la Chiesa deve essere guidata dalla ricerca della verità senza rimpiangere i tempi in cui la sua presenza era fondata su forme di potere (vedi punto 25). Dal punto 28 all’89 vengono esaminati lo sviluppo e le attuali acquisizioni della Dottrina sociale, tessendo un unico filo che dalla Rerum novarum di Leone XIII giunge fino alle encicliche di papa Francesco, Fratelli tutti e Laudato sì. I principi di fondo ormai consolidati sono la solidarietà con i poveri contro la cultura dello scarto, la sussidiarietà per esaltare i corpi intermedi e la loro funzione sociale e democratica, il bene comune quale guida dell’operare istituzionale e politico. La domanda che i redattori di Transform, nei loro articoli, non si sono è posti è: può la Dottrina della Chiesa essere una risposta alle disuguaglianze, alle povertà, allo sfruttamento operaio, al potere dei padroni nelle aziende, alla violenza bellica delle oligarchie politiche ed economiche? Tali questioni vengono assolutamente disconosciute da papa Prevost e nell’enciclica propone un generico appello ad alleviare le sofferenze, senza analizzare i meccanismi del potere economico e politico e le cause dei ‘mali sociali’, delle ‘ferite dell’umanità’. L’enciclica di Leone XIV tace su tutto questo, anzi avalla una continuità nell’evoluzione della Dottrina sociale che perfino un teologo ed economista come Luigino Bruni ha implicitamente contestato. Infatti nell’enciclica Magnifica Humanitas si esalta la Rerum novarum, che rimane un faro, mentre l’economista-teologo sull’Avvenire del 25 gennaio 2026, dunque addirittura prima della sua pubblicazione, metteva in guardia dal rifarsi a Leone XIII perché guidato da una visione organicistica e gerarchica della società, offrendo come progetto di rinnovamento la proposta delle corporazioni, insomma il ritorno a un sistema premoderno. Nel complesso, sostiene Bruni, “ciò che scrive Leone [XIII] era espressione della teologia della controriforma, lo spirito cattolico del suo tempo” (p. 15). Inoltre, e qui non lo seguo più, i cattolici oggi mettono in discussione i “diritti di proprietà del capitalismo”; infatti, secondo Bruni i cattolici metterebbero in discussione il capitalismo con i suoi diritti di proprietà; sicuramente ci sono cattolici che come lui sono animati da spirito anticapitalistico, certo non la Chiesa come dimostra questa recente enciclica che nulla dice dei rapporti sociali, delle relazioni di potere tra chi decide le scelte di produzione e comanda nelle aziende e chi è costretto a subirle e ad obbedire. Infatti si afferma nella Magnifica Humanitas: “Esiste un diritto alla proprietà privata che ha il suo senso e la sua funzione propria, ma sempre subordinato alla destinazione universale dei beni. Secondo Giovanni Paolo II, tale subordinazione è la regola d’oro del comportamento sociale e il ‘primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale’. La tradizione della Chiesa ha visto nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune. Poiché ‘la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata’, la sua funzione sociale non deve essere considerata una mera opinione teologica, ma una dottrina certa della Chiesa, già presente nelle Sacre Scritture e nei Padri. Per questo, Papa Francesco ha ricordato che la solidarietà, vissuta in profondità, significa anche «restituire al povero quello che gli corrisponde” (punto 66).
Nella Magnifica Humanitas non si va oltre la raccomandazione della carità, del sollievo da apportare a chi soffre i ‘mali sociali’, sulle cui cause non ci si interroga mai.
No, forse una causa viene evocata in un qualche modo nel capitolo terzo, dove si parla di tecnica e il suo dominio, specificamente si parla del paradigma tecnocratico e del potere digitale, riprendendo le denunce di papa Francesco (richiamato al punto 43).
Potrei citare numerosissimi passaggi sui ‘centri di potere tecnologico’ (punto 115) mi limito a riportarne due:
“Nell’Enciclica Laudato si’ Papa Francesco denunciava la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato: la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche. Così appare con più evidenza che la tecnica non è un semplice strumento e che, quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante” (punto 92).
“Questo paradigma si è esteso rapidamente negli ultimi anni, anche per effetto della diffusione dell’intelligenza artificiale, delle scienze cognitive, della nanotecnologia, della robotica e della biotecnologia. Di per sé, tali innovazioni possono diventare un grande aiuto per lo sviluppo umano integrale e per la cura della Casa comune. Ma, proprio per il loro potere, possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico. Più potente non significa necessariamente migliore. In questo senso, rimangono attuali le parole di Romano Guardini: ‘L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza’” (punto 93).
Ho evidenziato in corsivo le espressioni più significative per richiamare l’attenzione in particolare sulle affermazioni che la tecnica e la tecnologia di per sé sarebbero le cause dei ‘mali sociali’, delle ‘ferite dell’umanità’; faccio notare che si cita sì il profitto, il quale non è il criterio guida individuato invece nella tecnica. Questa diviene un’entità astratta, assolutamente fantasmagorica, e per darle consistenza materiale basta l’ovvia domanda: questa tecnica è azionata da chi? Chi la controlla? Chi dispone dei mezzi economici per finanziarla? Da chi e da dove provengono questi apparati tecnici che sovrastano con la loro potenza gli esseri umani? Da chi sono gestiti questi centri tecnocratici? La risposta a queste e ad altre simili è semplice: sono i capitalisti a mettere in moto ricerca scientifica e mezzi economico-finanziari per realizzare la strumentazione tecnica, per attuare l’innovazione tecnologica. Chi comanda sono persone in carne ed ossa attraverso fondazioni, imprese quotate in borsa, holding finanziarie, sono Bezos, Musk, Thiel, Zuckerberg, Gates con il supporto degli investitori (banche e finanza). Il volto demoniaco del potere è ben noto: non esiste la tecnica, la tecnologia, l’AI che dominano, sono i capitalisti a dominare e lo fanno proprio attraverso la permanente innovazione tecnologica, la loro più potente arma per mantenere il comando nell’economia e per estenderlo oggi nella sfera politica.
Papa Prevost è un agostiniano, di certo guidato da principi democratici e umanitari; tuttavia, queste posizioni culturali – il mondo dominato dal paradigma tecnico, la tecnica come causa della disumanizzazione ‒ ha il suo fondamento nella cultura reazionaria di Nietzsche e Heidegger, transitata poi nella Scuola di Francoforte, in Hanna Arendt e nella filosofia del ‘pensiero debole’. I nomi dei potenti spariscono per fare divenire Soggetto una pura astrazione, la Tecnica. Mi chiedo come si fa a sostenere che tutto questo sarebbe una base di incontro con i ‘marxisti’, quando questa non sarebbe una base d’incontro neppure per uno ‘schumpeteriano’, che ben conosce la dinamica del capitalismo, cioè l’innovazione tecnica. Il capitalismo la Chiesa non lo vuole e non lo può combattere, ci sono stati esponenti della Chiesa che si sono posti l’orizzonte del suo superamento, ma sono stati sempre emarginati e resi inoffensivi. La Chiesa soccorre l’umanità dentro il sistema in cui nei secoli ha vissuto e operato, a volte colludendo, a volte volendone attenuare le più macroscopiche ingiustizie, avendo sempre lo scopo di affermare e far prevalere nella società i propri valori ‒ nel passato la sua fede religiosa oltre ai principi etici, oggi si batte per far prevalere almeno i suoi principi etici. Nel nostro tempo, quello del politeismo dei valori, la Chiesa afferma che esistono ‘valori non negoziabili’ – aborto, eutanasia, omosessualità, matrimonio e famiglia, per esempio ‒, affermarli e difenderli è un suo diritto, ciò che è inammissibile è la sua azione di condizionamento dei poteri pubblici: l’integralismo ha lasciato tracce ben visibili nell’odierno operato della Chiesa.
Un ultimo punto, che ho richiamato all’incontro di transform! del 30 maggio: poiché Magnifica Humanitas, come tutte le precedenti encicliche, non nomina il capitalismo come la fonte dei ‘mali sociali’ e della guerra porta Leone XIV a sostenere che oggi sono le nazioni ad armarsi (punto 193). Questa tesi, che valeva nel Novecento quando le guerre erano condotte per espandere la potenza dello Stato e con essa la potenza dei capitalisti, non è più valida oggi: sono i capitalismi a forgiare i diversi blocchi di paesi armati e per difendere ed espandere la propria potenza scatenano le guerre, al fine di rendere sicuri gli approvvigionamenti delle materie prime, le filiere della produzione, i mercati di sbocco. Se non si nomina il capitalismo, se non si individuano le sue dinamiche e i meccanismi della produzione sociale, l’analisi della società contemporanea si oscura e si perdono le basi per elaborare un progetto ad esso alternativo.
Si può e si deve operare insieme alla Chiesa contro la guerra e per la difesa dei diritti umani, ma se la sinistra perde perfino i propri principi anticapitalisti, allora merita il suo destino di frammentazione in gruppi minoritari destinati solo a continue sconfitte.
Franco Russo