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Riflessioni ferragostane

di Roberto
Rosso

La capacità di analisi del complesso degli articoli, saggi ed interventi che compaiono settimanalmente sul sito di Transform-Italia  durante la settimana come post su Facebook  è indiscutibile, con stili e approcci diversi la complessa e per molti versi drammatica realtà in cui ci muoviamo a tutti livelli dal locale al globale potremmo dire che viene letteralmente vivisezionata, riportando il contributo di altri luoghi del confronto in rete, che a loro volta ospitano contributi che nascono sul sito.

Possiamo prendere come semplice e singolare esempio in particolare articoli comparsi negli ultimi due numeri, i due ultimi contributi di Alessandro Scassellati Il regime della città-vetrina. Governance progressista nelle metropoli italiane1 Povertà dei migranti e ceto medio: le implicazioni politiche dell’estrattivismo sociale2  e di Paola Boffo Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre, dell’intelligenza artificiale e dell’euro digitale3.

Ne ricaviamo uno spaccato della realtà del nostro paese e per alcuni versi della realtà europea e globale nello scritto di Paola Boffo, in cui a partire dal titolo, troviamo un riferimento a quell’intreccio di processi cdi crisi-trasformazione che hanno trovato una denominazione sintetica nel neologismo della policrisi che costituisce il contesto di riferimento nell’elaborazione di chi scrive.

In tutti i contributi in generale possiamo ritrovare la definizione di alternative radicali allo stato di cose analizzato, del resto ripercorrendo numero dopo numero gli articoli della nostra rivista. Si compone un mosaico di proposte che su diversi piani sono accomunate dal loro carattere radicale, potremmo dire sovversivo dello stato di cose presenti. Ogni lettore può ricostruire il proprio mosaico attraverso il percorso di lettura caratterizzato da specifici interessi e quadro di riferimento. Nella redazione di volta di volta la discussione sul numero in uscita riprende i temi di attualità del periodo, problematiche sempre presenti e questioni particolari che i singoli autori propongono. L’organizzazione del numero riflette questa pluralità di punti di vista e di punti di attenzione.

La caratteristica di questa rivista, di questo sito è indubbiamente la sua apertura a una pluralità dei punti di vista anche se l’essere Transform-Europa fondazione della Sinistra Europea, caratterizza ovviamente molti dei suoi interventi senza costituire -a mio parere- una rigida linea editoriale quanto piuttosto un riferimento costante. Esiste nel nostro paese una pluralità di siti e riviste online che compongono un ulteriore mosaico e di una complessità culturale e politica di ordine superiore, laddove i diversi luoghi fanno più o meno riferimento a collettivi politici se non ad organizzazioni e a realtà territoriali caratterizzate da un profilo politico riconoscibili.

Grosso modo nell’ultimo anno il genocidio in corso a Gaza e in Cisgiordania, la guerra russo-ucraina, la corsa agli armamenti, la tendenza autoritaria e reazionaria in atto a livello globale dal Latino-America-agli Usa, all’Europa per restare nel cosiddetto occidente nel nostro paese in particolare hanno portato a momenti di straordinaria mobilitazione con centinaia di miglia di persone in piazza, sia pure con successivi alti e bassi nel livello di mobilitazione. Hanno portato ad una convergenza dei diversi movimenti contro la guerra ed il riarmo, contro l’autoritarismo e la svolta reazionaria da cui il movimento NO KINGS, che si caratterizza per il processo di convergenza senza per questo avere l’esclusiva delle mobilitazioni, permanendo la necessità e la volontà di distinguersi di una parte dei soggetti che su quei temi si mobilitano e scendono in piazza.

In questo contesto che va dai centri di elaborazione ai luoghi della mobilitazione le organizzazioni politiche e partitiche della sinistra sono presenti e talvolta se ne intravede e percepisce la presenza senza per questo costituire la ragion d’essere o la direzione delle mobilitazioni.

La domanda che nasce o per meglio dire si ripropone è quella sulla possibilità di processi di aggregazione più strutturati, in grado non solo di produrre livelli di organizzazione diciamo fluidi, di movimento, ma livelli di organizzazione su terreni di rivendicazione di conflitto sociale determinati, che costituiscono l’agenda di fatto delle lotte, dei conflitti sociali in atto a livello locale e nazionale.

La prossimità delle elezioni politiche rende tutto più complicato e urgente, se ancora ce ne fosse bisogno. È urgente che si manifesti concretamente questa piattaforma rivendicativa che emerge dal tessuto delle mobilitazioni e delle rivendicazioni, delle organizzazioni che le producono che in esse si costruiscono. Una complessità di rivendicazioni, di obiettivi di progetti di riconversione economica e sociale con diversi livelli di radicalità, che comunque al fondo è portatrice di una critica radicale all’attuale organizzazione sociale, dei rapporti sociali di produzione in generale, della realtà del nostro paese in particolare. Fare i conti con la radicalità e la generalità degli obiettivi e dei progetti è urgente e necessario, certo non per una mera diplomazia e mediazione entro i movimenti, ma per produrre una maturazione della cultura, dei livelli di comprensione dei soggetti che praticano e interpretano il conflitto sociale nelle diverse realtà.

La radicalità delle proposte, presenti negli articoli che ho citato, costituisce una sollecitazione nei confronti di qualsiasi soggettività culturale, sociale o politica. Nel momento in cui le proposte vengono prese in considerazione -e già questo costituisce un passaggio non da poco- sollecitano di riconsiderare obiettivi e progetti, poste in gioco dei conflitti, ma soprattutto il nesso con le forme di lotta e di organizzazione, con i processi di ricomposizione sociale e culturale che le possono praticare quali passaggi si richiedono per farle entrare -le proposte, gli obiettivi- entro un orizzonte di concretezza.

Viceversa chi elabora e propone piattaforme, progetti più o meno complessi di trasformazione radicale della realtà economico e sociale ha la responsabilità – in quanto si sporge altri il limite dell’analisi per avventurarsi nello spazio incognito della trasformazione del reale- di proporre quanto meno i preliminari di una pratica conflittuale legata a quegli obiettivi o meglio di individuare i primi passi di quel percorso di ricerca-azione che lega necessariamente progettualità e conflitto. In tempi passato di radicalità diffusa delle pratiche e delle ideologie si parlava di pratica dell’obiettivo, di conquista nella forma di lotta stessa dell’obiettivo, di creazione di un ambito in cui si creavano le condizioni che realizzavano l’obiettivo desiderato. Non si tratta in questi tempi ben più tristi di riproporre percorso così sintetici e raccorciati, semmai si tratta di cogliere quanto nelle elaborazioni culturali, nelle forme di lotte, nella trasformazione delle relazioni entro le comunità che nel conflitto si riconoscono e si costituiscono, emergono quegli obiettivi radicali, quelle forme di organizzazione sociali che sono parte stessa di quella radicalità.

Questa responsabilità è di tutti, implica la rottura di quelle fatture, impossibilità a comunicare realmente, che separano processi di analisi da cui mergono quasi naturalmente obietti e progetti di trasformazione radicale, che in fondo stanno nelle premesse da cui si produce l’analisi. È di tutti in quanto costituisce una maturazione delle realtà, dei luoghi delle soggettività del conflitto, che cercano le condizioni di una vittoria locale nella generalizzazione degli obiettivi e dei fronti di lotta. In quanto è responsabilità di chi lavora alla costruzione di movimenti e mobilitazioni generali e generalizzate, come di chi scende dal terreno dell’analisi a quello della trasformazione concreta a diventare agente di un processo di condivisione di conoscenze, di connessione  dei luoghi dove maturano i bisogni, dove merge la consapevolezza della propria condizione e la spinta a reagire, a lottare a trasformare la passività, la solitudine -spesso competitiva- in solidarietà combattiva realizzando elementi di comunità realmente solidale. In quella condizione si evidenzia l’intersezionalità, come oggi viene chiamata, dei diversi processi di liberazione, che nasce nell’ambito di una comunità attiva, solidale e conflittuale con la propria condizione originaria, come prodotto dell’esplicitarsi di tutte le contraddizioni, dei conflitti repressi di quella condizione.

Nulla è facile, parlavamo di tempi tristi. L’inverno demografico in viviamo, che conosciamo per esperienza diretta, di cui proniamo in nota una sintesi di dati4, è la manifestazione più evidente della nostra condizione attuale. Laddove la condizione economica che affrontano le coppie, le famiglie, la condizione della donna nell’ambito lavorativo, la disponibilità di servizi per l’infanzia, assieme al contesto normativo che delega alla donna la cura dei figli, costituiscono il contesto in cui la decisione di mettere al mondo dei figli è sempre più rimandata nel tempo di vita delle persone e comunque limitata. Se queste sono condizioni materiali esse si integrano in una percezione di sé, dei propri bisogni, del proprio percorso di realizzazione, di percezione del proprio ambito relazionale, di appartenenza o meno ad una comunità solidale o invece ad un campo di competizione, in cui vige una sorta di selezione sociale darwinista.

Nele conclusione del Report Disuguaglianze di genere della School of Gender Economics – Unitelma Sapienza contro la violenza di genere leggiamo.

“Questo report offre un’analisi sistematica dei principali stereotipi di genere che alimentano i
meccanismi di discriminazione femminile. Attraverso la revisione della letteratura e l’elaborazione
di dati empirici raccolti tramite un’indagine su oltre duemila partecipanti, sono emerse
informazioni rilevanti sulle difficoltà che le donne incontrano nella vita professionale e personale,
in larga parte dovute al peso del lavoro di cura non retribuito e alla sua distribuzione
sproporzionata all’interno delle famiglie.
I risultati mostrano una forte correlazione tra le donne di età compresa tra i 25 e i 45 anni e la
sensazione di stanchezza unita alla totale assenza di tempo libero. In questo gruppo, il più
numeroso del campione, più della metà delle donne si assume in via esclusiva i compiti domestici,
mentre quasi il 30% riceve un supporto parziale da parte del partner. Solo una quota minima ha
accesso a un sostegno strutturato retribuito. La scarsità di tempo per sé ha conseguenze
importanti: ostacola la costruzione di una carriera soddisfacente e remunerativa, porta a
trascurare la salute, riduce la partecipazione alla vita sociale e culturale e, nel 70% dei casi, si
traduce in effetti psicologici negativi come stanchezza costante, irritazione e difficoltà a rilassarsi.”

Il contesto poi che viviamo drammaticamente in queste settimane è quella di una crisi climatica che -nelle sue diverse manifestazioni stagionali- porta sofferenze sempre maggiori nella nostra vita quotidiana e ci parla di un futuro sempre più incerto, esasperando le diseguaglianze sociali sino al punto da mettere in gioco la possibilità stessa di sopravvivere, selezionando comunque livelli di sofferenza sempre più acuta.

L’orizzonte della guerra sempre più presente oltre al prestarsi ad analisi razionali cambia radicalmente il sottofondo in gran parte inconscio e rimosso della nostra esistenza, alimenta livelli crescenti di angoscia che per quanto rimossi trovano prima o poi la possibilità di esprimersi informe non controllate e nocive per sé e per gli altri.

Le crisi intrecciate, l’impossibilità di dare una definizione del futuro individuale e collettivo a fronte della crisi climatica e dell’innovazione tecnologico-digitale che entra nelle esistenze individuali e collettive come forza esterna incontrollabile, ebbene tutto questo se per un verso alimentano uno stato di incertezza e di angoscia ben oltre i singoli eventi e le singole circostanze, per un altro richiedono la sperimentazione di nuove forme di coesione e ricomposizione sociale antagoniste a questa condizione generatrice di angoscia e frantumazione delle relazioni umane e dei legami sociali.

Se questa è la condizione tra l’analisi, la mobilitazione e la proposta di obiettivi e progetti radicali sta la ricerca-azione condivisa a tutti i livelli, con responsabilità condivisa a partire dal livello di consapevolezza, dal livello degli strumenti culturali e organizzativi di cui si dispone. Una ricerca-azione in grado di connettere pratiche, analisi, livelli diversi di complessità di pratica e di analisi, di estensione delle pratiche e di organizzazione. Buon lavoro a tutti noi.

Roberto Rosso

  1.   https://transform-italia.it/il-regime-della-citta-vetrina-governance-progressista-nelle-metropoli-italiane/ []
  2. https://transform-italia.it/poverta-dei-migranti-e-ceto-medio-le-implicazioni-politiche-dellestrattivismo-sociale/ []
  3. https://transform-italia.it/un-reddito-di-base-europeo-nellepoca-delle-guerre-dellintelligenza-artificiale-e-delleuro-digitale/  []
  4.   https://www.fnopo.it/notizie/agenas/rapporto-cedap-2025-maternita-sempre-piu-tardiva-calano-i-cesarei-ma-restano-forti-differenze-territoriali   Nel corso del 2025 prosegue il calo delle nascite, in tutte le aree del Paese. Il fenomeno è in larga misura l’effetto
    della modificazione della struttura per età della popolazione femminile ed in parte dipende dalla diminuzione
    della propensione ad avere figli. Le cittadine straniere hanno finora compensato questo squilibrio strutturale;
    negli ultimi anni si nota, tuttavia, una diminuzione della fecondità delle donne straniere. Il tasso di natalità varia
    da 4,1 nati per mille donne in età fertile in Sardegna a 7,7 nella Provincia Autonoma di Trento rispetto ad una
    media nazionale del 6,0. Le Regioni del Centro presentano tutte un tasso di natalità con valori inferiori alla
    media nazionale. Nelle Regioni del Sud, i tassi di natalità più elevati sono quelli di Campania, Calabria e Sicilia
    che presentano valori superiori alla media nazionale.
    La fecondità si mantiene pressoché costante rispetto agli anni precedenti: nel 2025 il numero medio di figli per
    donna è pari a 1,14 (rispetto a 1,35 del 2015). L’uniforme diminuzione sul territorio nazionale è tale che le
    differenze tra le aree geografiche restano invariate. Il Centro ha la fecondità più bassa (1,07 figli per donna),
    seguito dal Nord con 1,15 e del mezzogiorno con 1,16. La Regione con la fecondità più bassa continua ad essere
    la Sardegna che presenta un tasso pari a 0,85; seguono il Molise e il Lazio con un numero medio di figli per
    donna pari, rispettivamente a 1,02 e 1,05. Al Trentino Alto Adige spetta il primato di regione con la fecondità
    più elevata, con un numero medio di figli per donna di 1,40.
    Il tasso di mortalità infantile, che misura la mortalità nel primo anno di vita, è pari nel 2023 a 2,6 bambini ogni
    mille nati vivi. Negli ultimi 10 anni tale tasso ha continuato a diminuire su tutto il territorio italiano, anche se
    negli anni più recenti si assiste ad un rallentamento di questo trend. Permangono, inoltre, notevoli differenze
    territoriali.    []
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