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Quale futuro dal 20 maggio?

di Francesco
Sottile

L’agricoltura può e deve giocare un ruolo significativo nella transizione ecologica per permettere alla nostra generazione di essere ancora in grado di contribuire alla conservazione del pianeta. Da alcune risposte recenti, la politica nazionale ed europea sembra sia in grado di comprendere che non c’è più tempo e che bisogna dare una sferzata importante e definitiva. Ma, non c’è da rilassarsi, perché purtroppo i segnali sul Piano Strategico Nazionale e sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non sono incoraggianti e rassicuranti. La neutralità climatica entro il 2050 auspicata dalla Commissione Europea nel Green Deal è alla nostra portata se la vogliamo, ma per ottenerla bisogna avere un’agricoltura che sia amica dell’ambiente.

Stiamo facendo un lavoro enorme per provare a salvare il mondo degli insetti utili e lo stiamo facendo in moltissimi, in tutta Europa, attraverso una raccolta di firme a sostegno della Iniziativa dei Cittadini Europei “Salviamo Api e Agricoltori!”. Si stanno mobilitando decine di associazioni ambientaliste e di agricoltori sostenibili, centinaia di migliaia di cittadini che hanno deciso di sostenere questa iniziativa, consapevoli del fatto che non c’è agricoltura senza insetti utili, non c’è conservazione ed evoluzione della biodiversità senza l’impollinazione effettuata dagli insetti, e non può esserci un mondo funzionale agli insetti utili senza un’adeguata biodiversità. Il gatto si morde la coda, insetti utili per la biodiversità e biodiversità per gli insetti utili! Per volere delle Nazioni Unite, da diversi anni il 20 maggio è la giornata internazionale delle api.

Nello stesso tempo, il 20 maggio del 2020 la Commissione Europea ha rilasciato le due più citate strategie dell’ultimo decennio, la Farm to Fork e la Biodiversità 2030 facendo sì che il mondo dell’agricoltura europea e della conservazione della biodiversità del nostro straordinario territorio, per l’appunto quello europeo, sia stato colto da un vento positivo, da una prospettiva ambiziosa, ma essenziale per permettere alla nostra generazione di essere ancora in grado di contribuire alla conservazione del pianeta. Un vento di transizione ecologica vera in cui va visto certamente il bicchiere mezzo pieno con ambizioni importanti che danno la sensazione che per una volta la politica sia stata in grado di comprendere che non c’è più tempo e bisogna dare una sferzata importante e definitiva.

E sempre il 20 maggio, ma del 2021, il Parlamento italiano ha fatto un passo significativo, ancorché in parte tardivo, per rimettere al centro dell’agricoltura la sostenibilità, il ruolo dei piccoli agricoltori, il mondo dell’agricoltura familiare e contadina, l’agroecologia, l’agricoltura biologica e biodinamica. È sembrata quasi una forma di rispetto per la giornata internazionale delle api, come a voler sugellare che in mezzo a tante difficoltà politiche e sociali si comprende ancora che l’agricoltura può e deve giocare un ruolo significativo nell’auspicata transizione ecologica.

Il 20 maggio di quest’anno, infatti, la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge sull’agricoltura contadina che restituisce ai contadini, alle famiglie di contadini, alla natura e alle tecniche agroecologiche il senso di un’agricoltura che sta alla base del modello di sviluppo del nostro Paese, che coinvolge migliaia di famiglie e migliaia di ettari distribuiti in tutto il paese. Una legge che prova a ricostruire un legame tra gli ecosistemi produttivi, tra le aree interne e collinari con le aree di pianura sempre sotto la forte pressione di modelli agricoli industriali. Non ci sono stati voti contrari (soltanto un gruppo politico astenuto), quasi a voler sottolineare che la politica italiana, quando vuole, sa riconoscere ancora la natura e le potenzialità, ma anche le grandi fragilità del sistema agricolo italiano e della deriva che lo ha trascinato verso modelli poco sostenibili. La legge adesso passa al Senato dove non ci si aspetta una politica italiana diversa, tranne forse uno, anzi una.

Si, perché sempre il 20 maggio (che data!) il Senato della Repubblica ha svolto l’ultima discussione e votazione su un’altra legge, attesa da oltre due anni. Con un solo voto contrario (e uno astenuto), il Senato ha approvato la legge sull’agricoltura biologica che passa alla Camera per la definitiva approvazione. Un solo voto contrario, un bastian contrario che per quanto isolato ha saputo diventare incredibilmente rumoroso nei giorni a seguire. La Senatrice a vita Elena Cattaneo ha avviato un rumorosissimo movimento di contestazione al provvedimento che 195 suoi colleghi, nel pieno rispetto della democrazia garantita dalla nostra Costituzione, hanno votato dopo due anni tra passaggi di commissioni e d’aula. Un attacco sferrato in aula, prima e dopo il voto, con un preventivo sostegno di alcuni scienziati che hanno tentato di condizionare il voto del Senato con una lettera. Quindi, dopo il voto, un altro attacco sferrato attraverso le più importanti testate italiane, su carta stampata e televisione, prendendo spunto dai riferimenti espliciti della legge all’agricoltura biodinamica che la senatrice ha definito bassa stregoneria legata ad una fantomatica lobby.

Non voglio entrare nel merito della infondatezza delle parole della sen. Cattaneo. Sottolineo invece che è la stessa persona che ha scritto pagine contro l’agricoltura biologica definendola un bluff contro i consumatori, la stessa che ha presentato una mozione in Senato a difesa dell’uso del gliphosate, un erbicida il cui uso indiscriminato, a livello globale, è riconosciuto essere causa di malattie incurabili. Da qui sorge il dubbio di una miopia generalizzata in cui si rischia di coinvolgere l’opinione pubblica creando davvero grande confusione.

Il nostro pianeta ha bisogno di essere salvato per continuare ad essere ospitale per l’uomo in modo paritetico con tutti gli altri esseri viventi. E l’unico modo che ha l’uomo per farlo è mettere da parte buona parte dell’antropocentrismo che ha caratterizzato la stragrande maggioranza delle scelte politiche e dello sviluppo industriale, soprattutto negli ultimi 100 anni. Non c’è dubbio che l’agricoltura industriale sia frutto di questo antropocentrismo, della volontà di massimizzare i profitti a qualsiasi costo, soprattutto quando il ‘costo’ non va messo a bilancio. Cioè il costo ambientale. Immaginiamo solo se nel bilancio di un’impresa si dovesse (o potesse) inserire il costo sociale della perdita dei beni comuni come fertilità e biodiversità dei suoli, acqua della falda, insetti utili, biodiversità della flora e della fauna, le maggiori emissioni di gas serra in atmosfera. Tutti elementi messi sotto fortissima pressione da modelli legati alle monocolture e agli allevamenti intensivi. Certo che il profitto avrebbe un sapore leggermente diverso e forse cambierebbe realmente la prospettiva.

Il problema non è essere a favore o contrari al biologico, al biodinamico, al gliphosate, agli ogm, alle nbt (nuove forme di ingegneria genetica); il problema è vedere che c’è ancora chi oggi rifiuta l’idea della estrema necessità di volgere lo sguardo verso un vero sviluppo sostenibile. Il problema è che è inaccettabile che c’è qualcuno che ancora oggi si impegna contro modelli sostenibili pur di difendere la massimizzazione del profitto. Chi è davvero che risponde alle lobby? C’è forse una pressione smisurata da chi non può immaginare un modello agricolo diverso da quello industriale?

Il Rapporto Brundtland (Our common future) ne parlò già nella seconda metà degli anni ’80 evidenziando le criticità dello stato di salute dell’ambiente come diretta conseguenza di un approccio sempre meno sostenibile del modo di vivere dei paesi sviluppati. Da allora ce lo ricordano i dati sull’earth overshootday, ce lo ricordano i disastri a cui assistiamo in giro per il mondo, ce lo ricordano i ghiacciai che si assottigliano sempre di più, gli animali selvatici che vedono ridursi i propri habitat. Ce lo ricordano gli obiettivi di sviluppo sostenibile di Agenda 2030 di cui si fa un gran parlare con limitati risultati. Ma noi nulla, solo sordità e cecità. E poi arrivano anche le strategie della Commissione Europea quasi a dimostrare che qualcosa può cambiare, ma perché ciò accada bisogna davvero volerlo. Ma chi deve volerlo?

Il Trilogo di questi giorni sulla Pac in Europa (Commissione, Consiglio e Parlamento) è diventato un muro contro muro, un gioco di forza in cui non si riesce a trovare una quadra sulle politiche agroambientali e neanche su quelle sociali. Come se gli interessi per una vera transizione ecologica siano solo di una parte e non di tutti. Come se il futuro del pianeta e delle generazioni che verranno siano solo interessi di una parte e non di tutti. Il Trilogo appare inchiodato sulla percentuale di fondi da destinare alle politiche di contrasto al cambiamento climatico e di conservazione della biodiversità così come ai criteri da utilizzare per l’attribuzione dei pagamenti diretti. Insomma, siamo incredibilmente inchiodati proprio su un pezzo importante della transizione ecologica, perché attraverso la transizione si inverte la rotta sul cambiamento climatico, si conserva la biodiversità e si rimette al centro quella enorme fetta di agricoltura familiare e di piccola scala che sta alla base della produzione agricola europea e che fornisce una quantità infinita di servizi ecosistemici.

Sembra da non crederci eppure le politiche agroecologiche trovano sempre una strada in salita. L’Italia ha pensato bene di dare un segnale a tutti gli altri Stati membri, proprio in una giornata densa di mille significati agroambientali, il 20 maggio. Approva un disegno di legge sull’agricoltura contadina, conferma un passo importante a favore della legge sull’agricoltura biologica e biodinamica. Segnali forti di un vero convincimento verso modelli agroecologici che sono gli unici in grado di guardare al mondo della produzione in modo sistemico.

Saranno segnali importanti anche in vista del Piano Strategico Nazionale (PSN)? Riusciremo a vedere una vera transizione ecologica nell’attuazione di un PNRR che sul tema dell’agroecologia appare timido e poco incisivo?

Non c’è da rilassarsi, i segnali sul PSN non sono incoraggianti perché siamo terribilmente indietro rispetto ad altri paesi europei e manca quasi del tutto il dialogo con i portatori di interesse del mondo degli ambientalisti e dell’agricoltura biologica e biodinamica. Ed anche il PNRR non è rassicurante; la transizione ecologica non può racchiudersi in parchi agrisolari e rinnovo del parco macchine delle aziende, non può trascurare la centralità del cibo e ignorare l’importanza della biodiversità come strumento indispensabile per rafforzare tutte le politiche agroambientali.

La verità è dura da accettare, ma è una: non abbiamo molto tempo! La neutralità climatica entro il 2050 auspicata dalla Commissione Europea nel Green Deal è alla nostra portata se la vogliamo, ma per ottenerla bisogna cominciare da oggi, senza indugio e senza perder tempo. Senza farci distrarre da chi si accanisce contro il cornoletame con l’unico evidente obiettivo di travolgere e sconvolgere tutto il mondo del biologico ponendosi contro l’esigenza di sostenibilità vera.

L’agricoltura biologica è una realtà nel nostro Paese, è un fiore all’occhiello che ci pone in posizioni di leadership come produttori, come trasformatori, come certificatori e come mondo scientifico impegnato da anni in ricerche presso aziende biologiche e biodinamiche. Non facciamoci distrarre dall’obiettivo e lasciamo che la Camera dei Deputati colga l’occasione per chiudere definitivamente questo impegno politico che darà al nostro Paese il giusto ruolo sul piano della sostenibilità in agricoltura. Anche dopo oltre due anni di attesa.

Sarà uno modo per rispondere alle richieste di transizione ecologica, sarà un modo per dire ai nostri agricoltori che non sono soli in questo impegno, sarà un modo per dire all’Europa che noi stiamo facendo una piccola parte per raggiungere alcuni obiettivi importanti che guardino sempre più ad una agricoltura che non può essere nemica dell’ambiente se vuole davvero fare un servizio importante anche per la salute dell’uomo.


Università di Palermo e Slow Food Italia

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