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Nuovi scandali e antichi stereotipi: la Russia e la stampa italiana

di Giovanni
Savino

Con lo scandalo spionistico degli scorsi giorni, assieme alla cronaca dei fatti e all’analisi di quali prospettive possono aprirsi nelle relazioni italo-russe, è riemersa una vecchia ma mai sopita abitudine all’inquadrare quel che avviene con Mosca usando pregiudizi, visioni e interpretazioni ai limiti (e oltre) della xenofobia. La elementare distinzione tra popoli e governi varrebbe sempre e solo per alcuni considerati portatori di civiltà e cultura, mentre per altri vanno bene argomentazioni difficilmente ascrivibili alla semplice ignoranza.

La sfinge russa”, come definita dall’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro nell’editoriale del 6 aprile, ha ispirato dibattiti dettati da tutti gli stilemi tipici della rappresentazione di un mondo diviso in due da sempre, di cui la Russia rappresenta senza soluzione di continuità l’incarnazione del male, prima in divisa zarista, poi con il colbacco dell’Armata Rossa e oggi negli occhi di ghiaccio di Putin.

Mauro si è spinto a risalire, in questa sua genealogia del male russo, alle divinità pagane dell’antica Rus’ e all’adozione del cristianesimo bizantino da parte di Vladimir, e quel che è interessante è come questa narrazione combaci con quanto proposto dall’establishment russo nell’ultimo decennio e inscritto nelle modifiche costituzionali, cioè la visione di una Russia millenaria e eterna stretta intorno alla politica di potenza, simboleggiata anche dalla statua di Vladimir inaugurata nel 2016 proprio vicino al Cremlino.

Le conclusioni dell’autorevole editorialista sono ovviamente diverse da quelle di Putin, ma non cambia l’idea di un’alterità totale (e nemica) di un paese e di una cultura invece strettamente connessi con l’Europa e con il mondo. In questa narrazione, secondo l’editoriale di Mauro, si confondono Pietro il Grande e la navicella Vostok, il dio del tuono del pantheon slavo orientale Perun e Gagarin, Putin e gli zar, in una elaborazione postmoderna che assomiglia molto a quanto si vede nella mostra permanente sulla storia della Russia organizzata dalla Chiesa ortodossa e patrocinata dal governo, allestita in vari centri urbani.

Ancora qualche giorno prima era stato Maurizio Molinari a sottolineare il “percorso speciale” della Russia rispetto all’Europa. L’attuale direttore editoriale della GEDI infatti ha voluto mettere le mani avanti nel suo editoriale intitolato “Se la Russia si allontana dall’Europa” del 4 aprile, dove si legge una frase molto particolare. Molinari scrive: “nessuno ignora che Europa e Russia abbiano radici culturali e politiche assai diverse”. Un pensiero semplicistico, che banalizza i rapporti tra Russia e Europa, e cancella di colpo le differenze presenti tra i paesi europei, in una gerarchia valoriale e culturale assai preoccupante.

La complessità della storia russa è semplicemente ignorata, ridotta a una sequela di dittature senza alcun tipo di resistenza sociale o popolare, per non parlare del ruolo avuto dalle idee provenienti dall’Europa sulla società russa. Fenomeni culturali e politici come l’Illuminismo e il socialismo, giusto per citarne due, hanno avuto un impatto dirompente nello stimolare non solo dibattiti, ma anche movimenti e organizzazioni nella complessa società multietnica e multiconfessionale dell’impero zarista, nonostante la censura, la repressione e le deportazioni del potere autocratico.

La Russia non ha rappresentato solo il bastione della reazione europea, termine che veniva utilizzato a proposito del regime zarista, ma anche la patria di un’autorità morale enorme come Lev Tolstoj, il paese dei populisti, i narodniki, in prima fila nella lotta all’autocrazia, e poi successivamente la “prateria” da cui la scintilla della rivoluzione prese il via nel 1905 e nel 1917. Ed è proprio forse il tentativo di includere in questa genealogia del male russo anche le vicende successive all’Ottobre e l’Urss permettono di far capire come si tratti di un’operazione ideologica volta anche a delegittimare, ancora una volta, eventi che hanno avuto un’importanza fondamentale nella lotta per l’emancipazione dei popoli.

Nel profluvio di stereotipi sulla Russia arriva anche l’ex presidente della commissione Mitrokhin, il già senatore Paolo Guzzanti, che in un articolo del resto non privo di interesse scomoda anche l’avventuriero settecentesco Casanova. Scrive l’ex senatore: “la scuola del master spy Giacomo Casanova che oltre alla seduzione coltivava nella Serenissima Repubblica di Venezia l’arte contigua della seduzione e del tradimento, diffusa da allora nel mondo dell’oriente slavo”. Verrebbe da chiedere se quindi seduzione e tradimento siano categorie valoriali diffuse tra gli slavi (quindi non solo tra i russi) e se tale possibile classificazione sia possibile da ritenere scientifica e democratica.

Quel che balza agli occhi è come questi commenti nel sostenere la totale alterità storico-culturale della Russia dal modello europeo (di quale esso sia, possiamo solo indovinarlo) facciano il gioco di chi nel paese porta avanti una linea xenofoba, fortemente antidemocratica e persino più oltranzista dell’agenda del Cremlino, e alimentino ancora più confusione nell’opinione pubblica italiana. Nel leggere le righe di questi giorni, è impossibile non ricordare la sensazione di frastornamento del filosofo tedesco Bruno Bauer verso la Russia, descritta ne La chiesa russa: “Questo popolo col volto di uomo ed il corpo di leone, la sfinge che sta dinanzi all’Europa di oggi, e che le ha posto il compito di interpretare l’enigma del futuro. Gli occhi del mostro sono rivolti, vigili ed immobili, sull’Europa, la zampa leonina alzata e pronta a colpire; l’Europa risponda alla domanda e sarà salva; – ma cessi di cimentarsi col problema, aspetti che la risposta venga da sola o la affidi al caso, ed eccola preda della sfinge che la piegherà con ferrea forza”1.

Dalla pubblicazione del libro del filosofo son trascorsi più di 165 anni ed è avvenuto di tutto, ma non è cambiata la percezione orientalista della Russia.

  1. B. Bauer, Die russische kirche, Verlag von Egbert Bauer, Charlottenburg 1855, p. 5.[]
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