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“Nulla sarà come prima” o “tutto sarà come prima”?

di Roberto
Rosso

di Roberto Rosso – Sembra ieri quando facevamo le code nel traffico. Oggi vediamo dispiegarsi gli effetti della pandemia generata dal covid-19, generando una crisi di carattere sistemico. Il processo è stato velocissimo: “Il 31 dicembre 2019, le autorità sanitarie cinesi hanno notificato un focolaio di casi di polmonite ad eziologia non nota nella città di Wuhan (Provincia dell’Hubei, Cina). Molti dei casi iniziali hanno riferito un’esposizione al Wuhan’s South China Seafood City market (si sospettava un possibile meccanismo di trasmissione da animali vivi). Il 9 gennaio 2020, il China CDC (il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della Cina) ha identificato un nuovo coronavirus (provvisoriamente chiamato 2019-nCoV) come causa eziologica di queste patologie. Le autorità sanitarie cinesi hanno inoltre confermato la trasmissione inter-umana del virus. L’11 febbraio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che la malattia respiratoria causata dal 2019-nCoV è stata chiamata COVID-19 (Corona Virus Disease)”[1].

Crisi sistemica, cambiamento dei rapporti di forza globali

In questo brevissimo lasso di tempo, la pandemia è diventata progressivamente il motore degli eventi globali o meglio la sabbia nel motore, mettendo in crisi le filiere produttive, la logistica globale, riducendo ai minimi termini i movimenti delle persone. Mentre una parte del mondo attende lo sviluppo esponenziale del contagio, la gestione degli effetti della pandemia diventa un elemento fondamentale del confronto strategico mondiale, per inciso la Cina che ha bloccato e risolto il dispiegarsi del contagio nella città di Wuhan ed in tutta la provincia dell’Hubei, potrebbe acquisire un vantaggio importante, se non decisivo, nel confronto con gli altri competitor sulla scena mondiale, in particolare con gli USA. Credo che questo rappresenti un vero incubo per le élites globali concorrenti (probabilmente ha motivato in modo particolare Boris Johnson in Gran Bretagna e Trump negli USA a rifiutare di bloccare la propria nazione. Trump, mentre dichiara lo stato di emergenza in tutti i 50 stati, si scontra con la volontà dei governatori di California e New York di attuare il lock down).

La Cina, che sembra aver tenuto sotto controllo l’impatto della pandemia, senza scossoni per il proprio assetto complessivo – sia pure in attesa di vedere gli effetti della crisi economica globale che si sta dispiegando – avrebbe realizzato l’ambizioso progetto dei governi, delle classi dirigenti di ogni paese – il loro sogno – è quello di poter attraversare la tempesta potendo ritornare allo status quo ante, senza troppi scossoni. In una serie di paesi, regimi autoritari hanno colto l’occasione per rafforzare il proprio potere, chiudendo definitivamente ogni spazio di democrazia e libertà.

Le analisi si accumulano, ma illuminano il futuro?

In questo breve lasso di tempo – mentre procede alacremente la ricerca di un vaccino – si è arricchito straordinariamente lo scenario delle analisi, focalizzate sui modelli epidemici calati nei diversi contesti sociali, sulla risposta delle autorità pubbliche, centrata da un lato sulle tecniche di controllo e di sorveglianza, dall’altro sul supporto all’economia.

“Attraverso misure di spesa d’emergenza, aiuti finanziari e nazionalizzazioni (tese ad evitare la bancarotta di alcune grandi aziende) si è cercato di compensare l’improvvisa e colossale crisi nell’attività economica, salvando imprese e posti di lavoro. Lo Stato è arrivato a pagare fino all’80% dei salari dei lavoratori che le aziende avevano sospeso a zero ore senza licenziarli” (dal commento di Alessandro Scassellati Sforzolini all’articolo Pandemia, tecnologia e stati di emergenza).

Nello stesso commento Alessandro scrive: “Anche in Stati con consolidate istituzioni democratiche, per motivi di sicurezza sanitaria pubblica si è governato per decreti approvati senza tante discussioni dai Parlamenti e sono stati sospesi alcuni diritti costituzionali democratici fondamentali: il diritto al movimento, il diritto di riunione, il diritto di associazione, il diritto al lavoro e a svolgere un’attività economica, il diritto all’istruzione, il diritto di esercizio in pubblico di culto religioso. Facendo leva sulla ‘responsabilità individuale’, le libertà individuali e civili sono state sacrificate in nome della salute pubblica (salvare le vite dei cittadini), del ‘distanziamento sociale’ e di una ‘guerra contro il virus’ combattuta in modo draconiano con il confinamento in casa e i controlli di polizia e militari con il supporto di sanzioni monetarie e penali, videosorveglianza, app di rilevazione di dati biometrici e degli spostamenti, riconoscimento facciale e droni. Misure temporanee prese durante uno stato di emergenza, ma con il rischio che non sarà facile farle sparire una volta terminata l’emergenza”.

Un’analisi molto articolata si ritrova nell’articolo Politica del dato, discorso pubblico e forme della sorveglianza del collettivo Off Topic di Milano, di cui consiglio caldamente la lettura.

Vi troviamo la seguente informazione. “Come dimostrato dai dati sull’andamento dei mercati degli ultimi 40 giorni, mentre l’economia internazionale è bloccata e sull’orlo di una recessione senza precedenti, le cosiddette big tech aumentano il loro volume di affari: Amazon (vendita online cresciuta di 9 volte), Apple (media internazionale di scaricamento giochi +40%), Google, Facebook, Microsoft, ma anche Netflix, Disney+, Zoom e tutti i loro servizi correlati sui piani chat, videochiamate, social network, piattaforme didattiche, cloud e archivi digitali. Al tempo stesso, il Milan Internet Exchange (MIX), che registra il traffico web complessivo, riporta che questo è passato 0,73 a 1,1 terabyte/secondo da febbraio a oggi”.

Sintetizzando il discorso fatto nell’articolo: sorvegliati quindi ed iper-connessi, destinati ad alimentare ancora di più la voracità delle big tech.

Oggetti, assoggettati, vittime

Nel contesto di gran parte delle analisi le popolazioni, i cittadini appaiono l’oggetto della pandemia, potenziali portatori o vittime del contagio, oggetto delle politiche di controllo e sorveglianza oppure vittime della dilagante crisi economica (negli USA i disoccupati sono arrivati al 10% della forza lavoro, oltre 17 milioni di unità). L’unica soggettività sembra essere quella delle classi dominanti determinate a governare la situazione, a mantenere o anche a migliorare la propria posizione in termini di potere e di profitto. Gran parte dell’umanità sembra condividere il destino degli eco-sistemi, coinvolti in una progressiva catastrofe ecologica e climatica, prodotta da un modello di sviluppo globale incapace di cambiare rotta nonostante lo sviluppo esponenziale delle tecnologie.

Bios e Thánatos

Il processo di trasformazione dell’economia, della formazione sociale globale si rappresenta come un intreccio sempre più stretto e indissolubile di Bios e Thánatos, lo sviluppo di pandemie come quella che stiamo vivendo è il frutto sempre più probabile della frammentazione progressiva degli ecosistemi, della riduzione della biodiversità, che ha ridotto drammaticamente la complessità delle relazioni ecologiche che ci distanziavano ci proteggevano dagli elementi patogeni, dai fenomeni di zoonosi. Come dice Serge Morand, ricercatore francese del CNRS-Cirad nell’intervista riportata nell’articolo Coronavirus: “La disparition du monde sauvage facilite les épidémies […] Plus la biodiversité est forte, plus il y a de microbes circulant à faible bruit, c’est-à-dire que ces derniers se transmettent mal. Mais lorsque la biodiversité chute souvent à cause de la réduction de l’habitat sauvage, nous favorisons les contacts et la transmission”. Nell’espressione” il y a de microbes circulant à faible bruit” i fattori patogeni appaiono come un suono che si dissolve nelle relazioni di ecosistemi complessi, ad alta biodiversità.

Nell’articolo “Pandemia, tecnologia e stati di emergenza” dicevamo: “Possiamo forse dire in modo grossolano che mentre il tessuto delle reti e dei dispostivi che trattano dati e producono informazione crescono esponenzialmente e acquisiscono dimensioni sempre più complesse, le reti della vita invece vengono sconvolte, interrotte e convogliate entro flussi artificiali. Sono macro-cambiamenti sempre più strettamente correlati tra loro”.

Il processo di astrazione del mondo della vita si sta traducendo nella distruzione del mondo della vita, l’impatto catastrofico di questa pandemia, le sue radici profonde, rivela l’impossibilità di eludere, minimizzare o relativizzare la crisi climatica ed ecologica. L’utopia tecnologica implicita nel brano citato è una pura e semplice distopia. Allora, il nostro destino, il destino di gran parte dell’umanità, è quello di essere gli oggetti, le vittime di questo avvenire distopico o c’è qualche speranza di diventare i soggetti, protagonisti di un futuro alternativo?

Luca Paltrinieri, nel suo scritto Prove generali di apocalisse differenziata, scrive: “Il punto fondamentale, mi sembra, è il livello di coscienza che il grande pubblico ha della cosa: gli appelli di Greta Thumberg, gli orsi polari che penetrano nei villaggi russi, la scomparsa di certe isole, la mortalità degli insetti impollinatori, sono notizie di tutti i giorni che tuttavia ignoriamo o preferiamo ignorare nella vita di tutti i giorni. Perché questa situazione di dissonanza cognitiva? In primo luogo, perché sono inaccettabili e incongruenti secondo il nostro ideale di libertà. Ciò che chiamiamo libertà di scegliere il nostro destino è legato alle possibilità di consumare, ma anche di immaginare il futuro secondo delle opzioni in qualche modo disponibili su un mercato”.

Enzo Scandurra nel suo articolo La “coscienza di specie” (da sola) non basta al cambio di paradigma scrive: “Anni fa l’economista Giacomo Beccattini così spiegò questo apparente paradosso tra minaccia di una catastrofe e incapacità di porvi rimedio dei governi: se in un piccolo villaggio di pescatori c’è improvvisamente un deficit di pescato allora i singoli concorrono subito a prendere provvedimenti, per esempio allargando le maglie delle proprie reti in modo da consentire la sopravvivenza dei pesci più piccoli (che servono alla riproduzione).

Ma nel ‘villaggio globale’ i singoli, pur avvertendo il pericolo sono impotenti e aspettano che altri (i governi) prendano per loro i provvedimenti necessari per scongiurare la catastrofe. Per questo aspettare che i governi mondiali si adeguino alle direttive del protocollo di Parigi (per la riduzione della CO2) non basta. Occorre che le persone si organizzino e producano nuovi stili di vita e rinuncino a quel benessere effimero che ci ha condotto su questa strada, ovvero siano loro a produrre quel cambio di paradigma che abbiamo chiamato della riconversione ecologica (coltivare orti, risparmiare energia, pedonalizzare le città, ridurre i consumi, ecc.)”.

Nonostante i molti segnali che il cambiamento climatico e la crisi ecologica lanciano nella nostra vita quotidiana, non reagiamo, quantomeno in modo adeguato; la pandemia covid-19 invece irrompe violentemente nella vita quotidiana di ogni persona al mondo, talmente violentemente che non possiamo che essere gli oggetti di politiche – necessarie – di contenimento della pandemia. Siamo in una situazione paradossale: le catastrofi, gli orizzonti catastrofici in cui siamo coinvolti sembrano essere comunque fuori scala rispetto alle nostre capacità, come comunità, di decidere autonomamente di cambiare rotta.

La trappola della soggettività

Sembriamo essere in una trappola della soggettività, dell’autodeterminazione, da cui invece Enzo Scandurra sembra vedere una via di fuga o meglio esprime un auspicio quando dice ‘occorre…’ che si possa produrre il cambio di paradigma. Siamo ben lontani dall’immaginare un percorso concreto (si continua a pensare per ossimori nel tentativo di superare i limiti del presente).

Non vogliamo ritornare alla normalità, quella normalità da cui tutto ciò che sta accadendo ha origine, questo si va dicendo in giro, ma più lo si ribadisce più diventa una petizione rivolta ad un futuro incognito. D’altra parte anche la controparte, le classi dominanti a pensarci bene non vogliono tornare esattamente alla normalità precedente, forse più di noi consapevoli della precarietà di quella normalità. Ne deriva il desiderio di cogliere l’opportunità di rafforzare le forme di controllo sociale. La nostra ministra dell’interno mette in guardia contro tentativi di sobillare rivolte sociali di cui non c’ è traccia. Sino alla creazione di un vaccino non si potrà parlare di ritorno alla normalità nella vita quotidiana e, come si diceva all’inizio, i rapporti di forza a livello strategico, nelle filiere produttive e logistiche nei circuiti finanziari saranno tutti messi in discussione.

Dal terreno dell’analisi generale, assolutamente necessario, dobbiamo calarci in situazioni locali, sia pure di “area vasta” dal punto di vista territoriale e sociale, seguendo la metodologia della “ricerca azione”.

La catastrofica situazione dei sistemi sanitari, il prodotto più deleterio del neo-liberismo, in particolare nel nostro paese, sta diffondendo una rabbia senza precedenti che forse può superare la condizione di assuefazione in cui molti, troppi sono precipitati. L’esasperazione delle diseguaglianze, il precipitare delle condizioni di vita a cui non si ha il coraggio di rispondere con interventi radicali, ma solo con palliativi. Tutto ciò può diventare terreno di coltura per le mille pratiche ed esperienze di cui parla Enzo Scandurra, i saperi prodotti, le conoscenze condivise possono produrre contagio, diventare un fenomeno epidemico. Può diventare… un ecosistema.

Infine “la società del rischio”

La nostra società è stata descritta come la società del rischio, la società liquida, la società del perenne cambiamento, dove lo sviluppo esponenziale della potenze da calcolo, dei modelli di simulazione ha dilatato capacità di analisi del reale, di creare modelli del micro come del macro cosmo. Eppure tutto questo non ha reso più rassicurante l’orizzonte degli eventi, al contrario nel nuovo millennio si approfondisce il senso di catastrofi imminenti locali e globali, dove si moltiplicano episodi di collasso di intere nazioni e di ecosistemi su scale sempre maggiori. I modelli del cambiamento climatico, della crisi ecologica e dello sviluppo pandemico, sono quelli che funzionano di più. Purtroppo non c’è un modello unificato del tutto, non c’è il garante in ultima istanza, l’occhio che tutto vede, tutto prevede e ci può consiliare. L’unica saggezza è il senso del limite soggettivo, la comprensione della infinità complessità del mondo della vita che ci comprende, con cui dobbiamo intrecciare un dialogo continuo: il senso della solidarietà tra gli esseri umani tra di loro e con ogni forma di vita, all’interno dei processi che regolano la vita e la morte. La ferocia assoluta di illimitata potenza appartiene solo alla società umana.


[1] https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2.

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