editoriali

Nessuna pace ma zone di influenza malefica

di Stefano
Galieni

Il progetto che sembrano voler realizzare Donald Trump e Vladimir Putin riporta il pianeta ai tempi delle zone di influenza, quando Usa e l’allora Urss evitavano, se non costretti, ad intervenire nelle zone considerate di reciproca competenza. Certo il tycoon statunitense non ha lo spessore da statista dei suoi predecessori, è preso da ansia da prestazione e esigenza di soddisfare le aspettative del gruppo di oligarchi che lo sostiene, quindi va di fretta.
Di solito la fretta in politica, soprattutto quando riguarda questioni internazionali, non è una buona consigliera anche se probabilmente l’intenzione è quella di sfruttare al massimo le contingenze per ottimizzare i risultati. E così dopo il piano di dominio coloniale firmato a Sharm El Sheik sulla Palestina che ha sì portato ad una riduzione temporanea dei morti a Gaza ma non è certo l’inizio di un percorso di pacificazione dell’area, il suo sguardo si è rivolto verso il colosso russo con aria benevola e accomodante. Nonostante l’immenso e sciagurato sforzo bellico – ulteriori guadagni per le industrie USA – l’Ucraina ha praticamente perso il conflitto con la Russia e proprio in queste ore, ad Abu Dhabi, stanno avvenendo incontri, non è chiaro se bilaterali o con tutti i tre soggetti coinvolti, per imporre, non proporre, una soluzione al conflitto. Dan Driscoll, Segretario dell’esercito USA, sta incontrando Kyrylo Budanov, il potente capo dell’intelligence militare ucraina (GUR). Fonti accreditate danno per certa la presenza anche di una delegazione russa di cui ad oggi non si conosce la composizione. Trump era partito con una proposta in 28 punti, ora ridotti a 19, che di fatto si traduce in consegna di Donbass e Crimea alla Russia, congelamento del fronte, riduzione drastica del potenziale bellico ucraino, assicurazione che Kiev non entrerà nella NATO ma avrà un canale preferenziale per l’ingresso nell’UE. Il tutto ovviamente senza discuterne né con i governi europei o la Commissione né tantomeno con Zelensky, in grossa difficoltà tanto per l’enorme bubbone della corruzione esploso all’interno del proprio governo, quanto per il fatto che fra le parti fondamentali dell’accordo c’è la richiesta di elezioni in tempi brevi nel Paese.
Difficilmente dopo la morte di centinaia di migliaia di combattenti caduti inutilmente, questo almeno sarà il segnale in caso di accettazione del piano Trump, il Presidente ucraino ritroverà i consensi del passato. Le scelte che sta facendo il simulacro di Unione Europea sono in tale contesto a dir poco drammatiche. Dopo aver rifiutato per anni ogni ipotesi di trattativa e di spazio alle diplomazie, ora rincorre Trump nella speranza sia di correggere il piano, sia – e questa è la parte peggiore – di farlo fallire, anche cercando rivelazioni che ne smontino la solidità, per continuare la guerra e proseguire nella propria corsa al riarmo. Putin può godersi la scena, pregustare la vittoria e al limite rendersi disponibile ad alcune concessioni per dimostrare che a lui sta a cuore la pace.
L’Ucraina comunque vada ne esce sconfitta e distrutta e così il suo popolo. I segnali che giungono sono pessimi per Kiev. La Germania, per fare un esempio, da una parte ribadisce la propria volontà di impedire che la Russia esca dal conflitto come potenza vincitrice, dall’altra sta iniziando a rimandare in Ucraina i giovani rifugiati accolti dopo l’invasione delle truppe di Mosca con tanto calore. Ora danno fastidio, sembrano dire. La guerra sta finendo, c’è da lavorare per ricostruire, tornatevene a casa. Il percorso di trattative difficilmente sarà breve, i tentativi di Putin di ottenere tutto ciò che gli è stato promesso e che equivale ad una resa devastante per Zelensky saranno speculari ai tentativi europei di rinfocolare le ragioni di un massacro e a quelli che accomunano tutti i contendenti di giocarsi il grande affare della ricostruzione. Niente certamente sarà come prima e questo, indipendentemente dalle interferenze NATO o dalle mille giustificazioni che si vogliono trovare alla guerra lanciata dalla Russia, quello che era un popolo in uno Stato, ben presto sarà un popolo in due Stati. Fino a prima dell’invasione, nella vita comune parlare ucraino o essere russofoni non aveva alcun elemento discriminatorio, molte famiglie erano miste e molti parlavano correntemente entrambe le lingue, ora un solco si è creato, difficile da ricostruire e la divisione, l’odio che si sono creati, difficilmente potranno essere ricomposti in tempi brevi, soprattutto con una spartizione organizzata da terzi. E che Putin possa voler trovare un accordo, anche recependo alcune indicazioni giunte da Bruxelles non dovrebbe stupire. L’importante è che l’invasione possa essere celebrata come una vittoria che ha fermato l’occidente e che i 19 pacchi di sanzioni vengano rimossi per permettere all’economia del Paese di risollevarsi.
Anche Mosca ha pagato la scelta fatta ed oggi, semplicemente rientrare nei G8 e nei G20 sancirebbe la fine di un periodo complicato. Dalle nostre capitali c’è ancora chi starnazza che l’obiettivo russo resti l’invasione totale dell’Europa (fino al Portogallo?), ma questo è un capitolo inutile da aprire e va confinato nei disperati tentativi per giustificare la spesa di migliaia di miliardi di euro per una difesa che potrebbe servire solo a voler attaccare.
Il segnale Putin lo ha dato quando il rappresentante russo, nell’ultima riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, insieme quello della Cina, che ha ben altri interessi, si è astenuto sul voto del Piano per la Palestina, vagamente modificato in maniera tale da lasciare molti punti in sospeso. Un’astensione che ha avuto il sapore di un colpo alla schiena, anzi due, al popolo palestinese che lo ha dovuto subire, non certo accettare, in tutte le sue componenti. A Gaza si continua a morire di stenti, nell’acqua che riempie le tende, fra le macerie o con qualche sporadico attacco dell’IDF che trova sempre nemici da abbattere preventivamente, ovvero prima che si rivelino tali. In Cisgiordania i coloni, spalleggiati dall’esercito e armati di tutto punto, continuano ad uccidere, ad abbattere ulivi, a togliere terre e a bruciare raccolti. C’è anche chi tenta di approfittare  della condizione di estrema vulnerabilità per acquistare  a prezzi stracciat, le poche buone terre coltivabili rimaste in mano palestinese, altro che due popoli due Stati.
La morale è abbastanza semplice: se cesseranno le ostilità fra Russia e Ucraina, con conseguente scambio di prigionieri e inizio di un percorso di abbassamento del conflitto, tale da riportarlo nel dimenticatoio delle guerre mai finite, gli USA si disinteresseranno dell’area chiedendo in cambio che nessuno si intrometta nel processo di distruzione di ogni speranza per il popolo palestinese.
Due vicende che hanno alcune similitudini ma anche enormi differenze. Il governo e l’esercito ucraino non solo si sono potuti difendere dall’aggressore ma hanno anche finora nutrito la speranza di vincere con i loro sponsor occidentali, il popolo palestinese ha subito un genocidio non ancora terminato. Diversi trattamenti, forse perché uno dei due popoli ha la pelle bianca e richiama ancora al suprematismo di cui sono intrise le politiche guerrafondaie mentre l’altro è composto da arabi e perlopiù anche  musulmani? Una, non l’unica, delle ragioni. Quelle che qui facciamo non sono supposizioni, sono gli stessi esponenti USA in testa a dichiarare che il “piano per Gaza è il modello per quello ucraino”, certo forzando un po’ la mano. Ma che non si tratti di congetture è comprovato dal fatto che a muoversi da un fronte all’altro in questo periodo e a predisporre di fatto le basi su cui imporre la cosiddetta pace, sia stato Steve Witkoff, inviato speciale di Trump in Medio Oriente che, in base a quando rivelato oggi, già il 14 ottobre scorso, mentre sembrava affaccendato a “portare la pace a Gaza” aveva un colloquio con quello che attualmente è considerato il più importante consigliere di Putin, Jurij Ushakov.
La rivelazione della registrazione della telefonata, fatta dall’agenzia americana Bloomberg, sembra avere lo scopo di bloccare l’accordo. Nel breve colloquio il diplomatico americano afferma: “So cosa ci vuole per fare la pace: Donetsk, e forse uno scambio di territori da un’altra parte. Ma invece di dirlo così, parliamo del piano con maggiore speranza perché penso che possiamo arrivare a un accordo”.  Anche questo errore potrebbe, al massimo, allungare i tempi per portare a compimento il tentativo di imporre la propria soluzione, ovviamente in base a convenienze geopolitiche, a interessi ritenuti strategici, persino ad ambizioni di breve respiro ma non certo utili a garantire ipotetici e paradisiaci futuri di pace.
Ma l’elemento di fondo, affrontato in maniera qui forse troppo sintetica, è un altro. In un pianeta in cui avanza la normalità del multipolarismo, ovviamente in chiave liberista, ma che comunque impone diversi attori sulla scena, Russia e USA cercano di riproporsi per l’ennesima volta come coloro che fanno da dominus nelle rispettive aree. E questo nonostante gli strepitii dell’Europa, più preoccupata del nemico russo da cui difendersi che del genocidio di cui è complice. C’è da augurarsi che sia – e non riesca – l’ultimo capitolo di una epoca storica che deve terminare e che non deve avere gendarmi potentissimi e armatissimi nonché impuniti ma un diritto internazionale valido per tutte e per tutti. Se prevale e continua a prevalere la logica speculare messa in atto da Russia e Usa, parlare di pace, in un pianeta che vede 60 conflitti in corso è una inutile bugia che nasconde una catastrofe politica e umanitaria.
Chi affronterà i contesti sanguinosi del Sudan, della Repubblica democratica del Congo, i Paesi del Sahel, la Libia, Myanmar, lo Yemen, la Siria, il Venezuela, la Colombia eccetera ? Con le stesse modalità usate nei casi di cui abbiamo parlato e imponendo soluzioni congrue agli interessi di uno dei due contendenti o dei loro più leali alleati? Israele, dopo aver portato a casa la prima parte del risultato che si aspettava, ricomincia con gli omicidi mirati in Libano, a caccia di nemici e comunque continuando altrove la sua pratica di potenza coloniale spalleggiata. 

Magari così ci si allontana, chissà fino a quando, dal conflitto nucleare, ma basta questo per poter parlare di pace? Forse bisogna riprendere le voci dell’assemblea del 15 novembre scorso all’Università di Roma, contro “I Re”. Già i monarchi del XXI secolo, alcuni governanti, altri che concentrano su di sé l’informazione, i mercati finanziari, gli algoritmi. Ci vengono spacciati, come nel caso dei “piani di pace” come la soluzione, quando sono la matrice del problema. 

Stefano Galieni

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