“Io se fossi dio maledirei davvero i giornalisti / e specialmente tutti / che certamente non son brave persone / e dove cogli, cogli sempre bene”. La frase è estrapolata da un lungo monologo, carico di invettive, di indignazione e di dolore, recitato da Giorgio Gaber nel 1982. Il disco che lo conteneva venne messo all’indice, inaccettabile per il mondo mainstream di allora, impensabile, nei contenuti oggi. Allora i giornalisti, anche in Italia, cadevano sotto il piombo delle organizzazioni terroriste, delle varie mafie, soprattutto se risultavano scomodi, se provavano a rifiutare la logica binaria con cui si analizzava e si analizza ancor più ora il presente. Oggi nessuna casa discografica produrrebbe un testo simile ma forse nessun autore o autrice, anche dei circuiti underground, lo elaborerebbe. In 43 anni i contesti sono radicalmente cambiati. La prendiamo da molto lontano per provare a ragionare a freddo in merito a quanto accaduto nei giorni scorsi, durante lo sciopero dei giornalisti, nella redazione del quotidiano La Stampa di Torino.
Chi scrive, da operatore dell’informazione, si sente fortemente violato dall’attacco vandalico frutto di un estremismo estetico che rasenta lo squadrismo. Quelle e quelli che, soprattutto nelle redazioni delle grandi testate, si sono battuti con la tenacia della goccia cinese per modificare la narrazione dominante sul genocidio a Gaza, hanno visto – ovvio che la visione è soggettiva – mandare in frantumi un lavoro lento e determinate, svolto anche per modificare il senso comune con cui troppi temi, non solo quello palestinese, vengono trattati. Il giorno successivo al 7 ottobre, non c’era organo di informazione che, a volte anche con sovrabbondanza di propaganda condita da orripilanti fake news made in Tel Aviv, contribuiva all’ennesimo atto di disumanizzazione di un popolo oppresso da ben molto tempo prima di tale azione militare. Un’azione che comunque, quasi chiunque ha condannato, in quanto rivolta contro civili ma a cui la risposta è stata il genocidio. L’intero apparato mediatico ha avvalorato la propaganda di Israele e governativa per quasi due anni, salvo rare eccezioni. La narrazione, si badi bene non è cambiata e resta fortemente orientata verso le giustificazioni al governo sionista o, al massimo, verso l’individuazione di un unico soggetto da criticare, il governo di Netanyahu, volendo continuare ad ignorare che gran parte della popolazione israeliana appoggia le sue azioni. Ma la presenza in ogni parte del pianeta di forti movimenti di massa, che hanno fatto irruzione in questo quadro già delineato, carico di suprematismo colonialista, ha prodotto delle crepe evidenti.
A proporre un altro punto di vista è stato il fatto che numerosi attori, forse inattesi, sono entrati in campo, in tutto il mondo. Si è mobilitato il mondo dello sport, della cultura, a partire da cinema e teatro, di un associazionismo diffuso, c’è stata una sorta di salutare esplosione etica che ha rotto la bolla narrativa dominante. Non completamente certo, da noi soprattutto prevalgono ancora disinformatori di professione che negano il genocidio, minimizzano i crimini commessi direttamente dall’IDF, non accettano di far partire le lancette della storia almeno dal 1947 e non da due anni fa, negano anche validità ai rapporti dell’ONU, alle denunce e alle sentenze della CPI, di tutte le grandi agenzie internazionali, persino di alcune israeliane. Ma è altrettanto vero che, fino al piano coloniale di Trump (si prega di non definirlo di pace), le migliaia di episodi di sadica violenza esercitata nel realizzare la pulizia etnica, non solo a Gaza, hanno costretto alcune testate a mostrare, anche timidamente, l’altra faccia della medaglia. Per carità, tranne che per poche e pochi, si è ben lontani dal poter pensare ad un giornalismo libero e pluralista, ma la difficoltà nelle redazioni, dei zelanti propagandisti dello sterminio, si è respirata e, alcune testate, anche in virtù di interessi politici ed economici specifici, ha cominciato anche a raccontare, a non rendere eternamente numeri, la montagna di persone, spesso bambini, uccisi. Una frase come “definisci bambino”, pronunciata dal Presidente della Federazione “Amici di Israele”, per giustificare l’uccisione di dodicenni che a breve sarebbero divenuti pericolosi terroristi, ha smosso nel profondo magari solo temporaneamente, la coscienza collettiva, ha provocato repulsione e indignazione, condannando senza appello chi l’ha pronunciata e costringendo anche lì, chi era rimasto in silenzio, o almeno una parte di costoro, a reagire.
E il combinato disposto fra la bellezza delle piazze, i tentativi tardivi di approfondimento realizzati da alcuni, la necessità anche per la semplice ragione che un programma o un giornale devono avere un pubblico per sostenersi, anche economicamente, hanno dato, temporaneamente, ragione a quelle piazze immense e a quei professionisti dell’informazione che non giungevano con verità preconfezionate. Il circo mediatico non è divenuto “filo palestinese” o, peggio ancora, come si ostinano ad affermare sedicenti opinionisti, “antisemita” (guai a dire che antisionismo e antisemitismo sono agli antipodi), ha semplicemente e in maniera insufficiente, preso atto di una crudeltà asimmetrica fino ad ora ignorata.
Un cambiamento durato pochi giorni. È stato sufficiente che una parte dei potenti si incontrasse a Sharm El Sheik, senza i palestinesi ma per parlare di Palestina, affinché con un fittizio cessate il fuoco, gli stessi editorialisti tornassero a dichiarare che finalmente c’era la pace.
Il contraccolpo è stato rapido e doloroso: da una parte ha fatto ritornare molte delle persone che si erano mobilitate nelle proprie comode casette. Non c’erano più flotille da incoraggiare, porti da bloccare, notti d’angoscia da condividere collettivamente. Dall’altra ha permesso ai giustizieri di regime di mettere in atto meccanismi punitivi per chi aveva osato infrangere la pax meloniana. Lo zelante Maurizio Gasparri, ha da pochissimo redatto un ddl, con cui, rifacendosi all’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), si tenta di ricondurre ogni critica allo Stato di Israele e al sionismo, sotto la cappa dell’antisemitismo, avendo l’obbiettivo di ridurre le manifestazioni per la Palestina a reato. Il testo non è ancora legge ma intanto ci si avvantaggia. L’islamofobia mai sparita dalle modalità con cui si applicano le leggi in Italia ha permesso di prendere le dichiarazioni decontestualizzate dell’Imam Mohamed Shahin, da 20 anni in Italia, con due figli nati qui, che commetteva gravissimo reato di opinione definendo il 7 ottobre “atto di resistenza” ed in più è sospettato di avere relazioni con la Fratellanza Musulmana, movimento che attraversa numerosi paesi a maggioranza sunnita ma che non è considerato in nessuna black list. Per tale reato di opinione è stato prelevato da casa a Torino, gli è stata revocata la cosiddetta Carta di Soggiorno, valida per chi è in Italia a tempo indeterminato, e rinchiuso nel CPR di Caltanissetta da cui, non solo rischia il rimpatrio in Egitto, dove gli oppositori spariscono nel nulla, ma viene deprivato di tutti i diritti acquisiti in Italia. E pensare che chi lo conosce lo definisce “uomo del dialogo”.
Ora la deportazione di Shahin, oltre che a chiudere anche l’ultimo spiraglio di applicazione del diritto internazionale, rappresenta per il governo il tanto atteso atto intimidatorio covato in questi mesi. Oggi capita a lui, domani ai tanti e alle tante senza cittadinanza che alzano la testa, dopodomani a chi è anche autoctono da sette generazioni. Ma intimidire significa impaurire, impedire che si riaffaccino spiragli di attivazione sociale e politica, si comincia a colpirne quindi uno per educarne due milioni.
L’abbiamo presa alla lontana per parlare di un fatto di cronaca come quello dell’irruzione nei locali della redazione de La Stampa di Torino, attuata peraltro nel giorno dello sciopero dei giornalisti. È avvenuta, si racconta, per protestare contro le modalità con cui il suddetto quotidiano ha trattato la vicenda. L’articolo è rabberciato e non certo di grande fattura ma poco risalta fra le tante menzogne di cui sono pieni i giornali e i programmi che saturano le nostre vite. Certo c’è particolare attenzione a stuzzicare gli indignati a comando e ad evitare di dare la parola a chi in quella piazza (i fatti risalgono al 9 ottobre scorso) era presente. L’assenza di un pluralismo in Italia non nasce né purtroppo sparisce con quell’articolo. Ma, come l’abc della comunicazione dovrebbe insegnare, un atto inutile come quell’irruzione, ha fornito l’alibi a chi vuole tornare a cavalcare le parole d’ordine di law & order, di avere un facile pretesto. La solidarietà ai colleghi va data assolutamente come l’invito ad essere maggiormente osservatori di quanto accade non solo in Palestina ma c’è da temere che la prima vittima di quest’atto in cui lo squadrismo si mescola all’assoluta assenza di riflessione in merito al binomio causa effetto. L’azione nella sede di un giornale sarà certamente, anche se non certo in punta di diritto, utilizzata per fornire ulteriori motivazioni ad una espulsione a dir poco ignobile. E aggiungo, dove erano coloro che hanno colpito una redazione vuota quando altre testate, più connotate, titolavano a 9 colonne con affermazioni di stampo apertamente razziste e fascistoidi? Viene da pensare che quelle redazioni, perennemente difese da un forte sistema di vigilanza ha allontanato qualsiasi pulsione eroica. Ma da ultimo, chi scrive, pur disprezzando una parte cospicua dei potentati politico finanziari che dominano la grande editoria e il sistema di informazione, pur considerando spregevoli gran parte dei prodotti realizzati per fascistizzare il pensiero comune, abituarlo all’odio verso chi è sfruttato, all’intolleranza, al razzismo, non intende divenire come loro. Non intende piegarsi a quel codice di imbarbarimento che comunque ci vedrebbe, peraltro, sconfitti e in minoranza, che è controproducente eticamente e politicamente. Chi scrive è convinto, magari sbagliando, che gran parte delle donne e degli uomini scesi in piazza per la Palestina, per la fine del genocidio, contro il colonialismo e contro chi ne determina gli algoritmi, abbia un’altra visione del mondo. E che non si riconosca in questi gesti avventati, attuati unicamente per accentrare su di sé l’attenzione. Per questo, l’attacco ad un giornale, per quanto possa essere becero nei suoi contenuti, non deve entrare nelle categorie del pensiero. “Io se fossi dio maledirei” ma non andrei a devastare le redazioni.
Stefano Galieni

2 Commenti. Nuovo commento
Bene Stefano. Ci vuole fermezza nel ricordare che il coraggio deve essere quotidiano, rivolto ai valori e alle persone che esprimono esigenze anche se non conoscono perche’ non ne hanno avuto modo, un pensiero strutturato
Dall’Internet…
Tu supporti l’assalto alla redazione de La Stampa perché sono sionisti.
Io supporto l’assalto alla redazione de La Stampa perché sono giornalisti.
Non siamo uguali.