editoriali

UE, tanti nemici ma poco onore

di Roberto
Musacchio

Uno shock. Questo è stata per il mondo UE la diffusione del nuovo Rapporto Strategico USA. Non che non fosse già chiaro e noto come il trumpismo vedesse la realtà dal doppio punto di vista della sua ideologia di destra e della sua concezione dei rapporti di forza. Uno strappo con la visione neocon, diventata trasversale a parti “progressiste”, e egemone dal 1989, dell’unipolarismo suprematista perché “valoriale”. L’Italia forse era “più preparata” per la presenza di forze potenzialmente e attualmente connesse a questa visione. Che poggiano per altro su una sua larga penetrazione nella opinione pubblica. Caso ha voluto che in contemporanea uscisse da noi l’annuale Rapporto Censis che interpreta lo stare ma anche il sentirsi del Bel Paese. Ho provato quindi, con l’aiuto della IA, a estrapolare e congiungere parti dei due testi, Censis e Strategia USA, che mi sembrano “combaciare”.
Secondo il 59° Rapporto Censis (pubblicato a dicembre 2025), la percezione degli italiani mostra una crescente disillusione verso l’Unione Europea, considerata marginale nelle dinamiche globali, e un’apertura, sebbene complessa, verso modelli di governance alternativi, incluse le autocrazie. Gli Stati Uniti, invece, vengono visti in un’ottica di potenze dominanti in un mondo basato sulla forza.

Percezione dell’Unione Europea

Il rapporto evidenzia un forte senso di irrilevanza dell’UE agli occhi dei cittadini italiani.
Circa il 62% degli intervistati percepisce l’Unione Europea come irrilevante o marginale nelle grandi dinamiche globali.
Oltre la metà degli italiani (il 52,8%) è convinta che l’UE sarà destinata a un ruolo sempre più insignificante nelle future sfide globali, che si stanno giocando principalmente tra potenze economiche e militari emergenti.
Questa percezione riflette un contesto in cui, secondo il Censis, si privilegiano la forza e l’aggressività piuttosto che il rispetto della legge internazionale.

Percezione degli Stati Uniti

Il rapporto Censis 2025 inquadra gli Stati Uniti nel contesto di un mondo che ha abbandonato il multilateralismo a favore di un equilibrio di forze.
Gli USA sono visti come una delle principali potenze che definiscono le nuove dinamiche globali.
Vi è una percezione che l’Europa debba in qualche modo rapportarsi o, secondo alcune interpretazioni esterne al rapporto, prendere il controllo della propria difesa (come la NATO) in relazione alle mutevoli posizioni americane.
In generale, il quadro dipinge un’Italia e un’Europa che si sentono schiacciate tra le grandi potenze e le sfide globali, con un ceto medio in affanno e una sfiducia crescente nelle istituzioni democratiche e sovranazionali tradizionali.
Tendenze Generali
Il rapporto sottolinea una tendenza più ampia degli italiani verso una maggiore sfiducia nelle democrazie liberali:
Per quasi tre italiani su dieci (vicino al 30%), i regimi autocratici sono visti come “più adatti ai tempi” attuali, indicando una crisi di fiducia nel modello democratico occidentale.

Balzano agli occhi I punti di sovrapposizione con l’analogo lavoro che ho fatto sul testo USA

Punti salienti del Documento Strategico USA riguardanti l’Europa:

  • Critica all’UE e ai suoi Stati Membri: Il documento esprime una postura conflittuale nei confronti dell’Europa e delle sue istituzioni, sostenendo che il continente rischia una “cancellazione civilizzazionale” a causa delle politiche migratorie, del declino demografico, della censura percepita della libertà di parola e della perdita delle identità nazionali.
    Supporto ai Movimenti Nazionalisti: La strategia dichiara esplicitamente il supporto di Washington ai partiti nazionalisti di estrema destra in Europa, incoraggiandoli a “promuovere questo risveglio dello spirito”.
  • Sicurezza e Difesa: Suggerisce un possibile disimpegno dall’ombrello di sicurezza fornito dagli USA, esortando l’Europa ad assumersi la responsabilità primaria della propria difesa, senza essere dominata da alcuna potenza avversaria. La NATO non viene più vista come un’alleanza in espansione perpetua, e si propone una rapida risoluzione della guerra in Ucraina, inclusa l’accettazione di alcune richieste russe.
  • Rapporti Bilaterali e Interessi Economici: La strategia mira a creare un’architettura basata su rapporti bilaterali, negoziati caso per caso in base a opportunità contingenti, piuttosto che attraverso istituzioni multilaterali. Gli interessi economici prioritari includono la reindustrializzazione americana e l’apertura dei mercati europei a beni e servizi statunitensi.
    Focus sull’Emisfero Occidentale: La strategia sposta la priorità geografica verso l’emisfero occidentale, con l’obiettivo di ridurre la migrazione, combattere la criminalità e preservare l’accesso alle catene di approvvigionamento critiche, rianimando la Dottrina Monroe con un “Corollario Trump”.

In sintesi, il documento strategico rappresenta una rottura radicale con la politica estera americana degli ultimi decenni, adottando un approccio unilaterale e transazionale che ha suscitato sgomento e preoccupazione nelle capitali europee.

Chi appare fortemente spiazzato da queste tendenze è quel mondo che io definisco dell’Europa Reale che ha puntato tutto, dopo l’89, a farsi élite di una lettura “vantaggiosa e bucolica” del dopo ‘89. Non cogliendo, nella parte progressista, la forte caratteristica di Restaurazione di quel processo, di fuoriuscita dal modello sociale e democratico europeo, verso una versione di Europa neo potenza. Mentre Meloni surfeggia tra USA, UE e Italia cercando di timonare avendo una qualche mappa sensoriale della navigazione, le forze della UE stanno tra il provare a scansare gli scogli e il provare ad “ad abbatterli colpendoli di prua”. Questa tendenza non va sottovalutata perché già dagli anni ’50 la propensione ad un “nazionalismo europeista potenza” era presente. E basta leggere l’ intervista di Repubblica a Cohn Bendit per vedere dove è andato a finire una parte del’ 68 e cioè sotto l’egemonia del suprematismo occidentale. Che ha bisogno di riscrivere la Storia o di negarla. Cohn Bendit rilancia la lettura revisionista del patto Molotov Ribbentrop come avvio di una politica di spartizione. “Dimentica” Monaco e l’acquiescenza dei liberali focalizzati contro la Rivoluzione d’ottobre e frequentatori del fascismo italico. E non si accorge che la volontà di Hitler era distruggere l’URSS il che, come direbbe Popper, falsifica la sua tesi. Purtroppo diventata moneta corrente nella UE. E, a proposito di Storia rimossa, si è anche votata all’ONU una risoluzione per istituire la giornata contro il colonialismo, con il voto contrario di USA e Israele e l’astensione di chi lo ha inventato e cioè gli Europei. Altro che orgoglio della superiorità europea. Che pure per i dominanti può apparire la sola carta giocabile. Da questo punto di vista sarà fondamentale il ruolo che deciderà di avere la Germania che torna ed essere il soggetto determinante nelle logiche di potenza. Intanto però nella UE si comprano sempre di più le armi USA e si inaspriscono le politiche contro i migranti. E viene avanti una vera e propria CHIAMATA ALLE ARMI.
In Germania varata la “leva volontaria”. In realtà a tutti i giovani maschi e femmine arriva un questionario, obbligatorio per i maschi, sul servizio militare. Cui seguirà visita medica di idoneità. E una “offerta” da 2.600 euro lordi al mese, per 6 mesi con incentivi per il rinnovo. Sono previsti 260 mila effettivi più 110 mila riservisti. Se non ci si arriva con i volontari è si avrà necessità si passa alla chiamata per sorteggio. In Belgio si parla di 2.000 euro al mese. In Italia ci sono 67 mila ragazze e ragazzi che fanno il servizio civile a 500 euro al mese e senza benifici pensionistici. Facile immaginare che si tratta di una “attrazione fatale” per il militare. Per fortuna in Germania cresce il movimento di giovani  contro. Per le industrie poi gli unici soldi che arrivano sono  quelli per fare armi….

Più lucidi e avvertiti sono due soggetti. Il primo è chi ha vissuto il pacifismo e poi il movimento dei movimenti. Che aveva avuto cognizione della nuova grande contraddizione tra l’alto e il basso, il trasformarsi nella globalizzazione dei soggetti attraverso le guerre permanenti verso una crisi strutturale della democrazia. Cosa diversa da chi si appoggia alle contraddizioni del multipolarismo, che pure ci sono e grandi, ma rischia di non cogliere il carattere che resta totalizzante del capitalismo globale finanziarizzato.
Che resta intoccabile anche se dovremo vedere che svolgimento avrà la vicenda dell’uso dei beni russi congelati che va ad incidere su quella dimensione con rischi catastrofici che fanno saltare le garanzie che i dominanti si sono assicurati tra di loro a partire dalle regole del FMI. E indica che può esserci, di fronte ad una situazione esistenziale per una delle élites, la scelta della guerra totale.
Ma io seguo la rotta che mi viene dalla storia dei movimenti e la propongo. Con una premessa e alcuni punti.

Rifondare l’Europa non spetta alle élites

Colpisce che la UE discuta di sé stessa sulla base di ciò che fanno Trump e Putin. E continui a farlo senza affrontare i problemi che si sono accumulati in 35 anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla nascita della UE. Ancora una volta poi si procede seguendo quel doppio binario di funzionalismo e intergovernativismo che ora si concentrano su guerra e militarizzazione.
Vediamoli allora alcuni nodi, e che nodi.

UE, 33 anni senza Costituzione

La UE è retta da un trattato e non da una Costituzione. È così dalla nascita della Ceca ma da Maastricht in poi l’estensione delle funzioni è stata tale che una entità senza Costituzione semplicemente è ademocratica. Non per come opera ma per come è fatta. Cioè mancano la cittadinanza e la sovranità popolare. Questi non sono ritardi ma decisioni di operare precisamente per vie funzionalistiche e intergovernative. Chi dice che si voleva fare una Costituzione ma è stato impedito non dice che la Costituzione proposta era la costituzionalizzazione di Maastricht cioè di un trattato, per giunta per ideologico, ordoliberale. Nessuna entità politica democratica è basata su un trattato ideologico e non sulla sovranità dei cittadini.

UE, Cosa è?

Facciamo prima a dire cosa non è. Non è né uno Stato unitario, né uno Stato federale, né uno Stato confederale. É quello che il funzionalismo e l’intergovernativismo vogliono che sia. Non si parli di volontà popolare espressa perché il referendum italiano di adesione proponeva nella domanda una Unione con poteri centrali e “normali” del Parlamento europeo che semplicemente non esistono. Ma se passi per via funzionalistica e intergovernativa dalla gestione dell’acciaio, per altro in un quadro previsto di economia solidale e per la pace, alla gestione di riarmo e guerra magari con acciaio e armi delle multinazionali la scala cambia sostanzialmente. E se fai politica internazionale, sostanzialmente oggi di guerra, senza Costituzione ti sottrai ai dettami Costituzionali che ad esempio ripudiano la guerra. E in mezzo c’è l’austerity e la sottrazione del controllo dei bilanci anche in questo caso ai livelli costituzionalmente certi. In questo modo di essere la UE è quasi totalmente priva di corpi intermedi europei, partiti, sindacati, mass media. Perché la cittadinanza non esiste.

UE, dove comincia, dove finisce, con chi sta, cosa fa nel mondo?

L’allargamento è una procedura che va di pari passo col funzionalismo e l’intergovernativismo. Finché si ragionava di unire realtà con vocazione comune o di percorrere una via comune di economia di pace, sociale e ambientale era un conto. Ma se l’allargamento va avanti seguendo le guerre, come in Jugoslavia, le aree di influenza economica e politica, intervenendo nelle aree limitrofe, operando in collaborazione competitiva con la NATO siamo di fronte ad altro. Alla creazione ed alla estensione di una Potenza. Per altro con l’89 doveva essere evidente che era finita l’era dell’atlantismo anticomunista e si apriva quella della casa comune europea. Invece, incredibilmente, si è fatto l’opposto. Le conseguenze sono drammatiche.

Sono cittadine e cittadini a dover rifondare l’Europa non le élites in lotta con Putin o Trump e tra se stesse

Purtroppo tutto il percorso democratico che portò dopo la lotta al nazifascismo alla edificazione delle democrazie, di un modello economico sociale, a embrioni di democrazia globale è stato brutalmente interrotto. Il revanscismo delle classi dominanti ha riportato il Mondo indietro, fino alla guerra. Il ruolo del movimento operaio che era stato determinante per la democrazia è stato inibito dal pensiero neoliberale prima ed ora dal tecno feudalesimo. Ma il movimento operaio stesso non è riuscito a stare all’altezza dello scontro imposto dalla Restaurazione. Movimenti alter globalisti hanno visto e previsto ma è mancata la dimensione del farsi Storia. Rifondare una Europa democratica è oggi una priorità assoluta. Una Europa che chiede  e pratica la fine delle alleanze militari, punta sulla democrazia globale e il disarmo, ripropone una economia socialmente e ambientalmente connotata. Si dà una Costituzione non costruita contro quelle esistenti ma a partire da esse. Sceglie un modello (federale?) e una dimensione (certa?) ma lo fa sulla base delle cittadine e dei cittadini e non delle guerre delle élites.

Ho anche letto una  breve riflessione di Schlein che anche lei prende spunto dalla “tenaglia” Trump Putin. E ribadisce il valore di una Europa democratica e federale. Purtroppo il testo è molto carente dal punto di vista della situazione concreta in cui versa la UE a 33 anni da Maastricht. Non c’è presa d’atto che ci sono problemi che non vengono da fuori ma da dentro. E che la UE di problemi ne ha creati e ne crea tanti. L’incapacità /non volontà di lavorare per la fine della guerra. La ignavia verso la Palestina. Un piano di riarmo folle. Le ultime pessime scelte contro i migranti. Il fallimento di Maastricht dal punto di vista sia sociale che economico. E, sulla prospettiva, parlare di Europa federale ma portando la sola questione delle decisioni a maggioranza (con un prevalente di governi di destra) senza Costituzione, cittadinanza e sovranità democratica francamente è veramente poco e neanche particolarmente condivisibile e risolutivo. Comunque utile parlarne.
L’altro soggetto che appare avvertito e in grado di una propria lettura e di un intervento costruttivo è la Chiesa. In particolare la CEI ha proposto questo ragionamento strutturato che riporto, prendendo da Vatican News.

In una nota pastorale, la Conferenze Episcopale italiana richiama alla necessità di formare le coscienze per uscire dalla logica della guerra. I vescovi indicano il rischio di una escalation nucleare, la drammatica crescita di antisemitismo, islamofobia e cristianofobia, il dilagare dei nazionalismi e definiscono “contraddittorie” le “proposte di pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”.
La regola della pace ha bisogno, per sopravvivere e perpetuarsi, di un esercizio quotidiano globale che attraversi i periodi della storia e le generazioni educando al dialogo, al rispetto reciproco, alla cura dell’altro, alla pratica della misericordia, alla fraternità vissuta, al rifiuto della violenza. Impararla e rispettarla, la regola della pace, è «un lungo percorso, sfida complessa, impegno che tocca molte dimensioni della vita personale e sociale e che chiede un discernimento attento». E per un cristiano «la radicalità dell’annuncio evangelico va presa sul serio: la chiamata a essere operatori di pace deve farsi storia e vita delle comunità». La situazione attuale segnata da numerosi conflitti, dalle atrocità della guerra, dal grido di vittime innocenti, da una logica delle armi che sembra offuscare il lume della ragione, ha spinto la Conferenza episcopale italiana a elaborare una lunga nota pastorale (34 pagine) per «riscoprire la centralità di Cristo “nostra pace” in ogni annuncio e impegno per promuovere la riconciliazione e la concordia», come scrive nella presentazione il cardinale presidente della Cei, Matteo Maria Zuppi.

L’erosione della speranza

Il documento — diffuso oggi 5 dicembre e intitolato Educare a una pace disarmata e disarmante — è un invito a iscriversi alla scuola della pace ovvero alla scuola della Parola di salvezza e della dottrina sociale della Chiesa. Parlare di pace oggi è «davvero difficile», anche perché vi sono «elementi di drammatica novità». La nota sottolinea che «è cresciuto il livello di conflittualità tra le grandi potenze del pianeta, facendo persino balenare talvolta il rischio di escalation nucleare: un fattore di angoscia che erode la speranza», specialmente dei giovani. È inoltre aumentata «a una velocità inedita la spesa militare, che secondo il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) ha superato nel 2024 il livello record di 2700 miliardi di dollari»: una dinamica che «distoglie risorse alla costruzione di un mondo abitabile, libero dalla fame e orientato a uno sviluppo davvero umano, contribuendo invece al degrado ambientale, anche con le emissioni climalteranti».

Abbandonare il riarmo

Al tema della produzione e del commercio di armi i vescovi italiani dedicano vari passaggi del documento. Educare alla pace significa infatti anche prendere le distanze da quelle realtà economiche che speculano sul riarmo, le quali «sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi». E riferendosi all’Unione europea, esortata a riprendere il cammino di coloro che dopo la seconda guerra mondiale «scelsero con coraggio una via di pace da costruire insieme», la Cei definisce «contraddittorie» — rispetto a un orizzonte di armonia e concordia — «quelle proposte di pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Le necessità della difesa non devono diventare occasione per contribuire al riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una comunità più umana», ammonisce. Altra esigenza è quella di rafforzare la normativa in materia, in modo da impedire o limitare che i manufatti bellici vengano esportati in Paesi impegnati in conflitti. Al riguardo l’Ue (anche in considerazione del piano ReArm Europe) viene invitata a «sostenere la costituzione di un’agenzia unica per il controllo dell’industria militare interna e del commercio di armi con il resto del mondo».

Nazionalismi e discriminazioni

La crisi dell’ordine internazionale, si legge nel testo, «ha favorito il dilagare dei nazionalismi, in varie regioni del mondo, in forme diverse» ma accomunate «dal richiamo a una presunta identità univoca del popolo: l’ordine giuridico dello Stato diviene strumento per affermare il carattere culturalmente omogeneo della nazione, tutelando solo i diritti di chi le appartiene. Anche la religione – afferma la Cei – viene spesso strumentalizzata dai nazionalismi che la riducono a carattere distintivo di un popolo, a elemento che lo separa dagli altri, definendone tradizioni e pratiche identitarie». I nazionalismi «trovano consenso soprattutto nelle componenti della società più esposte alla crisi politico-economica, sensibili a riletture della storia che evocano una presunta età dell’oro per promettere prosperità a chi difende l’identità. Si giustificano così l’ostilità verso stranieri, minoranze religiose, diversi orientamenti sessuali, diverse convinzioni politiche». L’aumento degli episodi di antisemitismo, islamofobia e cristianofobia è diretta conseguenza di queste ideologie perverse.

Creare una politica di pace

Forte, nella nota pastorale, è il richiamo a una «politica di pace» (citati Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti) che faccia da esempio, guidata da una logica democratica e dalla ricerca del bene comune. E spetta alla Chiesa, alle famiglie, alla scuola, alla società civile, creare “case di pace” dove crescere la cultura della non violenza e uno stile di vita che mostri con orgoglio «l’aver scelto la pace come regola».

Come si vede il punto di partenza comune è la lotta al riarmo. Perché non risolve i problemi, accresce i nemici, toglie onore all’Europa.

Roberto Musacchio

Articolo precedente
Non diventiamo come loro
Articolo successivo
I popoli convocati per la guerra dimenticati nelle trattative

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.