editoriali

I popoli convocati per la guerra dimenticati nelle trattative

di Franco
Ferrari

Il confronto in atto tra alcuni paesi europei, con un sempre più evidente protagonismo tedesco, gli Stati Uniti e la leadership ucraina raccolta attorno a Zelensky, porterà forse ad una proposta di “pace” che metta fine a quattro anni di guerra e ad un conflitto di bassa intensità che risale ormai al 2014. Ma al momento è difficile fare previsioni ed avere certezze.
Siamo in presenza di una situazione abbastanza particolare perché la trattativa non si sta svolgendo tra i due fronti impegnati nel combattimento ma all’interno di una delle due parti, in attesa che emerga una ipotesi di soluzione accettabile anche per l’altra parte. I convenuti alla riunione di Berlino si muovono secondo interessi e visioni contrastanti. Mentre gli Stati Uniti sembrano effettivamente interessati a mettere fine al conflitto che non considerano di loro interesse perché puntano a ricostruire un rapporto economico con la Russia, i governi europei, mossi da interessi e posizionamenti non sempre coincidenti, sembrano più interessati a mettere paletti tali da rendere più difficile una soluzione che non a dare credito ad un esito negoziato del conflitto. Per altro in quattro anni hanno sempre rifiutato di svolgere un proprio ruolo politico che favorisse la cessazione dei combattimenti.
D’altra parte nemmeno la posizione russa è priva di contraddizioni. Sul campo, dopo quattro anni di guerra, è in grado di mostrare una certa prevalenza militare ma finora non è riuscita a realizzare un ko decisivo. Secondo la tesi prevalente degli analisti, l’aspettativa iniziale era di trovare a Kiev un settore dell’establishment interessato a chiudere la partita militare immediatamente accogliendo alcune delle condizioni poste, seppure con retoriche contraddittorie, da Mosca. Calcolo sbagliato che ha costretto la Russia in una guerra di lungo corso dalla quale ora può uscire ottenendo qualche risultato tangibile tale da giustificare il costo umano ed economico della “operazione militare speciale”.  In particolare il non ingresso dell’Ucraina nella NATO, richiesta in sé legittima, data la natura sempre più offensiva che questa alleanza militare ha assunto dopo la fine del blocco socialista.
Uno degli scogli irrisolti riguarda la questione dei “territori”. La Russia acquisirebbe tutto il Donbass in cambio della restituzione di qualche settore occupato in altre zone dell’Ucraina. All’inizio della guerra Zelensky dichiarò all’Economist che salvare le vite degli ucraini era più importante che mantenere il possesso di tutto il territorio. Una posizione che poi è stata rivista, anche per le spinte provenienti da alcuni governi europei, in particolare quello britannico, e che ha finora portato a perdere sia uomini che territorio.
Nel ritorno alla logica di potenza (che non andrebbe confusa con l’imperialismo che presuppone una dimensione di espansionismo economico importante), per effetto della quale la guerra ri-diventa strumento decisivo di risoluzione delle controversie tra Stati, tendono a scomparire i popoli. Questi rimangono come pedine di una logica che può passare dallo scontro alla spartizione pacifica (che comunque è sempre meglio di una guerra infinita) senza che alcun potere si preoccupi di sapere quale sia la volontà dei propri subordinati. Per Putin, il Donbass è “nostro”, ovvero della Russia, dando per scontato che le popolazioni possano cambiare sovrano senza avere voce in capitolo.
D’altra parte continuare a ripetere il mantra della difesa assoluta dell’integrità territoriale, per di più da chi quello stesso principio ha violato in altre occasioni ricorrendo alla forza militare, predispone solo ad una guerra infinita con un rischio permanente di escalation.
I sacri principi vengono sempre più utilizzati in modo opportunistico da entrambe le parti. In Serbia, lo ricordiamo ai molti smemorati, veniva fatto prevalere il diritto della minoranza albanese del Kosovo a separarsi dallo Stato di cui facevano parte, violandone l’integrità territoriale. Quindi in quel caso il diritto di scelta della popolazione contava più del principio dell’appartenenza del territorio. In Ucraina il criterio è capovolto. La volontà e l’interesse della minoranza russa o russofona non viene tenuta in alcun conto. Certamente una parte di questa preferisce appartenere alla Russia, piuttosto che restare in uno Stato che dal 2014 in poi, con la rivolta di Maidan, ha progressivamente cancellato qualsiasi diritto che negli stati democratici viene garantito alle minoranze. Cancellata la lingua russa come seconda lingua ufficiale, chiusi tutti i mezzi d’informazione critici del governo, considerati indiscriminatamente come “pro-russi” (e da Zelensky ancora prima dell’invasione), chiusi i partiti che rappresentavano l’opinione della parte orientale del paese, attaccata la Chiesa ortodossa storica per rafforzarne una allineata al regime di Kiev, fino all’ossessiva cancellazione di tutta la cultura espressa da ucraini che però utilizzavano la lingua russa e che si consideravano parte di uno storico intreccio tra Russia e Ucraina.
Nemmeno la Russia ha realmente riconosciuto il diritto all’autodeterminazione degli ucraini delle zone orientali che pure erano largamente favorevoli ad una Ucraina neutrale che mantenesse buoni rapporti con il vicino storico, di cui era stata parte comune nell’Unione Sovietica. A fronte della crescita del nazionalismo estremista ucraino che dopo Maidan era stato incarnato dall’oligarca e presidente Petro Poroshenko, i tre quarti degli elettori si erano espressi per quella che sembrava un’alternativa politica in grado di ricomporre l’unità del paese, riconoscendo la pluralità interna, ovvero per Zelensky. Il quale però ha rapidamente tradito tutte le aspettative.
Un altro concetto ripetuto da molti governi europei è che spetta agli ucraini decidere sull’accettazione o meno di un piano di pace. Principio in sé condivisibile ma che sarebbe più credibile se fosse applicato anche al piano di “pace” presentato da Trump per la Palestina, nel quale mancano le garanzie minime per il riconoscimento del diritto dei palestinesi ad un proprio Stato. La proposta è stata supinamente accettata dai governi europei contenti solo che con il passaggio di un genocidio ad uno sterminio al rallentatore, calasse la pressione nei loro confronti delle rispettive opinioni pubbliche. Tutte le organizzazioni palestinesi (dall’Autorità di Abu Mazen ad Hamas) hanno accettato quel piano pur sapendo quanto fosse ingiusto nei loro confronti e difficilmente esigibile. Benché le Nazioni Unite abbiano ripetutamente affermato il principio della necessità di costituire lo Stato palestinese nei territori occupati da Israele nel 1967 con Gerusalemme est come capitale, nessuno Stato si è impegnato a farlo rispettare, anzi la gran parte dei governi (non solo occidentali) ha giustificato e sostenuto il governo israeliano, impegnato con una violenza quotidiana e crescente ad impedire il rispetto della legalità internazionale.
Il dilemma che si pone a Zelensky è se accettare una soluzione che oggi risulta essere una sconfitta più che una capitolazione, ma che offre l’opportunità di ricostruire uno Stato che è ormai sull’orlo della bancarotta economica, più ancora che militare, o seguire le tendenze oltranziste sia interne che provenienti da qualche governo europeo.
I governi ucraini post-Maidan, come quelli europei, non hanno mai riconosciuto due elementi di fatto che invece sono inaggirabili per qualsiasi soluzione politica. Il primo è che il conflitto ucraino è nato innanzitutto come conflitto interno nella forma di una guerra civile tra l’est ultra-nazionalista (un nazionalismo che storicamente è stato collaborazionista del nazismo e sterminatore di polacchi, ebrei e comunisti) e l’ovest legato non tanto alla Russia quanto all’identità sovietica, che era una mescolanza di identità nazionali che tendeva ad assorbire e sintetizzare. A partire da questo rifiuto, l’interventismo russo e poi l’invasione del 2024 è stata rappresentata come una pura espressione di espansionismo da parte di Mosca.
Analogamente, nel post-Maidan, la leadership ucraina ha abbandonato l’idea di una Ucraina neutrale che potesse svolgere un ruolo di ponte, più che di contrapposizione, tra l’Europa e la Russia (ammesso e non concesso che la Russia sia “non Europa”). E quindi che la propria sicurezza andasse inquadrata in un quadro di sicurezza reciproca che tenesse conto di quelli che erano gli interessi e le preoccupazioni legittime di tutte le parti.
Il nazionalismo a base etnica che ha conquistato il potere in Ucraina con Poroshenko nel 2014, coniugato ad una spinta autoritaria e antidemocratica (che ha avuto la massima espressione nella legge sulla “decomunistizzazione del Paese”) si è contrapposto ad una analoga tendenza presente nella Russia di Putin.
Ma a mettere in discussione la stessa esistenza di uno Stato ucraino non è la sconfitta nella guerra quanto la prosecuzione della guerra stessa. La condizione demografica dell’Ucraina, lo stato che ha subito la massima riduzione della popolazione dopo la fine dell’URSS tra gli stati post-sovietici, è sempre più negativa ed è ulteriormente aggravata dall’emigrazione seguita all’invasione russa oltre che evidentemente dalle consistenti perdite militari. Anche in caso di un’immediata fine del conflitto occorreranno anni per ritornare ad una condizione economica soddisfacente, tanto più che l’unica prospettiva significativa sarebbe di diventare un centro di produzione militare per un’Europa riarmata. Ma anche quella strada non sarebbe sufficiente a reggere un’economia sostenibile per il futuro.
Da parte loro, le leadership politiche europee (di cui abbiamo provato ad esaminare le contraddizioni interne nell’articolo della settimana scorsa) pensano che, nel nuovo contesto globale, l’unica scelta possibile è cavalcare la logica della potenza militare come condizione indispensabile per tutelare il “proprio” capitalismo. Una scelta che si coniuga all’idea che per rimettere in sesto un modello di accumulazione in evidente affanno, la spesa militare sia l’unica strada possibile.

Si deve auspicare che l’esito delle trattative porti ad una fine del conflitto militare, perché questa è una delle condizioni affinché possa tornare ad agire il conflitto politico e sociale che la logica della guerra e degli etnonazionalismi tende a cancellare. 

Franco Ferrari

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