Letteratura proletaria americana degli anni Trenta
Gli anni dal 1929 al 1941 furono per gli Stati Uniti gli anni della Grande Depressione, una crisi sociale ed economica paragonabile solo alla crisi della guerra civile e della ricostruzione, con la differenza che in mezzo c’era stata la Rivoluzione d’Ottobre e un fenomeno letterario che era totalmente mancato nel primo caso, la letteratura proletaria, si produsse massicciamente nel secondo con la pubblicazione di un gran numero di opere in cui il romanzo, non più utilizzato per raccontare al mondo la vita e i problemi della borghesia, diventava lo strumento per raccontare il dramma del proletariato e, in parte della lotta di classe
La letteratura proletaria s’incanala in tre sottogeneri: il romanzo della fabbrica o della miniera che può essere descritto come di “sciopero e di conversione” che ripercorre costantemente uno schema ripetitivo persino pedante: il romanzo cosiddetto bottom-dogs, che segue le ondate del nomadismo forzato del nuovo popolo degli abissi e il romanzo del ghetto, l’equivalente proletario e collettivo del romanzo di formazione (o Bildungsroman) borghese, costruito sulle vicende dei figli immigrati cresciuti nei ghetti di New York e Chicago, prevalentemente.
Sono tre filoni che risultarono molto produttivi fino al 1935 quando imboccarono per esaurimento una china discendente, con la dovuta eccezione di tre prodotti più tardi che rappresentano però anche i risultati migliori del genere. Il primo dei tre è Christ in Concrete (1939) di Pietro Di Donato, conosciuto in Italia come Cristo tra i muratori; il secondo è il notissimo the The grapes of wrath (1939) di John Steinbeck (Furore, nella versione italiana), la vicenda della famiglia Joad e il terzo è Native son (1940, nell’edizione italiana Paura) di Richard Wright, l’unico scrittore negro che negli anni Trenta godesse di una considerevole popolarità.
Native son non è l’autobiografia dello scrittore che troviamo invece in Ragazzo negro, ma è la storia immaginaria di Bigger Thomas, anche lui un ragazzo negro di vent’anni circa che vive in estrema povertà in South Side Chicago; e dunque appartiene al filone o sottogenere del romanzo di ghetto, mentre Christ in Concrete è piuttosto l’epigono del romanzo di fabbrica e The grapes of wrath [1] (letteralmente Grappoli di rabbia) è l’apoteosi epica del romanzo di migrazione
Veramente massiccia, prima della comparsa dei tre capolavori è la produzione di genere che si deve a due tipologie di scrittori: quelli provenienti dagli strati subalterni, proletari e sottoproletari (operai, minatori, braccianti, immigrati poveri, drifters – letteralmente vagabondi bianchi). Tra di loro Smedley, Dahlberg, Gold, Conroy, Fuchs, Algren, Kromer; e gli autori/autrici provenienti dalla middle class e che avevano fatto un provvidenziale – quanto passeggero – bagno di classe negli ambienti comunisti che negli anni Trenta negli Stati Uniti erano, se non rispettabili, tollerati: tra di loro Gilfillan, Vorse, Lumpkin, Weatherwax, Slesinger, Herbst, Dos Passos, Caldwell. Molti di questi ultimi terminarono la carriera nelle fila ultrareazionarie o propriamente fasciste.
Nel 1935 Granville Hick, critico marxista, aveva pubblicato l’antologia Proletarian Literature in United States. A quella data hanno già visto le stampe un numero consistente di romanzi che entrano a vario titolo nella categoria proletarian novel:
- Daughter of Earth (1929) di Agnes Smedley
- Bottom Dogs (1929) di Edward Dahlberg
- Jews without money (1930) di Michael Gold
- Strike! (1930) di Mary Vorse
- To make my bread (1932) di Grace Lumpkin
- The disinherited (1933) di Jack Conroy
- God’s Little Acre (1933) di Erskine Caldwell
- Land of Plenty (1934) di Robert Cantwell
- I went to Pit College (1934) di Lauren Gilfillan
- Call it sleep (1934) di Henry Roth
- Summer in Williamsburg (1934) di Daniel Fuchs
- The unpossessed (1934) di Tess Slesinger
- Somebody in the boots (1935) di Nelson Algren
- Marching! Marching! (1935) di Clara Weatherwax
- Waiting for nothing (1935) di Tom Kromer
Sono da aggiungere la prima parte delle rispettive trilogie di John Dos Passos (42nd Parallel, 1930 e Nineteen, Nineteen, 1932) e di Josephine Herbst, Pity is not enough, 1933 e The executioner waits,1934).
Questa generazione era stata anticipata da due scrittorientrambi di origine ebraica e originari dell’impero russo;
Abraham Cahan (1860-1951) – Direttore di Jewish Daily Forward
Si era avvinato al socialismo, partecipando a varie riunioni politiche, ma poi con il passare del tempo cambiò posizione sconfinando nell’anti-comunismo.
Anzia Yezierska (1880 – 1970, nota soprattutto per le sue storie e romanzi che ritraggono la vita degli immigrati ebrei nel Lower East Side di New York all’inizio del XX secolo, focalizzandosi in particolare sulle lotte delle donne immigrate per l’indipendenza, l’istruzione e l’assimilazione culturale; si veda All I could never be, (1932)
Personalmente impegnati sul fronte del marxismo radicale furono una serie di scrittori ebrei, le cui opere non sono necessariamente ascrivibili alla leteratura proletaria.
Waldo David Frank (1889-1970), Dear Mother, 1920. Nel 1932 dopo un viaggio in Unione Sovietica pubblicò Alba della Russia. Esponente della Lega egli scrittori americani
Tillie Olson (1913 – 2005), nel 1932 pubblicò il suo primo libro Yonnondio. Membro dl PC USA, organizzatrice sindacale e attivista politica. Nel 1962 pubblicò Tell me a riddle (Dimmi un indovinello).
Bud Schulberg (1914 – 2009). Nel 1940 membro del PC-USA Pubblicò What Makes Sammy Run? (Che cosa fa correre Sam. 1941)? e Waterfront (Fronte del porto-1955), Everything that moves (tutto quello che si muove, 1981)
Arthur Miller (1915- 2015). Divenne famoso con All my sons (Erano tutti miei figli, 1947) e Death of a Salesaman (Morte di un commesso viaggiatore,1949)
Non tutti gli scrittori ebrei di quella generazione si convertirono per un periodo più o meno lungo alla letteratura proletaria, anzi la maggior parte se ne tennero distanti. Tra questi
- Dorothy Parker (1893-1967)
- Ben Hecht (1894-1964)
- Nathan Asch (1902-1964)
- Abraham Shiffrin (1902- 1998 )
- Sidney Joffrey Perelman (1904-1979)
- Delmore Schwartz (1913-1966)
- Irwin Shaw (1913-1984)
- Saul Bellow (1915-2005)
- Bernard Malamud (1914-1986)
Alcuni scrittori ebrei della stessa generazione (Leslie Aaron Fiedler, 1917-2003) ebbero dei trascorsi comunisti che poi cercarono penosamente di rinnegare
Quello degli strike and conversion novel è un genere che ancora più degli altri ha una codificazione narrativa fissa espressa nella sequenza (più precisamente diegesi=linea del racconto): ingiustizia e super sfruttamento, presa di coscienza di un lavoratore ispirato da un compagno sindacalizzato, sciopero e scontro con il capitale e la polizia, morte/martirio di lavoratori, passaggio alla militanza operaia di uno o più lavoratori.
Gli altri due sottogeneri – che si muovono anch’essi su cronotipi fissi – sono per lo più opera di autori provenienti dai ceti bassi, gli unici che hanno conoscenza anche indiretta della situazione che descrivono.
I romanzi di vagabondaggio – e miseria – hanno come modello il Bottom Dogs di Dahlberg (1929), quelli di ghetto il Jews without money di Michael Gold (1930) e, a consolidarne la forma, Call it sleep (1934) di Henry Roth e Christ in Concrete di Di Donato (1939): due pezzi importanti della letteratura americana.
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Native son fu un discreto successo commerciale, il primo caso della narrativa negra non autobiografica e non legata alla slave narrative, anche perché come scrive Wright nell’introduzione la storia del negro Bigger Thomas è stata volutamente travasata in un calco nuovo, in una forma narrativa propria della tradizione bianca. Nella versione cinematografica del 1951 il protagonista è interpretato dallo stesso Richard Wight e visibile su You Tube nella versione restaurata
Quanto a The Grapes of Wrath fu un bestseller inizialmente messo al bando in molte parti del paese e deve la sua salvezza al pubblico elogio di Eleanor Roosevelt e di suo marito il Presidente Franklin Delano Roosevelt, oltreché all’omonimo film di John Ford del 1940. Il libro ha una matrice storica documentaria, tanto nei sette articoli scritti da Steinbeck per il San Francisco Chronicle nel 1936, comparsi con il titolo The harvest gypsies (Gli zingari della vendemmia) sia nei film documentari dell’epoca finanziati all’amministrazione Roosevelt, tra cui The Plow that Broke the Plains (L’aratro che ha spezzato le pianure), il film documentario del 1936 con cui Pare Lorenz ricostruì il tracollo agricolo ed economico delle pianure centrali, colpite dalla crisi e dalla siccità; nonché negli scatti fotografici di Dorothea Lange (Migrant Mothers, 1936).
In questo contesto s’iscrive la storia della famiglia Joad che le banche hanno cacciato dai campi riarsi dell’Oklahoma e che un furgone sfondato trasporta con milioni di altri disperati lungo la Route 66 in quella che acquista subito i contorni di un’epopea nazionale. Le violenze subite dagli Joad e con loro da tutti gli okies ricattati dall’agrobusiness californiano sono l’immagine dell’America di quegli anni.
Venti o trent’anni dopo il glorioso decennio della letteratura proletaria americana, i suoi campioni erano quasi tutti passati dall’altra parte; e non solo avevano cambiato idee e mentalità ma, vuoi per campare vuoi perché non sapevano fare altro, avevano continuato a scrivere nel quadro della più pura e nuova letteratura borghese middle class statunitense, verbosa e annoiata, litigiosa e meschina con il pensiero fisso ai soldi e il disagio perché, nonostante il cambio di partito, soldi continuavano a vedersene pochi.
Tra gli scrittori di origine ebrea ci fu chi come Ben Hecht divenne un sionista razzista talmente provocatorio da essere tenuto a distanza anche dai governi israeliani; chi campava come sceneggiatore e non trovava di meglio che scrivere racconti prolissi e fastidiosi sul mondo dell’intellettualità commerciale di Hollywood, come Daniel Fuchs e Budd Schulberg. E poi i più giovani, Arthur Miller e Saul Bellow che per questione di età non avevano preso parte al decennio glorioso, ma solo al suo triste epilogo degli anni Quaranta e Cinquanta, che mettevano sarcasticamente in burla gli pseudomarxisti come mai furono capaci di fare contro la rapace società capitalistica americana; e Henry Roth e Delmore Schwarz che da lì in avanti si crogiolarono nella tematica familiare ebraica, predecessori meno spiritosi di Woody Allen, il liberal ebreo Doc degli anni Sessanta e Settanta, diviso tra Talmud, Marx e Freud, ma sempre all’insegna del più sfrenato individualismo in stile americano. Soldi, sesso e psicoanalisi.
Ebrei poveri
Per riassumere, il contributo degli ebrei alla letteratura proletaria americana fu ancor più che importante di quanto citato fin qui.
Si tratta di quella generazione di ebrei americanizzati che erano immigrati piccolissimi negli Stati Uniti dall’Europa Orientale o che negli Stati Uniti erano nati da famiglie da poco immigrate a cavallo della fine del secolo XIX. La maggior parte di loro furono tra gli anni Venti e Trenta fiancheggiatori del Partito Comunista e legati al movimento operaio e alle sue vicende.
Abraham Cahan (1860-1951)
Appartiene alla generazione precedente perché era nato nel 1860 in Lituania, dove era diventato socialista e da cui era dovuto emigrare nel 1882.
Dopo un periodo come operaio tessile, divenne giornalista e organizzatore sindacale.
Nel 1897 fu tra i fondatori del giornale Jewish Daily Forward, il più autorevole giornale americano in yiddish, che diresse fino al 1957.
In yiddish scrisse Yekl, A Tale of the New York Ghetto (1896) e in inglese The rise of David Levinsky (1917), oltreché il povest’ Il Natale di Rabbi Eliezer (1899).
Anzia Yerzieska (1885, Sukovoly, Polonia russa-1970)
Emigrata a New York (East Side) nel 1890, era la nona figlia di uno studioso del Talmud molto povero. Imparò l’inglese alla scuola serale. Nel 1915 pubblicò il primo racconto. Poi cominciò a vendere sceneggiature a Hollywood conquistando una certa notorietà.
Nel 1932 scrisse l’autobiografico All I could never be; seguito nel 1950 da Red ribbon a white horse (una citazione che fece anche Majakovskij, secondo Ehremburg). La sua narrativa è incentrata sulla dura vita degli ebrei per inserirsi nella società americana che secondo alcuni critici (v. Materassi) “costituisce il limite maggiore della sua opera”.
Partecipò ampiamente alle proteste sociali degli anni Trenta.
Nell’agosto 1919 scrisse The fat of the Land
Waldo David Frank (1889, Long Branch, New Jersey-1970)
Aderì giovanissimo al socialismo ma non s’iscrisse al PC-USA da cui alla fine si staccò preferendogli un comunismo metafisico. Scrisse drammi come New Year’s Eve, e ’44.
Fu in definitiva un socialista crepuscolare, specie nei suoi romanzi Dear Mother (1920), City Block (1929 e The Bridegroom Cometh (1939). Sotto la volta è un suo racconto del 1920.
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Michail Gold (pseudonimo di Irving Granich, 1897, New York, East Side – 1970)
Prima di Jews without money, aveva scritto A damned agitator (pubblicato a Mosca nel 1924).
Change of the world (1937) è una raccolta di articoli e saggi. Coal Braker (Frantoio per il carbone) è un racconto dl 1929, tratto da 120 million.
Il decennio di Roosevelt creò la condizione più favorevole – nella storia americana – all’organizzazione e allo sviluppo di un fronte culturale proletario. E questo non perché tra Roosevelt e i comunisti ci fosse una comunanza o una vicinanza ideologica, che anzi nella sua posizione di borghese illuminato le ragioni e gli interessi dei proletari Roosevelt li vedeva piuttosto interpretati e rappresentati dal fascismo mussoliniano, ma perché – a differenza del “democratico” Kennedy, Roosevelt non criminalizzò e non perseguitò i comunisti e non ebbe una politica minacciosa e aggressiva nei confronti dell’URSS, che riconobbe come stato e come governo.
Una politica opposta fu messa in atto da Truman e da Eisenhower che al libero confronto e alla competizione pacifica, terreno su cui rischiavano di perdere, preferirono la repressione all’interno, la minaccia e il confronto armato all’esterno. E il loro successore Kennedy non fu da meno.
Nel fronte proletario della cultura confluirono gli intellettuali figli dei blue collars bianchi; i bianchi borghesi progressisti, che sostanzialmente seguivano una moda; un numero ridotto di scrittori negri e un numero considerevole di scrittori ebrei, americani di prima e seconda generazione, originari dell’Europa Orientale, nati a cavallo tra XIX e XX secolo. Tra questi:
Irwin Shaw (1913-1984)
Abraham B. Shiffrin (1902- 1998 )
Sidney Joseph Pedelman (1904-1979) – Umoristi
Henry Roth (1906-1995). Final Dwarf (L’ultimo nano) è un racconto del 1969
Jo Sinclair (Ruth Seid, 1913- 1995)
Daniel Fuchs (1909 – 1993 )
The Golden West è un suo racconto del 1956.
Fuchs era di madre polacca e padre russo e crebbe prima nell’East Side e poi a Williamsburg (zona ebraica di Brooklyn). L’insuccesso della Trilogy lo convinse ad abbandonare la narrativa e a fare lo sceneggiatore. Il romanzo successivo West of the Rockies, venne nel 1971, 34 anni dopo la trilogia.
Tillie Olson (1913-2005 ).
Nata in Nebraska da genitori russi. Il padre Samuel Lerner, fu segretario locale del Partito Socialista. Non terminò le scuole ed entrò in fabbrica. Iscritta alla Lega dei Giovani Comunisti fu arrestata in Kansas per aver tentato di organizzare il sindacato. Si trasferì in California e partecipò al grande sciopero del 1934 dove fu di nuovo arrestata.
Operaia e commessa fino al 1956, prese il cognome del marito. Ricevuta una borsa di studio, riprese a scrivere. Tell me a riddle (Fammi un indovinello) è una raccolta di racconti uscita nel 1962.
Nel 1976 ha pubblicato Yonnondio, scritto all’epoca della Grande Depressione.
Bud Schulberg (1914, New York -1955)
Nel 1919 la famiglia si trasferì a Hollywood dove il padre lavorava alla Paramount. Scrisse il primo romanzo nel 1941 What makes Sammy run? (Dove corri Sammy?) poi nel 1947 The Harder they Fall (Il colosso d’argilla) e Waterfront (Fronte del porto) nel 1955, il romanzo che è un adattamento della sceneggiatura precedentemente scritta per Elia Kazan. Sanctuary è un romanzo politico d’ambientazione latino-americana (1969) e Everthing that moves è un romanzo basato sulla vita di Jimmy Hoffa
Delmore Schwartz (1913-1966)
Bernard Malamud (1914-1986)
Saul Bellow (1915-2005)
Arthur Miller(1915-2005)
Leslie Fiedler (1917-2003)
Lega degli Scrittori Americani
La Lega degli scrittori americani era un’associazione di scrittori, poeti, saggisti, critici e giornalisti lanciata dal CPUSU nel 1935. Comprendeva tanto iscritti al partito che i cosiddetti “compagni di viaggio”, sul modello dell’Unione degli Scrittori Sovietici, che era stato costituita nell’agosto 1934.
La Lega fu antifascista, contraria alla guerra dopo il patto Molotov-Ribbentrop e favorevole alla guerra dopo l’invasione dell’URSS. Esercitò un ruolo attivo ed efficace in difesa della Repubblica Spagnola, garantendo supporto finanziario, politico e morale agli scrittori in stato di necessità.
L’idea della Lega nacque in occasione della Seconda Conferenza dei John Reed Clubs, nel 1934, dove il settarismo fu indicato come il peggior malanno del movimento della cultura rivoluzionaria. Da lì partì l’appello per il Primo Congresso degli Scrittori Americani, lanciato all’inizio del 1935.
La Lega fu istituita in occasione del Primo Congresso degli Scrittori Americani e affiliata all’Unione Internazionale degli Scrittori Rivoluzionari (IURW)[2].
Tra i suoi membri iniziali si contavano: il giovanissimo Arthur Miller, Dashiell Hammett, Franklin Folsom, Louis Untermeyer, Millen Brand, Lillian Hellman e Myra Page, oltre a Alexander Trachtenberg di International Publishers.
Il primo presidente della Lega fu Waldo Frank. Il comitato esecutivo della Lega fu formato dallo stesso Frank, Freeman, Trachtenberg, Michael Gold, Grandville Hicks, Malcom Cowley, Josephine Herbst, Albert Maltz, Kenneth Burke, Harold Clurman, Hart, Josephson, Lawson, Scheider, Seaver, Genevieve Taggard e Alfred Kreymborg.
La quota di iscrizione era di 5$ l’anno. Alla fine del 1935 gli iscritti erano solo 125 e l’organizzazione si sciolse nel 1943 per debolezza interna e pressione governativa.
Primo Congresso degli Scrittori Americani
Il Primo Congresso degli Scrittori Americani si tenne a New York dal 26 al 28 aprile 1935, al Mecca Temple e alla New School for Social Research di fronte a circa 5.000 spettatori[3]. Il Congresso aveva l’obiettivo di preparare la partecipazione degli scrittori a un vasto Fronte Popolare.
Vi parteciparono 216 personalità tra le più politicamente impegnate degli USA.
Tra di esse: Granville Hicks, Isidor Schneider, Carley Lamount, Waldo Frank, Horace Gregory, Richard Wright, Robert Cantwell, Genevieve Taggard, Josephine Herbst, Malcome Cowley, Mike Gold, Tillie Lerner [Olson], James T. Farrell e molti dell’Europa e dell’America Latina (Louis Aragon, Andrè Gide, Andrè Malraux, Emilio Ennicor e Ford Madox Ford).
64 dei partecipanti venivano da 24 stati oltre New York. Il discorso d’apertura fu fatto dal segretario del Partito Comunista Earl Browder. Insieme a lui intervennero Clarence Hathaway per il Daily Worker, Moissaye Olgin per il giornale yiddish Morning Freiheit, Joseph Freeman di New Masses e Alexander Trachtenberg di International Publishers, la casa editrice del Partito Comunista.
Al congresso il suggerimento di Kenneth Burke fu che “il popolo” avrebbe dovuto sostituire “i lavoratori” nella simbologia del Partito Comunista e la propaganda per “inclusione” avrebbe dovuto rimpiazzare quella per “esclusione”.[4]
Il secondo congresso degli scrittori americani
Per la prima volta nella loro storia gli scrittori americani si ritrovavano a discutere pubblicamente e collettivamente di questioni pubbliche, per non dire politiche, compreso scrittori come Hemingway che per tutta la vita rifiutarono di aderire a un qualsiasi partito.
Al Secondo Congresso parlò ancora Browder, il segretario del PCUSA, dopo il discorso di Hemingway, arrivato dalla Spagna il 4 giugno 1937. Al posto di Waldo Frank fu eletto segretario generale dela Lega il fedelissimo Franklin Folsom, fino al 1942.
La Lega ebbe vice presidenti notevoli come Erskine Caldwell e Upton Sinclair.
Il Terzo Congresso si tenne nel 1939 e il Quarto nel 1941.
Il terzo Congresso della Lega degli Scrittori Americani
Si tenne alla Carnegie Hall di New York e il key note speech fu tenuto dal poeta Langston Hughes, che paragonò la situazione dei negri americani a quella degli ebrei in Germania con la differenza che negli USA se ne poteva parlare, in Germania no.[5]
Dopo il patto Molotov-Ribbentrop, parecchi membri si allontanarono dalla Lega, tra gli altri, Grandville Hiks, Thomas Mann e Malcom Cowley.
Nel gennaio 1940, la Lega formò un Comitato America fuori dalla guerra i cui membri comprendevano Lillian Hellman, Dashiell Hammett, Lawrence Goldstone, Eleanor Flexman, Len Zinberg, Shaemas O’Sheel e Sonia Raiziss.
Theodore Dreiser fu presidente onorario della Lega nel 1941.
Nel febbraio 1943 la Lega fu messa nella Biddle’s List che più tardi divenne la Lista delle organizzazioni sovversive del procuratore generale e di conseguenza la Lega fu di fatto dichiarata illegale, condanna confermata nel maggio 1948 e ancora nel 1950 con l’ordine esecutivo 10450.
Letteratura razzista americana
Una vecchia battuta dice che bianchi americani si dividono in due categorie: quelli che vivono tranquillamente e beatamente il loro razzismo e quelli che si lamentano del razzismo degli altri bianchi, in particolare nei confronti dei negri. In campo letterario questo consente agli scrittori bianchi una varietà abbastanza ampia di modelli letterari: ci sono gli autori che sistematicamente cancellano i negri dalle loro trame e sceneggiature, come se quel 15% della popolazione americana fosse invisibile; quelli che si uniformano alla mentalità preminente tra i bianchi che potremmo chiamare “razzismo corrente”: si vedano in proposito i romanzi di Rex Stout, l’autore del famoso Nero Wolfe, anche se l’espressione più riuscita di questo atteggiamento si deve a un francese, Jules Verne che parlando di due che vengono “naturalmente” addetti alla cucina dice: il primo, nella sua qualità di marinaio; il secondo nella sua qualità di negro.[6] La terza categoria è quella dei bianchi che ci tengono a descrivere un mondo di discriminazioni razziali, ma loro non le chiamano così, la cui origine si deve solo al fatto che i negri sono effettivamente inferiori; e comunque i negri sono contenti così.[7] La quarta categoria è forse la più interessante. Qui il protagonista è sempre un bianco – o una bianca – che s’imbatte/si scontra con un’ingiustizia talmente palese contro un negro, o una negra, che la sua coscienza si ribella (Il buio oltre la siepe). Anche qui, come in tutto il resto della letteratura bianca che si avvicina al tema, il protagonista o la protagonista sono dei bianchi e i negri sono solo le vittime. Sono in sostanza solo l’oggetto della narrazione, tutt’al più, come in Tom Sawyer o in Huckleberry Finn, fanno da spalla al bianco protagonista.
Tempo fa qualcuno si era preso la briga di fare una ricerca su Google inserendo nella ricerca prima la coppia letteratura americana/razzismo e poi la coppia letteratura americana/schiavismo.
Tra i risultati della prima ricerca non compare La capanna dello zio Tom, Uncle Tom’s Cabin, che è un racconto – vedremo di che tipo – sulla schiavitù: il codice di Google, cioè il codice mentale – una volta si diceva forma mentis – di chi l’ha scritto, non prevede di collegare schiavitù e razzismo. Difficile pensare che questi anonimi programmatori fossero guidati da un malinteso marxismo e si limitassero a collocare lo schiavismo tra i mezzi di produzione. C’è anzi da pensare che sfuggiva loro anche la semplice nozione di quel concetto. Che cosa sia per loro lo schiavismo e come si colloca lo vedremo più avanti.[8]
Il primo titolo che compare nella ricerca Google su razzismo e letteratura è To kill a mockingbird,[9] in italiano noto come Il buio oltre la siepe. Il libro del 1960 – e il film che ne fu tratto nel 1962 – riguardano lo strazio e l’ingiusto processo che in una cittadina del Sud vengono inflitti a un operaio negro americano. Chi lo ha scritto è un’autrice bianca e anche il protagonista, l’avvocato Atticus Finch, che difende il negro è un bianco; e tanto per tagliare la testa al toro, nel film è impersonato da Gregory Peck ed è al celebre e simpatico attore bianco che furono attribuiti Oscar e Golden Globe perché è su di lui, sulla sua generosità e comprensione, sulle sue delusioni ed amarezze che viene centrato il libro. Con quel romanzo la scrittrice Harper Lee ottenne nel 1961 il Premio Pulitzer e solo cinquant’anni dopo si decise a far pubblicare il romanzo, la cui stesura precede quella del Buio oltre la siepe e vede gli stessi personaggi collocati in un’epoca successiva.
In questo secondo romanzo il buon Atticus risulta essere qualcosa di più che un semplice simpatizzante del Ku Klux Klan, ma piuttosto un suo sostenitore attivo, a far luce su oltre mezzo secolo di equivoci; ma ai bianchi conveniva così.
Qualche anno prima, un altro scrittore bianco di grande successo, John Grisham, aveva pubblicato A time to kill, Tempo di uccidere, classificato come legal drama che riprende lo schema precedente: negro oltraggiato, sua vendetta, intervento di un avvocato bianco, generoso e bello. Questa volta si mette bene in chiaro – a scanso di equivoci – che il Klan è avversato del protagonista, il bel Mattew McConaughey nel film che immancabilmente seguì la pubblicazione del libro e che ebbe incassi di oltre 150 milioni di dollari. Del resto anche per il Buio oltre la siepe, gli incassi avevano quadruplicato i costi. Il fatto che la maggior parte dei lettori e degli spettatori siano bianchi o s’identifichino con essi nelle varie parti del mondo ha un peso rilevante nella scelta delle trame e dei protagonisti.
La risposta di Google all’interrogazione letteratura americana e razzismo restituisce naturalmente anche molti titoli di romanzi, monografie e raccolte di saggi di scrittori afroamericani. Se insistiamo a parlare degli scrittori bianchi è perché su di essi si è generato un grande equivoco che tende a cancellare o piuttosto a rendere inutile la linea di separazione tra liberazione negra e commiserazione umanitaria ed esaltazione della bontà dei bianchi, come si vedrà anche nel secondo titolo citato da Google.
Anche qui siamo di fronte a un bestseller, questa volta del 2009 e come il libro precedente trasformato in film di successo e premiato con Oscar. Si tratta di The help – L’aiuto – di Kathryn Stockett. In questo romanzo una giovane donna bianca si costruisce la carriera “sulle spalle dei neri” come avrebbe detto la scrittrice negra Toni Morrison. L’eroina buona e generosa, infatti, si procura fama e ricchezza raccogliendo i racconti in prima persona dalle lavoratrici domestiche della sua città. Questo negli anni Sessanta e in una piccola città di provincia genera naturalmente uno scandalo e sull’onda di quello scandalo la protagonista si trasferisce dal Sud a New York dove diventa una femminista e professionista di successo dell’industria editoriale.
Alla faccia del lavoro di decine di femministe negre che questo successo, per i noti motivi di discriminazione razziale, non lo avranno mai. Un altro caso di successo bianco montato sulle spalle dei negri.
Come ha scritto la femminista – anche lei bianca, tedesca, insegnante all’Università di Brema – Help riprende lo schema della Capanna dello zio Tom, altro romanzo in chiave antischiavista pubblicato nel 1852 da un’altra scrittrice bianca, Harriet Beecher Stowe. Lì il protagonista, a differenza che in Tom Sawyer e in Huckleberry Finn è finalmente un negro uscito dalla fantasia di una sincera abolizionista del Nord che negri non ne aveva mai conosciuti, tanto meno schiavi, e che al Sud non era mai stata, neanche nel Kentucky – dove la storia ha inizio – e dunque immagina che i negri siano buoni buoni buoni, come quello zio Tom che si lascia vendere volentieri dal suo padrone schiavista per salvaguardare il benessere di lui e della sua famiglia; e anche il padrone è schiavista, ma tenero di cuore e cristianamente comprensiva al pari di lui è la figlia dell’orribile schiavista che guarda Tom con sguardo languido e soccorrevole, ma muore ben presto martire, mentre Tom non perde occasione per aiutare i padroni bianchi finché questi lo uccidono, proprio mentre un bianco buono veniva a salvarlo. Non c’è da stupirsi, diciamo così, che i negri – militanti o meno – fatichino a riconoscersi in questo personaggio o anche solo a non disprezzarlo. Cristianamente, s’intende.
Tornando alla ricerca su Google di razzismo e letteratura constatiamo che per quanto la letteratura americana abbondi di contenuti razzisti, questa sovrabbondanza di letteratura razzista proprio non risulta.
Non compare, ad esempio, l’epico The clansman. A historical romance of the Ku Klux Klan del 1905, da cui fu tratto dieci anni dopo l’altrettanto epico The birth of a Nation (Nascita di una nazione), il film di D.W. Griffith che ripercorre la guerra civile e l’epoca della ricostruzione dal punto di vista confederato e presenta il Ku Klux Klan come un manipolo di eroi. Come da aspettarsi, la risposta all’interrogazione trascura anche quell’inno allo schiavismo e alla segregazione razziale che è Via col vento (Gone with the wind), il romanzo del 1936 purtroppo anch’esso di mano di una donna, anch’esso trasferito nel 1939 in uno strepitoso successo hollywoodiano; e quella volta gli Oscar furono ben 9: al film, alla protagonista, al regista, allo sceneggiatore, etc. E piacque molto anche Mamie, schiava negra sorridente e disponibile, sempre pronta ad aiutare la sciocca e capricciosa padrona bianca, sicché un Oscar toccò anche alla sua interprete, Hattie Mc Daniel, il cui personaggio è popolare tra i negri quanto, se non meno, dello zio Tom.
Con Gone with the mind, siamo già alla letteratura apertamente e sfacciatamente razzista, dove ballano tutti gli stereotipi sui negri in un simpatico college: ingenui, creduloni, allegri. Cantano e ballano, sono poco intelligenti ma leali. Sono disordinati, tendenzialmente anarchici e strutturalmente ignoranti, per limitate capacità intellettuali. Perciò hanno bisogno di qualcuno che li comandi. A chi tra i bianchi piacerebbe essere descritto così carinamente?
La manipolazione razzista in letteratura americana non è sempre così sfacciata. Si prendano ad esempio Le confessioni di Nat Turner (1967). In questo romanzo lo scrittore bianco – maschio – usa a fini romanzeschi la testimonianza estorta allo schiavo nero che nel 1831 si era messo alla testa di una rivolta armata, era stato tradito e fu alla fine impiccato dai bianchi insieme ai suoi compagni, novello Spartaco.[10]
Il testo invita il lettore – a contemplare l’inutile sfida e la necessaria condanna della contro-violenza negra – secondo uno schema che viene ad oggi perseguito da tutti i detrattori di Black lives matter, come il nostro ineffabile Federico Rampini, nemico di qualsiasi cosa che puzzi alla lontana di rivoluzione.
La risposta di Google sul razzismo e la letteratura cancella anche tutta la messe di rappresentazione della guerra civile 1861-1865 che, con sfumature diverse a seconda della sensibilità degli autori, inclinano sempre per il razzismo.
O i negri semplicemente spariscono come agenti della propria lotta/liberazione politica, sociale, culturale e militare; o sono l’oggetto del paternalismo bianco, prima come schiavi sofferenti e poi come oggetti liberabili o liberati delle buone intenzioni dei bianchi (che non sempre i negri sanno apprezzare nella giusta misura).
Oppure, semplicemente, la negritudine The blackness è materiale di sfondo alla battaglia. È quanto ci vuole far credere il romanzo di Doctorow The March, del 2005, che pur adotta posizioni radicalmente contrari alla guerra.
The March è un romanzo storico la cui vicenda si colloca tra il 1864 e il 1865, cioè verso la fine della guerra civile ed è incentrato sulla marcia da Atlanta al mare del generale Sherman e dei suoi 62.000 uomini. Trecento miglia attraverso il Sud Carolina, Nord Carolina e Georgia. L’ordine di Sherman era quello di fare terra bruciata di qualcosa come cinquantamila chilometri quadrati e i suoi soldati non se lo fecero ripetere, in quella che fu la più sanguinaria operazione terroristica contro popolazione civile mai compiuta sul suolo degli Stati Uniti. Dopo avere sconfitte le truppe confederate ad Atlanta, Sherman aveva rinunciato a inseguirle pensando che era più conveniente, dal punto di vista strategico, radere al suolo la struttura civile della confederazione, piuttosto che annientare il suo esercito. La marcia ricorda la sistematica distruzione di bestiame, raccolto, case su una fascia larga cento chilometri e lunga quasi 500, per dimostrare ai sudisti che la Secessione non era gratis. La spedizione, che non incontrò resistenza militare, è raccontata attraverso le vicende di vari personaggi: il generale Sherman, il capo chirurgo e la sua fidanzata sudista, due disertori confederati, la figlia della schiava liberata e del suo padrone stupratore, alla quale, in rappresentanza di quella incerta negritudine, è affidato il compito domandarsi che ne sarà di quelle cicatrici, di quelle speranze e di quelle paure. Il risultato, a centocinquant’anni di distanza, ce lo ha raccontato il movimento Black lives matter. In questo senso si può dire che il romanzo di Doctorow, pur animato da buone intenzioni, contribuisce a rimuovere la soggettività negra, cancellandola e occultandola e vale anche qui il vecchio proverbio negro Stick and stones might break our bones, but words will certainly kill us (Bastone e pietre potranno romperci le ossa, ma saranno le parole ad ucciderci).
Questa ricerca su Google dimostrerebbe due cose: primo che il razzismo e – di conseguenza – l’antirazzismo sono ambito e prerogativa dei negri. Gli scrittori e soprattutto le scrittrici bianche contemplano e condannano la violenza razzista creando una struttura narrativa in cui il lettore dovrebbe identificarsi con i sentimenti dei personaggi bianchi – gli unici accuratamente descritti – e con il loro il patimento, l’estraniamento e persino la loro ribellione alla maggioranza razzista dei bianchi. Il tutto in relazione a un’etica protestante il cui ruolo guida non manca mai in queste narrazioni.
Ma soprattutto questa ricerca dimostra che il razzismo non è una materia che i bianchi hanno piacere ad affrontare o almeno, Google non è in grado di cogliere questo interesse, se esiste.
E non è una cosa da poco se pensiamo all’influenza che ha Google sul modo in cui le persone vedono, interpretano, giudicano il mondo.
Come è possibile che il codice binario di Google non abbia incontrato nella letteratura americana bianca alcun un segno di razzismo? Non ci sono state eccezioni? Eppure ci sono molti libri in cui i lettori possono cogliere almeno un accenno alle storie schiaviste americane e tra quelli del registro “alto” troviamo Flannery O’Connor, Williams Faulkner, John Didion, Maryline Robinson, Jane Smiley, Thomas Pinchon, Gertrude Stein, Lillian Smith, lo stesso Daniel Doctorow e naturalmente Mark Twain, i cui testi mostrano un certo grado di interesse per i discorsi e le pratiche di anti-blackness violenta negli Stati Uniti,[11] anche se non sono le tematiche fondamentali dei loro intrecci.
Prendiamo The all true travels and adventures of Lidie Newton, di Jane Smiley (1998) la cui tematica vorrebbe riallacciarsi a Moll Flanders e al genere picaresco o alla Lettera scarlatta, per restare in ambito Nord-americano ma che comunque affronta sia pure a latere il problema della lotta dei coloni bianchi al tempo dell’adozione dello schiavismo in Kansas nel XIX secolo; e potrebbe essere una risposta all’uso da parte di Mark Twain delle tribolazioni di un fuggiasco nero per salvare il bianco ribelle Huck Finn, dalla noia rurale in epoca post-schiavista o anche una risposta allo stesso Uncle Tom’s Cabin.
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William Faulkner (1897-1962) era l’elegante gentiluomo del Sud che aspirava ardentemente al Nobel e finalmente l’ottenne nel 1949.
L’urlo e la furia (The sound and the fury), è un romanzo del 1929 e si svolge in una immaginaria contea del Mississippi. Uno dei quattro personaggi narranti, sia pure in terza persona, è la Mamie negra, un personaggio che non ha una problematica propria ma vive di riflesso, con lealtà e pazienza la problematica dei padroni bianchi.
Lillian Smith (1897-1966) da non confondere con la quasi omonima Betty, Smith autrice di Un albero cresce a Brooklyn, nel 1944 pubblicò Strange Fruit che era anche la risposta alle nostalgie schiavistiche di Gone with the wind ed è la storia di un amore interrazziale uomo bianco/donna nera che racconta anche il linciaggio di un uomo nero.
Difficile stabilire quanto delle sue prese posizione contro la segregazione razziale e le leggi Jim Crow si debba all’antirazzismo e e quanto a una omosessualità vissuta con difficoltà che allora, specie nel Sud, era vista con ancor maggiore disprezzo della differenza razziale. In ogni caso quel suo romanzo fu boicottato in molti modi, anche dal servizio postale degli stati Uniti che si rifiutò di spedirlo, fino a quando il presidente Roosevelt non ne spedì una copia alla moglie Eleanor.
Civil Wars è un romanzo del 1984,[12] anche questo di una scrittrice e racconta la storia del movimento peri diritti civili dal punto di vista di una giovane donna bianca. Ma la tematica si sposta presto dalla lotta antirazzista ai guai matrimoniali della coppia bianca e addio antirazzismo.
Prima di The March, Doctorow aveva pubblicato il romanzo storico Ragtime, ambientato nei primi anni del secolo e incentrato sul fallimento dell’American Dream attraverso le vicende di una coppia di emigranti ebrei e del negro Colhouse. Ma anche questo romanzo panottico mobilita la sofferenza razziale dei negri al servizio di un giudizio satirico e melanconico che riguarda l’intera società americana e che l’autore interpreta come tradimento della democrazia.
Qualcuno pretenderebbe che Beloved, il romanzo più noto di Toni Morrison, scrittrice negra, intendesse fare da contraltare altrettanto epico a Gone with the wind, ma la storia è troppo intima e naturalista per contrastare Gone with the wind nella testa della gente. La schiava fugge con l’unica figlia rimastale e che lei non è riuscita ad uccidere quando gli schiavisti stavano per mettere le mani su di loro.
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I grandi scrittori bianchi, del Nord come del Sud, non hanno saputo creare un’epica della storia negra perché se ne sono tenuti lontani e rispetto ai personaggi negri dei loro romanzi, per pochi che siano, non li muove alcuna empatia. Persino in Lansdale, il maestro dell’hard boiled contemporaneo quello che dovrebbe essere il coprotagonista negro della coppia mista, Leonard Pine, è raccontato in terza persona e con distacco dal protagonista bianco che si racconta in prima persona.
L’epica dei negri l’hanno scritta solo altri negri: Alex Haley (1921-1992) con il fortunato e controverso Radici (1976) e tre scrittrici negre: Toni Morrison, Yaa Gyasi (n. 1989) con l’epopea Homegoing (2016) raccontata attraverso le vicende di discendenti di due sorelle africane: una sposata a uno schiavista e l’altra venduta nel Nuovo Mondo; e più recente e, dopo di lei Honorèe Fanonne Jeffers (n. 1967), la poetessa che dopo dieci anni di lavoro ha prodotto I canti d’amore di Wood Place in uscita da Guanda, titolo originale Love Songs of W. E. B. Du Bois (2021, 816 pagg.),: la storia di una famiglia afroamericana del Sud degli stati Uniti da prima della guerra civile – e dunque dai tempi della schiavitù, ad oggi.
Perché W.E.B. Du Bois? E’ stato chiesto all’autrice. Si tratta dell’intellettuale negro, sociologo e attivista dei diritti civili (1868-1963), presente dappertutto nel romanzo così come fu un simbolo onnipresente della vicenda negra per quasi un secolo. Per l’autrice “il più grande intellettuale afroamericano”, ma non tutti la pensano come lei.
L’ex presidente, come preferisce chiamarlo l’autrice del libro, dopo la manifestazione dei suprematisti bianchi a Charlottesville in Virginia disse, che in mezzo a quella folla c’era anche gente per bene. È accettabile questo? È accettabile che i negri debbano accettare di discorrere tranquillamente, civilmente con quelle persone che mettono in discussione il loro diritto alla vita? Eppure i bianchi civili, moderati per bene come Rampini è questo che vorrebbero dai negri. Fatto salvo che. a parti rovesciate, quando si tratta di parlare con i russi, dicono che prima li vogliono vedere castigati, umiliati, morti. Poi … si vedrà. Perenne doppiopesismo del suprematismo bianco.
D’altra parte, che senso avrebbe pretendere dai grandi scrittori bianchi americani di costruire loro una grande epica nazionale e transnazionale contro lo schiavismo e il razzismo? Perché chiedere a loro il grande romanzo contro gli omicidi gratuiti e sistematici dei negri? Contro l’arretramento delle conquiste dei Movimenti dei diritti civili e del Black Power? Contro la povertà di massa dei negri?
In questa richiesta c’è tutto l’individualismo americano come se la lotta di classe fosse la somma di singole prese di posizioni individuali e non l’organizzazione e la discussione intorno a un programma collettivo.
La televisione fa il suo mestiere come lo ha fatto per lungo tempo il cinema; e parliamo di buon cinema[13]. Ma la serie televisiva The Wire che ambiva a decostruire le rappresentazioni razziste della vita urbana dei negri, in realtà non è servita ad altro che a rimettere in circolazione tutti gli stereotipi sulla questione ed è quanto succede quando la pretesa denuncia, non ha un progetto, né un obiettivo né un’organizzazione.
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Una critica ampia della letteratura americana e della sistematica negazione, la deliberata ignoranza dell’esistenza dei negri è stata fatta da Toni Morrison[14] nel saggio del 1992 Playing in the dark (Giochi al buio), la sistematizzazione di tre conferenze che la scrittrice aveva tenuto nel 1991.
In Playing the dark, Morrison prende in esame l’opera di Willa Cather, di Edgar Allan Poe, di Nathaniel Hawthorne e Ernest Hemingway e analizza come viene trattato in essa il tema della negritudine che per quegli autori un ruolo importante: ma solo per stabilire l’identità americana bianca.
James Baldwyn ha scritto il racconto Going to meet the man sul linciaggio di un negro, uno dei cinquemila linciaggi impuniti di maschi negri da parte dei maschi bianchi. Il linciaggio non è manifestazione di ignoranza e di cultura arretrate, il frutto di un assalto bestiale di bianchi poveri e ignoranti che si sentono erroneamente minacciati dalla stessa libertà dei negri, non è una trasgressione dei codici della società civile – e lasciamo perdere la sua spiegazione come vendetta illecita per supposte violazioni della femminilità bianca santificata – ma è la realizzazione delle libertà civili e dei diritti che la costituzione stessa ha garantito ai bianchi sulle cose; e i negri sono una di queste cose su cui il bianco esercita l’arbitrio e la violenza con la soddisfazione di “poterlo fare”.
Luciano Beolchi
[1] Niente a che vedere con The Sound and the Fury il romanzo modernista sudista di William Faulkner del 1929 sulla vicenda di una famiglia bianca decaduta del Sud. Il furore che compare nel titolo italiano di uno e in quello inglese dell’altro è l’unica cosa che li unisce.
[2] Gli Atti del 1° e 2° Congresso si trovano in:
American Writers’ Congress, ed. Henry Hart, N.Y., 1935
The Writer in a Changing World, ed. Henry Hart, N.Y., 1937
[3] American Writers’ Congress, ed. Henry Hart, N.Y., 1935
[4] Ann George e Jack Selzer, What happened at the First American Writers’ Congress? Kenneth Burke’s Revolutionary Symbolism in America, Rethoric Society Quarterly, Vol. 33, n.2, Spring 2003.
[5] Nel 1937 la Lega chiese a 1.000 scrittori americani di esprimersi sulla guerra civile spagnola e di 418 che risposero 410 erano per la Repubblica, 7 neutrali e una sola, Gertrude Atherton, sosteneva Franco.
[6] In campo letterario, il campione classico della categoria è Via col vento.
[7] È il mondo rappresentato nella Capanna dello zio Tom.
[8] La ricerca s’intitola Letteratura americana e razzismo nel WWW, di Sabine Broeck.
[9] Mockingbird è il titolo americano.
[10] Si deve a uno studente negro il primo importante studio sulle ricorrenti rivolte degli schiavi negri americani che la storia bianca ha cancellato finendo per concludere che sei negri non si sono mai ribellati è perché stavano bene.
[11] Quello che con termine persino svuotato di significato e alleggerito degli impliciti disvalori, si chiama “razzismo”.
[12] Di Rosellin Brown.
[13] Guess who’s coming to dinner (Indovina chi viene a cena) e In the heat of he night (La calda notte dell’ispettore Tibbs) sono due film del 1967 che sbancarono gli Oscar di quell’anno in una chiave dissacratoria che verrà ripresa con più forza da Mississippi Burning (1988).
[14] Premio Nobel nel 1993.