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La restaurazione neoliberista e l’eclissi della scuola della Costituzione

di Marco
Bizzoni

“Se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento e della Magistratura e della Corte costituzionale”. Piero Calamandrei pronunciava queste parole negli anni ’50, quando l’Italia era un cantiere di speranze e contraddizioni. A settantacinque anni di distanza, al posto di quel “cantiere”, resta un campo di macerie. Macerie materiali, aule inagibili con intonaci e soffitti crollano, macerie ideali, prodotte dall’abbattimento delle regole e strutture dello stato sociale volute dall’ideologia neoliberista. Che, pezzo dopo pezzo, continua a smantellare il settore dell’istruzione della Repubblica. L’azione che il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, sta portando avanti da non è una semplice gestione conservatrice dell’esistente, ma una vera e propria Restaurazione ante Repubblica. Che mira a ridurre lo studio, da diritto universale, a merce settoriale fornita sulla base del censo o della classe di appartenenza. Trasformando la scuola della Repubblica in un’azienda a gestione mista, dove il profitto privato detterà legge sui bisogni educativi.

Calamandrei nel suo discorso al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, individuò, profeticamente, tre fasi per trasformare la scuola della Repubblica in una scuola di parte o di classe.  La prima fase è lo screditamento e l’impoverimento della scuola pubblica. La continua riduzione della spesa pubblica sulla scuola è la premessa necessaria con cui oggi si giustifica la necessità dell’intervento dei privati.  Il governo ha raccontato di aver aumentato le risorse, poiché nella legge di bilancio 2026 ha investito 875 milioni di euro sulla scuola, cioè ha dato al bilancio della scuola un aumento nominale dell’1,5%. Ma, tutto ciò, è avvenuto contestualmente alla definizione di un’inflazione programmata all’1,7%, che sebbene inferiore a quella reale resta comunque superiore all’aumento sbandierato. In tal modo, quello che il Ministro rivendica come aumento, si rivela un taglio del potere d’acquisto delle scuole. La scuola pubblica subisce scientificamente un trattamento di definanziamento e propaganda. Da una parte il Ministro annuncia continuamente nuove risorse per realizzare attività, a volte utili e interessanti, a volte semplicemente propagandistiche, ma sempre con fondi non adeguatamente sufficienti per tutti e che non compensano mai i tagli progressivi sull’intero comparto. L’esito di questo processo rende progressivamente la scuola inefficiente, brutta e insicura. La seconda fase è quella in cui, malgrado l’irrigidimento di alcuni elementi, il controllo sulla scuola privata resta attenuato, limitando leggermente la loro natura di diplomificio, ma lasciando inalterata la loro natura privilegiata, creando un doppio binario tra l’istruzione d’élite e quella di massa. La terza fase vede il dispiegarsi del finanziamento pubblico ai privati. Non è quindi un caso che mentre assegnava un aumento dell’1,5% alla scuola pubblica le risorse assegnate alla scuola privata superavano il 10% a cui vanno aggiunti i bonus fino a 5.000 euro per le famiglie che scelgono le scuole paritarie. I tre punti enunciati da Calamandrei, quindi, non sono più un caso di studio, ma sono presenti in modo drammaticamente attuale nell’agenda politica sulla scuola del governo Meloni.

Oggi, il ministro Valditara ha superato persino le peggiori previsioni del 1950. Non si limita a finanziare le scuole private tout court come stabilito dal governo D’alema con la legge 62/2000, ma, prosegue sulla via delle riforme del centrodestra avviate dalle Ministre Moratti e Gelmini, introducendo il privato dentro la gestione strutturale della scuola pubblica. Le recenti esternazioni del Ministro, pronunciate significativamente non in un’aula parlamentare ma davanti alla platea dei costruttori edili dell’ANCE, indica chiaramente l’obiettivo che vuole perseguire. Arrivare ad affidare ai privati la gestione dei servizi scolastici: riscaldamento, manutenzione, sicurezza, assistenza ai laboratori, pulizie, sorveglianza, e docenza, poiché in una scuola azienda anche la docenza è un sevizio. Realizzando in tal modo un aggiramento della carta costituzionale e del suo art. 33: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”, trasformando la scuola della Repubblica, attraverso il project financing, in luogo di profitto. Consegnando le chiavi delle scuole alle imprese, attivando un percorso di socializzazione dei costi della scuola e costruendo un processo di privatizzazione dei profitti. Con questo processo il Governo attua con la scuola lo stesso processo impostato con le allora aziende partecipate pubbliche. Considerando la scuola un semplice asset economico, che lo Stato apre alla competizione di capitali privati in cerca di rendite sicure garantite dallo Stato. Azzerando l’aspetto prioritario della scuola pubblica, quello di luogo deputato alla formazione del cittadino e di crescita culturale del Paese. Viene quindi meno la logica del servizio pubblico (universalità, gratuità, uguaglianza) e viene inevitabilmente sussunta la logica d’impresa (costi-benefici, profitto, clientela), poiché il gestore privato, forte del suo investimento, condizionerà inevitabilmente e in modo significativo gli spazi, i tempi e l’offerta formativa. Inizialmente si tratterà solo di “pulire i pavimenti” o gestire il riscaldamento, etc; ma determinerà la fruibilità dello spazio scolastico, “terzo educatore” secondo la definizione di Loris Malaguzzi, luogo che educa, influenza i comportamenti, stimola l’apprendimento e promuove l’autonomia. Fin dove si potrà arrivare? Fino ad una scuola gestita da un consorzio di imprese? Ci saranno servizi esclusi dalla possibile gestione dei privati? O come previsto per la filiera tecnologico-professionale i privati potranno indirizzare la didattica verso le proprie necessità produttive immediate, a scapito della formazione critica e umanistica? Come già detto in precedenza, nella pedagogia attiva e democratica, da John Dewey a Célestin Freinet, fino alla lezione magistrale di Loris Malaguzzi a Reggio Emilia, lo spazio fisico è il “terzo educatore”. Viene quindi prima dei libri, prima della LIM, dei tabet, del computer, talvolta persino prima della parola del docente. Un edificio scolastico curato, luminoso, antisismico, sicuro e aperto è un messaggio tacito allo studente, tu sei importante, la comunità si prende cura della tua crescita. Al contrario, una scuola con i cornicioni che si sbriciolano, i soffitti che infiltrano acqua piovana, le finestre che non si chiudono e i topi che si vedono nei cortili, comunica un messaggio pedagogico devastante, la scuola non è importante, la tua formazione è solo un costo. Le cronache sulle scuole ci restituiscono continuamente un bollettino di guerra. Dal settembre 2024 al settembre 2025 si sono registrati 69 episodi di crolli o distacchi di intonaco. Oltre il 40% degli edifici scolastici non possiede il certificato di agibilità. Circa il 55% è privo del certificato di prevenzione incendi. Mentre il 47% degli edifici è stato costruito prima del 1976, anno dell’entrata in vigore delle prime norme antisismiche (dati cittadinanza attiva 2025).

“La scuola è aperta a tutti. Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma soltanto allora, sarà un bene che forze private collaborino con lo Stato” diceva Calamandrei. Ma oggi siamo ci troviamo nella situazione opposta: la scuola pubblica è fragile, definanziata e sotto continuo attacco. La proposta del Ministro di consentire alle imprese provate di potervi entrare come in un nuovo mercato dei servizi, non prelude ad una collaborazione tra pubblico e privato, ma al comando di quest’ultimo. La difesa della scuola pubblica come “organo Costituzionale” è parte integrante della difesa dei valori della Repubblica e della democrazia italiana. Non è più possibile lasciare spazio a compromessi o ad un falso riformismo moderato che, anche per la scuola, accetti la logica del mercato, cercando soltanto di mitigarne gli effetti. La scuola non si appalta, la democrazia non si quota in borsa. Hic rodus hic salta! E’ ora che la generazione che vede i soffitti delle scuole crollare sulle proprie teste riprenda un attivo protagonismo democratico. A noi resta la responsabilità di confrontarci con loro per sostenerli, senza se e senza ma, nel ricostruire nel Paese la coscienza sociale dell’importanza della scuola della Costituzione.

Marco Bizzoni

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