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Monopolio illegittimo della forza e tecnologia asservita

di Roberto
Rosso

Come ha recentemente osservato il giornalista Premio Pulitzer Glenn Greenwald, “la continua e inesorabile integrazione delle aziende di social media e delle aziende tecnologiche come Palantir, Facebook e Google, con il governo e l’esercito degli Stati Uniti” sta creando “una fusione virtuale” che minaccia la separazione tra settore pubblico e privato, un pilastro fondamentale della democrazia liberale. Un recente sviluppo, riportato dal Wall Street Journal il 13 giugno scorso, ne è l’emblema: dirigenti di alto livello di aziende come Palantir, Meta e OpenAI sono stati nominati tenenti colonnelli dell’esercito Usa. Un evento curioso e apparentemente simbolico, ma che è anche un chiaro segnale di una fusione ben più profonda. Come riportato dal Wsj, infatti, un gruppo di dirigenti di alto profilo della Silicon Valley, tra cui Shyam Sankar di Palantir, Andrew Bosworth di Meta e Kevin Weil e Bob McGrew di OpenAI, si unirà alla Riserva dell’esercito statunitense come parte del nuovo programma Detachment 201. Scambieranno i loro ruoli aziendali per portare innovazioni tecnologiche, in particolare nell’intelligenza artificiale, all’Esercito, lavorando circa 120 ore all’anno come tenenti colonnelli.”1
Questa notizia riferita da Wall Street Journal (WSJ) e riportata dal sito Insideover.com ci narra dell’integrazione tra gli oligopoli del digitale e l’apparato dello stato dedicato all’uso della forza del cui uso legittimo lo stato dovrebbe detenere il monopolio.
Certo non si tratta -come nella citazione- del rischio del venir meno del confine tra pubblico e privato nei regimi di democrazia liberale.  Nell’evoluzione dei rapporti sociali di produzione del sistema capitalistico e dei regimi politici l’hanno accompagnata, nella storia dei conflitti sociali che hanno contribuito alle trasformazioni sociali e politiche, quel confine si è a sua volta trasformato, più che un confine una relazione stretta, una reciproca dipendenza che di volta in volta oscillava in una direzione o nell’altra, acquisiva nuove dimensioni. Da ultimo dallo stato sociale dopo il secondo conflitto mondiale -nell’occidente capitalistico- dalla fine dei regimi coloniali si è passati alla finanziarizzazione -promossa dalla rivoluzione conservatrice della fine degli anni ’70, inaugurata dall’aumento del tasso di sconto sul dollaro- alla globalizzazione con la sua gerarchia e la sua divisione internazionale del lavoro con la globalizzazione delle catene di produzione e di fornitura, alla sua rottura al suo sgretolarsi, alla realtà dei nostri giorni.

I singoli regimi politici statuali e la regolazione o meno dei rapporti internazionali sono andati di pari passo. Dopo la seconda guerra mondiale, che aveva sancito il fallimento della Società delle Nazioni,  la nascita dell’organizzazione delle Nazioni Unite (ONU acronimo italiano), aveva l’obiettivo di proporre una regolazione dei conflitti, delle contraddizioni a livello internazionale, con la possibilità di una delega da parte dei singoli stati all’organizzazione sovranazionale nell’uso della forza, sia pure in una architettura del processo decisionale che vedeva e vede il Consiglio di sicurezza come l’organo esecutivo con il diritto di veto da parte delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, che sussiste tuttora, a ottant’anni dalla fine del conflitto, nonostante l’ordine mondiale -se così si può definire- o meglio la struttura delle relazioni internazionali sia più volte mutata in modo sostanziale.  

Nella prospettiva dell’uso della forza ha pesato dal 1945 in poi, da Hiroshima e Nagasaki, via via che più paesi sviluppavano in proprio l’armamento nucleare, la deterrenza nucleare, la minaccia della fine del mondo prodotta da un conflitto nucleare. Sotto l’ombrello della reciproca deterrenza nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica si è sviluppato il processo di decolonizzazione, anche attraverso processi insurrezionali e guerre civili, nel quale si giocavano i rapporti di forza tra le due grandi potenze e le rispettive alleanze; la guerra del Vietnam ha segnato un passaggio di fase, potremmo dire di epoca storica dalla sua nascita, con la sconfitta della potenza coloniale la Francia alla sua conclusione con la sconfitta degli USA. La guerra d’Indocina terminò con la vittoria totale del Việt Minh guidato da Võ Nguyên Giáp e la resa delle forze francesi accerchiate nella vallata di Ðiện Biên Phủ. L’esito della battaglia influenzò l’andamento dei negoziati fra le due parti in lotta in corso alla Conferenza di Ginevra, portando alla fine della guerra e alla firma degli accordi di pace conclusi il 21 luglio 1954, in base ai quali la Francia dovette accettare di ritirare le proprie truppe dall’intera Indocina francese, mentre il Vietnam venne diviso temporaneamente in due parti lungo il 17º parallelo.  La successiva guerra del Vietnam ebbe la caratteristica di non essere un conflitto formalmente dichiarato tra potenze sovrane: poté essere descritta come un’azione di livello minore o di differente natura. Si individua la tendenza seguita dalla fine del secondo conflitto mondiale di proiettare il termine “guerra” in un nuovo contesto, come per la guerra di Corea, che venne definita come un'”azione di polizia” sotto la supervisione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Se la guerra di Corea vide l’intervento formale dell’ONU, dagli anni ’90 in poi abbiamo visto la creazione di alleanze ad hoc per la gestione delle guerre.

La prima del Golfo (2 agosto 1990-28 febbraio 1991), detta anche prima guerra del Golfo in relazione alla cosiddetta seconda guerra del Golfo, è il conflitto che oppose l’Iraq a una coalizione composta da 35 Stati formatasi sotto l’egida dell’ONU e guidata dagli Stati Uniti, che si proponeva di restaurare la sovranità del piccolo emirato del Kuwait, dopo che questo era stato invaso e annesso dall’Iraq. Dell’Invasione del Kuwait, delle relazioni tra Iraq, Stati Uniti altri paesi occidentali che spinsero l’Iraq ad invadere il Kuwait molto ci sarebbe da dire, come la pretesa del primo ad avere un risarcimento dopo la sanguinosa guerra con l’Iran, ed è stato scritto.

La seconda guerra del Golfo è gestita da una coalizione guidata dagli USA di ben 48 paesi2 con l’invenzione da parte degli USA di un programma atomico e di produzione di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq.
30 gennaio: Nei rapporti presentati da Blix e El Baradei si afferma che con estrema probabilità l’Iraq non possedeva all’epoca un programma atomico né armi di distruzione di massa. Si chiede più tempo per un giudizio definitivo.
5 febbraio: In un intervento passato alla storia Colin Powell, segretario di Stato Usa, mostra delle fiale in Consiglio di Sicurezza affermando che si tratta delle armi di distruzione di massa irachene e citando fonti anonime come testimoni oculari (poi individuati e ampiamente smentiti: in un caso, l’ingegnere chimico Rafid Ahmed Alwan Al-Janabi dirà anni dopo di essersi inventato tutto).”

L’invasione e la guerra in Afghanistan, dopo l’attentato alle Torri gemelle il giorno 11 settembre del 2001, fu decisa e condotta nell’ambito della NATO, in base all’articolo 5, oltre che dell’ONU. Il 12 settembre 2001, la NATO invocò per la prima volta nella sua storia l’attivazione dell’articolo 5 a seguito degli attacchi contro gli Stati Uniti che ebbero luogo l’11 settembre. L’11 agosto 2003 la NATO fece il suo ingresso in Afghanistan. Il 12 luglio 2021 è terminato l’impegno delle truppe NATO. Un mese più tardi gran parte degli sforzi occidentali sono stati cancellati3.  

Il crollo dell’Unione Sovietica ha modificato il quadro in cui si erano sviluppati i conflitti nell’epoca della cosiddetta guerra fredda, benché Russia ed Usa possiedano arsenali di armi nucleari di gran lungo superiori a quelli degli altri paesi, Cina compresa, ma nel frattempo i membri del ‘club nucleare’ sono aumentati, compreso Israele – che non ha mai dichiarato pubblicamente di possedere l’arma nucleare- India e Pakistan, questi ultimi sempre sull’orlo di scatenare una guerra aperta. Nello sviluppo del proprio arsenale da parte di ogni paese, quello delle armi nucleari è una questione cruciale, che diventa letteralmente esplosiva, una contraddizione insanabile, quando sia iscritta entro particolari situazioni, schemi di relazioni conflittuale; ciò è del tutto evidente nel caso dell’Iran e dei suoi rapporti con Israele e i suoi alleati, gli Usa in primo luogo.

L’uso della forza da parte degli stati che ne dovrebbero possedere il monopolio esclusivo, dovrebbe essere regolato al proprio interno dalle costituzioni poste a fondamento dei regimi politici e all’esterno dagli accordi internazionali a cui gli stati aderiscono. Lo stato di salute del diritto internazionale pubblico è stato esaurientemente descritto ed analizzato da Alessandro Scassellati nel suo articolo ‘Assistiamo attoniti all’agonia del diritto internazionale’4. Al di sotto della soglia costituita dalle armi nucleari, tattiche o strategiche che siano, assistiamo ad una implementazione di sempre nuove tecnologie per lo sviluppo di nuovi dispositivi bellici, diversificati e finalizzati ad uno specifico utilizzo con il massimo di efficacia. 

La crescita della tensione nell’Europa del nord e dell’est ai confini con la Russia, vede l’abbandono da parte di diversi paesi -paesi baltici, Polonia, Finlandia e Ucraina- della Convenzione sulla messa al bando delle mine antiuomo con l’obiettivo evidente di contrastare -in un ipotetico conflitto, ma evidentemente ritenuto possibile- la violazione dei propri confini via terra5. Una scelta questa che immediatamente renderà impraticabili vaste aree del territorio di questi paesi, l’Ucraina è già in guerra. 

Il monopolio dell’uso legittimo della forza degli stati all’interno che possiamo definire come dispositivi e politiche destinati a garantire ‘la sicurezza’ dei cittadini e all’esterno sono ovviamente strettamente connessi, convergono verso la definizione, strutturazione del livello, delle forme con cui ogni regime politico pretende, dichiara di garantire la sicurezza dei cittadini che per questo affidano allo stato. 

La definizione di nemici interni ed esterni è centrale per la legittimazione dei regimi politici, dell’azione dei governi, per la creazione di una retorica che diventi senso comune nella definizione delle minacce ai cittadini, alle regole della convivenza, alla stabilità della società ed all’integrità dello stato. Le politiche di sicurezza in senso lato assorbono una quota significativa dei bilanci pubblici, contribuiscono -con la retorica che le legittima e l’uso di risorse pubbliche che assorbono- a definire e strutturare le gerarchie sociali. 

Il monopolio legittimo dell’uso della forza è ovviamente connesso all’ordine sociale che è finalizzato a preservare, avremmo potuto iniziare con questa considerazione, che nelle note precedenti è già stata accennata. Purtroppo questa affermazione, netta quanto la dimostrazione di un teorema matematico, non è di per sé risolutiva, non è un assioma dal quale si possa dedurre l’ordine delle cose e il loro sviluppo, la realtà è infinitamente più complessa. La lunga storia delle rivolte, dei conflitti, delle rivoluzioni del movimento operaio e proletario non hanno portato all’estinzione dello stato. Ancora una volta il nesso crisi/transizione è centrale per il modo di produzione capitalistico, nel quale il processo di innovazione opera come un acceleratore delle trasformazioni, ma anche delle rotture. L’innovazione scientifico-tecnologica trainata ed implementata in ogni sua filiera dal digitale ne è il cuore e rende sempre più raffinati i dispositivi che regolano l’uso della forza nelle relazioni interne ed esterne agli stati. 

L’uso duale delle tecnologie costituisce un terreno fondamentale di analisi e di lotta, un terreno straordinariamente difficile su cui incombe tutto il peso dell’intreccio degli apparati di stato e degli oligopoli. La notizia con cui abbiamo esordito ne è una perfetta rappresentazione. La rivoluzione trumpiana scatenata nei primi mesi della presidenza tende a spostare il ruolo dello stato, dei suoi apparati e delle sue agenzie all’interno, mentre mette in discussione tutti gli equilibri economici e strategici. Una revisione degli apparati interni ed esterni; mentre si riducono drasticamente le risorse di molte agenzie federali, si rafforza l’agenzia che dà la caccia ai migranti non in regola, l’ICE Immigration and Customs Enforcement6.

La legge di bilancio dell’amministrazione Trump un rafforzamento in generale degli apparati militari e di sicurezza, con l’enfasi data alla caccia al migrante7

“Scongiurato il rischio di una moratoria decennale che avrebbe impedito ai singoli Stati di adottare leggi e regolamenti più restrittivi sull’uso delle applicazioni di intelligenza artificiale, sono ingenti gli investimenti federali destinati ad AI, hi-tech, sicurezza informatica e infrastrutture. Vengono stanziati 6 miliardi di dollari per i progetti di AI: una cifra che farà del governo il principale acquirente di tecnologie made in America. Le soluzioni basate sull’intelligenza artificiale si rivolgono ai settori strategici, su tutti la cybersicurezza (per migliorare la vulnerabilità degli uffici governativi verrà sviluppato entro il 2034 un sistema in grado di rilevare automaticamente le minacce informatiche e gli attacchi hacker) e l’innovazione militare. In questo campo, l’AI servirà per i droni kamikaze, le navi droni, gli aeromobili a pilotaggio remoto e i veicoli sottomarini senza equipaggio.” (…)

“Al centro del Big Beautiful Bill c’è il rilancio della potenza statunitense attraverso le tecnologie difensive. In totale i fondi allocati per la difesa ammontano a 150 miliardi. Un budget da 450 milioni è destinato esclusivamente al Pentagono per sviluppare sistemi di intelligenza artificiale e robot per la costruzione navale. Altri 145 milioni finanzieranno droni autonomi d’attacco, ulteriori 115 milioni verranno usati per proteggere le centrali nucleari dagli attacchi informatici.
La costruzione navale ottiene 29 miliardi; 25 miliardi andranno alla costruzione del Golden Dome, lo scudo in grado di intercettare missili anche se lanciati da altre parti del mondo e dallo spazio. Aumenta di 250 milioni il budget per il Cyber Command, il comando dell’esercito responsabile per le operazioni nello spazio cibernetico e che si occupa di contrastare la diffusione della criminalità. I soldi serviranno a implementare progetti AI. Il resto della spesa è per la deterrenza nucleare, le infrastrutture e le operazioni militari nella regione indo-pacifica.”
“L’Ice (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere interne e dell’immigrazione, riceverà nuovi finanziamenti per 45 miliardi di dollari, pari al +365% del suo budget. I fondi serviranno ad ampliare con 100.000 nuovi posti la rete di centri di detenzione civile, le strutture dove vengono trattenuti gli immigrati illegali in attesa di essere rimpatriati. All’Ice vanno pure 30 miliardi per assumere 10.000 nuovi agenti.
Un fondo ulteriore da 64,2 miliardi verrà utilizzato per rinforzare la barriera di separazione tra Stati Uniti e Messico, facilitare le operazioni di deportazione dei migranti e sviluppare tecnologie innovative di sorveglianza, controllo e rilevamento di sostanze stupefacenti lungo il confine a base di intelligenza artificiale, machine learning e computer vision. Il progetto è affidato alla Homeland Security, il Dipartimento della sicurezza interna.” 

Del programma di riarmo dell’Unione Europea, già molto si è detto, così come della spesa globale per gli armamenti su cui ci relaziona puntualmente il SIPRI. In Europa si sta sviluppando un movimento contro il programma di riarmo, in Italia il fronte si allarga alla nuova legge sulla sicurezza che introduce nuovi reati e mira a ridurre gli spazi per ogni forma di conflitto e opposizione sociale. La tendenza alla guerra si coniuga con le tendenze autoritarie nei regimi politici, per non parlare di quanto succede in Palestina.

La questione che si pone è come si può creare un movimento che contro le tendenze autoritarie, contro la guerra, contro l’aumento delle diseguaglianze sociali, sia in grado di interdire lo sviluppo di apparati opachi, di aprire a forme di controllo sociale e democratico. In un passato lontano alcuni decenni il conflitto sociale entrò nelle caserme militari con le mobilitazioni e le rivendicazioni dei Proletari in Divisa i PID, mentre anche nei corpi di polizia un movimento portava alla costruzione dei sindacati di polizia. 

La separatezza riguarda non solo le organizzazioni della sicurezza interna ed esterna, ma anche i settori della ricerca scientifica, dello sviluppo tecnologico della produzione a cui si applicano criteri sempre più stringenti di segretezza, controllo e separatezza. Si tratta di sviluppare un movimento che aggredisca assieme le condizioni materiali -nelle quali con l’acuirsi delle differenze sociali cresce un senso comune reazionario- quel senso comune che diventa sostegno al crearsi di apparati economici, finanziari, tecnologici, militari e polizieschi sempre più separati. La pace la democrazia, la giustizia sociale non si conquistano senza destrutturare le ramificazioni sempre più spesse di un regime autoritario, senza risvegliare, una nuova soggettività in corpi sociali che si vogliono asserviti.

Roberto Rosso

  1. https://it.insideover.com/tecnologia/manager-nellesercito-regali-a-palantir-la-fusione-tra-difesa-usa-e-big-tech-e-realta.html https://www.wsj.com/tech/army-reserve-tech-executives-meta-palantir-796f5360.[]
  2. https://ilmanifesto.it/ventanni-di-seconda-guerra-del-golfo-liraq-dal-2003-al-2023.[]
  3. https://www.geopolitica.info/12-settembre-2001-una-svolta-nella-vita-dellalleanza-atlantica/  https://it.insideover.com/schede/guerra/la-guerra-in-afghanistan-riassunta.html.[]
  4. https://transform-italia.it/assistiamo-attoniti-allagonia-del-diritto-internazionale/.[]
  5. https://www.ilpost.it/2025/07/14/mine-antiuomo-europa-russia/ https://www.reuters.com/world/which-countries-are-quitting-key-landmine-treaty-why-2025-04-04/.[]
  6. www.ice.com   https://www.dhs.gov/topics/immigration-and-customs-enforcement.[]
  7. https://borsaefinanza.it/big-beautiful-bill-cosa-prevede-legge-bilancio-trump/.[]
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