Ciò che il rapporto di Albanese cerca di fare non è semplicemente nominare e svergognare i partner del genocidio di Israele, ma di dirci, in quanto società civile, che ora disponiamo di un quadro di riferimento completo che ci consentirebbe di prendere decisioni responsabili, esercitare pressione e chiamare a rispondere i giganti economici multinazionali implicati.
Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nella Palestina occupata, ha fornito un esempio concreto dell’importanza di dire la verità al potere. Questo “potere” non è incarnato solo da Israele e dagli Stati Uniti, ma da una comunità internazionale la cui rilevanza collettiva ha tragicamente fallito nell’applicare le norme del diritto internazionale e nell’arginare il genocidio in corso a Gaza.
Per il suo lavoro in difesa dei palestinesi, Francesca Albanese ha ricevuto, da un lato, uno straordinario e non scontato sostegno di solidarietà dal basso1, mentre, dall’altro, è stata messa nel mirino di sanzioni unilaterali USA2 e il governo israeliano ha pubblicato attraverso un suo sotto dominio digitale un link diffamatorio su Albanese, oltre ad essere da tempo minacciata di morte per le sue posizioni. Mentre l’Ue ha espresso il suo sostegno ad Albanese, ad oggi rimane il silenzio più assoluto del nostro governo che ancora non è intervenuto in alcun modo per tutelare pubblicamente una cittadina italiana che subisce tali attacchi da Stati esteri.
Il suo ultimo rapporto, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite il 3 luglio, segna un intervento epocale. Senza esitazione, nomina e implica aziende che non solo hanno permesso a Israele di sostenere la sua guerra e il suo genocidio contro i palestinesi, ma affronta anche coloro che sono rimasti in silenzio di fronte a questo orrore in corso. “Questo rapporto indaga sui meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei territori occupati. Mentre leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana basata sull’occupazione illegale, sull’apartheid e, ora, sul genocidio. La complicità denunciata da questo rapporto è solo la punta dell’iceberg; porre fine a tale situazione non sarà possibile senza chiamare a rispondere il settore privato, compresi i suoi dirigenti. Il diritto internazionale riconosce diversi gradi di responsabilità, ognuno dei quali richiede esame e rendicontazione, in particolare in questo caso, dove sono in gioco l’autodeterminazione e l’esistenza stessa di un popolo. Questo è un passo necessario per porre fine al genocidio e smantellare il sistema globale che lo ha permesso”.
Scarica il rapporto qui.
“L’economia del genocidio” di Albanese è ben più di un esercizio accademico o di una mera dichiarazione morale in un mondo la cui coscienza collettiva è brutalmente messa a dura prova a Gaza. Il rapporto è significativo per molteplici ragioni interconnesse. Fondamentalmente, offre percorsi pratici verso l’assunzione di responsabilità che trascendono la mera retorica diplomatica e giuridica. Presenta inoltre un approccio innovativo al diritto internazionale, presentandolo non come un delicato gioco di equilibri politici, ma come un potente strumento per affrontare la complicità nei crimini di guerra e denunciare i profondi fallimenti dei meccanismi internazionali esistenti a Gaza.
Due contesti essenziali sono importanti per comprendere il significato di questo rapporto, considerato una dura accusa al coinvolgimento diretto delle aziende non solo nel genocidio israeliano in corso a Gaza, ma nell’intero progetto coloniale di insediamento di Israele.
In primo luogo, nel febbraio 2020, dopo anni di rinvii, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha pubblicato un database che elencava 112 aziende coinvolte in attività commerciali all’interno degli insediamenti israeliani illegali nella Palestina occupata. Il database denuncia diversi colossi aziendali – tra cui Motorola Solutions, JCB, Airbnb, Booking.com ed Expedia Booking (che affittano case nei territori occupati) – per aver aiutato Israele a mantenere l’occupazione militare e l’apartheid.
Questo evento è stato particolarmente sconvolgente, considerando il costante fallimento delle Nazioni Unite nel tenere a freno Israele o nel chiamare a rispondere coloro che ne perpetrano i crimini di guerra in Palestina. Il database ha rappresentato un passo importante che ha permesso alla società civile di mobilitarsi attorno a una serie specifica di priorità, spingendo così aziende e singoli governi ad assumere posizioni moralmente orientate. L’efficacia di tale strategia è stata chiaramente percepita attraverso le reazioni esagerate e rabbiose di Stati Uniti e Israele. Gli Stati Uniti hanno affermato che si trattava di un tentativo da parte dello “screditato” Consiglio di “alimentare ritorsioni economiche”, mentre Israele lo ha definito una “vergognosa capitolazione” alle pressioni.
Il genocidio israeliano a Gaza, iniziato il 7 ottobre 2023, tuttavia, è servito da duro monito del totale fallimento di tutti i meccanismi ONU esistenti nel soddisfare anche le più modeste aspettative di sfamare una popolazione affamata in un periodo di genocidio. Significativamente, questa è stata la stessa conclusione offerta dal Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, che, nel settembre 2024, ha affermato che il mondo aveva “deluso il popolo di Gaza”.
Questo fallimento si è protratto per molti mesi e si è manifestato con l’incapacità delle Nazioni Unite di gestire anche solo la distribuzione degli aiuti alimentari nella Striscia, affidando il compito alla cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation, un apparato violento gestito da mercenari armati statunitensi che hanno ucciso e ferito migliaia di palestinesi. La stessa Albanese, ovviamente, era già giunta a una conclusione simile quando, nell’ottobre 2023, si è rivolta alla comunità internazionale per il “fallimento colossale” nel fermare la guerra e porre fine all'”insensato massacro di civili innocenti”. Poi, il 26 marzo 2024, Albanese aveva presentato, presso il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, il suo Report “Anatomia di un Genocidio“.
Il nuovo rapporto di Albanese fa un ulteriore passo avanti, questa volta invitando l’umanità intera ad assumere una posizione morale e a confrontarsi con coloro che hanno reso possibile il genocidio. “Le iniziative commerciali che favoriscono e traggono profitto dall’annientamento di vite innocenti devono cessare”, dichiara il rapporto, chiedendo espressamente che “le aziende si rifiutino di rendersi complici di violazioni dei diritti umani e crimini internazionali o di essere chiamate a risponderne”.
Secondo il rapporto, le categorie di complicità nel genocidio si dividono in produttori di armi, aziende tecnologiche, aziende edili e di costruzioni, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione, assicuratori (tra loro BNP Paribas, Barclays, Blackrock, Vanguard, AXA, Allianz PIMCO el Norwegian Government Pension Fund Global e Caisse de Dépôt et Placement du Québec), università (che stanno approfittando del disastro per avviare progetti sperimentali, molti dei quali finanziati dal programma Horizon dell’Unione Europea3) ed enti di beneficenza. Le “entità aziendali” identificate nel rapporto hanno fornito e forniscono a Israele “le armi e i macchinari necessari per distruggere case, scuole, ospedali, luoghi di svago e di culto, mezzi di sussistenza e risorse produttive come uliveti e frutteti, per segregare e controllare le comunità e limitare l’accesso alle risorse naturali. Le entità aziendali hanno svolto un ruolo chiave nel soffocare l’economia palestinese, sostenendo l’espansione israeliana nei territori occupati e facilitando al contempo la sostituzione dei palestinesi. Restrizioni draconiane – sul commercio e sugli investimenti, sulla piantagione di alberi, sulla pesca e sull’acqua per le colonie – hanno indebolito l’agricoltura e l’industria, e trasformato il territorio palestinese occupato in un mercato prigioniero; le aziende hanno tratto profitto sfruttando il lavoro e le risorse palestinesi, degradando e deviando le risorse naturali, costruendo e alimentando colonie e vendendo e commercializzando beni e servizi derivati in Israele, nel territorio palestinese occupato e a livello globale. Gli accordi di Oslo del 1993 hanno consolidato questo sfruttamento, istituzionalizzando di fatto il monopolio di Israele sul 61% della Cisgiordania ricca di risorse (Area C). Israele trae vantaggio da questo sfruttamento, mentre costa all’economia palestinese almeno il 35% del suo PIL”. Dopo l’ottobre 2023, “le armi e le tecnologie militari utilizzate per favorire l’espulsione dei palestinesi sono diventate strumenti per uccisioni e distruzioni di massa, rendendo Gaza e parti della Cisgiordania inabitabili. Le tecnologie di sorveglianza e incarcerazione, normalmente utilizzate per imporre la segregazione/apartheid, si sono evolute in strumenti per colpire indiscriminatamente la popolazione palestinese. Macchinari pesanti precedentemente utilizzati per demolizioni di case, distruzione di infrastrutture e sequestro di risorse in Cisgiordania sono stati riutilizzati per cancellare il paesaggio urbano di Gaza, impedendo alle popolazioni sfollate di tornare e ricostituirsi come comunità”.
Tra le entità aziendali ci sono Lockheed Martin, Microsoft, Amazon, Google, Palantir, IBM, Chevron, BP, Hyundai, Volvo, Caterpillar, l’italiana Leonardo, e persino il gigante danese delle spedizioni Maersk, tra quasi 1.000 altre aziende. È stato il loro know-how tecnologico collettivo, i macchinari e la raccolta dati che hanno permesso a Israele di uccidere, ad oggi circa 58.000 palestinesi, dei quali oltre 17.000 sono bambini, e ferirne oltre 134.000 a Gaza, per non parlare del mantenimento del regime di apartheid in Cisgiordania. “Mentre la vita a Gaza viene distrutta e la Cisgiordania è sottoposta a crescenti attacchi di pulizia etnica, questo rapporto mostra perché il genocidio israeliano continua: perché è redditizio per molti”, dice il rapporto. Le aziende hanno realizzato profitti record fornendo a Israele grandi volumi di armi e altri materiali “per attaccare una popolazione civile praticamente indifesa“.
Per le aziende, l’attrattiva non è solo monetaria e di profitto. La guerra di Israele contro la Palestina è servita anche come “banco di prova, senza responsabilità o supervisione”, soprattutto per nuove armi e tecnologie. Sia l’industria bellica che le più grandi aziende tecnologiche globali, tra cui IBM, Microsoft, Google, Amazon4, Palantir5, Starlink (la società di internet satellitare di SpaceX controllata da Elon Musk) e Hewlett Packard, hanno sfruttato il genocidio per compiere un salto altamente redditizio nella sperimentazione di prodotti per uso militare. Rapporti investigativi hanno rivelato che l’esercito israeliano ha utilizzato almeno tre diversi programmi di intelligenza artificiale (Lavender, Gospel e Where is Daddy) per tracciare, monitorare e attaccare i palestinesi, moltiplicando il numero e la velocità dei bombardamenti a Gaza, con impatti devastanti sulla popolazione civile. Non avrebbero potuto farlo senza la collaborazione di Amazon, Google e Microsoft.
Ciò che il rapporto di Albanese cerca di fare non è semplicemente nominare e svergognare i partner del genocidio di Israele, ma di dirci, in quanto società civile, che ora disponiamo di un quadro di riferimento completo che ci consentirebbe di prendere decisioni responsabili, esercitare pressione e chiamare a rispondere questi giganti aziendali.
“Il genocidio in corso è stata un’impresa redditizia”, scrive Albanese, citando l’enorme aumento della spesa militare di Israele, stimato al 65% dal 2023 al 2024, raggiungendo i 46,5 miliardi di dollari. Il bilancio militare israeliano, apparentemente infinito, è uno strano circolo vizioso di denaro, originariamente fornito dal governo statunitense e poi riciclato attraverso le aziende statunitensi, distribuendo così la ricchezza tra governi, politici, aziende e numerosi appaltatori. Mentre i conti bancari si gonfiano, sempre più corpi palestinesi vengono ammucchiati negli obitori, nelle fosse comuni o sparsi per le strade di Jabaliya e Khan Yunis.
Questa follia deve cessare e, poiché l’ONU non è in grado di fermarla, allora devono farlo i singoli governi, le organizzazioni della società civile e la gente comune, perché la vita dei palestinesi dovrebbe avere un valore ben maggiore dei profitti e dell’avidità delle aziende. Pertanto, il rapporto esorta gli Stati a imporre embarghi e sanzioni su tutto il commercio di armi e altre attività che contribuiscono al genocidio, e la Corte Penale Internazionale a indagare e perseguire i dirigenti delle aziende coinvolte per la loro partecipazione a crimini internazionali.
Proprio in questi giorni si stanno incontrando a Bogotà i 30 Paesi che fanno parte del Gruppo dell’Aja – tra questi Colombia (che lo scorso anno ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele), Cina, Spagna, Qatar, Sudafrica (che ha presentato la causa per genocidio in corso contro Israele presso la CIG), Algeria, Brasile, Indonesia, Malesia, Cuba, Senegal, Honduras, Namibia, Bolivia, Iraq, Libano, Nicaragua, Oman, Pakistan, Turchia, Venezuela, Bangladesh, Botswana, Cile, Gibuti, Irlanda, Libia, Messico, Palestina, Saint Vincent e Grenadine, Norvegia, Portogallo, Slovenia, e Uruguay – volto a porre fine all’occupazione israeliana della Palestina. Il Gruppo dell’Aja mira a concordare azioni politiche, economiche e legali in “un’ora esistenziale” per Israele e Palestina (si veda qui il video dell’inaugurazione dei lavori). Albanese ha giurato di non lasciarsi mettere a tacere mentre ha salutato la conferenza come “lo sviluppo politico più significativo degli ultimi 20 mesi”. “Per troppo tempo, il diritto internazionale è stato trattato come facoltativo, applicato selettivamente a chi era considerato debole e ignorato da chi si atteggiava a potente. Questo doppio standard ha eroso le fondamenta stesse dell’ordine giuridico. Quell’era deve finire. … Il mondo ricorderà ciò che noi, Stati e individui, abbiamo fatto in questo momento, sia che ci siamo tirati indietro per paura, sia che ci siamo sollevati in difesa della dignità umana. Qui a Bogotà, un numero crescente di Stati ha l’opportunità di rompere il silenzio e tornare sulla strada della legalità, dicendo finalmente: basta. Basta con l’impunità. Basta con la vuota retorica. Basta con l’eccezionalismo. Basta con la complicità. È giunto il momento di agire per la giustizia e la pace, fondate su diritti e libertà per tutti, e non su meri privilegi per alcuni, a scapito dell’annientamento di altri”, ha detto Francesca Albanese a Bogotà.
L’obiettivo della conferenza – osteggiata apertamente dagli Stati Uniti6 – è definire le misure che i Paesi partecipanti possono adottare per attuare una mozione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che impone agli Stati membri di adottare misure affinché Israele ponga fine all’occupazione illegale della Palestina. La mozione ha fissato come termine ultimo il settembre 2025 per attuare il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, secondo cui l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale.
La Corte Internazionale di Giustizia ha affermato nelle sue misure provvisorie emanate il 26 gennaio, il 28 marzo e il 24 maggio 2024, che “le preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza non prevalgono sul principio del divieto di acquisizione di territorio con la forza” e lo ha invitato a porre fine all’occupazione “il più rapidamente possibile”. Ha affermato che gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno l’obbligo di “non fornire aiuto o assistenza al mantenimento della situazione creata dalla presenza illegale di Israele nei territori palestinesi occupati”. In pratica ciò significava adottare misure come l’embargo sulle armi contro Israele, impedendo l’attracco delle navi in qualsiasi porto all’interno della loro giurisdizione territoriale.
“Questo vertice segna una svolta nella risposta globale all’erosione e alla violazione del diritto internazionale”, ha dichiarato il Ministro sudafricano per le Relazioni Internazionali e la Cooperazione Ronald Lamola prima dell’incontro di Bogotà. “Nessun Paese è al di sopra della legge e nessun crimine rimarrà senza risposta”. Varsha Gandikota-Nellutla, segretaria esecutiva del Gruppo dell’Aja, ha dichiarato: “Ci incontriamo a Bogotà con un duplice imperativo: porre fine all’impunità di Israele e recidere i legami di complicità. La Corte internazionale di giustizia ha già emesso le sue sentenze, definendo illegale la continua presenza di Israele nei territori palestinesi. Non vi è alcuna mancanza di chiarezza giuridica. Gli Stati dovranno ora decidere come far rispettare i propri obblighi, dalla cessazione delle esportazioni di armi al divieto di approdo per le navi che trasportano equipaggiamento militare, fino alla garanzia di giustizia per tutte le vittime”.
“La scelta che ci attende è netta e spietata”, ha scritto il presidente colombiano Gustavo Petro sul Guardian la scorsa settimana. “Possiamo restare fermi nella difesa dei principi giuridici che mirano a prevenire guerre e conflitti, oppure assistere impotenti al crollo del sistema internazionale sotto il peso di una politica di potere incontrollata”. “Sebbene potremmo affrontare minacce di ritorsione quando ci schieriamo a difesa del diritto internazionale – come ha scoperto il Sudafrica quando gli Stati Uniti hanno reagito al suo caso presso la Corte Internazionale di Giustizia – le conseguenze dell’abdicazione alle nostre responsabilità saranno terribili”, ha continuato Petro. “Se non agiamo ora, non solo tradiamo il popolo palestinese, ma diventiamo complici delle atrocità commesse dal governo di Netanyahu”. “Per i miliardi di persone nel Sud del mondo che fanno affidamento sul diritto internazionale per la loro protezione, la posta in gioco non potrebbe essere più alta”, ha aggiunto. “Il popolo palestinese merita giustizia. Questo momento richiede coraggio”.
Alessandro Scassellati
- Si veda, ad esempio, la lettera al ministro degli Esteri Tajani da parte di ex rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee e di associazioni in difesa della democrazia per chiedere di esprimere vicinanza a Francesca Albanese. Sul contenuto del report si sono esposti con una lettera aperta undici economisti di fama mondiale, Yanis Varoufakis in testa, per esprimere solidarietà e sostegno ad Albanese dopo l’annuncio delle sanzioni statunitensi. La rete si sta riempiendo di appelli, articoli e petizioni in suo favore, come quella per candidarla al Premio Nobel per la pace (per firmare qui).[↩]
- Le sanzioni ad Albanese sono state imposte dal Dipartimento di Stato per quella che ha definito la sua “vergognosa promozione” dell’azione della Corte Penale Internazionale contro gli Stati Uniti e Israele. L’indagine della CPI sulle azioni israeliane a Gaza ha comportato la decisione di chiedere l’arresto del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di Yoav Gallant, il suo ex ministro della Difesa, con l’accusa di crimini di guerra. Albanese ha criticato Italia, Francia e Grecia, in quanto Stati parte della CPI, per aver violato i loro obblighi legali di arrestare e consegnare il presidente israeliano Benjamin Netanyahu, concedendogli il permesso di utilizzare il loro spazio aereo durante il suo recente viaggio verso gli Stati Uniti. “Questi attacchi non devono essere visti come un attacco personale contro di me. Sono un monito per chiunque osi difendere la giustizia e la libertà internazionale. Ma non possiamo permetterci di essere messi a tacere, e so di non essere sola. Non si tratta di me o di altri singoli individui, ma di giustizia per il popolo palestinese nel momento più critico della sua storia”, ha detto Albanese. “Come ha chiarito inequivocabilmente la Corte Internazionale di Giustizia, i Relatori Speciali delle Nazioni Unite godono dell’immunità nell’esercizio delle loro funzioni e, in quanto tali, sono protetti da qualsiasi procedimento legale di qualsiasi tipo”, ha affermato Saïd Benarbia, Direttore del Programma Medio Oriente e Nord Africa della Corte Internazionale di Giustizia. “Invece di sanzionare e intimidire Albanese, le autorità statunitensi devono garantire che gli autori di crimini eclatanti ai sensi del diritto internazionale commessi a Gaza non siano esentati dall’obbligo di rispondere delle proprie azioni”.[↩]
- “Le università di tutto il mondo, sotto l’egida della neutralità della ricerca, continuano a trarre profitto da un’economia [israeliana] che ora opera in modalità genocida. In effetti, dipendono strutturalmente dalle collaborazioni e dai finanziamenti del colonialismo di insediamento” afferma il rapporto di Albanese. Il rapporto rivela come le università non solo investano i loro fondi in società legate alla macchina bellica israeliana, ma si impegnino direttamente o sostengano iniziative di ricerca che vi contribuiscono. Non si tratta solo di una condanna schiacciante della complicità del mondo accademico nel genocidio, ma anche di un monito alle amministrazioni universitarie e al mondo accademico, che ne hanno la responsabilità legale. In Israele, osserva Albanese, le discipline umanistiche tradizionali come diritto, archeologia e studi mediorientali sostanzialmente ripuliscono la storia della Nakba, riformulandola attraverso narrazioni coloniali che cancellano le storie palestinesi e legittimano uno stato di apartheid che si è trasformato in quella che lei definisce una “macchina genocida”. Allo stesso modo, le discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) collaborano apertamente con aziende industriali militari, come le israeliane Elbit Systems e Israel Aerospace Industries, e le statunitensi IBM e Lockheed Martin, per facilitarne la ricerca e lo sviluppo. Negli Stati Uniti, scrive Albanese, la ricerca è finanziata dal Ministero della Difesa israeliano e condotta dal Massachusetts Institute of Technology, con varie applicazioni militari, tra cui il controllo di sciami di droni. Nel Regno Unito, sottolinea, l’Università di Edimburgo ha investito il 2,5% del suo patrimonio in aziende che partecipano al complesso militare-industriale israeliano. Ha inoltre collaborazioni con la Ben-Gurion University e con aziende che supportano le operazioni militari israeliane.[↩]
- Dal 2021, Amazon e Alphabet (proprietaria di Google) si sono aggiudicate un importante contratto con l’esercito israeliano per la fornitura di servizi di archiviazione e utilizzo di database di grandi dimensioni nei loro cloud computing. Questo progetto con l’esercito israeliano è stato criticato dai dipendenti di entrambe le società fin dal momento della firma, ma ciò non ha impedito loro di proseguire con il redditizio progetto, fornendo un’ampia gamma di servizi derivanti dall’utilizzo delle loro piattaforme Azure e Cloud.[↩]
- Palantir è un’azienda di software specializzata in strumenti di intelligenza artificiale per scopi militari, forze dell’ordine, sorveglianza e simili. Dal 2024, ha come partner strategico Microsoft. Palantir ha contratti con le forze armate, la polizia e le autorità per l’immigrazione statunitensi, ad esempio, per il tracciamento dei migranti. Nel 2024, ha firmato un contratto strategico con il ministero della Difesa israeliano a supporto dei suoi “sforzi bellici”.[↩]
- In una dichiarazione ufficiale, il Dipartimento di Stato ha affermato di essere fermamente contrario all’incontro del Gruppo dell’Aja in Colombia. “Gli Stati Uniti si oppongono fermamente ai tentativi dei cosiddetti ‘blocchi multilaterali’ di strumentalizzare il diritto internazionale come strumento per promuovere programmi radicalmente anti-occidentali”, ha affermato un funzionario del Dipartimento di Stato. “Il cosiddetto Gruppo dell’Aja – le cui voci principali sono Sudafrica e Cuba, rispettivamente regimi autoritari e comunisti, con una situazione profondamente preoccupante in materia di diritti umani – cerca di minare la sovranità delle nazioni democratiche isolando e tentando di delegittimare Israele, gettando in modo trasparente le basi per prendere di mira gli Stati Uniti, i nostri militari e i nostri alleati”. Gli Stati Uniti “difenderanno aggressivamente i propri interessi, le proprie forze armate e i nostri alleati, incluso Israele, da tale guerra coordinata, legale e diplomatica. Esortiamo i nostri amici a sostenerci in questa impresa cruciale”. L’amministrazione Trump ha ritirato gli Stati Uniti dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite all’inizio di quest’anno.[↩]
