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Il lungo duello tra sociologia e storicismo

di Franco
Ferrari

Nel corso di alcuni decenni, all’interno dell’intellettualità italiana di orientamento marxista, si è posto il problema di quale rapporto mantenere con la ricerca sociologica che, pur avendo fondatori francesi (Comte, Durkheim) o tedeschi (Max Weber), a partire dagli anni ’50 aveva soprattutto un’impronta statunitense.

La corrente maggioritaria, influenzata dai due partiti operai ma, soprattutto, dal Partito Comunista, aveva un atteggiamento decisamente ostile verso quella che veniva considerata un’ideologia al servizio del capitalismo e dell’imperialismo, anziché una scienza in grado di produrre vera conoscenza. Un’ostilità che derivava dal convergere di due filoni non del tutto sovrapponibili. Per un verso, il “marxismo-leninismo” di derivazione sovietica e in quegli anni, evidentemente, di matrice staliniana, del tutto chiuso a qualsiasi apporto che provenisse dall’altro “campo”, quello guidato dagli Stati Uniti. Dall’altro versante la tradizione più schiettamente italiana che attraverso Gramsci, di cui cominciavano a pubblicarsi i testi dal carcere, interloquiva in modo critico con la corrente idealista italiana, di cui Croce era il massimo rappresentante.

Negli anni ’50 emergono però, inizialmente all’interno del Partito Comunista poi sempre più al di fuori di esso, una serie di tendenze politico-ideologiche che assumono il tema della sociologia come strumento necessario per costruire una visione alternativa all’interpretazione del marxismo propria dello stesso PCI. Un approccio che è stato sinteticamente definito come “storicismo”.

All’inizio, si può dire, fu Galvano Della Volpe che si propose di spezzare il legame fra marxismo e storicismo e conseguentemente idealismo, avviando una interpretazione di Marx che accentuava la rottura con Hegel e lo ricollegava invece al metodo scientifico che aveva in Galileo uno dei fondatori.

È a partire dalle tesi di Della Volpe, che pure era un filosofo, che si sviluppano particolarmente tutta una serie di tendenze che riaprono il confronto tra marxismo e sociologia. Questo incontro-scontro è l’oggetto del libro di Diego Giachetti “Marxismo e sociologia in Italia. Prove di dialogo negli anni Cinquanta e Sessanta” (Punto Rosso, pp. 194, euro 18) che lo ricostruisce con grande puntualità storiografica e giusta curiosità intellettuale. Non stupisce che l’autore, pur mantenendo il necessario distacco, guardi con favore ai diversi tentativi di costruire un’alternativa politica e strategica al “togliattismo”, che forse avrebbe meritato anche una definizione e non solo un’evocazione.

Già in Gramsci c’era una visione critica della sociologia, anche di quella che si presupponeva basata sulle tesi marxiane come il “Manuale” di Bucharin. Nella tradizione comunista maggioritaria vi erano alcune premesse fondamentali, forse non del tutto liquidabili a priori, che mi sembrano queste: a differenza del metodo delle scienze naturali, la conoscenza della realtà sociale, nella quale gli individui sono immersi, può svilupparsi solo attraverso la prassi, ovvero l’azione consapevole di trasformazione della realtà; la realtà è innanzitutto storica, ma lo storicismo non va inteso in senso conservatore come giustificazione dell’esistente, al contrario proprio perché ciò che esiste è un esito di determinati sviluppi storici, esso stesso è destinato ad essere messo in discussione da altri processi storici per cui non esiste una “fine della storia”.

In questi due concetti vi è il tentativo di definire l’azione politica a partire dal famoso detto marxiano secondo il quale gli uomini (e le donne evidentemente) fanno sì la storia, ma entro condizioni non decise da loro. Comprendere il percorso storico che ha prodotto queste condizioni è anche premessa per poter intervenire sulla realtà senza cadere nel volontarismo velleitario o nel determinismo meccanicistico. Nel primo caso si ritiene che tutto è sempre possibile, nel secondo che la storia procederà comunque nella direzione giusta anche senza fare nulla. A volte determinismo e volontarismo si alimentano a vicenda o si scambiano i ruoli.

In ogni caso, le correnti marxiste che si sono poste in rapporto col pensiero sociologico, hanno cercato una diversa impostazione. In un caso che ebbe ampio rilievo fu un allievo di Della Volpe, Lucio Colletti, in un saggio di larga fama, a interpretare già il “marxismo come sociologia”. C’era nella sollecitazione di Colletti un rifiuto a considerare il “marxismo” come la spiegazione di ogni cosa (“dalla nebulosa per arrivare al socialismo”). La sua era una sollecitazione ad utilizzare il marxismo per affrontare “i problemi fondamentali del mondo moderno, nei sui aspetti economici e politici: imperialismo, neocolonialismo, contraddizioni e crisi del capitalismo. Questo era il terreno nel quale il marxismo doveva svilupparsi dimostrando di essere una sociologia dotata di una metodologia scientifica”.

In questo caso però il marxismo, in quanto sociologia, era considerato autosufficiente senza bisogno di trovare soccorso in altre elaborazioni sociologiche. Pur restando minoritarie emergevano all’interno del PCI tendenze che si consideravano anti-storiciste e anti-gramsciane, di cui fu interprete di rilievo in particolare Mario Tronti ma, da tutt’altro versante, anche Ludovico Geymonat.

Con il ’56 e la destalinizzazione si apre una fase di ripensamento teorico e politico che trova come interpreti intellettuali “revisionisti”, fuoriusciti dal PCI alcuni e altri di area socialista o indipendenti. Qui l’intenzionalità politica di costruzione di una strategia del movimento operaio alternativa a quella comunista, che risulta ancora egemone nonostante la crisi del ’56, si fa esplicita.

Proliferano le riviste, nelle quali si cominciano ad introdurre metodologie e strumenti di ricerca importate dalla sociologia statunitense, dato che quella italiana risulta ancora molto marginale (con l’eccezione forse della scuola di sociologia politica élitista di Mosca, Pareto e dell’italianizzato Michels).

I punti fondamentali che emergono dalla ricostruzione di Giachetti mi sembrano fondati su due elementi chiave. Il primo è una riconsiderazione del rapporto partito-classe e il secondo, ad esso collegato, della relazione intellettuali-partito-classe.

Si ritiene che il partito (e si intende soprattutto il PCI) si sarebbe sovrapposto alla classe, tarpandone la spontaneità e imponendovi la propria visione del mutamento sociale. Una critica che, a me pare, tendeva a sottovalutare il rapporto concreto fra la direzione di un partito che contava fra le proprie fila centinaia di migliaia di operai e la sua stessa base sociale. La concezione gramsciano-togliattiana del partito come parte e non organo esterno al proprio blocco sociale (che ho già richiamato in un recente articolo) metteva in discussione proprio l’idea di una classe mero oggetto di indottrinamento politico-ideologico.

Le correnti “revisioniste” tenderanno in parte a dividersi tra una componente “di destra” che cercherà di analizzare i mutamenti sociali in corso in Italia durante il “miracolo economico” per accompagnare il tentativo riformista del centro-sinistra e una “di sinistra” che invece cercherà di interpretare gli stessi mutamenti alla ricerca di un’alternativa politica all’onnipresente “togliattismo”.

Anche qui emergono visioni diverse. Se da un lato Danilo Montaldi cercherà di trovare un nuovo profilo dell’antagonismo nelle figure sociali marginali (ad esempio nel libro “Autobiografie della leggera”, dove per “leggera” si intendeva quel mondo di confine che stava tra sottoproletariato e malavita), in Panzieri e nei “Quaderni Rossi” sarà la classe operaia delle grandi fabbriche del nord ad essere interrogata per coglierne i mutamenti strutturale e di coscienza.

Giustamente Giachetti ripercorre l’esperienza dei “Quaderni Rossi” che utilizzò abbondantemente l’approccio sociologico per cercare di ridefinire una strategia politica alternativa a quella del movimento operaio, mettendone in evidenza poi la divaricazione anche di metodo. Da un lato l’uso, direi più tradizionale, dell’inchiesta che costituiva una premessa alla ricostruzione di un’idea di azione politica e di partito (Panzieri e poi Rieser) e quella della conricerca, nella quale l’intellettuale diventava parte di un progetto di conoscenza dei meccanismi lavorativi e della consapevolezza dei lavoratori di cui faceva protagonisti gli stessi operai, mettendo in atto quello che era già in sé un progetto politico (Alquati).

Se i “Quaderni Rossi” avevano lo sguardo totalmente orientato alla grande fabbrica e quindi alla soggettività operaia fuori e contro i partiti storici (in parte lasciando per strada il carattere tutt’altro che omogeneo della classe operaia italiana) l’altra rivista importante degli anni sessanta, ovvero i “Quaderni Piacentini”, era molto più influenzata dalla “Teoria Critica”, ovvero i francofortesi, e considerava quella stessa classe operaia in parte integrata. L’interesse si spostava verso nuovi soggetti sociali e i nuovi movimenti che li esprimevano a partire da quello studentesco.

Un caso particolare di impianto italiano della sociologia, che Giachetti richiama, è l’istituzione della Facoltà trentina sorta per iniziativa democristiana e con l’influente appoggio di Flaminio Piccoli. Si intravede qui la necessità, a riprova che lo stesso lungo dominio democristiano non può essere interpretato solo in termini di arretratezza e clientelismo, di disporre di nuovi “tecnici della gestione sociale” in grado di aiutare ad affrontare i conflitti emergenti e che la stessa DC intravedeva come un potenziale pericolo per la propria egemonia.

Ancora prima dell’emergere del ’68, la Facoltà di Trento diventerà terreno di scontro tra la logica gestionale del capitalismo e quella critica. Da Trento emergeranno protagonisti importanti movimento ma, questo mi sembra il succo della ricostruzione, anziché essere interpreti di un ripensamento del rapporto marxismo-sociologia tenderanno a orientarsi verso letture più dogmatiche del marxismo stesso, con una forte influenza del maoismo.

Se da un lato emergeva una crisi della interpretazione storicista del marxismo messa in campo dal PCI dall’altro la ricerca di strategie alternative non diede risultati politicamente significativi. Per altro lo stesso Togliatti negli ultimi anni della sua vita ritenne che si dovesse aprire il dibattito su tutti i versanti, intuendo che un certo paradigma stava entrando in crisi e proprio per questo all’emergere di nuove forze e di nuove idee non si doveva rispondere con la chiusura dogmatica. Come ha ricordato un testimone, osservò con interesse e anche con un qualche divertimento lo scatenarsi del dibattito tra filosofi marxisti dei primi anni ’60, che lui stesso aveva contribuito a innescare.

La dissoluzione del partito togliattiano che proprio dal ripudio di Togliatti trovò il suo atto conclusivo avrebbe teoricamente dato la possibilità alle correnti anti-togliattiane di dare finalmente prova della loro capacità di costruire progetti politici alternativi e non minoritari. “Hic Rhodus, hic salta”, si sarebbe detto Togliatti se mai avesse potuto seguire le vicende politiche successive alla sua scomparsa. Ma nessuno è riuscito a dimostrare di saper saltare l’epico colosso.

Forse la più longeva delle tradizioni, sorte da questa ricerca di alternativa, è stata quella operaista. Citando Livio Maitan (Diego Giachetti oltre che storico di valore è anche militante di quella corrente che aveva in Maitan il principale punto di riferimento) viene ripreso un suo giudizio nel quale si sostiene che le sole “scuole” marxiste “che apportano qualche elemento effettivamente nuovo alla problematica della crisi del marxismo sono quelle intellettuali e militanti dell’autonomia”. Giudizio che personalmente assumerei con molto più scetticismo. Al meno per quanto riguarda le conclusioni politiche via via assunte da quella “scuola” che non possono essere separate dalle sue premesse teoriche e analitiche.

Con il declino dei movimenti di lotta resta una ricerca sociologica influenzata dal marxismo (incarnata soprattutto nella rivista “Inchiesta” di Vittorio Capecchi) che cerca fornire strumenti di indagine ai vari ambiti nei quali in una certa misura il “grande movimento” è rifluito: lavoro, scuola, apparati statali. Una tendenza meno ambiziosa ma più operativa.

Resta in una certa misura da redigere un bilancio delle ricadute politiche delle varie correnti che si sono poste il tema del rapporto della sociologia col marxismo, dato che queste, come emerge dalla ricostruzione storica, erano animate da un progetto politico e non meramente accademica. Anzi spesso si ponevano in polemica, con qualche fondamento, a discussioni tutte centrate sull’interpretazione di Marx o di Gramsci, piuttosto che sull’uso di strumenti di ricerca da loro forniti per comprendere la realtà. E questo mi sembra essere comunque un utile consiglio valido anche per l’oggi.

La conclusione di Giachetti non può che risentire di un certo pessimismo (e forse anche di una qualche nostalgia per i dibattiti del passato che mi sentirei di condividere) dato che l’egemonia neoliberista, affermatasi a partire dagli anni ’80, partiva dall’assunto thatcheriano secondo il quale “la società non esiste”. In termini concettuali si è affermato “l’individualismo metodologico” per cui tutto va spiegato a partire dall’individuo. Una ideologia evidentemente del tutto adatta ad affermare il primato del capitale. Dal cui trionfo non potevano che uscire malmessi sia il marxismo che la sociologia. Ma al momento sembrerebbe che nemmeno il trionfatore di ieri sia in gran salute. E forse sarebbe importante riprendere in mano strumenti di analisi che qualche buona prova l’avevano pur data.

Franco Ferrari

 

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