Sempre più frequentemente ci si interroga se nel nuovo contesto politico ed economico internazionale l’Unione Europea e l’Euro potranno sopravvivere. Da decenni, l’Europa sta vivendo una policrisi – demografica, economica, sociale e politica – che appare come inarrestabile e definitiva. La guerra in Ucraina e il genocidio a Gaza hanno reso evidente la sua insignificanza internazionale, l’incapacità di farsi portavoce di un interesse specificamente europeo, nonché la totale apatia dinanzi al collasso del suo tanto decantato modello produttivo e sociale. L’Unione Europea appare come una modesta regione a vocazione mercantilista ormai privata di un modello produttivo funzionante ed esclusa dalle nuove catene del valore del processo di accumulazione capitalistico.
In Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci (Fazi Editore, Roma 2025), l’economista-filosofo-poeta-attivista Gabriele Guzzi (nato nel 1993) lancia un durissimo atto d’accusa contro l’euro e l’architettura dell’Unione Europea, descrivendoli come parti di un progetto che, per la sua stessa natura istituzionale, normativa e monetaria, sta conducendo il continente verso una marginalizzazione irreversibile. Guzzi sostiene che il declino dell’Europa non sia un accidente della storia, ma il risultato deliberato di un modello economico — quello dell’ordoliberismo tedesco — che ha privilegiato la stabilità dei prezzi e il rigore fiscale a scapito di crescita economica, sovranità democratica e coesione sociale.

“L’Europa non è in crisi: è la crisi” (p. 3). Così può essere riassunta la tesi di questo libro. Una diagnosi lucida e impietosa del fallimento strutturale dell’Unione Europea per come è stata concepita fin dalle origini (dal trattato di Maastricht firmato il 7 febbraio 1992) e poi realizzata negli ultimi 34 anni. E il termine “suicidio” si riferisce all’incapacità delle élite europee di abbandonare dogmi economici neoliberisti ormai palesemente falliti di fronte a un mondo che cambia radicalmente. Quella di Guzzi è dunque una delle critiche più sistematiche e aggiornate ai fallimenti e alle debolezze strutturali dell’UE.
Guzzi si è dato il compito di proporre una interpretazione della UE che affronta direttamente la realtà dei fatti per entrare in contradditorio con un discorso pubblico “ancora largamente ingabbiato in una retorica che reputa la moneta unica un indicibile” (p. 5). E quindi per creare una nuova consapevolezza pubblica, in modo da abbandonare i miti consolatorii: l’ideologia della generazione Erasmus (che in realtà sta molto peggio di quelle pre Maastricht), i buoni sentimenti, un europeismo di maniera. “La necessità di questa nuova consapevolezza si fa d’altronde sempre più urgente man mano che la situazione internazionale diventa più estrema. È evidente, infatti, che l’UE è oggi un’istituzione del tutto incapace di rappresentare adeguatamente le esigenze di sicurezza e pace dei principali paesi europei” (p. 4).
Dal testo si comprende come l’Unione Europea sia una istituzione sovranazionale top-down, verticistica e tecnocratica, un “ircocervo giuridico”, un “ecomostro istituzionale”, che si sovrappone agli Stati nazionali democratici, del tutto priva di una vera legittimità democratica (senza neanche la classica divisione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario enunciata da Montesquieu che è la caratteristica basilare delle democrazie liberali) e che opera con procedimenti decisionali in larga parte resi opachi dalle dinamiche transazionali intergovernative e dalle pressioni dei paesi più forti e dei grandi operatori finanziari ed industriali transnazionali. Questa parzialità non è stata frutto di un errore, ma una scelta ideologica. “Si voleva creare fin dall’inizio un desiderato e strutturale gap di sovranità: essa doveva essere persa dagli Stati-nazione ma non recuperata in pieno dagli organi europei. L’apparato culturale dell’epoca ricercava questo risultato, in quanto si fondava su una concezione impolitica, antistatuale ed elitaria dei rapporti tra democrazia e capitalismo” (p. 61). Pertanto, qualsiasi ipotesi di un ulteriore rafforzamento del potere di questa struttura dovrebbe essere vista con forte preoccupazione. “Proprio quando l’UE vorrebbe assumersi nuove competenze in ambito militare e geopolitico, con piani di riarmo, senza intervenire sulle sue carenze istituzionali e di legittimità democratica, è necessario che emerga un netto cambio di direzione. L’esito fallimentare di una moneta senza Stato dovrebbe farci avvicinare con terrore alla sola ipotesi di creare un esercito senza Stato, e quindi senza democrazia’ (p. 8).
Lo stile di Guzzi è appassionato e polemico. Nella ricostruzione del “progetto Unione Europea/Euro”, non si limita ai numeri, ma intreccia l’analisi economica con una critica filosofica alla modernità neoliberista, accusata di aver svuotato le nazioni europee (ed in particolare, l’Italia) di senso e di futuro. Coloro che hanno pensato e applicato il trattato di Maastricht – un trattato sull’Unione Europea destinato a dare vita alla “moneta unica” che avrebbe dovuto condurre alla fusione degli Stati-nazione europei in uno – come tanti Dottor Frankenstein, erano consapevoli che stavano conducendo un esperimento (politico-tecnocratico) antropologico teso a generare una nuova specie umana: l’homo europeaeus. L’Euro è stato la frontiera più avanzata di questo esperimento e, secondo Guzzi, l’atto fondativo dell’Eurosuicidio. “Mettere insieme paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con tassi d’inflazione differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria [con ingenti trasferimenti fiscali], voleva dire preparare tutte le precondizioni per l’autoannichilimento economico, tecnologico, geopolitico e sociale. E questo è ciò che è esattamente avvenuto’ (p. 4). Una problematica che si è solo aggravata con i successivi allargamenti, fino ad includere 27 paesi. Per cui sono stati mancati tutti i tre grandi obiettivi che, secondo le èlite politiche ed economiche che lo hanno imposto, l’Euro avrebbe dovuto raggiungere: promuovere la crescita economica del continente (nel 1992, il PIL dell’UE valeva oltre il 27% di quello mondiale, ora solo il 16%), ridurre le divergenze tra paesi (sono aumentate), rappresentare un credibile competitor rispetto al dollaro come moneta di riserva internazionale (solo il 20,5%, contro il 58,4% del dollaro).
In questo processo, Guzzi mostra perché l’Italia sia stata il paese che ha pagato il prezzo più alto (capitoli 1 e 2). Come avevano sostenuto i maggiori economisti internazionali di tutte le scuole di pensiero, infatti, l’Italia era il paese che peggio si conciliava con il modello ordoliberista che si stava ponendo alla base dell’UE (sostenevano che l’Italia avrebbe continuato a prosperare con le “svalutazioni competitive” della lira). La scelta italiana è stata preparata e guidata da una ristretta tecnocrazia politicizzata di centro-sinistra (tra questi Giuliano Amato, Beniamino Andreatta, Piero Barucci, Sabino Cassese, Carlo Azelio Ciampi, Lamberto Dini, Antonio Maccanico, Mario Monti, Mario Draghi, Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa e Paolo Savona) che ha voluto assecondare acriticamente, dogmaticamente e religiosamente questa integrazione europea, senza rendersi conto delle conseguenze materiali che si stavano drammaticamente producendo. Una èlite che (fin dalla fine degli anni ’70 – Guzzi focalizza l’attenzione su 4 anni della svolta: dal 1978 al 1981) ha coltivato l’idea del “vincolo esterno” (lucidamente teorizzato da Guido Carli1 e poi trasformato nell’ossessivo e onnipresente “ce lo chiede l’Europa”) come necessità esistenziale (per “riformulare la costituzione materiale del paese senza passare per il faticoso, lento e imprevedibile processo democratico” e “per tenere a bada impulsi primitivi”), fondata sulla fiducia in un “modello nordico ritenuto ontologicamente migliore”. Per Guzzi, si è trattato di un’èlite votata al “mantra suicidiario delle riforme” (un “riformismo neoliberista dall’alto” che avrebbe dovuto correggere una “mediterranea educazione alla pigrizia”) che aveva un “approccio parareligioso che sconfinava in un’attesa millenaristica. … L’italiano doveva morire, il tedesco in noi doveva nascere” (p. 30). Secondo questo disegno palingenetico, l’Italia doveva essere “salvata da sé stessa” e costretta a “modernizzarsi” rendendo non più compatibili “lo Stato pluriclasse, la sanità e l’istruzione gratuita, la piena occupazione e quindi la risoluzione lavoristica del conflitto sociale“ (p. 151). Bisognava assottigliare il “diaframma di protezioni” (lo Stato sociale previsto dalla Costituzione), così lo definiva Padoa-Schioppa, tra la persona e la durezza della realtà.
Ma alla fine i tedeschi si sono rivelati simili all’immagine che loro hanno di noi, mentre il nostro paese è stato portato alla progressiva desertificazione produttiva, all’abbandono del Mezzogiorno e delle cosiddette “aree interne” (circa il 60% del territorio) e al disastro sociale (crescita della disuguaglianza economica e “zombizzazione della società italiana”). “Il declino spaventoso che vive il nostro paese esattamente dalla metà degli anni Novanta, ovvero da quando il processo d’integrazione è entrato nel vivo, con uno stallo praticamente di tutte le variabili economiche significative, trova nell’UE la causa istituzionale più rilevante” (p. 4). I numeri che Guzzi presenta, riferiti ad andamento di PIL (+5% dal 1999 al 2022), potere d’acquisto, prodotto medio per ora lavorata, produttività totale, salari reali (sono diminuiti del 3,5%, con la flessibilizzazione, precarizzazione, “svalutazione del lavoro” e la sconfitta del sindacato), quota salari del reddito nazionale e quote della ricchezza netta e del reddito possedute dall’1% (tra il 1983 e il 2023 aumentata del 120%) sono evidenti e illustrano la drammaticità della nostra persistente stagnazione economica, che non accenna a finire. “Praticamente, l’Italia ha compiuto uno dei più grandi atti di autolesionismo che l’economia moderna ricordi. Un paese sviluppato, con imprese innovative, con salari in crescita, con tassi di disuguaglianza in calo, con un posizionamento piuttosto solido nelle catene del valore, con un dinamismo geopolitico forse superiore alle sue stesse possibilità, che smette di crescere a causa di un’adesione acritica a una moneta inefficiente è la grande questione che la vicenda italiana nell’euro lascerà alle generazioni future di studiosi” (p. 29).
D’altra parte, la generazione Maastricht (i nati nell’era dell’integrazione) ”ha vissuto lo smantellamento dell’industria pubblica, la riduzione degli investimenti in sanità e istruzione, l’austerità, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, il predominio di piccoli gruppi finanziari ai danni del lavoro, la deriva tecnocratica della politica, l’esautoramento dei poteri pubblici, la deflazione salariale, la disoccupazione” (p. 16). Guzzi conclude che “sostanzialmente, l’euro ha eliminato quarant’anni di sviluppo economico del nostro paese relativamente alle altre nazioni, riportandoci alla condizione che avevamo all’incirca alla fine del miracolo economico” (p. 25). A questo proposito, si vedano anche le nostre recensioni degli ultimi due Rapporti sulla situazione sociale del paese del Censis (qui e qui), nonché la nostra analisi sulla povertà in Italia.
Questi sono però effetti distruttivi che ormai si vanno estendendo all’intero continente. “le carenze strutturali e originarie dell’UE, che per trent’anni hanno danneggiato l’Italia, ora costituiscono un fattore d’impedimento per tutti gli altri grandi paesi europei. L’Eurosuicidio sta diventando un elemento comune. È perciò il tempo migliore per un ripensamento radicale” (p. 5). Le regole europee (vincoli agli aiuti di Stato, politiche di austerità con drastiche misure di contenimento fiscale, burocrazia asfissiante) hanno impedito ed impediscono gli investimenti in infrastrutture e in settori economici innovativi, politiche industriali, nonché la nascita di “campioni nazionali” capaci di competere nei settori dell’Intelligenza Artificiale e della transizione energetica (si pensi, ad esempio, all’auto elettrica). Mentre il resto del mondo – soprattutto Cina e Stati Uniti – investe massicciamente, l’UE si limita a regolamentare settori che non domina. È diventata un deserto di innovazione a causa delle sue stesse regole. Il Patto di Stabilità e Crescita (filiazione del rigore di Maastricht, anche nella sua versione riformata post-Covid) è un cappio al collo che impedisce la piena occupazione e lo sviluppo.
Non a caso anche uno dei “grandi sacerdoti” di questa Unione Europea, Mario Draghi, ha dipinto a tinte fosche il futuro economico dell’UE (l’Europa è “agonizzante” perché sta perdendo la sfida tecnologica contro USA e Cina) nel suo rapporto (qui e qui) su una strategia per il futuro della competitività europea (si veda il nostro articolo qui). Un testo che purtroppo Guzzi non prende in considerazione nel suo libro e che rivela un modo opposto di intendere il “salvataggio” dell’Europa. Sebbene entrambi concordino sul fatto che l’Europa sia in una crisi esistenziale, le loro soluzioni divergono radicalmente. Quelle proposte da Draghi — più integrazione (più Europa) e debito comune (più integrazione finanziaria per finanziare difesa, energia e IA) senza una vera riforma dei trattati — sono solo un “accanimento terapeutico” che non risolve la contraddizione di fondo sottolineata da Guzzi: un’Unione monetaria senza una guida politica sovrana. Guzzi sostiene che il debito comune, senza una vera sovranità politica e monetaria, sia solo un modo per mantenere in vita un sistema malato. Il problema non è solo la mancanza di risorse finanziarie, ma il quadro normativo (i Trattati) che impedisce agli Stati di fare politica industriale vera. Per Guzzi, l’Europa deve smettere di essere un “regolatore” e tornare a essere un insieme di Stati sovrani che investono. “Gli Stati europei non hanno controllo sulla valuta in cui si indebitano e il potere monetario ha assunto un peso spropositato negli equilibri istituzionali. Questo ha prodotto una gravissima riduzione della sostanzialità democratica e aggravato le crisi finanziarie. L’idea implicita all’ordine politico europeo era, infatti, di affidare al funzionamento democratico questioni di secondo o terzo ordine mentre le vere decisioni, quelle cioè che attengono all’economia, alla moneta e ora alla geopolitica, dovevano essere lasciate nelle salde mani di tecnici indipendenti. La storia ci ha dimostrato che tutto questo è un grande inganno. La torsione tecnocratica produce un potere massimamente politico ma non democratico. Dovremmo essere oggi più consapevoli quando si parla di ‘più Europa’, soprattutto in ambito geopolitico o militare, senza contemporaneamente gridare alla natura antidemocratica dell’Unione” (pp. 74-75).
L’analisi di Guzzi (capitoli 3 e 4) smonta la narrazione mainstream italiana ed europea di un’Italia indisciplinata, poco europea, che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e non avrebbe fatto i “compiti a casa” (le “riforme strutturali”). “L’Italia non è stata indisciplinata, ma, al contrario, è stata il paese che più di ogni altro ha seguito le indicazioni europee su praticamente tutte le questioni sociali, economiche, politiche, produttive, sanitarie, finanziarie e industriali. L’adeguamento ai nuovi dogmi [neoliberisti] è stato indiscusso e realizzato con pervicacia ed ostinazione. Ma proprio questa omologazione, e non la presunta ribellione, ha costituito la causa principale del nostro declino” (p. 6). Proprio attraverso la continua e persistente “implementazione” delle “riforme strutturali” “ci siamo trasformati quasi in un’economia in via di sviluppo che, invece di puntare sul mercato interno e sui settori ad alto valore aggiunto, ha basato il suo modello di crescita sulle esportazioni, sui bassi salari e sui settori tradizionali dell’industria del XX secolo” (p. 88).
L’Italia è stata il grande laboratorio politico dell’Europa per quanto riguarda la “implementazione” delle “riforme strutturali” del sistema pensionistico, dell’apparato industriale, delle istituzioni finanziarie, delle imprese pubbliche, della struttura occupazionale, del processo educativo, della sanità. “Ogniqualvolta questi rimedi non funzionavano, e la crescita continuava ad essere deludente, la tesi ufficiale era che l’Italia non aveva ancora fatto sufficienti riforme. La cura non era efficace perché non avevamo assunto abbastanza dosi di farmaco. E allora si varavano altre riforme, che non aiutavano la crescita, e quindi si imponevano altre riforme, che finivano per peggiorare ancora di più la situazione, in un circolo vizioso di omologazione e pigrizia intellettuale” (p. 79). Con il ritornello del “ce lo chiede l’Europa”, in Italia si è assistito a una vera e propria “rivoluzione passiva”. Per cui, “da un’impostazione di economia mista con larga partecipazione dello Stato si è passati velocemente, e senza un esplicito vaglio democratico, a una regolazione [neoliberista] fondata sulla competizione, la privatizzazione, la concorrenza e la riduzione del ruolo del pubblico” (p. 79). Al momento della firma del Trattato di Maastricht, lo Stato italiano era il più grande datore di lavoro del Paese, garantendo quasi il 20% dell’occupazione complessiva nazionale. Controllava il settore del credito, attraverso la proprietà diretta o indiretta dell’80% delle banche. Era azionista totalitario di compagnie aeree, treni, traghetti, autostrade e strade provinciali. Produceva acciaio, alluminio, prodotti chimici, ma anche panettoni, gelati, pomodori pelati e cioccolato che vendeva nei supermercati e nelle aree di servizio autostradali. Costruiva aerei, carri armati, navi da guerra e da crociera. Produceva e distribuiva carburanti e, attraverso una fitta rete di utilities, distribuiva acqua, elettricità e gas. Gestiva miniere e il servizio telefonico. Era il principale editore radio-televisivo del Paese (RAI)2.
Inoltre, Guzzi ritiene che data “l’abissalità della crisi europea” occorre adoperare categorie più profonde, per cui esplora (capitolo 5) come nell’integrazione europea sia entrata in gioco la configurazione della nostra intera identità politico-culturale. Il sostegno totale italiano all’UE e all’Euro “è stato il tentativo, ora possiamo dire fallimentare, di ridare una direzione al paese in un momento epocale di crisi” (p. 6), ossia con l’esaurimento di un intero ciclo politico, quello delle forze politiche democristiane, liberali, socialiste e comuniste che avevano scritto la Costituzione e guidato il paese nei “Trenta gloriosi” (1945-1975), per poi sopravvivere fino alla fine della Guerra Fredda (1989-1991) e alla riunificazione della Germania. Un ceto politico, quello italiano, alla fine travolto “dal tramonto delle specifiche dimensioni escatologiche da cui … aveva tratto forza, visionarietà e propulsività storica” (p. 157). E più concretamente da Tangentopoli, dal crollo del “socialismo reale”, dalla speculazione contro la lira e dagli attentati stragisti della mafia. Per cui, l’integrazione europea ha assolto il ruolo di surrogato ideologico, divenendo un feticcio religioso-politico con una onnipresente e onnicomprensiva “teologia politica dell’Euro”, una “forma idolatrica” che ha pervaso l’antropologia della nazione. Non è stato visto come un “qualcosa a cui approcciarsi con la razionalità di chi soppesa costi e benefici, in una visione di interesse nazionale da realizzare in compromesso con altri paesi, ma un orizzonte vitale senza il quale la sopravvivenza stessa del nostro paese veniva messa in discussione. Bisognava perciò aderirvi non con l’equidistanza dei decisori politici ma con la radicalità dogmatica dei neoconvertiti” (pp. 6-7). Non a caso, nota Guzzi, gli eredi riformisti del PCI (ma anche gli epigoni cristiano-democratici) sono divenuti “i referenti italiani più affidabili dei processi di liberalizzazione e privatizzazione degli anni Novanta” (p. 160). L’UE e l’Euro sono stati visti dalla nostra classe dirigente come “la grande narrazione sostitutiva … come un immenso surrogato politico-ideologico” (p. 161), la via per risolvere – senza doverlo realmente affrontare – il travaglio strutturale dell’assetto politico, economico, geopolitico, culturale e spirituale che l’Italia stava attraversando alla fine del secolo scorso3. “È stato un modo per mettere la polvere sotto il tappeto, con un racconto millenaristico sui destini idilliaci di un’Unione senza politica e di una moneta senza Stato” (p. 7). Pertanto, il fallimento dell’UE rappresenta “il tracollo della risposta che le classi dirigenti diedero della crisi politico-spirituale che stava attraversando l’Italia alla fine del millennio” (p. 164). La sollecitazione di Guzzi è che proprio per questo va aperto un grande dibattito culturale “per ridestare la coscienza politica italiana e pensare a forme diverse di collaborazione europea” (p. 165). Protagonista di una vera e propria “rivoluzione culturale” (e questo richiede preparazione e studio: oltre alla teoria economica, “bisogna studiare la filosofia, la storia, l’arte, l’antropologia … come aspetti viventi di una tradizione”) dovrebbe essere la “generazione Maastricht”, con l’obiettivo (di medio-lungo periodo) di creare una nuova classe dirigente e di invertire il “depauperamento antropologico” (la “crisi spirituale della cultura politica italiana”) a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni.
Infine, Guzzi analizza (capitolo 6) l’ipotesi di un’evoluzione “in avanti” dell’UE, ma la giudica sia irrealistica sia indesiderabile. Per cui passa a ragionare sulla questione delle alternative ad un’integrazione che non offre possibilità per l’Italia, nonché ormai per l’intero continente, di ridarsi una direzione non solo di crescita economica ma anche di sicurezza e di pace. Da questo punto di vista, Guzzi è lapidario: “Il dissolvimento dell’UE e della moneta unica sono … oggi gli atti più europeisti che possiamo immaginare. Solo al di là di questa Unione Europea è possibile pensare una nuova Europa che non si fondi più sulla strutturale disattivazione della sovranità popolare ma sulla cooperazione paritetica tra Stati, sulla giustizia sociale, sulla pace” (p. 8).
Pertanto, nel finale Guzzi tratteggia le tre principali opzioni. La prima è quella di non fare nulla, di rassegnarsi a subire gli eventi: “rimanere nella nostra comfort zone: acclimatandoci nello stato di ‘rana bollita’, assuefarci al nostro declino occupandoci di gossip politico, calcio e disquisizioni culinarie. Ad oggi, è la strada scelta dai politici e dal popolo. Non richiede strappi. Non comporta alcuna fatica. Si amministra l’apocalisse lasciando alle future generazioni l’onere e l’onore di vivere in un paese fatto di affittacamere, reperti archeologici ed esperti di fantacalcio. La pressione per un cambiamento si farà però sempre più forte, anche perché la ricchezza prodotta dai nostri padri e nonni con cui il nostro paese ancora vive sta diminuendo sempre più, producendo un impoverimento anche della classe medio-alta” (p. 176).
Poi, ci sono due opzioni che contemplano la rottura della “gabbia dell’Euro”, per nostra e/o altrui iniziativa. Da un lato, Guzzi delinea quello che potrebbe essere definito un piano di uscita unilaterale dell’Italia (simile al “piano B” che costò l’incarico di ministro a paolo Savona). Asserisce che la sua attuabilità presuppone l’accordo di tre principali istituzioni – Presidenza della Repubblica, governo e Banca d’Italia – che “dovrebbero remare nella stessa direzione” (p. 179), un’ipotesi di per sé piuttosto problematica. D’altra parte, proprio per la rottura politico-culturale che questa soluzione implica, come sottolinea Guzzi, sarebbe necessaria una nuova classe dirigente che al momento non pare essere alle viste.
La terza opzione è quella che definisce di “vigile attesa”: aspettare la fine dell’UE e dell’Euro per consunzione, ossia attendere che altri Stati europei, come la Germania e la Francia, facciano crollare questo progetto perché divenuto di ostacolo al perseguimento dei propri interessi (su questioni chiave come le politiche monetarie della BCE, la stabilità finanziaria nazionale, il riarmo, il rapporto con gli Stati Uniti, la sopravvivenza della NATO, i rapporti energetici e commerciali con Russia e Cina). Nella sua prefazione, Lucio Caracciolo spiega come “l’euro [sia] nato su spinta franco-italiana quale riparazione per l’abusiva ricomparsa di una ‘Grande Germania’”, ma è poi stato “riconfezionato in salsa tedesca” (p. XII). E proprio grazie all’Euro la Germania ha assorbito liquidità attraverso un formidabile surplus commerciale e ha esportato deflazione verso i partner europei. Un meccanismo che si è via via esaurito perché impoverendo gli altri paesi/mercati europei (anche con le politiche duramente austeritarie imposte agli altri paesi a partire dal 2011) ha finito per inceppare la macchina della Germania iperesportatrice, poi colpita e semiaffondata dalle sanzioni belliche all’energia russa, dalla perdita di quote importanti del mercato cinese dell’auto e dai dazi di Trump. Il capitalismo tedesco cerca di ripartire rompendo il tabù del debito e rilanciando l’industria attraverso il riarmo. Proprio la prospettiva di un riarmo tedesco potrebbe contribuire al disfacimento dell’UE, in quanto quest’ultima è nata proprio dall’idea che i paesi continentali (o meglio la Germania) non abbiano una forza militare significativa. “Se i tedeschi decidessero di occuparsi non solo di imperi valutari ma anche di imperi militari, magari celati dietro un coordinamento continentale, la possibilità di una disgregazione dell’UE crescerebbe significativamente nei decenni a venire” (p. 148).
Alessandro Scassellati
- La scelta europeista della classe politica italiana implicava una svolta radicale, il doversi impegnare in modo coerente e continuativo per cambiare drasticamente la rotta delle politiche economiche (sul versante della spesa pubblica) e monetarie in senso neoliberista. Di questo era consapevole Guido Carli, ministro del Tesoro tra il 1989 e il 1992, il quale rappresentò l’Italia nei negoziati per la definizione dei contenuti del Trattato. L’ex governatore della Banca d’Italia riteneva che il Trattato di Maastricht avrebbe imposto “all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania”, quindi “un mutamento sostanziale, profondo, di carattere ‘costituzionale’”. Ma lo apprezzava proprio per questo, perché avrebbe finalmente comportato “la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi”, per poi “ripensare in profondità le leggi con le quali si è realizzato in Italia il cosiddetto Stato sociale”. Carli (Cinquant’anni di vita italiana, a cura di Peluffo P., Laterza Roma-Bari 1993:436) delineava lucidamente e in modo brutale le principali implicazioni per un Paese come l’Italia, di fatto facendo equivalere l’adesione al Trattato ad un vero e proprio “colpo di Stato” perché consentiva un completo aggiramento del Parlamento sovrano della Repubblica per innestare nella società italiana una serie di ordinamenti economico-politici che questa non era stata capace di darsi da sola: “L’Unione Europea implica la concezione dello ‘Stato minimo’, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva degli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile (con la sconfessione del principio del recupero automatico dell’inflazione reale passata e l’aggancio della dinamica retributiva all’inflazione programmata), la drastica riduzione delle aree di privilegio, la mobilità dei fattori produttivi, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e nell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di questi ultimi” [o meglio, di una parte di questi ultimi].[↩]
- Il percorso “riformistico dall’alto” per diventare “europei” è stato realizzato attraverso l’utilizzo ordinario della decretazione emergenziale e della legislazione delegata (che ha riformato in particolare la finanza pubblica e regionale e introdotto riforme chiave come quelle delle pensioni e del lavoro) da parte dei governi e, quindi, attraverso il rafforzamento dell’esecutivo a scapito del Parlamento. Nel 1992 sono stati emanati 139 decreti legge, che sono diventati 259 nel 1993, 327 nel 1994, 294 nel 1995 e 362 nel 1996. Numeri che, anche grazie ad una sentenza di censura della Corte di Cassazione (1996), non sono stati mai più raggiunti, ma che tuttavia segnano un mutamento di ordine strutturale nell’apparato statale: è in questi anni che l’esecutivo, tramite decreti legge e decreti legislativi, supera la legislazione parlamentare. Si è trattato di una ridefinizione dell’assetto istituzionale democratico nella direzione di ciò che Nikos Poulantzas (State, power, socialism, Verso, London 1978; Political Power and Social Classes, Verso, London 1978) ha definito “statismo autoritario”, caratterizzato da una combinazione dei poteri gestionali dello Stato keynesiano con un ritiro strategico da alcune delle sue precedenti funzioni economiche, in presenza di un drastico spostamento di potere dal Parlamento all’esecutivo, un declino dei partiti politici tradizionali e di uno spostamento di sempre più funzioni di governance dalle istituzioni rappresentative agli apparati burocratici permanenti controllati dal potere esecutivo, dalle imprese e dalle organizzazioni internazionali come l’Unione Europea. Per descrivere questa evoluzione Colin Crouch (Post-democrazia, Laterza, Roma-Bari 2003) ha parlato di “post-democrazia” e Giorgio Agamben (Stato di eccezione. Homo sacer, Bollati Boringhieri, Torino 2003) di “democrazia governamentale” intesa come mera tecnica dell’amministrazione governativa che si regge sui sondaggi, sulle elezioni, sulla manipolazione dell’opinione pubblica, sulla gestione dei mezzi di comunicazione di massa, a scapito della democrazia parlamentare.[↩]
- Molti cittadini hanno pensato che spostare il potere da Roma a Bruxelles fosse l’unico modo possibile per avere un governo efficiente, onesto, responsabile e attento alle loro esigenze. Così, un ristretto gruppo di alti tecnocrati ed esperti economici e finanziari (che si erano spesso formati nella Banca d’Italia o nel Ministero del Tesoro) ha usato il processo di integrazione europeo come “vincolo esterno” per aggirare i limiti di culture politiche italiane diffidenti nei confronti delle classi dirigenti tradizionali e del capitalismo, e per modificare il modello sociale italiano, introducendo anche in Italia una società di mercato regolata dal neoliberismo. Almeno fino a dopo la crisi della globalizzazione neoliberista del 2007-2008 e alla successiva crisi dell’Euro del 2011, infatti, nonostante gli enormi costi politici, sociali ed economici sostenuti dal Paese per perseguire questo obiettivo, le sole forze politiche che hanno apertamente proposto politiche anti-liberiste sono state la sinistra radicale di matrice comunista e l’estrema destra di matrice neofascista, ma entrambe hanno avuto poco seguito, la sinistra perché, dopo gli eventi internazionali del 1989-1991, legata a un tipo di organizzazione sociale e a discorsi che sapevano di passato, la destra perché ancora reggeva il bando etico sul fascismo nato dalla Seconda Guerra Mondiale, dalla resistenza partigiana e dalla Costituzione.[↩]
