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Da Bologna un passo verso la coalizione popolare maggioritaria

di Franco
Ferrari

Nella capitale emiliano-romagnola si è tenuto, nello scorso fine settimana, un importante appuntamento di dibattito e confronto tra soggetti diversi appartenenti comunque ad un’area politica definibile come sinistra radicale o alternativa. Sicuramente si è trattato di un passaggio positivo da cui vanno tratte indicazioni per chi voglia individuare una più articolata strategia politica.
In quell’appuntamento sono a mio parere confluite due tendenze diverse ma non divergenti. La prima è quella costituita dalla coalizione di StopRearm che si propone di dare vita ad un ampio schieramento di opposizione alla guerra e alle politiche di riarmo scelte dall’Unione Europea e da quasi tutti i governi che ne fanno parte. L’altro filone è invece più specificamente animato da una corrente politico-culturale legata ad una rete di centri sociali spesso connessi ad una proiezione elettorale-istituzionale e punto di raccordo di altre realtà di movimento.
Alcuni dei temi che hanno attraversato la discussione sono stati condivisi ma a volte affrontati con approcci diversi. Questo non comporta affatto un giudizio critico ma è al contrario la sottolineatura di un fatto positivo. Ci sono elementi teorico-ideologici che identificano il settore di movimento più connotato: ad esempio il riferimento al “confederalismo democratico” ripreso dall’esperienza del Rojava, attualmente sotto un pesante attacco militare, o, connessi ad esso, il municipalismo, la contestazione radicale dello stato-nazione e quindi la disponibilità a ragionare nella dimensione europea, in contrasto ad ogni sottolineatura “sovranista” o “campista”.
Sono impostazioni attorno alle quali si sono costruite esperienze interessanti di organizzazione dal basso e di nuovo radicamento sociale, indispensabili per ogni prospettiva di cambiamento, ma rispetto alle quali, e al rischio di una loro unilateralità, è opportuno tenere aperta la discussione.
Al di là della condivisione o meno di una specifica impostazione teorica, l’atteggiamento non settario mantenuto anche da questa componente e la conseguente disponibilità al confronto e alla convergenza su temi e campagne di mobilitazione è un fatto positivo. Essendo altresì consapevoli che una più ampia mobilitazione popolare, come è quella che si propone StopRearm, richiede necessariamente di far convergere orientamenti e ispirazioni ideali diverse. In una fase sociale di scarsa mobilitazione e in cui spesso il senso comune è orientato dalla destra, il rischio che, laddove si costruiscono forme di insediamento sociale organizzato, ci si rinchiuda in una nicchia autoreferenziale è sempre presente.

Dall’assemblea di Bologna esce, mi pare, un dato politicamente significativo ovvero la comprensione dell’elemento caratterizzante l’attuale fase politica, in Italia, in Europa e a livello globale: l’offensiva in atto di una destra autoritaria e reazionaria, nel quale si fanno più forti e più espliciti richiami ai fascismi degli anni trenta.
Questo è un punto di partenza ineludibile per ogni ipotesi politica relativa alla prossima fase, di cui evidentemente l’appuntamento elettorale del 2027 costituisce un passaggio importante. La consapevolezza crescente è che occorra spezzare la continuità del governo di destra che, avendo almeno altri cinque anni a disposizione, scardinerebbe la Costituzione e occuperebbe tutti gli spazi di trasmissione ideologica e di formazione del senso comune (media, scuola, istituzioni culturali).
Questo risultato, tutt’altro che scontato, non esaurisce una prospettiva di più lungo periodo che è quella di costruzione di una “coalizione popolare maggioritaria” che sia in netta contrasto con la destra ma sia anche in grado di imporre un “programma di rottura” rispetto al decennio dei governi tecnici e dell’unità nazionale formatisi attorno ad austerità e a forme più o meno morbide di governance neoliberista.

Il passaggio elettorale del 2027 servirà a tenere aperta la prospettiva del cambiamento e della rottura col passato, piuttosto che risolverlo. Perché questo avvenga occorrono molti elementi che oggi ancora mancano: lo spostamento degli equilibri sociali della coalizione elettorale alternativa, dai settori liberali delle classi dominanti alla classe lavoratrice e alle classi popolari e ai movimenti sociali anti-sistemici; un robusto e concreto programma politico che dia il necessario spazio ad un nuovo modello di sviluppo e di trasformazione dell’economia; il rafforzamento delle forze politiche di sinistra alternativa con un rilancio del loro insediamento sociale.
È a tutti evidente che il rapporto con il centro-sinistra è da un lato indispensabile per sconfiggere la destra, un obbiettivo che non si può disertare se non a costo di rompere con un sentimento popolare diffuso, ma che l’attuale ipotetica coalizione di centro-sinistra non ha ancora la forza, la dinamica e la coerenza per parlare a settori importanti di classi popolari che si sono allontanati da essa negli ultimi quindici anni. Benché l’attuale configurazione, di cui il PD è parte importante ma non più il dominus incontrastato come sperava di diventare con il progetto veltroniano della “vocazione maggioritaria”, apra alla possibilità, della costruzione di un “patto costituzionale” che lasci autonomia strategica alle forze dell’alternativa, gli ostacoli non sono pochi.
Una parte della destra del PD, sostenuta da importanti mezzi di informazione (anche se declinanti nella loro influenza), sta lavorando o per spostare a destra l’asse politico della coalizione, con il risultato di entrare in contrasto con il sentimento di milioni di potenziali elettori, o impedirne la costituzione come accadde nel 2022. Ci sono sempre settori politici, come ci sono settori delle classi dominanti, che posti di fronte all’alternativa tra un governo moderatamente riformatore e una destra reazionaria ma alla fine allineata ai desiderata del potere economico preferiscono la seconda (come si diceva nella Francia degli anni ’30: “meglio Hitler del Fronte Popolare”).
La costruzione di un’opposizione che possa cacciare la destra dal governo non è un dato di fatto rispetto al quale ci si debba passivamente adattare (“entrare o non entrare nel campo largo”) bensì è l’obbiettivo politico attorno al quale occorre costruire una dinamica di mobilitazione popolare, di confronto politico-programmatico che coinvolga sia il mondo intellettuali che i saperi che si sono consolidati nell’azione dei movimenti conflittuali. L’appuntamento lanciato a Bologna di una manifestazione nazionale per il prossimo 28 marzo, può rappresentare un momento importante di sensibilizzazione e coinvolgimento che non può attendere passivamente la convergenza tra le leadership politiche del centro-sinistra.

Nell’analisi della situazione occorre tenere presente che sono presenti settori, pur minoritari, che si muovono secondo altre prospettive. In coincidenza con l’appuntamento bolognese, la Rete dei Comunisti ha organizzato un confronto a Roma al quale ha invitato alcuni singoli o rappresentanti di spezzoni minoritari di altri partiti. La relazione di Mauro Casadio, esponente storico della Rete e delle aggregazioni politiche che l’anno preceduta a partire dagli anni ’70, ha presentato il punto di vista di questa organizzazione, la cui influenza va al di là delle proprie fila ristrette per il peso che ha nel principale sindacato di base (USB) e in Potere al Popolo. In quest’ultimo caso, a differenza di altre forze politiche, non esiste, mi sembra, una presentazione pubblica del dibattito interno, quindi non è possibile sapere se le tesi della Rete coincidano con PaP, anche se è fuori di dubbio che l’influenza politico-organizzativa della Rete è certamente preminente.
Nelle argomentazioni di carattere ideologico avanzate da Casadio si trovano temi che meritano un confronto. Sottolineare la necessità di rilanciare la prospettiva del socialismo, quindi di una visione alternativa al capitalismo, è condivisibile, ma le radici ideologiche della Rete (l’adesione al filosovietismo degli anni ’70 e ‘80, se così si può dire) portano ad una diversa visione del rapporto tra forme democratiche, riconoscimenti dei diritti individuali e costruzione del socialismo. Tutti temi che fanno parte della riflessione teorica e politica del comunismo italiano almeno a partire dalla destalinizzazione e che la Rete ha sempre contestato.
Dell’impostazione di Casadio condivido anche la sottolineatura dell’importanza dell’organizzazione, rispetto ad eccessive curvature movimentiste o spontaneiste che si sono fatte strada a sinistra negli ultimi decenni. Ma modi e forme di costruzione dell’organizzazione politica e sociale non possono non tenere conto dei mutamenti intervenuti e dell’impossibilità di costruire organizzazioni eccessivamente rigide e dirette dall’alto, benché alcune esperienze siano cadute nei difetti opposti di estremo eclettismo e di correntismo esasperato.

Dove emerge una divaricazione radicale di posizioni è quando si passa alla connotazione della fase politica e la proposta che ne consegue. Io trovo piuttosto sorprendente che, ciò che sta davanti ai nostri occhi quotidianamente, la presenza di una destra sempre più aggressiva che alza ogni giorno l’asticella del possibile in termini di riduzione degli spazi democratici, sia totalmente ignorato dalla relazione di Casadio. Si continua a ripetere la rappresentazione di un sistema politico senza fratture interne, senza dinamiche divergenti derivate dalla pressione dal basso e dalle contraddizioni del capitalismo che, se aveva un qualche fondamento nel decennio scorso, oggi appare totalmente fuori fase. Da questo deriva la proposta di un polo elettorale di contrapposizione totale “a centro-sinistra e centro-destra” considerati del tutto identici. Anche se poi l’USB, quando deve attivarsi per difendere delegati vittime di azioni repressive o alcuni spazi minimi di azione sindacale, è in grado di vedere benissimo la differenza, dato che, giustamente, invita i partiti di centrosinistra e non quelli di centrodestra.
L’impostazione presentata dalla Rete e in questo in totale contrasto con quella ben più larga dell’assemblea bolognese, è di presentare continuamente paletti esclusivi a questo polo di cui si propone di essere il soggetto trainante. Non solo tutti quelli che ieri, oggi o domani potrebbero anche solo immaginare di allearsi al centrosinistra, ma viene riaffermata l’esclusione pregiudiziale verso tutti coloro che stanno nella CGIL o sostengono la CGIL o, in pratica, non considerano la CGIL un avversario pregiudiziale. Senza entrare nella valutazione delle pratiche sindacali, sembra difficile costruire in Italia una Coalizione popolare maggioritaria con una così lunga lista di proscrizione.
Nell’arco di forze che stanno tra la sinistra radicale e l’estrema sinistra (che i politologi con qualche ragione distinguono anche laddove i confini non sono così netti) occorre mettere in conto un’area più fluida che potremmo definire provvisoriamente dei “geopolitici”. Lasciando al momento da parte il giudizio sulla “geopolitica” in quanto strumento di analisi (a mio modesto parere dalla portata molto limitata), attorno all’uso o piuttosto all’abuso di questo concetto o teoria si orientano una serie di settori intellettuali e/o politici. Il richiamo alla “geopolitica”, mai esattamente definita, viene riciclato un certo tradizionale “campismo”, le cui premesse ideologiche sono però diverse da quelle tradizionali. Infatti la Rete dei Comunisti, il cui campismo è di derivazione “marxista-leninista” respinge esplicitamente la “geopolitica”. 

A me pare, ma su questo occorrerà forse tornare, che vegano assunte criticamente una serie di categorie concettuali che nascono a destra e che con qualche contorsione verbale entrano in un discorso che invece si vuole di sinistra o addirittura di estrema sinistra. Penso ad esempio al ricorso sempre più frequente all’idea di Occidente, con l’aggiunta di quello che sarebbe il suo declino, come categoria interpretativa e asse principale dell’analisi dell’attuale fase politico-ideologica, al “deep State” (che spesso consente di assorbire elementi pervasivi di teorie cospirazioniste), alle rivoluzioni colorate e ultimamente ha molto successo anche la “russofobia”. Non tutte le analisi che rimandano all’uso di questi concetti (in qualche caso pseudo-concetti) sono prive di validità e offrono pure qualche elemento di analisi corrispondente ai processi reali, ma alla fine tendono a rimuovere ogni riferimento al capitalismo come elemento dominante della realtà, delle sue dinamiche e delle sue contraddizioni, e ancora di più i conflitti sociali e di classe. Sarebbe forse utile una riflessione critica sull’assorbimento sempre più pervasivo di queste tesi.

Il rilancio di una sinistra di alternativa (all’interno della quale si colloca una componente comunista non dogmatica, non passatista, non settaria), come condizione per la costruzione di una nuova coalizione popolare maggioritaria, è evidentemente obbiettivo impegnativo ma, credo, ineludibile.

Franco Ferrari

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