L’assemblea NO KINGS di Bologna del 24-25 gennaio è stata sotto ogni punto di vista una tappa fondamentale nella costruzione di un movimento contro la guerra e le politiche di riarmo nel nostro paese ed in Europa, una tappa rilevante per la partecipazione, nazionale e internazionale, e per l’intreccio delle problematiche, approfondite nei tre gruppi di lavoro, correlate tra loro nelle plenarie, dove -come era necessario- si è focalizzata la specifica condizione dell’Europa, in questo processo.
Una tappa fondamentale del percorso che ha definito le tappe di mobilitazione per i prossimi mesi, in cui si intrecciano le questioni sociali, la lotta alla guerra ed al riarmo, l’opposizione radicale alla svolta autoritaria e repressiva costruita attraverso i decreti sicurezza, le pratiche repressive quotidiane e la loro continua legittimazione. Una conferma del processo in corso in cui si è dimostrato il coinvolgimento sempre più pervasivo di realtà a livello nazionale e locale, anche se le fratture che le mobilitazioni hanno mostrato negli scorsi mesi sono ben lontane da essere risolte, nelle mobilitazioni di piazza e nell’organizzazione degli scioperi generali.
Il tema che oggettivamente si è posto -e non poteva essere diversamente- è quello dell’efficacia dell’azione del movimento, a fronte di trasformazioni che agiscono a livello globale, nelle quali la tendenza alla guerra in tutti i suoi aspetti si manifesta nel contesto di crisi e trasformazioni radicali altrettanto globali, sul piano del clima e della contaminazione delle matrici ambientali, della devastazione degli ecosistemi, della crescita delle diseguaglianze, della transizione tecnologico-digitale, della finanziarizzazione dell’economia; contesto che evidenzia una sostanziale instabilità della formazione sociale globale, del complesso degli assetti economici, politici e ambientali.
A fronte di una dimensione globale dei processi contro cui si combatte è legittimo chiedersi come si possa definire, misurare l’efficacia dell’azione di un movimento, a livello del nostro paese come a livello europeo.
Per un verso c’è l’esigenza di contrastare passo passo l’avanzare della militarizzazione delle società a tutti i livelli, da questo punto di vista sono stati proposti obiettivi, evidenziati terreni di scontro come si può capire dalle relazioni dei gruppi di lavoro e dai dibattiti registrati delle plenarie, dall’articolazione territoriale del ciclo produttivo degli armamenti, alla presenza delle basi, alla propaganda militare negli istituti scolastici, al ristabilimento della leva militare. Su quest’ultimo terreno di lotta si è evidenziato come la costruzione di uno stato emergenziale attraverso l’accentuazione delle minacce belliche esterne e di quelle interne attraverso la stigmatizzazione di comportamenti individuali e collettivi, crea la condizione per ristabilire una vera e propria leva militare obbligatoria. Viene in mente il fatto che il segretario della CGIL Landini nei mesi passati abbia espresso l’esigenza di una vera e propria ‘rivolta sociale’, visto lo stato delle diseguaglianze, dei livelli di sfruttamento, dell’andamento complessivo economico e sociale del nostro paese. Esiste in realtà una situazione di emergenza che si declina nelle cifre che descrivono la situazione economico-sociale del nostro paese, che si evidenzia nella diminuzione dei salari reali degli ultimi anni, nell’emigrazione dei giovani all’estero, nella desertificazione sociale ancor più che economica di interi territori.
La svolta autoritaria che anche nel nostro paese viene impressa dalle forze politiche al governo -ma non solo- è lo strumento per mantenere il controllo di questa emergenza, mentre gli investimenti nelle filiere dell’industria bellica vengono spacciate come una risposta alla stagnazione economica, alla crescita delle diseguaglianze. Ovviamente l’uso del termine emergenza in questo contesto del discorso si riferisce da una situazione insopportabile per la gran parte della popolazione del nostro paese da cui ‘emergere’ verso cui operare una rottura drastica, verso uno stato di cose che si è venuto costruendo nei decenni.
Il punto da cui partire, la situazione di cui prendere atto purtroppo è l’incapacità delle organizzazioni dei lavoratori, dei movimenti sociali di opporsi alla gigantesca e pervasiva azione di ristrutturazione dei rapporti dei rapporti sociali di produzione operata negli ultimi decenni dal sistema capitalistico – in tutte le sue declinazioni- a livello globale ed in particolare, in modo particolarmente drammatico, nel nostro paese.
Un po’ di storia.
La storia è lunga, ha attraversato diverse fasi a partire dal punto più alto del conflitto sociale, delle lotte operaie culminate nei contratti nazionale del 1972-73. Culmine di un ciclo straordinario di lotte, entro straordinarie trasformazioni economico-sociali ed assieme, culturali e politiche che possiamo definire come una vera e propria mutazione antropologica delle popolazioni e dei territori nel nostro paese; entro un contesto definito dalla migrazione di massa, la scolarizzazione di massa -con la quale l’ondata demografica del dopoguerra ha avuto accesso a livelli di scolarizzazione un tempo preclusi alle classi subalterne- l’industrializzazione realizzata in pochi anni, quando in altri paesi processi analoghi si sono dipanati nei decenni.
La risposta del capitale in realtà si è evidenziata immediatamente dopo quel culmine delle lotte con processi di ristrutturazione che hanno investito tutti settori, mettendo sulla difensiva il movimento operaio, un processo graduale, che si svolge nel contesto internazionale tra la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro del ‘72, il quadruplicamento del prezzo del petrolio nel ’73, il drastico innalzamento dei tassi sul dollaro -allora protagonista incontrastato del sistema monetario e dei pagamenti internazionale- deciso dall’allora presidente della FED Volcker. Sul piano delle lotte la sconfitta della lotta FIAT con l’occupazione di Mirafiori del 1980, decreta la fine definitiva di un ciclo. In mezzo c’era stato ancora l’accordo sul punto unico di scala mobile siglato coi sindacati dal presidente di Confindustria Gianni Agnelli, nel pieno di una inflazione galoppante, smentito pochi anni dopo nel 1984 dal referendum che vide -sintetizzando- la vittoria di Craxi contro Berlinguer, di cui ricordiamo la visita agli operai di Mirafiori nel 1980.
Molto più presente è il ricordo della parabola vissuta dal nostro paese, dall’inizio degli anni ’90 con la crisi monetaria della lira, l’avvio delle privatizzazioni di cui le forze politiche di centro sinistra furono protagoniste, la trasformazione dell’apparato produttivo nel quale la specializzazione produttiva dei distretti, lo sviluppo di una rete di piccole e medie imprese non poteva supplire -già dagli anni ’80- al declino della grande industria, alla perdita di sovranità su interi settori di base e altri allora emergenti. Le cronache sono piene di ‘capitani coraggiosi’ che hanno portato alla svendita di grandi imprese.
Oggi i movimenti di lotta, le organizzazioni sindacali e politiche si confrontano e si scontrano con il prodotto dell’ultima fase della trasformazione economico-sociale del nostro paese, peraltro nel pieno di una trasformazione radicale di tutti i sistemi economici indotta dall’innovazione tecnologico-digitale, in particolare dell’ecosistema tecnologico dell’Intelligenza Artificiale, e dalla caotica transizione energetica che fa i conti con la dislocazione delle fonti dovute ai conflitti globali.
Nei singoli settori e territori siamo costretti a fare i conti con i cambiamenti della competizione globale, ormai senza freni e punti di equilibrio, nella quale vediamo l’Unione Europea cercare nuovi assetti alternativi al rapporto storico e dominate con gli USA, vedi il Mercosur e gli accordi appena siglati con l’India. Sono lontani i tempi peraltro recenti nei quali l’Italia si opponeva ad ogni forma di Integrazione nella Belt Road, nella Nuova Via della Seta cinese.
In sostanza come può il movimento contro la guerra, l’intreccio di movimenti che in particolare si è manifestato a Bologna, essere realmente efficace nella sua azione entro e contro questo stato di cose?
Non si può pensare di impedire lo sviluppo dell’apparato militare, inteso in tutte le sue articolazioni dalle filiere produttive e alle forze militari messe in campo, alla mobilitazione dell’intera società in quella direzione se ciò non avviene nel contesto di un crescente conflitto sociale, nei termini di quella rivolta sociale evocata da Landini, peraltro dopo decenni di azione sindacale sostanzialmente inefficace e insufficiente.
Nel pieno di una riconversione delle strutture produttive e della mobilitazione dei circuiti finanziari verso il settore bellico possiamo avere l’ardire di opporci ad essa e di proporre la riconversione di segno contrario, solo se nel tempo diventiamo protagonisti di quella rivolta, se il progetto di una nuova società emerge dalle nostre lotte e dalle nostre organizzazioni, anche luogo per luogo, territorio per territorio, fabbrica per fabbrica come da anni provano a fare alla GKN, con la concretezza di un loro progetto la proposizione di un processo di lotta, cooperazione e progettazione a livello generale.
Lo specifico della valle del Sacco
Questo mi riguarda personalmente nella doppia veste di redattore del sito di Transform-Italia e di appartenente alla Assemblea NOWAR della Valle Sacco. La Valle del Sacco è stata lugo di estesi processi di inquinamento e di contaminazione delle matrici ambientali in un passato processo di industrializzazione che ha visto nascere nel 1912 a Colleferro una fabbrica di esplosivi che si è evoluta in seguito anche in varie produzioni chimiche, mentre la provincia di Frosinone, che il fiume Sacco attraverso ha conosciuto una industrializzazione finanziata dalla Cassa del Mezzogiorno. I diversi insediamenti industriali hanno riversato veleni nei decenni, veicolati poi dal fiume, oggi è stato definito un Sito di Interesse Nazionale (SIN) di 7.300 ettari per caratterizzare e laddove sia possibile bonificare le situazioni di contaminazione. Ormai decenni di lotte si sono realizzate in questo contesto, portando migliaia di persone in piazza in particolare a Colleferro, portando alla chiusura anche di una discarica e di due linee di un incineratore che negli anni passate amministrazioni avevano avuto l’idea geniale di insediare in quel territorio.
Nel frattempo la struttura produttiva industriale si è fortemente ridimensionata e possiamo parlare di una sorta di desertificazione economica. Oggi una industria bellica di Colleferro la franco-tedesca KNDS, rileva sito produttivo in disuso della Winchester nella vicina Anagni produrre Nitro gelatina, ossia Nitroglicerina stabilizzata, da usare come propellente per i proiettili di artiglieria prodotti a Colleferro. Come non bastasse la società Avio che a Colleferro produce i vettori Vega per portare satelliti in orbita bassa, si lancerà verso la produzione di vettori ad uso militare. Se spostiamo lo sguardo verso sud, troviamo lo stabilimento di produzione auto di Cassino ormai in crisi da anni, rispetto al quale si è ventilata da parte di personaggi governativi la possibilità di una riconversione militare, mentre si continua a discutere di eventuali parti di produzione auto riportare nello stabilimento.
Per la valle dell’inquinamento diffuso si apre una prospettiva della filiera militare, continua in altri termini la lotta contro le fabbriche di morte, come recita uno striscione portato nelle manifestazioni da anni e negli ultimi mesi.
Contro questa deriva militarista Il 14 febbraio a Colleferro apriremo un laboratorio per la riconversione del settore bellico, aperto a tutte le realtà del territorio da Roma a Cassino, nel contesto del territorio che a livello nazionale ha aperto una coalizione tra le diverse reti che operano con tro la guerra e lo sviluppo dell’industria degli armamenti.
La valle del Sacco, che in questi ultimi anni ha visto una mobilitazione crescente contro la guerra e il genocidio della Striscia di Gaza, costituisce un esempio dell’intreccio tra i diversi ambiti di mobilitazione e della loro articolazione territoriale, assolutamente necessaria.
Di questo si è cominciato a parlare a Bologna, tuttavia è del tutto evidente che siamo di fronte a una posta in gioco che investe tutti i livelli della nostra società, che si confronta con la crisi della democrazia, con la svolta autoritaria che segna un passaggio ulteriore nella fine sostanziale di ogni forma di democrazia realmente partecipata. Se ciò è vero abbiamo la necessità far emergere e confrontare tutte le forme di riflessione e organizzazione che dalle lotte emergono, che a Bologna si sono confrontate manifestando per un verso opzioni politiche e organizzative consolidate, per quanto certamente non egemoni, anzi fortemente minoritarie che si confrontano con riflessioni che sono in sostanza avori incorso che mentre costruiscono, talvolta creano ex-novo forme di lotta e di organizzazione, pratiche concrete di lotta, cercano di definire orizzonti politici più ampi esplorando i patrimoni teorici, politici e culturali storicamente prodotti nono solo nel campo degli obietti e delle forme delle lotte, ma anche in quello della forma di società della sua forma politico-amministrativa, della forma dello stato nelle sue possibili declinazioni.
Chiunque pensi di classificare in schemi rigidi, dall’alto de proprio sapere e della propria esperienza questa esperienza sbaglia di grosso, è uno straordinario processo di elaborazione di una minoranza che deve trovare il proprio popolo, se così si può dire, nel cammino della propria molteplice elaborazione. Dopo la mutazione antropologica degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso dopo quelle più graduali e complesse dei decenni successivi, non possiamo pensare di non essere in un passaggio di trasformazione antropologica nella crisi-trasformazione globale che stiamo vivendo. Dovremmo avere l’avvertenza di avere l’atteggiamento di chi dive usare un patrimonio, peraltro plurale, di conoscenze acquisite per maturarne uno nuovo, nella pratica, nella sperimentazione nella riflessione che la nuova situazione di impone.
Buon lavoro a tutt3 noi.
