L’indubbio successo dell’assemblea “No Kings, o re o libertà” di Bologna, in termini soprattutto quantitativi ma anche con alcuni significativi aspetti qualitativi va considerato come una tappa di un percorso non scevro da asperità. Il mondo che si è radunato al TPO era composito e andava ben oltre i soggetti organizzatori. La presenza di vari esponenti della CGIL, in particolare della FIOM con Barbara Tebaldi che ha definito l’assemblea un arcipelago composito e anche contraddittorio che però ha mostrato forti elementi di convergenza concreta. Vanno anche registrati alcuni elementi problematici, non certo per sminuirne l’importanza ma per affrontarli in maniera costruttiva. Importante è stata la condivisa indisponibilità verso ipotesi “campiste”, in un quadro mondiale turbolento e dove il binomio amici vs nemici non può essere rappresentato dalla geopolitica. Alcuni interventi nella plenaria iniziale, a partire da quello dell’antropologa italo-iraniana Marina Misaghi Nejad, con la sua carica libertaria, o eventi di forte connotazione simbolica come la partenza di un’automobile con attivisti, diretta in Rojava in difesa dall’assalto jihadista e in sostegno all’autonomia dei territori del nord della Siria, hanno marcato il terreno.
I “kings”, da contrastare non sono soltanto quelli occidentali, Trump in testa, ma ogni forma di oppressione che caratterizza questo momento critico globale. L’enorme assemblea si è divisa in tre tavoli tematici per poi ritrovarsi in un lungo momento plenario il giorno successivo. Dei tre momenti: Salario europeo, reddito incondizionato, mutualismo urbano, diritto alla casa; diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento della democrazia liberale; moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra, riarmo, militarizzazione, genocidio, il secondo è stato quello più partecipato e per diverse ragioni. Proviamo a partire da questo e dalla plenaria finale per accennare alcuni elementi di criticità.
Partiamo da un dato positivo: in molti interventi è tornata prepotentemente rilevante tutta la serie di questioni relative all’immigrazione inquadrate come cartina di tornasole dei progetti autoritari. Non si tratta di qualcosa che nasce oggi ne ce se ne accorge solo ora ma l’accanirsi del trumpismo contro le persone da deportare, l’ICE come corpo separato con libertà di uccidere; la crescita esponenziale delle destre apertamente razziste e xenofobe, detenzioni e deportazioni, distruzione del diritto d’asilo fino alla normalità della razzializzazione messa in atto dalle forze dell’ordine durante ogni controllo. Se ne è riparlato e si è avvertito in molte dichiarazioni, un lodevole allarme tanto sociale che politico. Un passo in avanti.
Guerra, tagli al welfare e politiche securitarie ai danni di migranti e persone in povertà, sono state inquadrate nelle loro interconnessioni e questo è alla base di ogni prospettiva politica futura. Tre sono però i punti su cui varrebbe la pena di iniziare a riflettere: si è percepita una forte contrapposizione, non solo generazionale, fra “passato” (da cui rifuggire) e “futuro” (in cui trovare una strada) che in molti interventi si è equiparata al binomio vecchio/nuovo. Certamente il mondo del XXI secolo è infinitamente diverso da quello che ci lasciamo alle spalle ma alcune contraddizioni, a partire dal conflitto capitale lavoro, si sono acuite, non sono sparite. Cercare una soluzione nella difesa del proprio spazio occupato, sia esso un centro sociale o una casa comune, costruire interlocuzioni propositive con le amministrazioni comunali che mettano al centro la conservazione e magari la regolarizzazione (termine non utilizzato) dei propri spazi, tampona e diminuisce l’entità di alcuni problemi ma difficilmente potrà divenire senso comune.
Su questo termine, “senso comune”, proveremo a fare le riflessioni più articolate. In interventi spesso simili, in quanto riguardanti tematiche comuni anche se diversamente agite in ogni territorio, si sono cimentati tante e tanti esponenti di spazi occupati e a rischio di sgombero dopo il pugno di ferro promesso dal ministro dell’Interno. Ed il calendario delle prossime settimane prevede mobilitazioni in numerose città italiane a difesa di tali luoghi, da Torino a Roma, da Napoli ad ognuna delle aree in cui si addensa tale pericolo. Azioni che convergono e non si contrappongono: manifestazioni dove gli sgomberi sono già stati effettuati o sono prossimi, interlocuzioni con le amministrazioni comunali per vederne ripristinata l’agibilità (cfr. Leoncavallo a Milano). Spazi sociali, case, contrasto al neofascismo come alla repressione, sembrano poter trovare una dimensione specifica, quasi una comfort zone nei territori. La comunità locale assume insomma un valore centrale, sia in termini tattici che strategici. Ma è possibile che tale azione non costringa unicamente ad agire in difesa? E si è certi che tali pratiche non debbano necessariamente poi trovarsi a cercare un interfaccia politico e sociale a livello nazionale per rompere i rispettivi isolamenti?
Le proposte avanzate rientrano in un disegno di cui vanno definite le prospettive ma sono state in tante le voci di chi si propone l’obiettivo di governare anche se non è chiaro se unicamente a livello locale e/o nazionale. Un eventuale rafforzarsi di convergenze su questo terreno porterebbe all’emergere di una soggettività politica plurale e disponibile al confronto, che non intende ritornare sulle orme del centro sinistra ma che con i soggetti che ne fanno parte si dovrà per forza di cose relazionare. E non era casuale la presenza attenta di esponenti, anche di rilievo, del PD, del M5S, di Sinistra Italiana, nonché di forze posizionate, con approcci diversi oggi al di fuori di quello che viene chiamato “campo largo”, da Rifondazione ai partiti di formazione trotskista. Le modalità per approdare ad accordi che garantiscano gli obiettivi prefissati, non solo la difesa degli spazi sociali, sono ancora da definire. Ma il percorso è ancora in fieri e vari esponenti hanno intanto dichiarato di non essere interessati ad uno sbocco nazionale ma, fondamentalmente, a quelli locali.
Insomma, è un embrione di movimento che si pone seriamente e non dall’assemblea, il problema della rappresentanza e questo, dopo anni può rappresentare una novità nel panorama italiano di indubbio interesse, con tutti i pro e i contro di cui ci si dovrà fare carico.
Lasciando agli altri interventi riportati su Transform, le risposte, sovente condivisibili, che riguardano l’approccio all’autoritarismo, al pericolo rappresentato dall’internazionale nera, all’impoverimento di cui è responsabile l’economia di guerra, proviamo a toccare due punti forse nodali di quanto finora affermato. Rappresentanza politica significa realizzare un potenziale cumulativo non indifferente che potrebbe tradursi nei territori anche in concorrenzialità interna per la conquista di ruoli istituzionali. Chi avrà più filo potrà, in sistemi elettorali in cui la diminuzione quantitativa delle consiliature e il combinato disposto con la necessità di conquistare preferenze per poter entrare in un Comune, creeranno gerarchie di cui si avvantaggeranno, anche giustamente, coloro che nella pratica sociale avranno saputo acquisire consenso. Chi per rigidità strutturale, assenza di quadri politici competitivi, scarsa capacità di ergersi come soggetto attivo e mobilitante, ne pagherà le conseguenze e potrà unicamente concorrere ad impedire l’avvento delle peggiori destre. La tanto reiterata ricerca della convergenza, salutare per il fitto calendario di mobilitazioni che si prospetta, si tradurrà anche in questo e la domanda sorge spontanea: si sarà capaci, in assenza di un’organicità complessiva, di mantenere l’ampiezza di fronte dimostrata a Bologna?
Certo è presto per dirlo. Si riesca intanto a mobilitare anche al di fuori della cerchia, in un certo senso “militante” che si è ritrovata nel capoluogo emiliano? Sarà necessaria l’azione attiva di corpi intermedi come quello di Cgil, Arci, Anpi ecc… a fornire gli strumenti, le risorse organizzative, una dimensione non più esclusivamente territoriale ma che si determini tanto in ambito nazionale che europeo.
Perché ciò avvenga sarà necessario un salto di qualità e una definizione più concreta degli obiettivi da raggiungere e questo riporta al problema già enunciato, quello della realizzazione di una soggettività si plurale ma capace di avere propria capacità, per quanto leggera, organizzativa. Come si porranno i singoli soggetti presenti a Bologna di fronte a tale impegno? La necessità di un fronte unico è stata avvertita da tutti e la necessità che tale coagulo mantenga la capacità di non chiudersi, di accogliere nella diversità e nella pluralità anche. Non sono emerse pulsioni settarie, gli unici avversari sono i re e le regine identificati anche come insieme di poteri guerrafondai e creatori di diseguaglianze, ma i contesti anche politici, in cui dovrà muoversi questo insieme di soggettività (meglio non reiterare la parola moltitudini), sono complessi, pieni di insidie, dai mille volti e la sfida è alta.
Vale la pena ripeterlo, si afferma questo perché la sfida, in un presente europeo buio e fascistizzato, è ardua quanto ambiziosa, necessaria perché potrebbe sovvertire un ordine fondato sulla stagnazione, difficile perché mutare il presente significa fare i conti con una realtà che va ben oltre l’assemblea del TPO, le mobilitazioni che pure ci saranno, le intelligenze collettive che si dovranno attivare anche con atti di enorme generosità. Se mancasse questo il finale è noto, si tornerebbe stancamente in logiche difensive e isolate contro cui i re di ogni tipo avrebbero gioco facile.
Una questione che va ben compresa tanto da chi era in assemblea in rappresentanza di spazi occupati quanto da chi di realtà sindacali e associative presenti di portata nazionale, quanto e forse ancora di più chi portava la voce di organizzazioni politiche nazionali. La presenza di queste ultime ha faticato ad emergere, veniva poco riconosciuta o richiamata, fornendo una rappresentazione significativa della distanza che l’assemblea comunicava con tali forme organizzate. E, detta in maniera rude, si tratta di organizzazioni che serviranno e a cui bisognerà rivolgersi al momento della concretizzazione delle proprie vertenze ma, a meno che non se ne creino di nuove capaci di assorbire tutte le preesistenti, il terreno si prospetta scivoloso.
Il passaggio dalla convergenza alla concorrenza è, purtroppo, potenzialmente dietro l’angolo, soprattutto quando crescono gli ambiti delle sfide, dal Comune alla dimensione nazionale, ma vale la pena provare ad affrontare anche tali rischi di fronte alle pulsioni autoritarie che stanno svuotando o hanno già in gran parte svuotato – su questo tema le valutazioni emerse sono diverse – gli spazi di una, per taluni poco rimpianta, democrazia liberale. Ed anche questo campo pare tutto da costruire, se non ci si vuole limitare come obiettivo a quello di avere rappresentanza in istituzioni prive di ruolo reale.
Si è parlato di cosa si rifiuta del passato e del presente, meno chiara se non nei tratti più generali, la prospettiva di futuro. Ci teniamo come ultimo elemento quello, ad avviso di chi scrive, più problematico. Il grande entusiasmo propositivo emerso a Bologna è sembrato, in troppi interventi, non tener conto del quadro sociale, verrebbe da dire antropologico, dominante, nel Paese in cui si vive.
Certamente le mobilitazioni in favore della Palestina dell’autunno passato, il risultato degli scioperi generali – dichiarati purtroppo quasi sempre ancora, con date e modalità divisive – hanno mostrato la persistenza di un blocco sociale pulviscolare ma non rassegnato al presente, capace di riattivarsi e di uscire dalla propria solitudine, ma quale reale peso sociale rappresenta?
Il rigetto della partecipazione politica al voto, il consenso di cui continuano a godere forze politiche di destra, per loro natura eversive e autoritarie, mostrano l’altra faccia della medaglia. Quella di un Paese incattivito, che continua ad odiare le categorie sociali più in difficoltà, in particolare immigrate/i e persone in povertà, che considera giusto reprimere il dissenso, persino uccidere chi è percepito come un pericolo, che chiede – il recente rapporto Censis lo mostra alla perfezione – maggiore accentramento dei poteri, sostiene le rassicuranti scelte autoritarie, considera poco importante il mantenimento degli spazi di democrazia, eccetera. Il tutto in un crescendo di involuzione populista e reazionaria che ci rende forse capofila in Europa. Se non si diventa, da qui il problema recepito da molte/i di una diversa modalità comunicativa, capaci di parlare a questo ampio spaccato di Paese che non viene alle assemblee convocate perché non le percepisce utili ai propri bisogni anche individuali ma anzi le inquadra come un fastidio di cui chi governa dovrebbe liberarsi, diviene difficile uscire dalle bolle in cui si è da tempo rinchiusi.
Le mobilitazioni a cui si sarà chiamati sono tradotte, nella narrazione tossica dei media mainstream che le ignora se si svolgono tranquillamente, le criminalizza al minimo problema, in un universo da cui restare distanti, avverso all’ordine costituito e capaci solo di creare disagi. Si leggano le migliaia di messaggi di hate speech che intasano i social ad ogni messaggio di sostegno a cause considerate disturbanti: la solidarietà internazionale, la difesa di uno spazio sociale, l’espressione di contrasto alla gerarchizzazione sociale in cui si è ingabbiati.
La gioia di ritrovarsi in tante e tanti, fra diversi a Bologna, motivava di per sé una sana euforia che non può e non deve divenire trionfalismo o narrazione alternativa in cui si confondono le proprie buone pratiche col tutto. E non sarà sufficiente la riuscita della stagione di mobilitazioni ad invertire la rotta. Bisognerà ritrovare la capacità di cambiare radicalmente quel “senso comune” di cui si accennava all’inizio di queste modeste riflessioni, utilizzando ogni strumento possibile e anche svolgendo parallelamente un lavoro di ricerca e di ricostruzione di un grande e più includente spazio sociale in grado di rompere quelle solitudini diffuse da cui trae alimento il risentimento collettivo, la rabbia, spesso vigliacca, verso chi vive in condizioni peggiori delle nostre, la riluttanza a ricostruire legami sociali.
L’assemblea di Bologna, come ogni altro spazio in cui si vogliano determinare cambiamenti positivi, non può esimersi dal riconoscersi oggi come minoritaria e a tratti persino resistenziale. Tale consapevolezza, invece di indulgere in una sindrome da eterni sconfitti, come da decenni capita, può e deve spingere verso una maggiore capacità di ascolto e di comunicazione, di attivismo anche mediatico che non è di controinformazione – dato che l’informazione in Italia praticamente è ridotta al minimo – ma di ricostruzione di un quadro cognitivo che oggi manca o quantomeno è debole. Un quadro in cui, ci si permetta di chiudere in maniera netta, anche nella cassetta degli attrezzi del passato si possono trovare strumenti utili. Uno di questi, su tutti, da declinare nel XXI secolo e quindi tenendo conto di ogni mutamento intervenuto, ha un nome antico ed evocativo. Si chiama “lotta di classe”.
Stefano Galieni
