Non basta quanto dichiara Obama, che ciò che è successo a Minneapolis è una “tragedia”. Non è una tragedia. È un inqualificabile omicidio, un’esecuzione di un uomo. Un uomo che era “sweet and principled”, che solo a guardarne le foto appariva come un animo gentile. Non è solo che i “valori fondanti” del paese non sono “sotto crescente attacco”, come afferma Obama. No, è in atto uno stravolgimento della costituzione ed è risibile “auspicare che l’Amministrazione si ricreda”. Come può l’opposizione essere così flebile nel denunciare ciò che sta succedendo? È un bene che vi siano rappresentanti Democratici che si esprimono chiaramente contro il folle che sta stravolgendo l’architettura istituzionale, ma la risposta deve essere all’altezza, perché la sua mancanza sarà responsabile del collasso della democrazia USA. Perché questi, non solo Trump, ma Miller, Noem, Bovino e tutti i suoi sgherri, sono “mostri”, come dice Paul Krugman, il cui progetto autoritario sta emergendo chiaramente e a cui non ci si può opporre ormai solo lamentandone gli “eccessi”. Se ora Trump invocherà l’Insurrection Act per inviare l’esercito nelle città e negli stati a maggioranza democratica, se – come sta già accadendo – il Department of Justice vuole avere accesso agli schedari degli iscritti a votare, saremo di fronte ad atti di natura apertamente fascista e dittatoriale. I metodi da Gestapo, il delirio imperialistico di Trump ci stanno mostrando dove si sta andando a parare: il neo-nazismo del XXI secolo di un impero che vuole riaffermare il proprio dominio sul mondo.
La vocazione totalitaria del progetto trumpiano era evidente fin dall’inizio. Ed è una vocazione che si riflette nel rinnovato imperialismo, verso l’esterno, e nell’autoritarismo interno. Una vocazione che trova il grande capitale e le élite economiche consenzienti. Perché il prossimo passo potrebbe essere la legge marziale, per impedire le elezioni. L’amministrazione Trump sta già facendo di tutto per rendere la partecipazione elettorale difficile: far saltare le elezioni con un colpo di mano, sarebbe solo l’ultimo e definitivo atto per trasformare la democrazia americana in un regime.
Israele fa parte del progetto. Gaza è stata sacrificata, la guerra non potrà che covare a lungo sulle martoriate terre della Palestina. Perché l’ultima cosa che vuole the mad dictator è la pace, di cui è solo annoiato. Non un Board of peace di Trump, ma è Trump che è bored of peace! Vuole riaffermare con la forza un impero in declino di cui vuole essere imperatore, non più con il consenso, ma semplicemente affermando che l’America è il paese più forte e che per proteggere i suoi interessi e garantirsi il predominio deve agire con determinazione.
L’approccio di Trump, come è stato sottolineato, è meramente – e brutalmente – transazionalista, come si dice oggi in filosofia politica. Il transazionalismo si riferisce al fatto che gli scambi e le influenze reciproche tra individui o Stati prevalgono sulle ragioni profonde di un legame di amicizia o alleanza. Ed enfatizza che tanto le relazioni sociali o la politica estera sono plasmati da interazioni continue e “transazionali”, spesso dando priorità ad accordi bilaterali a breve termine rispetto a strategie multilaterali a lungo termine. Radicata nel pragmatismo, questa visione (associata a John Dewey) sostiene che la realtà delle relazioni si costruisce attraverso il continuo “tira e molla” tra le persone (e quindi anche gli Stati) e implica un modello “occhio per occhio” in cui le interazioni sono motivate da uno scambio reciproco, ma spesso egoistico, di benefici. Un approccio “transazionale” alla politica estera dà priorità ai guadagni bilaterali immediati rispetto alle alleanze a lungo termine, guardando ai costi e ai benefici più che alla mutua cooperazione. Così, le relazioni si basano sullo scambio reciproco; ogni azione è “relativa” e motivata da scopi immediati, anche se apparentemente in contraddizione con gli obiettivi di lungo periodo. Il focus è a breve termine: in politica, spesso privilegia risultati immediati, tangibili e spesso economici. È un approccio “spregiudicato”, perché il comportamento che ne deriva è in continua evoluzione in risposta a nuovi input, imprevedibile e inattendibile.
Come ha affermato nel suo discorso a Davos Mark Carney, primo ministro canadese, «Le grandi potenze stanno usando l’integrazione economica come arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. Non si può “vivere nella menzogna” del reciproco vantaggio attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione». Insomma, se le grandi potenze hanno un approccio “transazionalista”, dice Carney, questa è la fine delle alleanze e delle relazioni internazionali come le avevamo conosciute. E, quindi, le medie potenze ne devono prendere atto e rispondere a tono, non accodandosi. Qual è stata la risposta di Trump a Carney? Esattamente quella dell’occhio per occhio, mafiosa: «Dovrebbero essere grati a noi, quelli del Canada. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che farai le tue dichiarazioni».
L’idea delle relazioni internazionali di Trump è che l’America ha una leva, un’influenza (leverage), che non usa. Con Trump, ha iniziato a usarla, brutalmente, cinicamente. «La cosa migliore che puoi fare è negoziare partendo dalla forza, e il leverage è la più grande forza che puoi avere», ha scritto Trump in The Art of the Deal. «La leva è avere qualcosa che l’altro vuole. O meglio ancora, di cui ha bisogno. O, ancora meglio, di cui semplicemente non può fare a meno».
Ciò che colpisce del trumpismo è quanto sia privo di qualunque idealismo, di giustificazione morale o etica o ideale per il suo smaccato “transazionalismo”. Il trumpismo non si nasconde dietro la facciata di qualcosa di alto o di nobile. Parte del “fascino” di Trump – per i suoi fan – sta nel fatto che offre la sua venalità come fosse un’onestà da delinquente: «questo, del resto, è quello che fanno tutti. E io sono l’unico disposto ad ammetterlo». Gli elettori ritengono che i politici siano corrotti e Trump dimostra loro che hanno ragione ostentando la propria corruzione; il suo successo conferma il loro disgusto per il sistema e la necessità di un paladino che ne padroneggi le regole: “we like him because he is good at fucking off everybody».
Tuttavia, questa è una fandonia, perché (fortunatamente) non tutti la pensano così, tanto nelle relazioni umane che in quelle tra Stati. Ci sono relativamente poche persone che sono così apertamente “transazionali” o completamente corrotte come Trump. Ma è anche una debolezza (fortunatamente), perché crea i presupposti e il desiderio perché si affermi qualcuno che ne sia l’esatto opposto.
C’è un motivo per cui il discorso di Carney ha acceso un fuoco così forte, perché lo stesso Carney correva un rischio, agendo contro i propri interessi. Stava dimostrando di voler fare qualcosa di più con il suo potere che trarne profitto. È stato un discorso tonificante, un atto coraggioso. È stato quel tipo di atto che il trumpismo non ammette che possa esistere, quell’atto che confuta il trumpismo semplicemente esistendo. E Trump si vendicherà di questo, se può. E noi sappiamo che l’America può infliggere danni terribili, soprattutto agli “amici”, come già ammise Kissinger.
Ma Carney ha ragione quando afferma che il potere dell’America dipende, in parte, dalla volontà di altri Paesi di legarsi alla sua potenza, di esserne succubi e correi. «Gli egemoni non possono continuare a monetizzare le proprie relazioni», ha avvertito Carney. «Gli alleati diversificheranno le loro alleanze per proteggersi dall’incertezza» e dai cambiamenti di umore e di interesse dell’egemone americano. «E cercheranno di assicurarsi una sovranità, che un tempo era fondata su regole, ma che sarà sempre più dipendente dalla capacità di resistere alle pressioni».
Il mondo si basa sulle relazioni, non sul leverage, e le relazioni si fondano sulla reciprocità e sul rispetto. Non è “genialità” quella di Trump, che ora riconosce la forza inutilizzata dell’America e la vuole esercitare, monetizzandola; è cecità nel non vedere che la sua forza era funzione della sua moderazione e delle certezze che sapeva offrire nel lungo periodo.
Per inciso, non si può non rilevare, una volta di più, l’inanità dell’UE, l’assenza di una qualunque risposta a quanto successo in Minnesota nelle ultime settimane. Anche i nostri leader, dopo le dichiarazioni ineludibili, dovevano farsi portatori di una proposta di dichiarazione di condanna totale da parte del Parlamento europeo. Non osiamo immaginare cosa sarebbe successo se quanto accaduto a Minneapolis si fosse verificato a Mosca o a Pechino…
Certo, dietro tutto questo c’è un’idea di supremazia, e quindi imperialista, che presuppone che i guadagni a breve termini compensano le perdite a lungo termine perché, in ogni caso, rafforzano l’affermazione di potenza nell’immediato. Trump sa – lo sa l’establishment che lo sostiene – che gli Stati Uniti sono una potenza economica fragile, sull’orlo di un abisso, dato dal suo enorme debito e dalla possibilità di una de-dollarizzazione degli scambi internazionali. E vuole quindi assicurarsi, nel minor tempo possibile, risorse, controllo, egemonia. E siccome questa non può che essere limitata, deve farlo infliggendo il più possibile danni agli “imperi” che egli vede come concorrenti – Russia e Cina – e indebolendo alleati che possono solo essere un peso più che un sostegno. Ma Trump fa tutto questo poco lucidamente – a causa della sua smisurata vanità, che gli provoca deliri di onnipotenza, accentuata da una senilità rancorosa – e però sostenuto da un’idea intimamente dittatoriale, “imperiale”, del potere, che alla fine non può ammettere il “confronto democratico”, le regole: al più, il plebiscito.
I metodi fascisti, i rigurgiti nazistoidi fanno parte dell’idea del potere che c’è dietro al trumpismo. Come è apparso chiaro quando la frase «One of ours, all of yours» (Uno di noi, tutti i vostri) è apparsa sul podio del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS) durante una conferenza stampa di Kristi Noem nel gennaio 2026. Quella era l’espressione usata dai nazisti, secondo cui, se i partigiani uccidevano un uomo delle SS, i nazisti avrebbero reagito uccidendo tutti gli abitanti del villaggio locale. Un attacco a un membro del regime viene trattato come un attacco all’intero esercito, giustificando una punizione totale. Per non parlare del comandante dell’ICE Greg Bovino, con il suo cappotto, i capelli rasati sulle basette, tutto in perfetto stile nazi.
Non è solo “propaganda”, “stile”. Sono metodi, come le squadracce dell’ICE che vanno terrorizzando la popolazione, non solo gli immigrati. E che uccidono a sangue freddo chi si trova in mezzo alle loro incursioni. Così facevano i fascisti. Ma gli squadristi di Mussolini andavano a prendere i militanti socialisti e comunisti, gli attivisti della Lega, a casa. Seminavano il terrore colpendo chi organizzava la protesta operaia. Nel caso del trumpismo, lo scopo sembra essere più quello di seminare il caos, perché la protesta possa degenerare.
La deriva fascistoide, così smaccata e virulenta, lascia però perplessi, perché Trump sta già agendo per imprimere una curvatura “illiberale” alla sua presidenza. Non ha bisogno di squadracce. Quanto questa possa diventare apertamente dittatoriale è da vedere. Più che una guerra civile, al momento, sembra si possa prefigurare una presa del potere alla Pinochet. Tanto il nazismo che il fascismo erano sorti in momenti di grave crisi economica, in cui la ribellione delle masse, organizzate dal movimento operaio, ponevano una minaccia (presunta o reale che fosse) per la piccola e grande borghesia. Il consenso che Mussolini e Hitler riuscirono a raccogliere, anche se minoritario, era di una parte della società che appariva minacciata e cercava “protezione”. In questo caso, non sembra prefigurarsi nulla di simile. Piuttosto, quanto sta succedendo sembra rispondere alla deriva illiberale (e poi fascista) in cui stanno scivolando le oligarchie economiche. La grande massa dei “diseredati”, i poveri, il proletariato e il ceto medio proletarizzato sono la grande maggioranza, ma questa è per lo più passiva. Rimasta progressivamente ai margini, è stata abbandonata dai partiti della sinistra che avrebbero dovuto curarsi delle crescenti disuguaglianze e del peggioramento delle condizioni di vita per larghe fasce della popolazione. In parte, queste avevano ceduto alle lusinghe populiste – “espelliamo gli immigrati, riportiamo a casa le nostre industrie” – ma si sono lentamente auto-escluse. E, ora, le oligarchie si sono accorte che possono farne definitivamente a meno, pena il ritorno di vecchie parole d’ordine, come “redistribuzione” e “tassazione dei ricchi” come era successo con il New Deal.
Oggi, il controllo delle masse è molto più esteso e pervasivo, non c’è nessuna minaccia “socialista” all’orizzonte e quelle appaiono per lo più dormienti. Ma, dal momento che le cose potrebbero non durare, le disuguaglianze così gigantesche potrebbero fare invertire la rotta e ridare consenso a chi ne guidasse il risveglio. Ed è per questo che un progetto totalitario per congelare lo status quo a favore dei ricchi oligarchi ha un senso. Non sarà come quello di Mussolini, di Hitler o di Pinochet. Ma, intanto, adottarne i metodi può favorire la causa. Creiamo il caos, seminiamo il rancore, così potremo agire il pugno di ferro e passare direttamente alla fase dittatoriale.
Prima che gli Stati Uniti piombino in una guerra civile voluta da chi vuole esercitare il dominio di pochi con la forza, prima che l’Europa si pieghi al volere di questo nuovo despota che rappresenta la degenerazione di un potere che vede scemare la sua supremazia, uniamoci alla chiamata allo sciopero generale contro il volto sanguinario del capitale. Facciamo risvegliare il desiderio egualitario delle classi popolari americane, cui possa seguire o anticipare quello delle nostre.
Piergiorgio Ardeni

2 Commenti. Nuovo commento
Grazie Piergiorgio ho dovuto rileggere e in 2 volte perché mi è salita l’ansia
Lucidissima considerazione dell’ impero americano attuale in decadenza inevitabile. Sono gli ultimi colpi di coda della vecchia balena malata e morente che cerca rabbiosamente di non cadere?