editoriali

L’opposizione iraniana divisa sulla guerra

di Franco
Ferrari

Fra le diverse motivazioni fornite da Trump e dagli altri esponenti dell’amministrazione USA per giustificare la guerra di aggressione contro l’Iran vi è anche quella del cosiddetto “regime change” o cambio di regime. Una formula che in altri tempi, come ricordato dallo storico iraniano Ervand Abrahamian, in una recentissima intervista pubblicata dalla New Left Review, si sarebbe più banalmente definita come “colpo di Stato”.
In ogni caso le ultime esternazioni del Presidente USA più che un cambio di regime si sono concentrate sul “modello venezuelano” che, nell’interpretazione trumpiana, si limita a cambiare il vertice dello Stato per organizzare una sorta di protettorato, grazie al quale Washington gestisce le risorse economiche del paese interessato e ne orienta la politica internazionale. Alla leadership nazionale resta la possibilità di gestire a piacimento la politica interna.
L’elezione del figlio di Khamenei quale nuova guida suprema dell’Iran, al quale è affidato il potere politico in ultima istanza, sembra per il momento escludere l’accettazione da parte della leadership della Repubblica Islamica (che con questa nomina assume una forma quasi monarchica) della soluzione che piacerebbe a Trump. Nel frattempo continuano i bombardamenti che colpiscono in misura crescente la popolazione civile e le infrastrutture basilari necessarie per la vita quotidiana (elettricità, benzina, acqua potabile). D’altra parte questa è la modalità ordinaria della guerra come concepita dallo Stato israeliano.
Il cosiddetto “cambio di regime” richiede una leadership alternativa disponibile ad assumere il potere. Il classico golpe militare eterodiretto, come quello che mise fine all’esperienza nazionalista di Mossadekh, non sembra praticabile, dati i rapporti di forza esistenti all’interno del blocco di potere in Iran. Secondo Abrahamian “il regime è stato sufficientemente abile nell’usare le Guardie Rivoluzionarie per creare un sistema di commissari all’interno della struttura militare, per tenerla sotto controllo e prevenire la possibilità di un golpe”.
Due possibili alternative che si propongono per assumere il potere sono il figlio dello Scià cacciato dal movimento rivoluzionario del 1979 e il movimento dei Mujahedin del Popolo, guidato da Marjam Rajavi.

Negli ultimi anni c’è stato un rilancio della corrente monarchica che ha trovato un certo consenso nella diaspora, mentre più difficile verificarne il seguito all’interno del Paese. “I monarchici hanno adesso una importante presenza online – afferma Abrahamian – che riesce ad arrivare all’interno dell’Iran, con una panoplia di programmi di notizie e commenti in lingua persiana, ben finanziati”. Si tratterebbe, secondo lo storico, di fondi sauditi e forse anche israeliani ai quali ultimamente si sarebbero aggiunti quelli dell’Amministrazione USA.
Sull’esistenza di un significativo spostamento di opinione verso i monarchici, Abrahamian resta scettico anche se i media internazionali hanno dato grande rilievo agli slogan a favore dei Pahlavi nelle manifestazioni di due mesi fa. “Ciò che si molto più diffuso, nell’ultimo anno più o meno, è l’idea che ogni apertura del regime sia impossibile. In precedenza c’era sempre la speranza che se si protestava, si poteva ottenere un certo arretramento del regime, riforme e così via. Questo si è bloccato. Per la nuova generazione che è cresciuta negli ultimi quindici anni, in un regime che si è andato irrigidendo e in una condizione economica che è andata peggiorando, sembra che l’unica via d’uscita sia il rovesciamento del sistema”.
I monarchici mantengono una visione politica molto tradizionale, in cui le decisioni vengono prese da chi detiene il potere. “Dalla loro prospettiva – spiega Abrahamian – se America e Israele decidono che lo Scià deve tornare, allora lo Scià tornerà. E naturalmente l’unico modo nel quale lo Scià può tornare è nel bagaglio di un massiccio esercito di occupazione.” 

Sul ruolo negativo dei monarchici, interviene Navid Momenzadeh, sul sito dell’Alleanza organica della sinistra rivoluzionaria” ricordando che essi “chiedono da sempre un attacco all’Iran”. Per loro la guerra non è un disastro ma un’opportunità. “Il fatto che con migliaia o centinaia di migliaia di persone siano uccise durante un simile attacco, che città e infrastrutture siano distrutte, che milioni di persone debbano diventare rifugiati e che le loro case e le loro fabbriche siano distrutte, non è la questione principale per loro. La questione principale è il potere”.
“Nelle manifestazioni monarchiche – scrive Momenzadeh – slogan come ‘Morte alla sinistra’ è stato ascoltato molte volte. Tra loro ci sono ovviamente tendenze nazionaliste, piene d’odio e anche razziste; tendenze che sono radicate nelle stesse pericolose mitologie dell’era Pahlavi. Questo movimento non solo non ha preso le distanze dal suo passato autoritario, ma ancora riproduce lo stesso spirito di esclusione, umiliazione e inimicizia in molti suoi comportamenti e slogan”.
Per quanto riguarda i Mujahedin del Popolo (MEK), che hanno dato vita ad un Consiglio nazionale della Resistenza e, pochi giorni fa, anche ad un governo di transizione, Abrahamian segnala che sono “molto ben finanziati”, un tempo da Saddam Hussein quando si erano rifugiati in Iraq negli anni ’80, poi dai sauditi e probabilmente da Israele. “Sono diventati una setta, come i Moonies (ndr: riferimento alla Chiesa dell’Unificazione, una religione fondata dallo scomparso Sun Myung Moon), che obbediscono ai loro leader come automi. Devono ancora essere finanziati in una qualche misura, hanno ancora una presenza in internet e probabilmente hanno svolto un qualche ruolo nell’aiutare il Mossad nel localizzare iraniani da assassinare. Ma non sono molto visibili nell’arena politica. Hanno tenuto un meeting in Belgio qualche mese fa e Mike Pence, l’ex vicepresidente di Trump, era presente; perciò devono ancora abbastanza soldi da poter pagare un politico americano (ndr: è emerso in casi precedenti che esponenti politici USA avevano ricevuto diverse decine di migliaia di dollari per partecipare alle iniziative dei Mujahedin). Ma chiaramente qualcuno a Washington ha deciso che il figlio dello Scià sia un miglior cavallo su cui puntare”.
I Mujahedin del Popolo sono l’unica organizzazione, ad eccezione dei curdi, a rivendicare l’esistenza di una organizzazione armata che opera all’interno dell’Iran, ricorrendo a varie forme di terrorismo. Hanno sostenuto di avere attaccato la residenza di Khamenei pochi giorni prima che venisse bombardata da USA e Israele, anche se questa informazione non è confermata da fonti indipendenti.

In questo quadro risultano assenti le forze di sinistra, così come altre correnti di opposizione come i repubblicani nazionalisti che si ispirano alla figura di Mossadekh e la sinistra di orientamento marxista. Tutta l’opposizione è estremamente frammentata. In occasione dell’8 marzo è stata diffusa una dichiarazione comune di quattro blocchi repubblicani nei quali confluiscono 32 partiti e organizzazioni diverse, tra cui il Partito di Sinistra dell’Iran. E vi sono numerose altre coalizioni che raccolgono forze di sinistra o di estrema sinistra.
Ho già avuto modo di occuparmi della sinistra marxista iraniana in due precedenti articoli (“In Iran tra imperialismo e reazione”, “La sinistra iraniana e le proteste popolari”) a cui rimando.
Le diverse forze politiche di sinistra e comuniste hanno preso posizione in questi giorni nei confronti dell’aggressione militare di USA e Israele, schierandosi unanimemente contro la guerra e l’idea che questa possa favorire un processo di democratizzazione del paese.
Dopo l’uccisione di Khamenei, il Partito Tudeh (comunista di orientamento “ex filosovietico”) ha ricordato le sue responsabilità nella “soppressione sanguinosa e violenta di ogni protesta contro le distruttive politiche della Repubblica Islamica. Implementando politiche economiche mirate ad assicurare gli interessi del grande capitale ha portato milioni di iraniani alla povertà e alla deprivazione. La sua famiglia e i suoi stretti associati hanno saccheggiato le risorse e le ricchezze della nazione. La morte del Leader Supremo del regime può segnare l’inizio di sviluppi che aprano la strada verso il controllo del popolo sul proprio destino e sulle proprie vite e l’inizio di un periodo di libertà e giustizia nel paese.”
Ciò detto però, il Tudeh mette in guardia dalle politiche di USA e Israele: “sappiamo che l’imperialismo USA e i suoi alleati regionali – specialmente il governo razzista di Netanyahu – e i loro agenti iraniani come Reza Pahlavi, mantengono piani sinistri per distruggere il paese e le sue capacità per trasformare l’Iran in una semicolonia USA nella regione e per far sprofondare l’Iran in una prolungata guerra civile etnico-religiosa (come in Libia e in Siria), con l’obbiettivo di distruggere completamente la sovranità nazionale e di frammentare l’Iran”. Il nostro paese, afferma il Tudeh, “non ha bisogno di leader imposti o nominati dagli aggressori e saccheggiatori stranieri o dai loro agenti iraniani – che siano all’estero o all’interno del paese”.
Per i comunisti iraniani “tutti gli sforzi nazionali e multinazionali devono essere mobilitati per instituire un cessate il fuoco e imporre la pace agli aggressori israelo-americani e i guerrafondai della Repubblica Islamica, che parlano di un’estesa ‘vendetta’”.

“Hamgami, coalizione per una Repubblica Democratica Secolare in Iran”, di cui fanno parte i Repubblicani Uniti d’Iran, il Fronte Nazionale Iraniano – Europa, il Partito di Sinistra dell’Iran, il Fronte Nazionale Iran – organizzazioni all’estero, l’Unione per la Repubblica Secolare e i Diritti Umani in Iran, ha pubblicato una lettera alla Corte Suprema degli Stati Uniti, al Congresso USA e all’Unione Europea nella quale si denuncia che gli attacchi militari di Stati Uniti e Israele, “hanno causato devastazioni senza precedenti e catastrofi in Iran e nella regione. In aggiunta agli obbiettivi militari, gli attacchi hanno colpito infrastrutture essenziali per il paese, che appartengono all’intera nazione iraniana, e hanno causato morte, distruzione e vaste sofferenze umane. Questo nonostante i negoziati tra USA e Iran, mediate dal governo dell’Oman, stessero procedendo prima dell’inizio della guerra e avessero raggiunto positivi risultati preliminari”. L’attacco all’Iran avviene “in violazione del diritto internazionale”.
La Coalizione, che richiama anche le responsabilità della Repubblica Islamica nel creare la crisi e la guerra, è particolarmente preoccupata per le informazioni sulla volontà dei due Stati aggressori “di cercare di dividere l’Iran incoraggiando e armando gruppi di forze etniche o dissidenti perché entrino nell’iniziativa militare”. Si tratta di azioni che possono aprire il “vaso di Pandora”. “Dato il mosaico etnico in Iran – scrive la coalizione – ogni violazione dell’integrità territoriale comporta il rischio potenziale di riaccendere conflitti etnici che possono finire fuori controllo e condurre ad una guerra civile”.
Una particolare attenzione viene rivolta, in molte dichiarazioni dei partiti di sinistra, all’azione delle forze curde. Alcuni partiti, i cui quartier generali si trovano nella regione curda dell’Iraq e che sono stati oggetto di attacchi iraniani con missili e droni negli ultimi giorni, sono tentati dall’utilizzare l’attacco USA-Israele per regolare i conti con il regime islamico. Ma per ora non risulta nessun ingresso di peshmerga (che ammonterebbero a circa 5.000) dall’Iraq all’Iran.

L’Organizzazione dei Fedayn del Popolo (Maggioranza) ha duramente condannato l’aggressione in corso all’Iran ma si è anche rivolta direttamente ai partiti curdi con una dichiarazione del proprio Consiglio politico. “Noi, i Fedayn del Popolo, abbiamo una lunga storia di cooperazione e dialogo con i partiti curdi e il popolo del Kurdistan, e ci siamo sempre opposti a qualsiasi tipo di discriminazione etnica e ci siamo impegnati per eliminarla. L’Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano (Maggioranza) enfatizza i metodi pacifici e invita i partiti curdi ad agire con gli strumenti della lotta civile; proprio come nel movimento “Donne, Vita, Libertà”, sono stati in grado di svolgere un ruolo efficace nel respingere la tirannia al potere con scioperi civili. I metodi violenti indeboliscono la solidarietà nazionale degli iraniani, intensificano la polarizzazione all’interno del Paese e l’uccisione di iraniani da parte di iraniani aggrava le ferite.
L’Organizzazione dei Fedayn del Popolo dell’Iran (Maggioranza) non condivide in alcun modo l’imposizione della violenza, soprattutto in situazioni di guerra e aggressione militare contro l’Iran. Sulla base delle risoluzioni del 21° Congresso Straordinario dell’Organizzazione dei Fedayn del Popolo dell’Iran (Maggioranza), crediamo solo in metodi civili e pacifici per garantire i diritti del popolo del Kurdistan e delle altre minoranze etniche iraniane.
Invitiamo i partiti curdi ad aderire allo slogan di lunga data del compagno Ghassemlou (ndr: leader del Partito Democratico Kurdo, assassinato da agenti del regime) – “Democrazia per l’Iran e autonomia per il Kurdistan” – che ha guidato le azioni dei partiti curdi e del popolo curdo in Iran per molti anni, ad unirsi ad altri movimenti nazionali e a svolgere un ruolo influente nel processo di transizione pacifica dalla Repubblica Islamica dell’Iran al governo popolare. La guerra rende tutto ciò impossibile.
Con solidarietà nazionale, fermiamo l’aggressione, apriamo la strada alla realizzazione dei diritti di cittadinanza, alle rivendicazioni etniche e all’instaurazione della democrazia nel Paese.”

Una messa in guardia al coinvolgimento dei partiti kurdi nella guerra è contenuta in una dichiarazione congiunta del “Consiglio di cooperazione delle forze di sinistra e comuniste del Kurdistan”, di cui fanno parte l’Organizzazione kurda dell’Unione Socialista dei Lavoratori, il Comitato kurdo del Partito Comunista Operaio – Hekmatista e Komaleh – Organizzazione nel Kurdistan del Partito Comunista d’Iran.
Facendo riferimento alle informazioni sui contatti presi direttamente da Trump con esponenti curdi in Iraq, il Consiglio afferma che USA e Israele vogliono usare le forze armate della coalizione dei sei partiti del Kurdistan iraniano come “fanteria nella guerra israelo-americana contro la Repubblica Islamica”. È chiaro, prosegue il comunicato, che “l’entrata delle forze armate di questi partiti nelle città del Kurdistan iraniano, secondo gli americani, “per incitare la rivolta popolare”, trasformerebbero le città del Kurdistan nel principale terreno di guerra e distruzione”.
A questo pericolo di subordinare l’interesse dei curdi iraniani agli interessi degli USA e del “governo genocida di Netanyahu” contrappongono la necessità “per il popolo del Kurdistan, specialmente i giovani, di lavorare per rafforzare la solidarietà tra il popolo e di ridurre le sofferenze di questa guerra devastante formando comitati di vicinato, comitati di assistenza, gruppi di soccorso”.
Un’analoga dichiarazione è stata diffusa anche dal “Consiglio di cooperazione delle forze comuniste e di sinistra” che opera a livello iraniano ed è composta dall’Unione Socialista dei Lavoratori, dal Partito Comunista d’Iran (una delle due fazioni in cui è diviso questo partito), dal Partito Comunista Operaio – Hekmatista, dall’Organizzazione Rahe Kargar, dall’Organizzazione dei Fedayin (Minoranza), e dal Nucleo della Minoranza. Viene denunciata “la guerra reazionaria tra l’imperialismo americano e il genocida governo di Israele e il regime assassino della Repubblica Islamica”. Anche in questo caso si sollecita i partiti curdi a non subordinarsi ai progetti politici di Trump e Netanyahu.

Nel frattempo i bombardamenti continuano e non si vede una facile via d’uscita dalla guerra di aggressione.

Franco Ferrari

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