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In Iran tra imperialismo e reazione

di Franco
Ferrari

L’Iran è vittima di una aggressione militare condotta in prima persona da Israele con il supporto degli Stati Uniti. Questi ultimi potrebbero entrare apertamente nel conflitto (con buona pace di quelli che a sinistra sostenevano il Trump “pacifista” contro il Biden “guerrafondaio”) aggiungendo quei mezzi militari di cui Natanyahu non dispone.
L’Unione Europea si è subito schierata a favore della guerra. I leader politici europei si sono sentiti certamente sollevati dal non dover dare qualche seguito alle parole un po’ più critiche espresse ultimamente sul genocidio dei palestinesi in corso a Gaza. Il cancelliere tedesco Merz ha dichiarato, con approvazione, che Israele sta facendo il “lavoro sporco” per “l’Occidente”, affermazione che conferma l’inquietante cinismo del nuovo leader della Germania. Macron aveva appena accennato alla possibilità di una iniziativa per il riconoscimento dello Stato di Palestina ma ha subito provveduto a fare marcia indietro.
Come in quasi tutti i conflitti precedenti la propaganda ufficiale oscilla tra argomentazioni diverse. La presunta imminente realizzazione della bomba nucleare era la prima ragione fornita per il bombardamento dell’Iran. Una tesi sulla quale è lecito avere molti dubbi come risulta anche da quanto trapela dagli stessi servizi segreti occidentali. Ma il primo ministro israeliano ha già fornito anche una seconda motivazione, il cosiddetto “regime change”, ovvero portare la “libertà” agli iraniani a suon di bombe. Come un tempo dovevamo liberare le donne afghane dal burqa con la guerra (della cui sorte nessuno dei sostenitori dell’intervento armato oggi si interessa più) ora sono le donne iraniane ad essere oggetto del presunto interesse occidentale. La “liberazione” in corso delle donne palestinesi a Gaza non promette bene.
Considerato le sempre più evidenti aspirazioni autoritarie e illiberali dominanti in Israele e Stati Uniti ci si può legittimamente interrogare sul tipo di “libertà” che vorrebbero esportare. Tanto più che entrambi i Paesi furono alleati e sostenitori della dittatura dello Scià che produsse la rivoluzione islamica. Cia e Mossad furono particolarmente attivi nel Paese, la prima contribuendo in modo decisivo alla caduta del governo nazionalista liberale di Mossadegh, il secondo contribuendo alla creazione della famigerata Savak, la polizia politica del regime dello Scià, responsabile di torture e altri crimini efferati.
L’esito della guerra, nonostante l’indubbio predominio militare israeliano che sarebbe ulteriormente accentuato da una partecipazione diretta dell’alleato americano, non è comunque scontato, né gli effetti sulla stabilità del regime reazionario islamico. Quest’ultimo soffre da anni di una crescente impopolarità dovuta sia al mantenimento di un apparato ottusamente repressivo, sia al peggioramento delle condizioni economiche che colpisce anche le classi medie. L’impatto delle sanzioni si è aggiunto allo sviluppo di una borghesia clericale che ha fatto del regime un’occasione di arricchimento personale.
In questo contesto difficile si muovono le forze di opposizione al regime, di cui subiscono da decenni la repressione. Le forze politiche che aderiscono ad una ideologia progressista e di sinistra hanno quasi tutti i gruppi dirigenti in esilio ed è quindi difficile valutarne l’effettiva influenza all’interno. 

Alireza Behtoui, giornalista iraniano di opposizione, in un articolo ripreso da “Kar” il sito web dei “Fedayn del popolo (maggioranza)”, delimitava quattro campi politici. Il primo è quello degli “estremisti al governo” il bilancio di anni di governo si è tradotto in “bancarotta, povertà e distruzione” dell’Iran. Alla loro completa incompetenza in campo economico e militare si sono aggiunti gli effetti del loro “avventurismo” sulla scena internazionale.
Il secondo campo è quello dei “moderati al governo” i quali giustamente condannano l’aggressione israeliana, ma si sono allineati con gli estremisti e hanno messo in dubbio la loro reputazione e credibilità e la possibilità di giocare un ruolo nel futuro dell’Iran. Secondo l’autore i “moderati” dovrebbero strappare l’iniziativa agli estremisti e favorire le condizioni per il cessate il fuoco. Per l’autore “un piccolo accordo è meglio di una lunga guerra che produrrebbe un alto numero di vittime e la distruzione delle infrastrutture”.
Il terzo campo è quello definito dell’opposizione di “estrema destra”. Questa non ha una vera organizzazione all’interno del paese e all’estero si è schierata pienamente a sostegno dell’aggressione israeliana facendo appello al popolo ad abbattere il regime per consentire il ritorno della monarchia. Questo gruppo, scrive Behtoui, sostenendo i crimini di guerra dell’aggressore è diventato una “farsesca dimostrazione del nazionalismo autoritario all’estero”.
Infine, il quarto campo è quello dell’opposizione democratica e repubblicana. Da qui emerge la voce di chi si oppone agli estremisti al governo e contemporaneamente condanna la brutale aggressione israeliana. Contro il regime non ci si può appoggiare all’aggressore che “ha imposto morte e distruzione nel nostro paese”. Salvare l’Iran dalla guerra, dalla tirannia e dalla bancarotta è “il nostro dovere e il nostro compito”. Viene poi ipotizzata uno scenario “argentino”, simile a quando la dittatura militare di quel paese tentò di riprendere le isole Malvinas con la forza militare e subì una vergognosa sconfitta da parte dell’imperialismo britannico guidato dalla Thatcher, perdendo così ogni legittimità. L’autore ritiene necessario l’appello al cessate il fuoco e l’attivazione di iniziative diplomatiche per mettere fine all’attuale situazione distruttiva.

L’Organizzazione dei Fedayn del Popolo (Maggioranza), che mantiene contatti con il “Fronte Iraniano delle Riforme”, ala moderata della coalizione islamista, ha espresso la sua decisa condanna per l’aggressione israeliana, non provocata, e avvenuta nel momento in cui si intravedevano possibilità di intesa nei negoziati in corso con gli Stati Uniti. Il regime israeliano, sempre più isolato per i suoi crimini a Gaza, ha giocato la carta del conflitto militare, mettendo a fuoco l’intero Medio Oriente.
L’Organizzazione fa appello a tutti i Paesi perché utilizzino tutti i mezzi possibili per sventare il complotto contro l’Iran. I Fedayn criticano l’insistenza del regime iraniano nello sviluppare il nucleare al di là del suo uso pacifico e civile e per questo guardavano con favore alla trattativa in corso.
La posizione dei comunisti del Partito Tudeh è stata espressa in diversi comunicati diffusi anche a livello internazionale. Viene condannato “fermamente l’attacco criminale e terroristico del governo israeliano contro l’Iran”. Gli attacchi compiuti dal governo “criminale e guerrafondaio” di Netanyahu “sono una chiara indicazione di come il silenzio e la cooperazione pratica con un governo che finora ha ucciso più di 50.000 palestinesi tra cui 12.000 bambini nella striscia di Gaza e che ora sta sottoponendo milioni di cittadini di queste aree a un blocco economico, carestia e fame, possano avere conseguenze pericolose per la pace nell’intera regione”.
Il Partito Tudeh ha poi aggiunto di essere, “come altre forze progressiste e popolari del nostro Paese”, a favore della pace e “per attuare tale politica, chiede negoziati trasparenti, aperti e diretti. (…) Non va dimenticato che trascinare l’Iran in conflitti militari distruttivi potrebbe avere conseguenze catastrofiche e durature per il nostro Paese e il movimento popolare, e farebbe arretrare di anni la lotta per la libertà e la liberazione dalle grinfie della dittatura”.
I comunisti del Tudeh “sottolineando il proprio impegno a proteggere gli interessi nazionali dell’Iran, considerano qualsiasi intervento militare e aggressione straniera contraria alla volontà, ai desideri e ai diritti del popolo iraniano. Solo l’imperialismo, le forze subordinate, i reazionari e la tirannia al potere traggono vantaggio dalla tensione e dalla guerra”. Il Tudeh ha anche sottoscritto un comunicato congiunto con il Partito Comunista Israeliano. Quest’ultimo cerca di sostenere le forze pacifiste e antirazziste all’interno di Israele in un contesto sempre più difficile anche perché le forze di polizie tendono sempre più a diventare lo strumento diretto dei partiti fascisti al governo.
I due partiti, oltre a condannare l’aggressione israeliana dichiarano che per mettere fine alla corsa al nucleare in Medio Oriente non serve certo una guerra di aggressione all’Iran ma la demilitarizzazione dell’intera regione.

In questa rapida rassegna segnaliamo anche la dichiarazione del Consiglio di Cooperazione delle Forze di Sinistra e Comuniste. Di questo consiglio fanno parte l’Unione Socialista dei Lavoratori, il Partito Comunista dell’Iran, il Partito Comunista Operaio-Hekmatista, l’Organizzazione dei Fedayn (Minoranza), il Nucleo della Minoranza. Non ne fanno invece parte i due partiti citati sopra, ovvero il Tudeh e i Fedayn (Maggioranza).
Il documento è intitolato: “Contro la guerra reazionaria di Israele e il regime islamico”. I partiti che fanno parte del Consiglio ritengono che la strategia di deterrenza nucleare del regime sia senza fondamenta e perseguita al costo di centinaia di miliardi di dollari che ha provocato la crescente miseria di milioni di iraniani. “Dalla prospettiva del regime islamico, il popolo iraniano è il principale nemico della sua esistenza, non Israele. Perciò il governo islamico cercherà di trarre vantaggio dall’attacco israeliano per sopprimere le lotte dei vari movimenti sociali e di classe che erano in corso prima dell’attacco israeliano”. Il Consiglio delle forze di sinistra e comuniste sostiene che “il regime fascista israeliano e il regime islamico sono la scusa reciproca della loro esistenza, giustificando la propria continua criminale esistenza con l’esistenza dell’altro, e sono entrambi nemici dei lavoratori e dei popoli oppressi e sono contrari ad ogni tipo di progresso e di libertà nella regione”.
I movimenti sociali e di classe in Iran, insieme alle forze comuniste e di sinistra e le istituzioni progressiste, troveranno la strada, con l’aiuto reciproco, “per continuare la loro lotta contro il regime islamico, contro Israele e i suoi alleati monarchici”.

Il richiamo alle posizioni delle forze di sinistra che combattono in Iran è utile ad evitare che la netta condanna dell’aggressione israeliana ci riporti ad un vecchio e screditato “campismo”. 

Franco Ferrari

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