editoriali

L’imperdibile occasione della rivolta di Milano

di Roberto
Rosso

In questo numero della rivista -pubblicazione del 10 settembre 2025-   l’articolo di Ernesto Screpanti sulla formazione socio-economica cinese e quello di Alfonso Gianni sugli obiettivi e gli effetti della strategia sui dazi dell’amministrazione Trump offrono preziose indicazioni sullo stato delle due principali potenze mondiali e quindi offrono elementi per interpretare il quadro di instabilità globale in cui si iscrivono anche le vicende delle maggiori potenze; un contesto caratterizzato da una instabilità sistemica, come ho cercato di argomentare in una pluralità di articoli, in particolare nell’ultimo pubblicato Dall’instabilità sistemica alla guerra civile globale1.

Ci è utile citare l’articolo La Dichiarazione di Tianjin: multipolarità, incertezza e metamorfosi istituzionale Di Kenneth M. Stokes pubblicato sulla newsletter di OtherNews -ripreso su questo numero della rivista- nel quale l’analisi secondo il paradigma della complessità fornisce sinteticamente alcuni criteri per giudicare le dinamiche delle formazioni sociali, in particolare citiamo quanto segue.

“Tuttavia, la Dichiarazione di Tianjin emerge meno come una mera raccolta di impegni e più come un sintomo della policrisi planetaria e un laboratorio di metamorfosi in cui ogni azione sfugge alle intenzioni dei decisori politici ed entra in un’ecologia sistemica di interazioni, generando effetti imprevisti e spesso contraddittori. L’ambizione della SCO di consolidare la multipolarità eurasiatica illustra precisamente tale ecologia: le azioni volte a stabilizzare possono generare nuove incertezze e contraddizioni.

Questa riflessione reinterpreta la Dichiarazione di Tianjin attraverso la lente del pensiero complesso, che – a differenza degli approcci convenzionali dell’economia politica – rivela come le crisi si sovrappongano, si ripercuotano a vicenda e generino risultati inaspettati che nessuna singola spiegazione causa-effetto può catturare. Lo fa esaminando otto dimensioni tematiche attraverso una prospettiva dialogica, ricorsiva e speculare in cui ogni frammento porta l’impronta del tutto. Combinando l’analisi geopolitica con le intuizioni del pensiero complesso, l’obiettivo non è quello di prescrivere soluzioni, ma di svelare le tensioni e le contraddizioni in atto, mostrando la Dichiarazione come qualcosa di più di una semplice strategia, come un atto complesso segnato dall’incertezza e aperto alla trasformazione.”

Il contesto dell’evento

Il riferimento al paradigma interpretativo della complessità serve a definire il contesto in cui si colloca un tema molto specifico vale a dire gli eventi che vanno dallo sgombero del centro sociale Leoncavallo a Milano alla grande manifestazione con oltre 50.000 partecipanti che sabato 6 settembre ha invaso le strade di Milano, con una mobilitazione che non si vedeva da decenni. Lo sgombero è stata una scelta del governo di destra-centro di dare seguito alla strategia della legge appena approvata sulla sicurezza, conversione del decreto Sicurezza, e di entrare a piè pari nella situazione milanese nella quale le indagini sullo sviluppo urbano avevano indebolito la giunta Sala, con l’obiettivo di riconquistare il governo della città.

Questo intervento a gamba tesa nella realtà milanese ha avuto l’effetto contrario a quello cercato, unendo la risposta allo sgombero con la mobilitazione contro il cosiddetto modello Milano, su cui si è aperto un confronto ed uno scontro a tutti i livelli a partire dai mandati cattura emessi dalla procura di Milano.  La questione del modello Milano, basato sulla crescita esponenziale dei valori fondiari e immobiliari, accompagnata dalla crescita del costo della vita da cui l’espulsione di centinaia di miglia di persone dall’abito urbano, selezionando quindi l’insediamento di ceti a reddito medio alto, non è certo di oggi; è frutto di un processo che a suo tempo venne denunciato vedendo nel grande evento dell’EXPO2015 un motore di questa dinamica, un nesso che pochi allora vollero o seppero vedere, che pervicacemente segnalavamo come Comitato NOEXPO.

Quella dinamica è stata resa possibile dal fatto che Milano è diventato un polo di riferimento a livello europeo per l’investimento di capitali nel settore immobiliare. Il potere di attrazione del polo del Made in Italy dell’arredamento, del design e della moda, esaltato ulteriormente dal grande evento ha creato il contesto adatto a questo afflusso di capitali. Le politiche urbanistiche, le strategie immobiliari ed edificatorie si sono sviluppate di conseguenza, creando una connessione tra i diversi ambienti e gruppi di potere a livello economico, politico, amministrativo e finanziario che ha operato, cooperando sempre più strettamente fuori e dentro i margini della legalità, comunque senza alcuna opposizione sostanziale.

Il ‘modello Milano’ è frutto quindi di dinamiche speculative a livello sovranazionale, che hanno trovato una splendida occasione nella ex-capitale morale d’Italia, come veniva definita ai tempi del boom economico, dell’Italia settima potenza industriale del mondo. Nel frattempo la città ed il suo hinterland vivevano un processo profondo di de-industrializzazione, perdendo anche la qualifica di polo finanziario a livello europeo a cui ambiva negli anni ’60 e ’70. La Borsa di Milano, o Borsa Italiana, è di proprietà del gruppo paneuropeo Euronext dal 2021, anno in cui è stata acquisita dal London Stock Exchange Group (LSE). L’acquisizione è avvenuta in cordata con Intesa Sanpaolo e Cassa Depositi e Prestiti (CDP Equity), che ha sottoscritto una quota di minoranza.  La conquista in questi giorni di Medio Banca da parte di Monte dei Paschi di Siena, in sostanza da parte di Gaetano Caltagirone e soci è l’ultimo colpo a quello che un tempo era il centro di gravità milanese della finanza e della grande industria italiana.

La parabola della città di Milano, dagli anni del grande sviluppo industriale italiano ad oggi, si iscrive perfettamente nella parabola della formazione sociale italiana, che ha visto negli ultimi dieci anni e oltre un calo sostanziale dei salari reali ed un aumento delle diseguaglianze sociali. Volendo definire una catena Miano-Italia-Europa troveremmo un nesso con quelle dinamiche globali che in un regime di drammatica instabilità -definito come policrisi vale a dire un intreccio di crisi-trasformazione che sfuggono al controllo di qualsiasi potere economico-tecnologico-finanziario di qualsiasi potenza politico-militare- con cui necessariamente ogni pratica e ipotesi politica di rivolta, di creazione di conflitto deve fare i conti.

E allora i 50.000 che sono scesi in piazza?

Va detto che senza le inchieste, senza lo sgombero del Leoncavallo, quella rete di istanze culturali, sociali, politiche e sindacali, di individualità con diversi livelli di radicalità, critica, opposizione o antagonismo alla realtà esistente, difficilmente l’avremmo vista mobilitarsi in quella splendida manifestazione che ha attraversato la città, invaso e conquistato piazza Duomo. È stata l’occasione per mobilitarsi assieme, per dare origine ad un confronto pubblico, che sino ad allora era frammentato diviso tra ambiti che difficilmente si confrontavano direttamente. Si è detto retoricamente che la città si è stretta attorno ai centri sociali, la componente più antagonista tuttavia ha segnato la sua specificità anche nel corteo unitario. Si pone la domanda quanto questa mobilitazione abbia una forza generatrice di nuove dinamiche sociali, critiche conflittuali, di creazione di nuovi spazi di lotta e organizzazione, di produzione e condivisione di conoscenze sullo stato delle cose; un processo necessario di generazione di saperi critici, lotta e organizzazione di lungo periodo, laddove il modello Milano non è solo della città di Milano ovviamente, mentre i livelli a cui portare il conflitto si espandono verso l’alto. Riprendiamo quanto affermato nell’articolo ‘Da Trump a Milano, passando per la Valsusa’. La crisi del modello di governo delle città, articolazione fondamentale della società in cui viviamo, che sta manifestandosi a Milano, ma riguarda ogni altra città e area urbanizzata, costituisce una occasione irrinunciabile, imperdibile e irripetibile per rimettere in gioco tutte le risorse critiche e conflittuali, ad ogni livello di organizzazione e elaborazione nel nostro paese che negli ultimi mesi si sono almeno in parte aggregate nel movimento contro la guerra ed il riarmo dell’Europa. Se le città sono luogo di concentrazione di ogni dinamica sociale, economica, culturale e quant’altro, la fragilità complessiva del nostro paese si esprime nella realtà e nel futuro delle cosiddette aree interne il cui destino secondo chi ci governa è ormai segnato e destinato all’abbandono e allo spopolamento. L’articolo merita di essere letto per intero in quanto fornisce elementi utili all’analisi sviluppata in questo.

Fuor di retorica e di visioni astratte tocca fare passi concreti, creare, i luoghi, i collegamenti gli strumenti. La mobilitazione, il risveglio, lo sconquasso che sta attraversando la città di Milano ed il suo hinterland costituiscono una occasione imperdibile. Nel frattempo, senza dimenticare la Valsusa, decine di migliaia di persone di mobilitano attorno alla Global Sumud Flottila, come in particolare è successo a Genova e accade giorno dopo giorno in tutte le città. Tutto si tiene e le connessioni possono diventare legami solidali di lotta e organizzazione.

Roberto Rosso

  1. https://transform-italia.it/dallinstabilita-sistemica-alla-guerra-civile-globale/ []
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