editoriali

Se permettete, parlo di uomini

di Nicoletta
Pirotta

Parafrasando il titolo di un celebre film del 1966 di Ettore Scola, con Vittorio Gassmann, ho voluto titolare così le mie riflessioni sul gruppo Facebook “Mia moglie”.
32.000 erano le persone iscritte al gruppo, ora per fortuna chiuso. Un numero impressionante.
Il gruppo era amministrato da uomini che avevano deciso di condividere una foto, spesso rubata, che ritraeva la fidanzata sdraiata a pancia in giù sul letto o in spiaggia, il seno o il lato B della moglie e via di questo passo. La domanda, posta sotto le foto, “Che ne pensate?” ha dato la stura a commenti il più delle volte triviali, offensivi e desolatamente volgari che davano voce alle fantasie sessuali più retrive.

Gli amministratori del gruppo hanno visto bene di chiudere il gruppo appena prima di essere cacciati affermando che sarebbero migrati in altri lidi al riparo “dai moralisti”.

Come se il loro gruppo venisse chiuso per ragioni morali e non perché fosse, come in effetti era, espressione di quella cultura dello stupro che ammette, incentiva, elogia linguaggi, e spesso azioni, violente nei confronti delle donne e del loro corpo. Un vero e proprio abuso.

Le conseguenze per le vittime sono reali. I primi studi scientifici indicano che gli abusi, anche se commessi virtualmente, hanno sulla salute mentale delle donne un impatto paragonabile alle violenze sessuali vere e proprie, con il risultato di provocare stress, ansia, profonda sfiducia nell’altro, depressione, fino, nel peggiori dei casi, al suicidio.

Vi è da dire, ad onor del vero, anche per dare conto della complessità del reale, che non è detto che tutte le donne coinvolte fossero ignare di essere state fotografate. Non è detto cioè che le donne fossero a prescindere vittime o soggetto passivo. Cosa che comunque non giustifica minimamente gli abusi commessi. Semmai ci sarebbe da chiedersi cosa ha spinto le donne ad accettare di esserne parte, fra l’altro in modo subalterno.

Documentandomi ho scoperto che il gruppo “Mia moglie” non era né nuovo né unico.

Il sito di Wired Italia pubblicò nel 2019 un primo articolo su “gruppi di uomini che offrono allo stupro virtuale immagini condivise intimamente dalle partner, ma anche screenshot da profili social, foto scattate sui mezzi pubblici, in spiaggia o lungo la strada”. 

Mentre in un monitoraggio realizzato nel 2023, Permesso Negato, un’associazione che vuole offrire supporto tecnologico e orientamento legale alle vittime di diffusione non consensuale di materiale intimo e violenza online, ha individuato sulle app di messaggistica 147 gruppi/canali attivi nella diffusione di materiale pornografico non consensuale.
Per inciso ricordo che siamo nel Paese che ha avuto come presidente del Consiglio un uomo che si faceva chiamare “papi” dalle giovani e giovanissime donne che venivano pagate per dare vita a festini a sfondo sessuale con maschi attempati.

Ho cercato dunque di capire meglio cosa scatta nella mente di chi amministra o partecipa a gruppi o comunità virtuali in cui vengono diffuse foto di donne senza consenso, accompagnate da commenti sessisti e violenti.
Ho cercato sopratutto commenti maschili. Ne ho trovati pochissimi; ho scovato però due materiali interessanti. 

Il primo è relativo all’indagine sui maschi italiani di Eurispes – ente privato di ricerca politica, economica e sociale – che, insieme all’associazione Filocolo, ha posto una serie di domande ad un campione di 1.018 uomini prendendo in esame diversi aspetti dell’universo maschile in relazione alla percezione del proprio corpo, all’espressione delle proprie emozioni, alle funzioni sociali e al ruolo. Entrare nel merito dei risultati dell’indagine non è oggetto di questa mia riflessione. Ecco il link per chi fosse interessata/o ad approfondire: https://eurispes.eu/wp-content/uploads/2025/04/2025-rapporto-eurispes_indagine-sugli-uomini-1.pdf.

Quel che mi è sembrato utile in relazione al tema della mia riflessione è l’emersione, soprattutto fra maschi adulti, di una maschilità in difficoltà, in bilico tra il desiderio di mantenere alcuni tratti della tradizione e la necessità di adattarsi a nuove sensibilità e a modelli più flessibili. Comune è la sensazione diffusa di essere “messi in secondo piano” rispetto alle istanze femminili ( l’onda lunga dei movimenti femministi del secolo scorso in particolare, ndr). Da qui la tendenza a comportamenti di tipo difensivo, quando non violento, al posto di un dialogo costruttivo sulle sfide legate ai ruoli di genere.

Il secondo materiale è un’intervista di huffingtonpost a Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano, docente all’Università di Milano-Bicocca e all’Università Cattolica.
Tre mi sembrano gli aspetti più significativi dell’intervista: si sottolinea che, nella maggior parte dei casi, a essere coinvolti in gruppi del genere non sono adolescenti o giovani ma adulti. Dice Matteo Lancini che “Le nuove generazioni, infatti, hanno un rapporto diverso con il corpo, il consenso e la sessualità. Il fenomeno riguarda piuttosto uomini formatisi in una cultura che ha posto la sessualità al centro in maniera distorta”.
Il secondo aspetto, a ulteriore conferma dei risultati dell’indagine di Eurispes, mette in evidenza quanto l’esposizione di foto intime sia “una forma di oggettivazione che colpisce soprattutto le donne, ma che nasce da fragilità maschili evidenti: incapacità di riconoscere l’alterità, instabilità, bisogno costante di conferme. Si tratta anche del sintomo di una trasformazione culturale profonda: il vincolo di coppia e l’idea stessa di legame si sono indeboliti. In questo scenario il consenso perde significato, perché ciò che conta sono la visibilità e il successo personale. La pubblicazione di immagini senza autorizzazione diventa uno strumento di popolarità, l’altro è ridotto a oggetto funzionale alla propria affermazione”.
“Il vero nodo” continua Lancini “ è la caduta del confine tra sfera privata e sfera pubblica. Viviamo in una società che spettacolarizza ogni cosa: intimità e quotidianità vengono esibite e consumate. È ciò che dagli studiosi viene definita “pornografizzazione di tutto”. In questo contesto, ciò che genera più rumore cattura attenzione. Anche un insulto o la condivisione di immagini intime diventano strumenti di notorietà. È la logica della visibilità a piccoli gruppi, dove il successo individuale prevale su ogni forma di rispetto” 

Il terzo aspetto è quello a mio avviso più stimolante e riguarda le nuove generazioni di maschi.

“Il desiderio delle nuove generazioni”, sostiene Lancini, ”non è più legato alla sessualità, che anzi è in calo. Ciò che i ragazzi cercano è visibilità, riconoscimento, amore. Comportamenti che leggiamo come erotizzazione – il sexting, l’abbigliamento provocante – sono in realtà strategie per ottenere attenzione, spesso legate al disagio verso il proprio corpo. La nostra non è più una società sessuofobica, ma iperconnessa. Non a caso, i casi emersi riguardano soprattutto adulti tra i 40 e i 60 anni. I giovani non sono attratti da simili pratiche. Il problema è che continuiamo a interpretarli con categorie appartenenti al passato, mentre dovremmo riconoscere che i modelli di costruzione dell’identità e della relazione sono radicalmente mutati”.

Sui modelli di costruzione dell’identità fra le nuove generazioni mi permetto di aprire una parentesi che ha a che vedere con l’ultima ondata femminista che, nata in Argentina, trova nel movimento internazionale di “Non Una Di Meno” (presente anche in Italia) la sua espressione più compiuta. Il movimento, che coinvolge tantissime e tantissimi, giovani ha contribuito alla diffusione delle teorie e delle pratiche transfemministe che a mio avviso provano a dare risposte alle inquietudini giovanili. Il transfemminismo è una forma di femminismo sviluppatasi tra la fine del XX secolo e gli inizi del XXI secolo, che ha ricevuto una grande influenza dall’attivismo LGBTQ+, soprattutto per la visione transgender e intersessuale, così come dai movimenti antirazzisti e postcoloniali, dal femminismo decoloniale e da gruppi politici che cercano l’abolizione della segregazione sociale per motivo di appartenenza a una classe sociale, a una etnia, a un genere o a un orientamento sessuale.
Il transfemminismo ritiene i ruoli di genere una costruzione sociale utilizzata come strumento di oppressione. Prende forma da movimenti di resistenza che intendono l’assegnazione arbitraria del genere alla nascita come manifestazione di un sistema di potere che controlla e limita i corpi, per adattarli all’ordine sociale stabilito. I movimenti hanno l’intento di ampliare e trasformare i codici che regolano tutte queste costruzioni sociali per rifiutare un destino identitario già scritto.
”La novità simbolica è notevole, poiché si dà un nuovo significato a una specifica genitalità. Il pene per esempio perde la sua carica simbolica fallica e diventa altro, un altro che varia da persona a persona” sostiene Antonia Caruso, persona trans e attivista transfemminista1

Mi sembrava utile dare conto di questi approcci che potrebbero condurre ad esiti trasformativi.

Tornando alla riflessione sul gruppo “Mia Moglie” mi sembra utile, in chiusura, sottolineare alcuni passaggi dell’articolo “Uomini. Tutto da rifare” della giornalista Nathania Zevi, pubblicato su La Stampa di qualche settimana fa.
Scrive Zevi che non è tanto la goliardia ad aver mosso la costruzione del gruppo quanto il bisogno di una “validazione pubblica“ che supera, come diceva anche Lancini, la distinzione tra privato e pubblico. È la ricerca quasi ossessiva di una “certificazione collettiva della propria maschia virilità attraverso la mediazione pubblica ma soprattutto la condivisione del corpo femminile. La compagna, dunque, non come oggetto di un desiderio mio e degli altri, ma come documento probatorio del mio valore di uomo sul mercato della virilità”.
Dalla goliardia si passa a quella che Zevi definisce “una nuova maschilità in outsourcing” nel senso che la conferma della propria identità passa attraverso il verdetto di estranei. L’esibizione del corpo della “propria” donna, di nuovo ritenuta oggetto, serve dunque ad ottenere pubblicamente questa conferma. Se così fosse, conclude Zevi, si potrebbe affermare che nell’erosione dei tradizionali marcatori del maschile – lavoro stabile, ruolo di capofamiglia, centralità sociale della figura del padre – si sta passando dal “sono bravo perché riesco e conquisto” al “sono bravo perché gli altri me lo riconoscono”. Si ritorna dunque al discorso sull’identità. Che però in questo caso assume le sembianze di un vuoto di identità. 

La ricerca di nuovi modelli di costruzione di identità e relazioni, o la messa in discussione di quelli antichi, non significa, però, almeno a mio avviso, che si possa pensare di vivere in un’epoca post-patriarcale, come sostengono alcune e alcuni. L’asimmetria di potere tra generi è ancora forte in ogni parte del mondo e la cultura di fondo nella quale siamo immerse resta segnata dalla predominanza del maschile, tradizionalmente inteso. Vero è che le attuali trasformazioni di natura persino antropologica, che hanno spesso carattere regressivo specie in occidente, investono anche la cultura patriarcale e i suoi elementi fondanti.
Sarebbe per questo davvero “rivoluzionario” se, questa volta fossero i maschi, almeno la parte di essi è più consapevole, e non solo i più giovani, a porsi il problema e a discuterne collettivamente.
A partire da sé, ovviamente.

Nicoletta Pirotta

  1. dal sito https://pasionaria.it/transfemminismo-femminismo-intersezionale-risposte-domande.[]
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