editoriali

La politica genocida di Netanyahu è parte integrante dell’ascesa globale dell’estrema destra

di Franco
Ferrari

L’esercito israeliano procede nella propria escalation contro l’intera popolazione palestinese di Gaza entrando massicciamente nella più grande città della striscia. Il procedimento militare è quello già verificato e sperimentato in questi mesi di guerra: bombardamenti massicci, intimazione alla popolazione di lasciare il territorio, ingresso di carri armati e di truppe che devono procedere all’eliminazione sistematica di tutto quanto possa restare di vivente sul posto.

Risulta del tutto evidente che l’obbiettivo proclamato, ma solo per la scena internazionale quando le critiche si alzano troppo di tono, ovvero la distruzione di Hamas, una milizia poco armata che conta forse ancora alcune migliaia di armati, non ha nessun rapporto di scala con la distruzione sistematica di una città di un milione di abitanti.

Una Commissione indipendente delle Nazioni Unite ha confermato quanto per altro risulta evidente a chiunque abbia seguito la cronaca drammatica di questi mesi: l’intento genocidario, pienamente messo in atto, di cui è protagonista lo Stato israeliano. Tutto ciò per altro, nella comunicazione rivolta all’interno, è stato proclamato da ogni tribuna da politici, autorità religiose, intellettuali israeliani. Solo ad un certo punto, dovendo smentire le accuse arrivate dal resto del mondo, il governo ha chiesto ai propri esponenti di essere meno espliciti nelle loro dichiarazioni e ai propri soldati di evitare di spiattellare l’uccisione immotivata e indiscriminata di civili sui social per vantarsene con gli amici a casa.

Oggi, quello che fino a qualche tempo fa, sembrava ancora inaccettabile, la comparazione tra il comportamento di Israele e quello della Germania nazista, non è più un tabù. D’altra parte nella volontà sterminatrice di un popolo non c’è nulla che possa essere attribuito alle innate predisposizioni di un altro popolo, come cercò di sostenere invece quasi trent’anni fa uno storico ebreo conservatore americano come Daniel Goldhagen, scrivendo “I volonterosi carnefici di Hitler”. Anche Netanyahu ha trovato carnefici non meno volenterosi, come tanti altri sono stati trovati in molte occasioni nel mondo. Inclusi non pochi italiani in Libia, Etiopia o Jugoslavia che si prestarono ad essere esecutori della volontà imperiale mussoliniana. Molte furono le repliche e le contestazioni rivolte alla ricostruzione storiografica di Goldhagen da storici di vario orientamento, ebrei inclusi.

La volontà israeliana di cancellare il popolo palestinese non nasce da chissà quale condizione innata, ma è la conseguenza pratica dei due obbiettivi politici fondamentali perseguiti dalla direzione di estrema destra israeliana: la realizzazione della “Grande Israele” e contemporaneamente il mantenimento di una forte supremazia ebraica, quantitativa e qualitativa, su una possibile e sempre più marginalizzata presenza palestinese.

Con la “Grande Israele” la leadership di Tel Aviv si propone di appropriarsi illegittimamente e con la violenza dell’intero territorio della Palestina del mandato britannico e rivendicando la natura esclusivamente ebraica di questo Stato si trova a dovere “risolvere”, altrettanto illegittimamente e con ancora maggiore violenza, la rimozione fisica e non solo legale della presenza palestinese.

Per questo persegue tre strumenti, miscelandoli a seconda delle opportunità e delle complicità internazionali che riesce ad ottenere ed in particolare al sostegno degli Stati Uniti. Il primo, ormai consolidato da tempo, è l’apartheid, ovvero la costruzione di una discriminazione sancita giuridicamente e praticata al di là delle stesse previsioni giuridiche, di uno status inferiore per almeno la metà di coloro con vivono sull’intero territorio palestinese. Definendo poi una certa gradazione di discriminazione tra i palestinesi che vivono nei territori dell’Israele precedente al 1967, quelli che vivono nella Cisgiordania occupata, anche qui con differenze tra le città derivate da campi profughi insediati dopo il ’48, le zone in corso di colonizzazione violenta, i centri attribuiti alla sovranità limitata dell’Autorità Palestinese dopo Oslo. E ormai ultima nella scala gerarchica la popolazione di Gaza.

L’apartheid non è più considerata da molti in Israele come una soluzione adeguata ed è quindi accompagnata da consistenti tentativi di pulizia etnica. Si vorrebbe che i palestinesi fossero definitivamente allontanati dalla loro terra per essere trasferiti in altri Paesi. L’opzione egiziana sarebbe la più agevole ma finora non si è riusciti a convincere al-Sisi ad accettarla in cambio di una consistente somma di danaro. Allora si è provato a trovare complici in Sud Sudan o nello stato di Somaliland, non riconosciuto internazionalmente, sempre in cambio di qualche possibile favore garantito dal grande fratello statunitense. Se l’apartheid è considerato troppo oneroso, e la pulizia etnica non è praticabile, anche per la pervicace volontà dei palestinesi di non abbandonare la propria terra, lo sterminio fisico resta l’altra soluzione.

“Soluzione finale” l’ha definita in queste ore il parlamentare comunista israeliano Ofer Cassif, utilizzando una formula che rimanda volutamente ed inequivocabilmente alla volontà sterminatrice del nazismo nei confronti del mondo degli ebrei di lingua yiddish dell’Europa centro-orientale. Fu detta “finale” perché in precedenza si tentò la pulizia etnica (il “progetto Madagascar”), poi la chiusura nei ghetti e infine si attuò la pratica genocidaria.

Per ora il progetto della “Grande Israele” sembra non trovare alcun vero ostacolo né nell’azione delle fazioni armate palestinese, fortemente indebolite dall’opera indiscriminata di distruzione messa in atto dall’esercito di occupazione. Gli Stati Uniti, come ha confermato la visita del responsabile del Dipartimento di Stato in Israele, Marco Rubio, hanno confermato il pieno sostegno militare ed economico senza il quale Netanyahu non potrebbe continuare la guerra. Gli europei hanno impiegato due anni per approvare nel Parlamento dell’UE una timida di risoluzione che promette qualche iniziativa concreta ma sempre per domani mai per oggi.

Solo il governo spagnolo in realtà, sotto la forte spinta della società civile che ha dimostrato la sua forza bloccando ripetutamente la Vuelta ciclistica per protesta contro la presenza di una squadra israeliana, ha iniziato a mettere in atto qualche azione più determinata. Molti governi, al di là di flebili prese di distanze verbali, continuano in molti modi a sostenere genocidio e apartheid e sarebbero ben disposti a chiudere un occhio sulla pulizia etnica.

Ci si deve chiedere come mai il governo israeliano possa perseguire impunemente l’obbiettivo della “Grande Israele”, con tutte le sue ricadute pratiche criminali, in modo esplicito e dichiarato anche accettando un certo grado di isolamento internazionale. Sicuramente può contare sulla radicalizzazione a destra della società israeliana, con il crescere di posizioni fondamentaliste, razziste e suprematiste. Se ancora un po’ di anni fa il movimento del rabbino Kahane veniva messo fuorilegge in Israele, oggi le sue idee razziste sono pienamente fatte proprie dalla coalizione di governo guidata da Netanyahu.

A me pare riduttiva una lettura tutta ideologica che attribuisce lo sviluppo della politica aggressiva israeliana, non solo in Palestina ma in tutto il Medio Oriente (dove Tel Aviv ritiene di potere bombardare qualsiasi Stato al fine di impaurirlo e sottometterlo alla sua volontà), solo allo sviluppo o all’impronta originaria, indubbiamente coloniale, del sionismo. Occorre mettere in relazione la politica israeliana con l’ascesa dell’estrema destra, contenente elementi di fascismo, a livello internazionale.

Se negli anni ’50 e ’60, ancora con la guerra del ’67, Israele raccoglieva simpatie a sinistra come una sorta di esperimento di socialismo (il mito più che la realtà del kibbutz), oggi è il più solido riferimento di tutta l’estrema destra globale. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha espresso la sua vicinanza ideologica all’attivista di estrema destra Charlie Kirk, così come a loro volta la manifestazione sciovinista di Londra si riconosce nell’islamofobia e nel razzismo etnico sul quale si basa sempre di più lo stato israeliano. Il Likud è associato al Partito europeo di cui è stata presidente, fino a non molto tempo fa, Giorgia Meloni. Nel 1935, il congresso del Comintern individuava nel movimento sionista revisionista dell’ucraino Vladimir Zabotinsky una delle espressioni dell’ascesa di movimenti di tipo fascista in Europa (fu il principale teorico del comunismo britannico, Rajani Palme Dutt, di origine indiana, a rilevarlo).

In Palestina, con i tanks di Tel Aviv, si impone una nuova fase di sciovinismo nazionalista, che risolve i conflitti e i rapporti tra i popoli attraverso la forza bruta totalmente disinteressata, anzi francamente ostile, ad ogni forma di diritto internazionale. Se fino a un certo punto Israele, nel suo momento fondativo e nonostante le contraddizioni presenti fin dall’inizio, poteva rappresentare un esito necessario della sconfitta del nazifascismo a livello globale oggi la sua politica ha assunto il segno opposto.

Scriveva lo storico ebreo Tony Judt diversi anni fa (è scomparso nel 2010), che Israele con la sua visione di Stato mono-etnico in cui l’identità è trasmessa per via biologica o per adesione religiosa, rappresentava una sopravvivenza del passato in un momento in cui le appartenenze nazionali si andavano ridefinendo in termini di cittadinanza e di universalismo. In una certa fase si poteva pensare che con l’emergere del post-sionismo, nella stessa Israele, gli elementi suprematisti e colonialisti insiti nella costruzione sionista, fossero stemperati e progressivamente superati, in uno Stato in grado di riconoscere la cittadinanza israeliana come espressione di uno Stato che “appartiene” a tutti i suoi cittadini, a prescindere da “razza” e religione, come sancisce la Costituzione antifascista italiana.

Dobbiamo purtroppo registrare che ciò che per Judt sembrava un ritardo su uno sviluppo in atto in tutte le società emerse dalla sconfitta del nazifascismo e poi del colonialismo, era invece una anticipazione rispetto ad una tendenza che si andava affermando in tutti i paesi capitalistici sviluppati, ma anche in diverse società nelle quali si stava imponendo il capitalismo neoliberista e in uscita dall’arretratezza economica.

Siccome e per fortuna la realtà è sempre fonte di contraddizioni, che sono la leva necessaria per qualsiasi processo di cambiamento sociale che non sia puramente velleitario ma incida sui rapporti di forza reali, dovremo valutare in che misura alcuni eventi dello scenario globale possano rappresentare un ostacolo al progetto, di impronta sciovinista e fascista, della “Grande Israele”. Oltre naturalmente alla volontà e all’azione del popolo palestinese che deve poter contare sulla più ampia solidarietà internazionale, occorre considerare la recente votazione in sede di Nazioni Unite per il riconoscimento dello Stato palestinese.

Questa votazione ha approvato il “Documento di New York”, frutto di un’iniziativa congiunta della Francia e dell’Arabia Saudita. Questo testo non è privo di elementi problematici e si propone di rilanciare la soluzione dei due Stati, con lo stato palestinese insediato nei territori occupati da Israele nel 1967. Questa iniziativa è stata esplicitamente sostenuta dalla Cina come attesta l’editoriale del 15 settembre scorso del China Daily, il quotidiano ufficioso del governo di Pechino.

Anche per i cinesi la presenza dei due Stati resta l’unica soluzione realistica per fornire una prospettiva pacifica a ebrei e arabi sul territorio palestinese e per evitare che da questo problema irrisolto e, seppur non detto esplicitamente, dal bullismo militare israeliano nei confronti di tutti paesi confinanti, derivino conseguenze ancora più gravi per tutto il Medio Oriente e da lì a livello globale.

Ci occuperemo in un prossimo articolo del contenuto del “Documento di New York”, dei problemi che presenta, delle contraddizioni evidenti tra ciò che sta scritto sulla carta e ciò che avviene nella realtà, anche per l’opportunismo manifesto di molti governi, oltre che delle diverse reazioni che essa ha suscitato nel mondo palestinese.

Sembra evidente che il governo di Tel Aviv abbia avviato una corsa contro il tempo per determinare una situazione di fatto (frutto di genocidio, pulizia etnica, apartheid come detto) che privi per sempre il popolo palestinese dei suoi diritti e della sua terra, pima che la votazione dell’ONU possa produrre effetti concreti. Per questo è fondamentale che la solidarietà cresca e si rafforzi e che la crescente e palpabile indignazione che monta nell’opinione pubblica si trasformi in azione politica.

Franco Ferrari

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1 Commento. Nuovo commento

  • Antonietta
    17/09/2025 16:57

    Il riconoscimento dello Stato di Palestina entro i confini del 67 non è una “soluzione” ma un passaggio urgente e comunque necessario affinché la popolazione palestinese abbia titolo formale e voce legale a decidere, trattare, scegliere il proprio futuro. Poi,poi,poi, la soluzione vera da perseguire sono convinta che sarà quella di uno stato unico LAICO per i due popoli.

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