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L’Europa sta a guardare la crisi tunisina

di Stefano
Galieni

Quanto sta accadendo in questi giorni in Tunisia rischia di mettere radicalmente a repentaglio le strategie UE e italiane in particolare nei riguardi del Paese, non solo con riferimento alla solita questione della limitazione dell’immigrazione “illegale”. A 64 anni dall’anniversario della proclamazione della Repubblica dopo l’indipendenza, (25 luglio) l’evoluzione della crisi pare inarrestabile. Dopo la lunga dittatura di Ben Alì e il sogno breve delle “Primavere arabe”, la crisi politica e sociale, oltre che economica del Paese, non ha mai trovato una reale e stabile soluzione. Il terrorismo jahedista è uno dei problemi che per altro è stato spesso agitato come grande spettro per non affrontare i problemi strutturali, il dato di fatto è che dopo una pausa di alcuni anni migliaia di giovani hanno ripreso a “bruciare le frontiere” e a imbarcarsi su piccole imbarcazioni per raggiungere il sogno di Lampedusa, peraltro più vicina alle coste tunisine che a quelle italiane. Li continuano a chiamare “sbarchi fantasma” ma di sovrannaturale hanno ben poco. Si parte in pochi sapendo che il tratto di mare è di solito deserto. Evitato dalle navi commerciali – che non vogliono trovarsi il carico fermato per aver soccorso qualche decina di persone – in assenza totale di imbarcazioni della Marina militare, con poche navi ong che transitano – quando riescono a partire cercano di controllare la zona Search And Rescue libica – il viaggio è di solito breve. Ma è un viaggio quasi inevitabilmente di andata e ritorno. L’accordo bilaterale fra Tunisi e Roma fa sì che le persone di cittadinanza tunisina che arrivano in Italia passano un periodo più o meno lungo sulle navi quarantena per poi essere rimandati in gran parte a casa da dove tenteranno, il prima possibile di ripartire. Le visite numerose della ministra dell’Interno italiana Luciana Lamorgese e della commissaria UE agli affari Interni, Johanson, non sono riuscite a produrre l’effetto sperato. Si sono messi in atto – illegalmente – respingimenti collettivi verso alcune imbarcazioni intercettate (autorità italiane e tunisine hanno agito in collaborazione) ma poco o nulla è cambiato al punto che l’hotspot di Lampedusa è sempre sovraffollato in gran parte di cittadini tunisini che cercano con ogni mezzo di restare in Europa per trovare quel lavoro che nel proprio Paese non offre possibilità di sopravvivenza. Gli effetti della pandemia si sono sommati a quelli del terrorismo per allontanare ancora di più il turismo, una delle principali fonti di introiti per l’economia tunisina, l’esportazione di frutta, altro cavallo di battaglia, è ridotta al minimo e l’aumento del prezzo dei generi di prima necessità ha portato sovente a manifestazioni che sono state duramente represse dal governo e che le forze islamiste tentano di cavalcare. Non è bastata la medaglia d’oro alle Olimpiadi, la quinta nella storia olimpica, la seconda nel nuoto del diciottenne Ayoub Hafnaoui, vincitore dei 400 sl a distrarre la popolazione, come forse sperava il Presidente della Repubblica Kaïs Saïed che quindi ha deciso di sospendere il Parlamento per un mese, esautorare il primo ministro e prendere in mano il governo. Sono seguite manifestazioni di contestazione contro questo vero e proprio golpe in numerose città tunisine. E se, grazie alla medaglia ottenuta a sorpresa, Ayoub troverà certamente un posto nelle università USA, questo non sarà il destino delle coetanee e dei coetanei in piazza in questi giorni. L’esercito ha di fatto preso il controllo del Paese interponendosi fra i sostenitori del presidente e i militanti del partito islamista Ennahdha, che continuano a scontrarsi fra loro in scaramucce. È stato imposto il coprifuoco dalle 19.00 alle 6.00 del mattino fino al 27 agosto. Vietati anche gli spostamenti tra le città al di fuori degli orari di coprifuoco, salvo necessità comprovate. Proibiti gli assembramenti di più di tre persone nei luoghi e spazi pubblici. Saied ha disposto anche la sospensione del lavoro nelle amministrazioni centrali per due giorni, già trascorsi, domani per poter consentire ai dirigenti l’organizzazione del lavoro a distanza dei propri agenti. Va detto, a onor di cronaca, che Ennahdha si presenta come partito moderato, d’ordine e tradizionale ma tende a non confondere le proprie proposte con quelle dei gruppi estremisti che hanno portato anche ad azioni terroristiche tanto in Tunisia quanto in Europa. Numerosi sono i tentativi di mediazione che finiscono però sovente con il far prevalere gli interessi esterni: il, governo di Algeri si è impegnato ufficialmente a favorire il dialogo fra la Presidenza e l’opposizione, l’Italia ha attivato il coordinamento dei Paesi dell’UE, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha telefonato a Saied per ricordare che “stabilità e democrazia vanno salvaguardati”. Un tono simile, forse più ultimativo, quello del Dipartimento di Stato USA – è intervenuto Antony Blinken. Decisamente schierato al fianco della stretta presidenziale il governo egiziano, accomunato a quello tunisino da problemi simili. Tarek Radwan, del Comitato per i diritti umani alla Camera egiziana ha dichiarato che “le coraggiose decisioni del Presidente metteranno fine all’egemonia nel Paese dei Fratelli musulmani, che hanno cercato di trascinare la società tunisina nel caos e nella rovina, e conoscono solo il linguaggio dell’acquisizione del potere per escludervi coloro che non li sostengono”. Ennahdha è in Tunisia la rappresentanza ufficiale del vasto mondo sunnita della “Fratellanza musulmana” che ha anche governato in Egitto. Il mondo laico e della società civile tunisina sono fra incudine e martello. Molti gruppi sottolineano la “necessità di proteggere le conquiste di libertà e dignità della rivoluzione tunisina”, la federazione sindacale Ugtt si è schierata a difesa del Presidente sostenendo che le misure del 25 luglio non costituiscono un golpe. I sindacati considerano l’azione presidenziale come destinata a far tornare la vita politica del Paese in un percorso democratico sicuro e definiscono una sorta di road map che evidentemente è stata concordata col presidente. La rimozione di una ventina di alti funzionari governativi considerati “pericolosi per la vita democratica” ne sono un primo esempio. Ma anche da Ennahdha giungono toni conciliatori. I vertici hanno garantito che le prossime mobilitazioni saranno pacifiche e nel pieno rispetto della Costituzione, accettano la sostituzione del Primo ministro e si preparano a restare all’opposizione, probabilmente con l’obiettivo di continuare poi a gestire la grande rabbia di disoccupati che riprenderanno a mobilitarsi per avere riforme sociali. La gestione politica della fase potrebbe portare, entro 30 giorni, a riconvocare il Parlamento, destituire col voto dell’assemblea il premier cacciato dal Presidente e portare ad un nuovo capo del governo. Il Presidente ha già nominato un suo uomo di fiducia ministro dell’Interno, stessa cosa potrebbe a breve avvenire per i dicasteri della Difesa e della Giustizia, creando di fatto un nuovo governo che – se votato in parlamento – avrebbe una sua legittimità ma sarebbe un “governo del presidente”. Una stretta è stata data anche alla stampa, la sede di Tunisi della TV Al Jazeera è stata, nei giorni immediatamente successivi alle azioni del Presidente, presa d’assalto da reparti della polizia che hanno costretto il personale a lasciare il lavoro. Per ora non sembra che gli islamisti intendano ritornare ai disordini di piazza che però potrebbero sfuggire a qualsiasi gestione politica. Anche il loro ruolo vacilla, non sono riusciti a fronteggiare la crisi economica né l’emergenza Covid (18 mila morti comprovati) e anzi i contagi registrano un consistente aumento. Ma per l’UE è più importante fermare i barchini di migranti che provare a sostenere realmente il Paese. Una scelta non solo eticamente immorale ma sbagliata anche dal punto di vista geopolitico. Lo scorso anno sono giunte 14 mila persone dalla Tunisia, nulla per un continente ricco di 430 milioni di abitanti e nulla anche per un Paese come l’Italia di 60 milioni. Programmare ingressi in Europa per ricerca occupazione fornirebbe ossigeno al Paese, eviterebbe le morti in mare e limiterebbe il potere dei trafficanti. Interventi di reale e paritaria cooperazione economica e di partenariato non fondato sul solito approccio coloniale, non solo potrebbero consentire di limitare i contagi nel Paese vicino e permettere una ripresa economica di cui beneficeremo tutti, ma segnerebbero una sconfitta per le proposte jahediste e islamiste che sovente realizzano un welfare religioso che sostituisce quello statale in cambio della dedizione. Non solo. Non è un mistero che dopo la situazione di stallo che si è creata in Libia e in Tunisia, Erdogan, dalla lontana ma non troppo Turchia, manifesta mire espansive. Ma chiedere all’UE di determinare una strategia forse è troppo.

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