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I giovani dopo Genova: ignorati e sorvegliati

di Francesca
Lacaita

Il “movimento dei movimenti” che animò le giornate di Genova vent’anni fa è stato innanzitutto un movimento di giovani. I meno giovani ovviamente c’erano anche loro, ma ad apparire erano sono perlopiù i ventenni. Furono soprattutto loro a subire la violenza istituzionale in piazza, alla scuola Diaz, alla caserma di Bolzaneto. Per la loro stessa numerosità, per il loro stesso protagonismo, i giovani rappresentavano contestazioni e istanze globali, intersezionali, come si dice oggi, e radicali, che toccavano sul vivo i nervi profondi di quel sistema che si andava consolidando dopo la fine della guerra fredda, e che, a sua volta, amava autorappresentarsi come promettente, ricco di opportunità, e “ineluttabile”. Si profilava cioè lo spettro di un’intera generazione contro il “sistema”, un po’ come era stato per il Sessantotto, quando i “contestatori”, sempre una minoranza, riuscirono comunque a segnare nei valori e nei comportamenti anche quei coetanei che contestatori non erano. La durezza della repressione mirava appunto a esorcizzare tale spettro, tanto più in Italia, dove il centrodestra trionfante alle elezioni del maggio di quell’anno pretendeva di agire a nome di tutto il Paese restringendo platealmente gli spazi di opposizione, mentre nel centrosinistra si era fatta strada l’idea che il sistema fosse infatti “ineluttabile”, e che non fosse possibile e nemmeno auspicabile volere cambiamenti senza l’auspicio della classe dirigente al potere.

Lungi dal morire a Genova, il movimento sarebbe proseguito in varie forme e in vari modi, avrebbe continuato a elaborare analisi e proposte, a esprimere figure rappresentative; le sue istanze sono oggi alla base della sinistra radicale globale, e ricevono attenzione persino da determinati settori del mainstream. E nemmeno i giovani si sono eclissati in Italia dopo la mattanza genovese; al contrario, hanno preso parte in tutti i movimenti di base che sono emersi in seguito, e anche oggi gli attuali ventenni costituiscono una presenza rilevante se non preponderante in Fridays for Future e altre realtà ecologiste, in Non Una di Meno, nei Gay Pride, nei movimenti antirazzisti, per i diritti dei migranti e delle “seconde generazioni”, nelle associazioni di volontariato, nelle manifestazioni anti-Salvini, ecc.

Tuttavia, se è certamente presente un attivismo giovanile, non si può dire che qui in Italia abbia una vita facile. La frammentazione del movimento negli anni dopo Genova ha senz’altro ridotto gli spazi di aggregazione e mobilitazione e ha fatto perdere la visione globale delle cose, con un inevitabile effetto demotivante per i più giovani. In assenza di un vero e proprio protagonismo giovanile, la loro partecipazione è motivata, com’è naturale, dalla propria soggettività, dalla propria esperienza vissuta, dai propri slanci e passioni. È però raro che la politica sappia accogliere e farsi carico di tali sensibilità. Anche a sinistra. La soggettività dei giovani viene interpretata come mancanza. Di preparazione, di esperienza, di visione globale, di coerenza, ecc. L’attacco sferrato a Genova contro i giovani quale simbolo di una generazione che avrebbe potuto contestare tutta l’ordine costituito ha avuto effetti senz’altro regressivi, anche a sinistra. “Loro vanno al Gay Pride [o ai Fridays for Future], ma dove sono quando i padroni licenziano?” si ringhia talvolta quando prevale un autocompiacimento disperato, crepuscolare e suicida. Ce ne sarebbero di soggettività, altro che solo quella giovanile, da ascoltare e da raccordare, per ritessere quel tessuto sfilacciato e lacerato chiamato sinistra – anche e soprattutto in quei luoghi del desiderio chiamati periferie.

Più in generale, è stato notevole l’impegno profuso per spezzare il rapporto fra i giovani e la politica radicale. Nemmeno dopo il movimento del 77 e gli anni di piombo si è lavorato tanto sui giovani per “integrarli”. Dopo Genova si è perfezionata nella politica e nei media mainstream la “costruzione” dei giovani come naturalmente affini al sistema che nasceva dalla globalizzazione e dalle “riforme”. Il “giovanilismo”, quale quello che ha accompagnato l’ascesa di Matteo Renzi e dei suoi sodali, ha sottolineato l’appartenenza alla classe sociale medio-alta come nemmeno ai tempi degli yuppies degli anni Ottanta, proprio per ribadire la promessa di successo a chi avesse saputo accettare il sistema e adattarvisi. Chi vi si opponeva non era solo collocato per mentalità nel Novecento, quindi considerato vecchio per definizione, ma, se era anagraficamente giovane, liquidato come marginale, emarginato, potenzialmente violento. Il giovane “antagonista” sarebbe diventato un potente spauracchio in Italia, ben più che in altri paesi. Riguardo alla scuola, si è cominciato a parlare di “emergenza educativa”, motivando così nel 2008 l’introduzione da parte della “giovane” ministra dell’istruzione Gelmini del cinque in condotta, che doveva nelle intenzioni segnalare che “la ricreazione è finita”. Anche l’“alternanza scuola lavoro”, come è uscita dalla Legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”, ha un chiaro senso “disciplinare” nell’enfasi sul lavoro “aziendale” e sulla valutazione – e non, ad esempio, sul contratto.

I giovani sono confinati in un perimento alquanto ristretto, perlopiù ignorati ma al tempo stesso sorvegliati, adulati purché e perché rimangano nel posto previsto per loro, osservati con inquietudine, fastidio o allarme se non ci rimangono. È comprensibile che la maggior parte di loro si rifugi generalmente nel silenzio, o si ritagli i propri spazi di attivismo sociale o politico. Sta a chi giovane non è più creare le condizioni per valorizzare al meglio il contributo di chi è nato dopo o è venuto dopo, riparando i danni inferti dalle manganellate di Genova.

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