editoriali

La sinistra liberale nel labirinto

di Franco
Ferrari

Luigi Manconi ha pubblicato ai primi di gennaio su Repubblica un commento dedicato alla “sinistra che amerebbe i dittatori”. La genericità dell’interlocutore “la sinistra” (solo in parte corretta da una successiva intervista all’Huffington Post) e la mancanza di riferimenti ad interventi specifici, se offre un vantaggio polemico, rischia di aprire una discussione su fantasmi più che tra posizioni politiche reali. Oltre a consentire di amalgamare posizioni e motivazioni tra loro diverse, meccanismo retorico che consente facili vittorie ma anche scarsa capacità di comprensione dei fenomeni.
Il mondo rappresentato da Manconi è molto semplice. Ci sono le democrazie e ci sono le autocrazie (o dittature). Le prime sono buone, le secondo sono cattive. Su che cosa si fondano le democrazie? Sui “valori” e le “regole”. Ora può succedere che coloro che vivono in “uno stato di stress e di dolore sociale”, possano essere attratti dalle seconde e allora occorrerà spiegare loro che in ogni caso nelle autocrazie si sta peggio. Per questo viene in soccorso la classica e scontata frase di Churchill per la quale “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre”. Ci si potrebbe chiedere quanto fosse democratica la “democrazia” che aveva in mente Churchill che faceva mitragliare gli indiani per difendere l’imperialismo britannico e, potendo, avrebbe usato lo stesso metodo anche nei confronti di qualsiasi operaio britannico che si opponesse allo sfruttamento padronale. (Gli interventi di Manconi sono reperibili sul suo profilo facebook).
Questa lettura semplificata e binaria del mondo, sembra del tutto debitoria a quella che vide nella caduta del blocco socialista la “fine della storia”. Ormai con la scomparsa dell’alternativa proposta dalla società sovietica e altre che avevano seguito (volenti o nolenti) lo stesso cammino, il capitalismo liberal-democratico era l’unica forma possibile della modernità, o post-modernità.
In forme più o meno velate questa interpretazione venne assunta da buona parte della sinistra maggioritaria nel mondo, e attorno ad essa si incamminò anche la trasformazione occhettiana del Partito Comunista. Il “capitalismo” come oggetto di analisi della realtà e punto di partenza dell’azione politica è scomparso dalla vista, nemmeno più occasionalmente nominato, dato che ormai non è più una delle forme possibili (storicamente determinata e quindi altrettanto storicamente superabile) bensì l’unica forma socioeconomica pensabile.
In questo modo però si è rimossa una questione chiave che pure era presente nella riflessione dei comunisti, ad esempio nel dibattito con Bobbio negli anni ’70 sulla “teoria marxista dello Stato”. Laddove il filosofo torinese difendeva la natura proceduralista della democrazia (le regole), da parte comunista, in particolare in un intervento di Ingrao su Rinascita (del 6 febbraio 1976, poi ripreso in “Masse e potere”, Editori Riuniti, 1977, pp. 223-237), si poneva l’accento su una visione più complessa della questione democratica.
Mentre non si respingeva la necessità di regole come elemento necessario di una democrazia, si evidenziava l’esistenza di una contraddizione irrisolta e irrisolvibile nelle società liberal-democratica che si basa sul modo di produzione capitalistico. Questione tutt’altro che nuova, per altro, già affrontata anche se non risolta in Marx.
Mentre la democrazia assume il principio dell’uguaglianza tra tutti i cittadini (e da un certo punto in avanti anche tra tutte le cittadine) come premessa ineliminabile, il capitalismo si fonda, in modo altrettanto ineliminabile, sulla disuguaglianza in termini di denaro e quindi di potere. Lo stesso Ingrao avanzava il classico esempio del confronto tra l’operaio della FIAT e il proprietario della FIAT. Questa tensione tra i due termini è stata parzialmente ridotta nel corso del ‘900 dall’azione del movimento operaio (anche comunista) e poi dai successivi movimenti sociali (femminismo innanzitutto). Non solo conquistando nuovi diritti democratici ma soprattutto riducendo le disparità di potere e ricchezza che sono di per sé continuamente riprodotti dal modo di produzione capitalistico.

La sinistra liberale ha interpretato il passaggio dell’89-91 come l’affermazione dell’approccio liberaldemocratico, al quale essa doveva integrarsi ideologicamente e politicamente. La realtà, ovvero la storia, è andata in un’altra direzione. La trasformazione del capitalismo nella sua forma neoliberista (di cui finanziarizzazione e globalizzazione sono elementi importanti ma non esclusivi) ha determinato progressivamente la divaricazione dei rapporti tra le classi sociali in termini di potere e di ricchezza. In questo modo si è resa più fragile la fondazione sociale dei processi democratici.
E questo conferma che la critica di parte comunista della visione meramente proceduralista della democrazia aveva un fondamento che non si può rimuovere. Che oggi in molte parti del mondo, Europa inclusa, ci sia un minore interesse per la democrazia è perché si sono indeboliti quei soggetti collettivi e quelle forme di azione conflittuale che avevano mutato in senso egualitario le condizioni sociali sottostanti alle procedure democratiche.

È dentro questa faglia che si inserisce l’ascesa di una nuova destra aggressiva e autoritaria, avanzata rispetto alla quale la risposta moralistico-predicatoria di Manconi (che possiamo assumere come espressione di una corrente più larga, anche se oggi non più egemone, presente nel campo della sinistra in generale) risulta totalmente insufficiente.
Se non si assume che la democrazia non è uno stato, alla quale si aderisce o meno sulla base dell’approvazione di “valori”, ma un processo alla quale si aderisce se si partecipa attivamente alla sua costruzione e al suo allargamento, a partire dalle sue fondamenta socio-economiche, è difficile definire una strategia adeguata al momento attuale.

Così come non si può analizzare il mondo come se le dittature o autocrazie, fossero tutte le stesse vacche nere nella notte buia. La Cina non è la Russia, la Russia non è l’Iran e il Venezuela non è nessuno dei paesi precedenti. Curioso che Manconi si definisca un “cocciuto storicista” (nell’intervista a Huffington Post), dove il suo “storicismo” sembra ridursi alla convinzione che oggi le cose vanno male ma domani andranno meglio. Mentre lo storicismo dovrebbe servire a comprendere le ragioni per le quali oggi vanno in questo modo e attraverso questa comprensione cogliere le possibilità concrete di azione per farle andare diversamente.
Un po’ di storicismo dovrebbe portare intanto a comprendere perché l’illusione di Fukuyama sulla “fine della storia”, accettata in buona parte dalla “sinistra liberale”, si sia dissolta. In molti paesi dopo l’89, le forze dominanti ma anche la spinta delle opinioni pubbliche, sembrava che portassero al trapianto del modello di Stato capitalista liberaldemocratico che veniva proposto dai paesi a capitalismo avanzato. Un modello che si pensava di applicare e imporre prescindendo dalla considerazione che esso non era frutto di una spinta interna e naturale del capitalismo, ma della pressione derivante dalle forze politiche, sociali e culturali che al capitalismo si erano, in modi diversi, opposti.

Da almeno una quindicina d’anni c’è stato un processo di arretramento dalle conquiste democratiche che ha attraversato, pur in modi diversi, sia “il giardino”, sia “la giungla” (per usare l’infelice metafora di Borrell) e oggi lo si vede ancora più chiaramente con la politica trumpiana e l’avanzata dell’estrema destra.
Nel dibattito con Bobbio, Ingrao respingeva l’utilizzo di una categoria generica come “dispotismo” dentro la quale incasellare lo stalinismo, perché riteneva che avrebbe reso più difficile individuare i problemi reali e le forme del suo superamento. Un processo trasformatore che, nella visione del dirigente comunista, doveva intrecciare più socialismo e più democrazia, non la seconda a discapito del primo, come riteneva inevitabile Bobbio. Si può rilevare che la prospettiva di Ingrao non si è storicamente realizzata, ma altrettanto si può dire che la concezione di Bobbio ha portato ad avere molti Stati nei quali non c’è né socialismo, né democrazia.
Inoltre, l’idea che Maduro e Khamenei vadano messi nello stesso sacco non regge né all’accuratezza dell’analisi, né alla ricerca delle prospettive politiche utili a risolvere i problemi e le contraddizioni che si sono determinate in questi come in altri paesi. Non è qui il caso di affrontare il tema, ma sembra evidente che in Iran siamo in presenza di una teocrazia reazionaria, basata su un capitalismo in buona misura oligarchico (dove l’oligarchia che gestisce le grandi Fondazioni è di natura politica piuttosto che privatistica), contro la quale è giusto sostenere le forze di opposizione democratiche, rifiutando contemporaneamente sia il ritorno di vecchi rottami monarchici, sia le interferenze dall’esterno.

Il Venezuela nasce come una rottura rispetto ad un assetto sociale che divideva la società tra un ceto medio-alto per lo più bianco (sufficientemente ampio in termini numerici grazie alle entrate garantite dal petrolio) e dall’esclusione anche violenta delle classi popolari (per lo più etnicamente non bianche). L’esperienza chavista ha provato a cambiare radicalmente i rapporti di classe mantenendo in vita un contesto di pluralismo politico e di democrazia elettorale. Nel tempo, anche per effetto delle sanzioni, c’è stata certamente una involuzione politica e sociale che la sinistra che ha sostenuto, giustamente, quel processo, non ha adeguatamente segnalato e criticato. Ma siamo in presenza di una storia e di una realtà profondamente diversa. In Iran occorre abbattere una teocrazia, in Venezuela si tratta di recuperare l’ispirazione originaria della rivoluzione bolivariana correggendone gli errori.
Va detto che, contestata la visione di fondo di Manconi, si deve anche riconoscere che alcune critiche hanno un fondamento a condizione che si chiarisca a quali tendenze e posizioni concrete esse facciano riferimento.
Ho già avuto modo di segnalare che, in quello che viene genericamente definito come “campismo”, vi siano posizioni che giustificano il sostegno di regimi reazionari e dittatoriali. È utile comprenderne anche le ragioni. Nella tendenza campista che ho sommariamente definito come di derivazione “m-l” è chiara la differenza tra il Venezuela e l’Iran, ad esempio. Mentre il primo è considerato un paese avviato su un percorso di trasformazione socialista (e quindi antimperialismo e anticapitalismo si intrecciano), l’Iran ha tutt’altro segno. Però si ritiene che, affinché il Venezuela possa proseguire la propria strada, dato il continuo e aggressivo tentativo degli Stati Uniti e di altri paesi di impedirglielo, la possibilità di appoggiarsi ad altri Stati che, pur di diversa natura sono comunque in contrasto con gli Stati Uniti, è considerato un fatto positivo. In qualche modo si interpreta, da sinistra, il ragionamento di Draghi (riferito nel suo caso a Erdogan): ci sono “dittatori utili”.
Questa impostazione va certamente criticata per più ragioni (sottovaluta il tema del rapporto democrazia-socialismo, impone ad un popolo di accettare una dittatura per venire incontro alle esigenze di un altro popolo, sottovaluta il fatto che i movimenti reazionari alla fine trovano sempre modo di convergere, ecc.) ma non si può negare che cerchi di rispondere ad un problema reale.

La seconda tendenza del “campismo” è quella che ho chiamato come “geopolitica” e che nell’impostazione di Manconi, sarebbe definibile come “populista”, ed effettivamente è un’area che è stata ed in parte è ancora, contigua elettoralmente al M5S soprattutto nella fase iniziale. Qui la logica statocentrica, denunciata anche da Bruno Montesano nel suo articolo di commento a Manconi (che segnalo e che introduce molti temi sui quali sarebbe interessante discutere, ma che renderebbe questo articolo troppo lungo), determina una doppia riduzione ideologica, la scollegando antimperialismo e anticapitalismo (assente) e poi la configurando l’antimperialismo in anti-americanismo o, ultimamente, anti-occidentalismo, si finisce per perdere per strada qualsiasi giudizio di merito sulla natura politica, sociale, ideologica dei diversi Stati.
Di fronte a queste posizioni è utile il dibattito e anche la polemica di merito, senza sottovalutare il fatto che esse pongono anche problemi reali benché le soluzioni prospettate risultino in genere errate o inadeguate. Ma il vero problema che ha di fronte a sé la sinistra, in presenza dell’ascesa di una destra sempre più aggressiva e autoritaria è innanzitutto di uscire proprio dal labirinto della “fine della storia”, rimettendo in campo una critica sociale e democratica al capitalismo e con essa una strategia di trasformazione sociale che sollecita la costruzione di un ampio schieramento di forze politiche sociali. Questa prospettiva non può crescere dentro lo scontro politico in contrasto alle nuove forme, più o meno annacquate, di fascismo.

Franco Ferrari

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