editoriali

Connessioni necessarie

di Giancarlo
Scotoni

A costo di rischiare di fornire una testimonianza strettamente personale, ristretta e poco meditata, credo che esprimere le mie prime riflessioni sull’esperienza dell’assemblea di Bologna possa avere senso in quanto parziale momento di restituzione, che viene comunque rafforzato dagli articoli di Franco Ferrari, di Stefano Galieni e di Alfonso Gianni.

Si tratta di impressioni e forse di qualche elemento di comprensione: infatti sono rimasto disorientato dalla quantità di informazione ricevuta in poco tempo. Per scusarmene cercherò almeno di evitare di comunicare sentimenti, esaltazione, compiacimenti.

Anticipo quello che mi sembra il nucleo centrale dei pensieri che mi girano in testa e cioè il nesso tra la parola convergenza e la parola connessione. Si tratta di termini che definiscono dei processi, un divenire e che si presentano dunque immediatamente con dei prima e dei dopo, con dei tanto e dei poco. Richiedono perciò di essere confrontati con altre grandezze per poter essere considerati eppure possiedono un grado di valutabilità autonomo.

Da mesi una serie di soggettività sta convergendo. Le principali si contano sulle dita di una mano, ma tutte le realtà interessate a questo spostamento sono innumerevoli, diverse, tutte essenziali. Se è possibile stabilire un nesso diretto tra questa convergenza e le mobilitazioni dell’estate, non è altrettanto facile stabilirlo tra la convergenza e l’ampiezza delle mobilitazioni dell’autunno e –a mio giudizio- il primo rischio sarebbe stato quello di tentare di trovare nessi semplici, una volta superato lo scoglio delle tentazioni di intestare il “successo” alla propria “linea” o a un “noi” che per essere troppo centrato su sé stesso potrebbe fondare un altro minoritarismo. Se lo scoglio è stato davvero evitato, è stata la varietà e la quantità delle voci a aiutare ma anche il lavoro di raccogliere, concentrare, restituire e infine la capacità di rivitalizzare e individuare un orizzonte politico e una riflessione organizzata. Il secondo rischio sarebbe stato quello di un esaurimento: a Bologna avrebbero potuto confrontarsi empasse diverse intendendo con questo termine percorsi ormai interrotti, punti di arrivo. Quest’ultimo rischio non può considerarsi alle nostre spalle, ma credo sia stato possibile leggere un percorso vitale nell’autorappresentazione di sé. Mi riferisco alla parola d’ordine del confederalismo democratico che per essere –di fatto- poco più di un riferimento ideale comunque fa parte di un tentativo di porsi i problemi dell’analisi e degli obiettivi che fanno comunque parte di una intenzionalità soggettiva.

E’ vero che è stato impossibile lasciarsi alle spalle la modalità del racconto e che ogni quattro minuti si sono susseguiti interventi che in parte si ripetevano; ma questo era inevitabile vista la diffusione ancora poco comunicante delle iniziative e delle lotte ed è stato bilanciato da una disponibilità all’ascolto che rivela una tensione soggettiva che non si è fatta scoraggiare e che a mio modo di vedere contiene la possibilità di superare quel livello di confronto in futuro. E ugualmente, ai miei occhi, gli interventi rituali sono stati pochi e ben distinguibili. Hanno prevalso il contatto, l’osmosi, l’attenzione reciproca e il rispetto tra realtà e esperienze diverse. Tutti venti favorevoli alla crescita e al rafforzamento.

Su questo non sono in grado di andare oltre e così passo a sottolineare che le “soggettività convergenti” erano ospiti del TPO che, come centro sociale, porta con sè una propria dimensione e connotazione. Queste possono e debbono essere oggetto di critica ma pure vanno rispettate come esperienze di permanenza e riproduzione di una dimensione conflittuale, ovvero quanto meno di resistenza indispensabile. Sono cariche di un proprio patrimonio di esperienze, linguaggi e punti di vista e soprattutto sono animate essenzialmente da giovan3 e giovanissim3. La presenza massiccia di giovan3 mi è sembrata una delle cifre fondamentali dell’assemblea.

So che scrivendo questo sto facendo una estrema riduzione; ma è la stessa ricchezza e complessità di spessore dell’assemblea/convegno di Bologna che me lo consente. Riduzione che comunque  non è priva di una giustificazione di fondo. Perchè penso che siano stati fatti passi avanti verso una ri-connessione necessaria.

Si scrive e si discute della melanconia come sindrome della “sinistra” e la questione meriterebbe di essere esplorata. Certo è che veniamo da una lunga, continuativa stagione di sconfitta che ha implicato ed è stata potenziata nei suoi effetti da una particolare indicibilità, da una grande difficoltà a ristabilire nessi comprensibili e trasmissibili tra le generazioni, afasie e reducismi . Le fratture ideologiche e politiche non sono certo cose nuove nella storia del movimento operaio e rivoluzionario; ma nel passato la permanenza delle figure sociali e dei loro conflitti è stata in grado di contribuire a sopperire agli errori, alle parzialità e alle carenze delle soggettività. La scomparsa di figure sociali forti rende l’attuale perdita di continuità critica più grave, minaccia di marginalizzare la tensione delle intenzioni collettive in professione di fede e in mutilata dimensione identitaria. Inoltre nella cancellazione della potenza del conflitto ha giocato il desiderio dei dominanti di renderne indicibile persino il ricordo.

Ma mi ha profondamente rinfrancato constatare l’attenzione e la considerazione con cui è stato accolto il discorso di Roberto Musacchio che nell’articolare un piano di obiettivi per l’oggi richiamava anche battaglie e assetti passati: nel richiamare la proposta della casa comune europea, sapeva rileggere figure come Brandt, Berlinguer, Gorbaciov come interpreti di una storia in cui il conflitto aveva cittadinanza. Si è trattato di un sobrio e alto richiamo alla necessità di riconnettersi alla storia, ben oltre la proposizione della tradizione o della suggestione identitaria. La consapevolezza della complessità e contradditorietà del nostro passato appare dunque possibile nella forma di un riattraversamento fatto di coraggio, di lucido riconoscimento dei fatti, e di fiducia nella forza dell’intelligenza. E’ una delle condizioni per ristabilire il senso di una continuità che alle nuove generazioni serve come il pane per assumerne in proprio luci e ombre.

Questo importante punto di vista è stato reso possibile da condizioni politiche collettive difese strenuamente e costruite con pazienza e tenacia nei lunghi anni trascorsi e anche questo va detto: non va dimenticato il lungo e difficile lavoro compiuto a vari livelli per mantenere un dibattito europeo nella sinistra, uno spazio di iniziativa politica nel nostro paese, e uno spazio di comunicazione e di circolazione del dibattito.

Ne sono testimonianza gli interventi di Roberto Morea per Stop Rearm e la sua dimensione europea, di Maurizio Acerbo per Rifondazione con la necessaria rivendicazione di un ruolo politico difficile ma fondamentale e di Elena Mazzoni che con la restituzione del tavolo 3 riafferma una presenza costante e preziosa. Completano il quadro della nostra presenza a Bologna i resoconti scritti degli interventi di Stefano Galieni e Roberto Rosso. Tutti interventi raccolti in un focus. Ma la medesima home page di oggi è nella sua interezza il risultato dell’impegno di tutte le altre compagne e compagni che con il dibattito, lo studio, la competenza e il lavoro hanno resa possibile la nostra presenza all’assemblea e dunque è anch’essa restituzione e contributo indispensabili.

Anche limitando il resoconto al nostro intorno più stretto, sarebbe necessario aggiungere molte e molti altri, trasformando queste righe in un opuscolo che sarebbe comunque insufficiente. Dobbiamo limitarci a proporvi la registrazione completa delle plenarie che si può trovare su you tube a questi indirizzi: https://www.youtube.com/live/fqLXSvi3gog?si=zFKxI2cYOY1Wn4TE https://www.youtube.com/live/ZfU6Qr-HVUI?si=HcHAuTdgVRbMscOK

La capacità di riconnettersi non è questione di concessioni o di rinuncia a discriminanti: la questione è essere in grado di tornare a porsi in una prospettiva storica, e dunque di vittoria possibile per i dominati, e di tornare a dimostrare in primo luogo a noi stessi che i vincoli liberamente assunti tra gli uguali per la lotta collettiva sono ancora utili alla potenza liberatrice degli oppressi.

Penso che a partire da un percorso di ricomposizione di intelligenza e iniziativa politica collettive quei processi relativi di convergenza e connessione che nominavo all’inizio possano trovare il metro condiviso di confronto con la realtà delle cose e ristabilire la possibilità di misurare collettivamente sconfitta e vittoria per tutte e per tutti.

Giancarlo Scotoni

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1 Commento. Nuovo commento

  • FRANCA RAPONI
    04/02/2026 16:32

    LA PROPRIETA’ PRIVATA è LA SCIAGURA DEI POPOLI, LO SANNO TUTTI MA HANNO PAURA , DOPO QUELLO CHE HA SUCCESSO A STALIN., MANCA IL CORAGGIO!

    Rispondi

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