Alle sette e mezza di sera, davanti al Parlamento di Tirana, la protesta comincia sempre nello stesso modo. Da ormai due mesi. Alcuni volontari arrivano, montano un piccolo palchetto, e sistemano un impianto audio abbastanza potente. Attorno, vengono disposte alcune sedie di plastica, riservate soprattutto alle persone anziane che ogni sera arrivano per ascoltare gli interventi e non riescono a stare in piedi, fermi, a lungo. È un gesto semplice, quasi ordinario, che si ripete da settimane e che proprio per questo racconta molto più di qualsiasi slogan. Prima ancora che una manifestazione, questa è diventata un’abitudine collettiva. Le persone iniziano ad arrivare, alcuni escono direttamente dal lavoro, altri arrivano con i figli, passeggini, altri ancora si fermano a salutare amici e conoscenti prima di raggiungere il Parlamento. Ci si dà appuntamento “alla protesta” come mi dicono le compagne che sono venuta a incontrare.
Mentre il palco prende forma, la piazza si riempie lentamente. Dall’altra parte della strada, puntuali, arrivano le auto delle varie televisioni che riprendono, ma le trasmissioni da noi arrivano poco.
Osservando la piazza per la prima volta si rimane colpiti soprattutto dalla sua composizione. Non è la manifestazione di una categoria sociale né quella di una generazione. Ci sono studenti e pensionati, lavoratori, famiglie con bambini piccoli, ragazze e ragazzi, uomini con il tradizionale qeleshe bianco. Le donne velate camminano accanto a ragazze in pantaloncini e maglietta, senza che nessuno sembri farci caso. Poco distante, lungo la stessa strada, convivono una moschea, una chiesa ortodossa e una chiesa cattolica, ricordando come l’Albania continui a essere uno dei luoghi in cui la pluralità religiosa rappresenta ancora un elemento ordinario del paesaggio urbano.
Sono proprio i dettagli, più ancora delle parole pronunciate dal palco, a raccontare la natura di questa protesta. Prima degli interventi parte l’inno nazionale e molte delle persone presenti lo ascoltano con una mano sul cuore.
In un angolo della piazza alcuni bambini, sorvegliati da adulti, colorano lunghi fogli di carta pieni di fenicotteri disegnati con pastelli e pennarelli. Attorno al palchetto dove si susseguono gli interventi, intervallati da applausi e slogan, un ragazzo continua a camminare attorno alla piazza portando sulla testa un enorme fenicottero gonfiabile da piscina. Lo fa senza fermarsi mai, quasi volesse assicurarsi che quel simbolo sia visibile da ogni punto della piazza.
Mi avvicino e gli chiedo perché abbia scelto proprio un fenicottero. Mi risponde dicendo che molti movimenti ambientalisti hanno adottato simboli di animali, e che i fenicotteri sono protagonisti del territorio che ha dato vita a tutto questo. È dal secondo giorno che lui, tutte le sere, porta in piazza sulla testa il suo fenicottero gonfiabile.
Per capire davvero che cosa stia accadendo ogni sera davanti al Parlamento di Tirana bisogna idealmente allontanarsi dalla capitale e percorrere circa centocinquanta chilometri verso sud, lungo una costa che negli ultimi anni è diventata uno dei principali laboratori del modello di sviluppo immaginato dal governo di Edi Rama. È una costa bellissima, ancora in gran parte incontaminata, dove il turismo di massa non ha ancora cancellato il rapporto tra le comunità locali e il territorio.
La laguna di Narta non è soltanto uno dei paesaggi naturali più preziosi dell’Albania. Fa parte dell’area protetta Vjosa-Narta, uno degli ecosistemi costieri più importanti dei Balcani, in cui convivono zone umide, dune, pinete e saline che rappresentano un punto fondamentale per la migrazione degli uccelli tra Europa e Africa. Ogni anno migliaia di fenicotteri rosa sostano o nidificano in queste acque basse, trasformando la laguna in uno dei simboli naturalistici del Paese.
Il governo di Edi Rama ha fatto del turismo internazionale uno dei pilastri della trasformazione economica dell’Albania. Da oltre un decennio il Paese viene presentato come la nuova frontiera del Mediterraneo: una costa ancora relativamente economica, paesaggi spettacolari, una legislazione favorevole agli investimenti e una crescita economica trainata dall’arrivo di grandi capitali stranieri. Il messaggio rivolto agli investitori è semplice: l’Albania è aperta agli affari, a cui aggiungere, sempre per bocca di Rama, e non ci sono sindacati.
È in questo contesto che prende forma il progetto destinato a cambiare il destino della laguna di Narta. Il fondo americano Affinity Partners, guidato da Jared Kushner, marito di Ivanka Trump e genero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, presenta un investimento miliardario destinato alla costruzione di un grande resort di lusso lungo la costa albanese. Per il governo è un’opportunità storica, capace di attrarre turismo internazionale di fascia alta e consolidare l’immagine dell’Albania come nuova destinazione esclusiva del Mediterraneo. Per molti, invece, rappresenta il simbolo di un modello economico che continua a privatizzare spazi pubblici e risorse naturali in nome della crescita.
Negli anni precedenti l’esecutivo aveva rafforzato la normativa sulle aree protette, presentandosi come promotore di una nuova attenzione verso il patrimonio ambientale albanese. Successivamente, però, la legislazione viene modificata introducendo deroghe che consentono la realizzazione di investimenti definiti “strategici” anche all’interno di territori precedentemente considerati non edificabili. Per gli oppositori quella modifica non è un semplice cambiamento tecnico, ma la dimostrazione che le regole possono essere riscritte ogni volta che un grande investitore lo richiede. Ci sarebbe da fare la battuta che “è stata fatta un’offerta che non poteva rifiutare”, visto che in tanti mi ripetono che Rama ha legami con la criminalità organizzata.
Intanto, mentre davanti al parlamento continuano gli interventi, dalla piazza Skanderbeg arriva un piccolo corteo. Le bandiere rosse con l’aquila bicipite attraversano il centro della capitale scandendo un’unica parola che, dopo poche ore, diventerà familiare anche per me che non parlo albanese: “Dorëheqje!”. Dimissioni. Anche un altro dettaglio continua a interrogarmi. Sul palchetto, accanto alla bandiera albanese, compare quella degli Stati Uniti. La sua presenza mi sembra paradossale. Proprio mentre migliaia di persone protestano contro un progetto immobiliare che vede coinvolti Jared Kushner e Ivanka Trump, simboli del capitalismo immobiliare globale, la bandiera degli Stati Uniti sventola accanto a quella albanese. Ho chiesto le ragioni di quella scelta e mi sono stati dati almeno due significati diversi: da una parte la gratitudine verso gli Stati Uniti per il loro ruolo durante la guerra del Kosovo (equiparando Nato e Usa peraltro); dall’altra la volontà di respingere le accuse del governo, che ha più volte tentato di descrivere la protesta come manovrata da interessi stranieri ostili all’Occidente, e quindi si esibisce il simbolo per eccellenza dell’occidinete… In più ci tengono a dirmi che sono contro Trump, non contro gli Usa.
Quando gli interventi terminano, un gruppo di persone con fenicotteri in dimensione reale, di polistirolo rosa, attaccati a manici di scope, prende la testa e parte il corteo che attraversa Tirana senza un percorso prestabilito. Nessuno sa esattamente quale strada percorrerà o dove finirà quella sera. E questo accade tutte le sere.
I fenicotteri sono ovunque: nei disegni dei bambini, nei cartelli, nei gonfiabili, nelle sagome portate in testa al corteo. Eppure mi accorgo presto che si parla sempre meno di uccelli e sempre più di democrazia, corruzione, disuguaglianze, beni comuni e futuro del Paese. E una domanda su tutte su quale modello di sviluppo si vuole per il paese, e per chi. Fioralba Duma, attivista della diaspora italo-albanese e della rivoluzione dei fenicotteri mi dice esplicitamente che Edi Rama vuole “tappezzare l’Albania di resort, in cui gli albanesi non lavoreranno perché prendere persone straniere da sfruttare, non potranno andarci in vacanza perché a prezzi proibitivi”.
In quella frase c’è tutta la critica al modello economico degli ultimi anni. I grandi investimenti vengono presentati come motore della crescita nazionale, ma una parte crescente della popolazione fatica a vedere ricadute concrete sulla propria condizione. I salari restano tra i più bassi d’Europa, migliaia di giovani continuano a emigrare ogni anno e l’accesso alla casa diventa sempre più difficile nelle aree interessate dalla speculazione immobiliare.
Fatos Lubonja, scrittore, attivista arrestato nel 1974 per associazione e propaganda contro il regime, rimasto in carcere fino al 1991, mi dice che si sente come il fenicottero che porta in corteo: a rischio espulsione dal proprio habitat a causa del capitalismo predatorio.
La laguna di Narta finisce così per assumere un valore che va ben oltre il suo straordinario patrimonio naturale. Diventa il luogo in cui si concentrano tutte le contraddizioni dell’Albania contemporanea: il rapporto tra capitale internazionale e comunità locali, tra sviluppo e diritti, tra investimenti esteri e sovranità democratica.
Anche in Italia la costruzione di grandi resort e complessi turistici di lusso sta generando conflitti simili, non di questa portata, con lo stesso silenzio mediatico però. Lungo la costa di Mogale (Ostuni) è in corso una battaglia, portata avanti da associazioni ambientaliste e da Rifondazione Comunista, oggi assunta anche dallo stesso governo della regione Puglia, contro il governo Meloni che ha aperto le porte alla holding internazionale Omnam Group (con soci e finanziatori israeliani) che ha investito nell’acquisizione di terreni a Ostuni tramite la società Merletto srl per la costruzione di un resort extralusso esclusivo per super ricchi. Tutta la costa pugliese ed anche l’entroterra sono in pericolo, con decine di progetti di super Resort.
Cambiano i contesti, cambiano gli attori economici, ma la domanda rimane sorprendentemente simile: chi decide il futuro di un territorio? Le comunità che lo abitano o i capitali che arrivano da fuori?
È probabilmente questa la ragione per cui la protesta di Narta riesce a parlare anche a chi vive lontano dalla laguna. Difendere i fenicotteri significa difendere un’idea diversa di sviluppo, nella quale il territorio non venga considerato semplicemente una merce da valorizzare sul mercato internazionale.
Non si discute più soltanto della laguna di Narta. Si comincia a discutere dell’Albania. E, inevitabilmente, di chi la governa.
I fenicotteri sono ovunque, nei cartelli, nei disegni dei bambini, nelle grandi sagome che aprono il corteo e nel gonfiabile che ormai è diventato quasi una mascotte della protesta. Ma quando si parla con i manifestanti il discorso prende rapidamente un’altra direzione.
Si parla di corruzione, oligarchie, costo della vita, salari, emigrazione dei giovani, concentrazione della ricchezza e qualità della democrazia. È come se la difesa di quell’ecosistema fosse stata soltanto la scintilla capace di accendere un malessere che covava da tempo e che aspettava soltanto un’occasione per manifestarsi.
Questo, probabilmente, è l’aspetto che rende la protesta così interessante. Se fosse rimasta una mobilitazione esclusivamente ambientalista, difficilmente avrebbe coinvolto migliaia di persone ogni sera per settimane. Invece la laguna è diventata il luogo simbolico in cui convergono esperienze molto diverse. I residenti difendono le proprie terre, gli ambientalisti denunciano la distruzione di un ecosistema unico, i giovani parlano di un Paese che continua a perdere una parte consistente della propria popolazione, mentre molti vedono nei grandi investimenti turistici l’ennesima conferma di un modello economico che promette sviluppo ma distribuisce benefici in modo sempre più diseguale.
L’Albania continua a crescere economicamente, ma è anche uno dei Paesi europei con il più alto tasso di emigrazione. Intere generazioni di giovani cercano lavoro in Germania, in Italia, in Grecia o nel Regno Unito. La diaspora albanese è ormai parte integrante della società e anche della protesta.
Diversi manifestanti mi raccontano che l’estate rappresenta una fase particolare, e guardano già a settembre, quando torneranno gli studenti e la mobilitazione tornerà a crescere nuovamente con il ritorno dei giovani.
In piazza incontro Arlind Qori, il portavoce di Lëvizja Bashkë, la cui traduzione è “movimento insieme”, che è un giovane movimento progressista che ha ottenuto l’1,55% alle scorse elezioni nel 2025, eleggendo Redi Muçi, docente e attivista, capolista nel distretto di Tirana.
Quando gli chiedo se la piazza si può definire “di sinistra” secondo i nostri canoni mi dice che non necessariamente, ma pur essendoci persone anche con idee diverse, oggi chiedono giustizia sociale, i beni comuni, il diritto a vivere nel proprio Paese, il rifiuto di un’economia costruita soltanto per chi ha denaro. Se guardiamo ai contenuti, allora sì, lo spirito della piazza è profondamente progressista.
Questa pluralità di piazza mi porta a chiedermi: come si trasforma una mobilitazione sociale in un cambiamento politico?
La richiesta di dimissioni del governo è fortissima. Molto meno chiaro è ciò che dovrebbe accadere dopo. La sfiducia nei confronti del Partito Socialista di Edi Rama è evidente, ma non è accompagnata da una fiducia corrispondente nell’opposizione tradizionale. Al contrario, molti manifestanti considerano anche il Partito Democratico e il suo leader storico Sali Berisha parte dello stesso sistema politico che ha governato l’Albania negli ultimi trent’anni. Uno degli slogan che mi traducono dice “Rama e Berisha in galera”. È il segno di una crisi che non riguarda un singolo governo, ma l’intera architettura della rappresentanza politica.
Ogni sera, il corteo lascia il Parlamento senza sapere quale strada percorrerà. Non esiste un itinerario fisso, così come non esiste ancora una strada politica chiaramente definita. Ma sarebbe un errore interpretare questa incertezza come una debolezza. Al contrario, è forse la dimostrazione che la protesta si trova ancora in una fase costituente, in cui la domanda di cambiamento ha già assunto una forma collettiva mentre la risposta politica è ancora tutta da costruire.
C’è un momento, durante i giorni trascorsi a Tirana, in cui mi rendo conto che sto cercando di interpretare questa protesta utilizzando categorie che appartengono più alla politica dell’Europa occidentale che ai Balcani. È una tentazione quasi inevitabile. Quando osserviamo un movimento sociale siamo portati a individuare immediatamente i suoi riferimenti ideologici, a capire se sia di destra o di sinistra, europeista o sovranista, ambientalista o sociale.
Tra tutte le conversazioni che ho avuto, però, ce n’è una che mi ha colpito.
Bora Mema, attivista di Lëvizja Bashkë cerca di spiegarmi una parola albanese che viene scritta a caratteri cubitali in mezzo alla strada: Besa.
All’inizio provo a tradurla come “fiducia”. Poi penso che significhi anche “onore”. Successivamente mi viene spiegato che potrebbe voler dire “parola data”. Ogni traduzione, però, risulta incompleta.
La Besa è qualcosa di più.
È un principio etico profondamente radicato nella cultura albanese, secondo il quale la parola data crea un obbligo morale che non può essere tradito. Significa assumersi la responsabilità di proteggere chi si è affidato a te, mantenere un impegno anche quando comporta un sacrificio personale, considerare l’ospitalità e la lealtà come valori superiori all’interesse individuale.
Per farmelo comprendere davvero, Bora non ricorre a una definizione teorica. Mi racconta una storia.
Durante l’occupazione nazifascista dei Balcani, centinaia di famiglie albanesi nascosero e protessero cittadini ebrei provenienti anche da altri Paesi europei. Lo fecero mettendo a rischio la propria vita e quella delle proprie famiglie. Quando la guerra terminò, l’Albania risultò essere uno dei pochissimi Paesi europei in cui il numero degli ebrei presenti era aumentato rispetto al periodo precedente all’occupazione. Molti storici attribuiscono proprio al principio della Besa una parte fondamentale di quella scelta collettiva di protezione e solidarietà.
Più di una persona mi dice che Edi Rama «ha tradito la Besa». Non si tratta soltanto di un’accusa di corruzione o di cattiva amministrazione. Il riferimento è molto più profondo. Significa sostenere che chi governa ha infranto il patto di fiducia che dovrebbe legare le istituzioni alla comunità nazionale.
È una categoria morale prima ancora che politica.
Ed è forse proprio qui che si trova una delle chiavi per comprendere la protesta.
In Italia siamo abituati a descrivere i conflitti sociali quasi esclusivamente attraverso categorie economiche o ideologiche. A Tirana, invece, la critica al modello neoliberale si intreccia continuamente con riferimenti culturali, storici e identitari. La difesa della laguna di Narta non viene percepita soltanto come una battaglia ecologista, ma come la difesa di qualcosa che appartiene all’intera comunità nazionale e che nessun governo avrebbe il diritto di alienare.
Può una protesta così ampia trasformarsi in una vera alternativa politica?
È un interrogativo che accompagna ogni conversazione e che nessuno prova a eludere. La piazza ha dimostrato di saper costruire partecipazione, solidarietà e consenso. Molto più complesso sarà trasformare quella energia in un progetto capace di modificare i rapporti di forza dentro le istituzioni.
È una sfida che non riguarda soltanto l’Albania.
In fondo è la stessa domanda che attraversa oggi gran parte della sinistra europea: come trasformare il malcontento sociale in un cambiamento politico duraturo, senza disperdere la ricchezza e la pluralità dei movimenti che lo hanno generato?
È da questa domanda che bisogna partire per comprendere perché la protesta dei fenicotteri non riguarda soltanto Tirana o la laguna di Narta. Riguarda il futuro della democrazia in un Paese candidato all’ingresso nell’Unione Europea e, in controluce, interroga anche il modo in cui l’Europa immagina il proprio sviluppo, il rapporto tra capitale e territorio e il significato stesso della partecipazione democratica.
Negli ultimi decenni gran parte delle forze progressiste europee hanno faticato a leggere il cambiamento delle società che pretendevano di rappresentare. In molti casi hanno accettato come inevitabile un modello di sviluppo fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla competizione tra territori per attrarre investimenti, sulla privatizzazione progressiva dei beni comuni e sulla riduzione del ruolo pubblico nella pianificazione economica. La crisi climatica e l’aumento delle disuguaglianze hanno mostrato tutti i limiti di quel paradigma, ma non hanno ancora prodotto una risposta politica all’altezza della sfida. Anzi, hanno spalancato le porte all’onda nera di destra che attraversa tutta l’Europa, e non solo.
È anche per questo che ciò che accade in Albania merita attenzione.
La protesta della laguna di Narta non nasce contro il turismo. Non nasce contro gli investimenti stranieri in quanto tali. Nasce contro un’idea di sviluppo che considera il territorio una risorsa da valorizzare esclusivamente attraverso il mercato, attribuendo alle comunità locali un ruolo sempre più marginale. È una critica che attraversa ormai molti Paesi europei. La ritroviamo nelle mobilitazioni contro la turistificazione delle grandi città, nelle lotte per il diritto all’abitare, nelle vertenze contro le grandi opere imposte dall’alto, nelle campagne per la difesa dell’acqua pubblica, delle foreste, delle coste e dell’agricoltura contadina.
In questo senso Narta non è un’eccezione balcanica. È una delle tante frontiere di un conflitto che riguarda l’intero continente.
La “rivoluzione dei fenicotteri” merita di essere osservata con attenzione. Non perché rappresenti già una rivoluzione compiuta, ma perché racconta una ricerca collettiva che attraversa molte società europee: quella di un nuovo equilibrio tra giustizia sociale, democrazia e tutela dei beni comuni.
Se riuscirà o meno a trasformarsi in un progetto politico capace di cambiare davvero il Paese, oggi nessuno può dirlo.
I fenicotteri non sono più soltanto gli abitanti di una laguna.
Sono diventati il simbolo di una domanda di futuro che nessun governo può permettersi di ignorare mentre nessuno sembra avere intenzione di smettere di camminare.
Anna Camposampiero