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Dal salario vitale al reddito universale? Il laboratorio cinese nell’era dell’intelligenza artificiale

di Herta
Manenti

Nell’estate del 2026 il dibattito sul futuro della distribuzione in Cina è improvvisamente uscito dagli ambienti specialistici per raggiungere una platea internazionale più ampia. L’intervento dell’economista Cai Fang sul passaggio dal salario minimo al salario vitale, accompagnato dalla proposta di estendere le garanzie sociali, rafforzare le pensioni di base non contributive e assumere il reddito universale come possibile riferimento teorico, ha riportato al centro una questione politica fondamentale: come garantire reddito, sicurezza sociale e dignità del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale?
La discussione è arrivata, incredibilmente, anche in Italia, grazie al contributo di Simone Pieranni, che ha sottolineato soprattutto la discontinuità rappresentata dal passaggio dal salario minimo al salario vitale, e successivamente a quello di Beppe Grillo, che ha presentato l’intervento di Cai Fang come un segnale dell’ingresso del reddito universale e della pensione non contributiva nel dibattito cinese sull’intelligenza artificiale. Entrambe le letture hanno avuto il merito di richiamare l’attenzione su un passaggio rilevante. Rimane però da ricostruire il processo teorico e istituzionale che lo ha reso possibile.
Il tema merita attenzione non soltanto perché riguarda una delle maggiori economie mondiali, ma perché investe contraddizioni destinate a presentarsi, con forme diverse, in tutti i sistemi industriali avanzati: automazione, trasformazione qualitativa del lavoro, concentrazione dei guadagni di produttività, frammentazione delle carriere e sostenibilità di sistemi di protezione sociale costruiti quando occupazione stabile, contribuzione e accesso ai diritti tendevano maggiormente a coincidere.
Limitarsi alle singole proposte di Cai Fang – salario vitale, pensioni non contributive, formazione permanente e protezione sociale più universale – rischia però di cogliere soltanto la superficie del fenomeno. Queste misure non sembrano costituire un episodio isolato né un’improvvisa conversione a un modello occidentale di welfare, ma devono essere lette come il punto di emersione di una riflessione maturata nel tempo intorno alla prosperità comune, alle nuove forme del lavoro e alle conseguenze sociali delle nuove forze produttive di qualità.
Questa impressione deriva anche dal confronto diretto con il dibattito cinese. Ancora nel novembre 2025, durante una conversazione privata con Wang Wen, direttore esecutivo dell’Istituto Chongyang per gli Studi Finanziari della Renmin University of China, il reddito universale appariva difficilmente conciliabile con il percorso della modernizzazione cinese. Le obiezioni riguardavano, ovviamente, la scala demografica del Paese, la sostenibilità finanziaria e, soprattutto, la centralità storicamente attribuita al lavoro come fondamento della distribuzione. Non si trattava, naturalmente, di una posizione ufficiale, ma di uno scambio che restituiva bene la distanza allora esistente fra il concetto di reddito di base universale (UBI) e l’orizzonte delle politiche concretamente praticabili.
A distanza di pochi mesi, il dibattito cinese sembra avere assunto una concretezza nuova e gli studi pubblicati sul tema si sono moltiplicati nell’accademia cinese. Ciò non significa che Pechino abbia deciso di introdurre un reddito universale, né che un simile esito sia già prevedibile. Significa che il rapporto fra lavoro, salario, protezione sociale e distribuzione dei guadagni tecnologici è ormai riconosciuto come problema teorico e istituzionale.
La vera posta in gioco non consiste dunque nello stabilire se la Cina adotterà un UBI in un futuro prossimo. Occorre piuttosto comprendere perché una prospettiva a lungo considerata poco compatibile con il suo modello di sviluppo sia oggi entrata nel campo delle ipotesi discutibili. A mio avviso, la risposta non va cercata in una conversione ideologica, ma nella trasformazione delle condizioni materiali della produzione. Quando l’aumento della produttività può separarsi dalla crescita dell’occupazione e della massa salariale, anche una teoria della distribuzione storicamente fondata sul lavoro è costretta a interrogarsi sui propri strumenti.

Hukou, distribuzione rurale e nuova cittadinanza sociale

Per comprendere la trasformazione in corso occorre richiamare brevemente il ruolo dello hukou, il sistema cinese di registrazione della residenza. Per decenni esso non ha rappresentato soltanto un’anagrafe della popolazione, ma anche il principale criterio attraverso cui veniva regolato l’accesso a istruzione, sanità, previdenza, edilizia pubblica e altri servizi fondamentali. In pratica, i diritti sociali dipendevano in larga misura dal luogo di registrazione amministrativa.
Il problema storico non era quindi l’esistenza dello hukou in sé, ma il fatto che milioni di lavoratori migranti, pur vivendo e lavorando nelle città, non potessero accedere automaticamente agli stessi servizi dei residenti registrati.
Le riforme approvate negli ultimi anni intervengono proprio su questo punto. Il principio oggi affermato è che i servizi pubblici fondamentali debbano essere garantiti sempre più nel luogo della residenza effettiva, mentre le risorse fiscali devono seguire la popolazione realmente presente. I diritti iniziano così a dipendere meno dal luogo di origine e sempre più dalla persona.
A mio avviso, è qui che la riforma dello hukou incontra il dibattito sul sostegno al reddito. Non perché sia stata concepita come preparazione a un futuro reddito universale, ma perché entrambi i processi sembrano muoversi nella stessa direzione: ridurre la dipendenza della protezione sociale da condizioni esterne alla persona, siano esse la registrazione territoriale o la continuità del rapporto di lavoro.
Questa evoluzione acquista un significato ancora maggiore se letta insieme alle forme di distribuzione già esistenti nelle campagne. In molte collettività rurali, infatti, i residenti partecipano ai rendimenti dei beni collettivi attraverso i dividendi collettivi (集体分红). Non si tratta di un reddito universale: tali dividendi dipendono dall’appartenenza alla comunità e dalla redditività del patrimonio comune. Essi dimostrano però che la distribuzione della ricchezza, in Cina, non è mai stata fondata esclusivamente sul salario.
Per questo motivo, il passaggio oggi in discussione appare particolarmente interessante. Da un lato si riduce il legame tra diritti sociali e appartenenza territoriale; dall’altro prende forma una riflessione su come redistribuire i benefici di una produttività sempre più alimentata dall’intelligenza artificiale, dalla conoscenza e dai beni collettivi.
Naturalmente non è possibile affermare che la Cina abbia scelto la strada del reddito universale. Mi sembra però legittimo osservare come questi processi concorrano a costruire una cittadinanza sociale progressivamente più universale, nella quale servizi, protezione e, forse in futuro, anche nuove forme di sostegno al reddito tendano a seguire la persona più che il luogo di registrazione o la posizione occupazionale.

Perché questo interessa l’Europa

Sarebbe un errore considerare il dibattito cinese una questione esclusivamente interna. L’accelerazione dell’intelligenza artificiale, la diffusione dell’automazione e la crescita di forme produttive fondate sui dati non appartengono a un singolo sistema economico. Sono processi globali che investiranno, con tempi e conseguenze differenti, anche le economie europee.
Per molti anni il confronto fra Europa e Cina si è concentrato sulla competizione industriale, commerciale e tecnologica. Oggi emerge un terreno diverso: come distribuire i benefici della quarta rivoluzione industriale quando il rapporto fra lavoro impiegato e valore prodotto tende a indebolirsi?
Anche l’Europa affronta l’invecchiamento della popolazione, la frammentazione delle carriere, il lavoro su piattaforma, la concentrazione dei profitti tecnologici e la crescente difficoltà dei sistemi contributivi nel proteggere chi alterna occupazione, disoccupazione, formazione e lavoro autonomo. Non è scontato, tuttavia, che la produttività europea stia già crescendo sistematicamente più dei salari in ogni settore e Paese: questa relazione dovrà essere documentata con dati distinti, evitando generalizzazioni. Il problema politico rimane comunque reale: una quota crescente del valore può essere appropriata attraverso la proprietà delle piattaforme, degli algoritmi, dei dati e delle infrastrutture digitali, senza trasformarsi automaticamente in salari più elevati o in maggiore sicurezza sociale.
Ciò non significa rinunciare alla centralità del lavoro. Al contrario, la proposta di Cai Fang sul salario vitale riafferma che chi lavora deve ricevere una remunerazione sufficiente a condurre una vita dignitosa. Ma il salario vitale, da solo, non risolve la questione di chi perde il lavoro, di chi alterna periodi di impiego e inattività o di chi svolge attività socialmente necessarie che il mercato non remunera adeguatamente.
La domanda diventa allora duplice: come rafforzare il salario e il potere contrattuale del lavoro esistente? Come distribuire i guadagni di produttività che non transitano più automaticamente attraverso l’occupazione?
Per lungo tempo il dibattito europeo sull’UBI è rimasto diviso fra un’interpretazione emancipatrice e una neoliberale. Nella prima, il reddito di base rafforza l’autonomia della persona e il potere contrattuale del lavoro; nella seconda, rischia di diventare un trasferimento minimo destinato a sostituire servizi pubblici, salari adeguati e protezione collettiva. Questa ambivalenza non deve essere rimossa.
Il dibattito cinese offre però un diverso punto d’osservazione. Non sembra partire dall’adesione astratta a un modello, ma dalla domanda sulla sua fattibilità e sulla sua funzione in una determinata fase dello sviluppo. Salario vitale, pensione non contributiva, protezione sociale universale e reddito di base vengono discussi come strumenti differenti, eventualmente complementari, all’interno di una trasformazione più generale del rapporto fra lavoro e distribuzione.
Per la sinistra europea il punto non è quindi imitare la Cina. È recuperare la capacità di porre domande che la difesa, pur necessaria, degli istituti novecenteschi non esaurisce. Salario minimo, contrattazione collettiva, welfare pubblico e tutela del lavoro subordinato rimangono obiettivi irrinunciabili. Ma occorre domandarsi se siano sufficienti a governare una fase in cui il lavoro stabile rischia di non essere più la condizione universale di accesso al reddito e ai diritti.
La Cina non è il modello: è un laboratorio avanzato che dobbiamo osservare con grande attenzione. Il suo interesse consiste nella rapidità con cui alcune contraddizioni diventano visibili e vengono trasferite sul terreno della sperimentazione istituzionale. Osservarlo significa fare un salto di qualità nel rapporto con la Cina e riconoscere che, per la prima volta, alcune trasformazioni possono manifestarsi lì prima che in Europa.
Le proposte di Cai Fang, il dibattito giuridico sviluppato da Wang Jian e la riforma dell’infrastruttura sociale legata allo hukou mostrano che il rapporto fra salario, lavoro, sicurezza sociale e distribuzione della ricchezza è una questione aperta e centrale per la governance cinese.
Per oltre quarant’anni la modernizzazione cinese ha potuto fondarsi sull’espansione dell’occupazione, sull’industrializzazione e sull’aumento dei redditi da lavoro. L’intelligenza artificiale e le nuove forze produttive di qualità modificano progressivamente questa premessa: la produttività può crescere senza che occupazione e massa salariale aumentino nella stessa proporzione.
Il salario vitale costituisce la prima risposta: impedire che la modernizzazione tecnologica si accompagni a un lavoro incapace di garantire una vita dignitosa. La protezione sociale universale, la pensione non contributiva e il dibattito sull’UBI aprono invece una domanda ulteriore: come proteggere la persona quando l’occupazione diventa meno continua e meno capace di distribuire da sola i risultati della produttività?
La riforma dello hukou interviene su un altro piano, ma coerente con questa trasformazione: rende gradualmente meno rigido il rapporto fra registrazione locale e accesso ai diritti, accrescendo il peso della residenza effettiva, della portabilità e della responsabilità fiscale verso la popolazione realmente presente.
Il punto di arrivo rimane aperto. La Cina potrebbe scegliere strumenti diversi da un UBI immaginato in Occidente: forse lo definiremmo un «UBI con caratteristiche cinesi», composto da pensioni universali, trasferimenti per categorie lavorative, rafforzamento dei servizi fondamentali universali, dividendi collettivi o combinazioni di queste misure. La specifica forma istituzionale dipenderà dalla sostenibilità fiscale, dalla demografia, dall’evoluzione dell’occupazione e dagli esiti della sperimentazione, secondo quel pragmatismo severo e quella capacità di programmazione a cui la Cina ci ha abituato.
Se in passato il tema era come creare abbastanza lavoro, oggi si tratta di come distribuire equamente una ricchezza sempre più prodotta dall’intelligenza artificiale, dalla conoscenza collettiva e dalle infrastrutture tecnologiche, mantenendo al tempo stesso la coesione sociale di una nazione-continente con una popolazione di quasi un miliardo e mezzo di cittadini.
Questa riflessione richiama un dibattito più ampio sul rapporto tra intelligenza artificiale, conoscenza e distribuzione della ricchezza. Sergey Bodrunov, economista russo che ha sviluppato la teoria della Noonomia, sostiene che, in una fase in cui la conoscenza condivisa tende progressivamente a sostituire il lavoro materiale come principale fattore produttivo, anche le categorie tradizionali della distribuzione siano destinate a essere ripensate. Non si tratta, naturalmente, di una teoria coincidente con la modernizzazione cinese; tuttavia, emergono alcune affinità tra la sua riflessione e quanto il governo cinese sta concretamente sperimentando. Mi sembra però interessante rilevare come, nonostante le tensioni internazionali e pur muovendo da percorsi storici differenti, le due riflessioni convergano sulla stessa domanda: come distribuire i benefici di una produttività sempre più generata da conoscenza, automazione e intelligenza artificiale?
In un precedente contributo pubblicato su Transform!, dedicato alla Noonomia, avevo osservato come la distribuzione dei dividendi della rivoluzione tecnologica potesse diventare uno dei principali terreni di cooperazione internazionale del XXI secolo. Questa riflessione prosegue nel mio contributo destinato al secondo volume dell’Anthology of Noonomy, in corso di pubblicazione nella collana Studies in Critical Social Sciences di Brill. In quel testo avevo lasciato aperta l’ipotesi che la redistribuzione dei dividendi tecnologici, e in particolare il dibattito sul reddito di base, potessero diventare un terreno di cooperazione tra Europa, Cina e Russia nonostante la crescente frammentazione geopolitica.
La stessa questione era al centro del mio intervento al Mingde Strategic Dialogue 2025, organizzato a Pechino dalla Renmin University of China, dal Chongyang Institute for Financial Studies e dalla Global Leadership Academy. In quella sede avevo proposto l’UBI non soltanto come misura assistenziale, ma come possibile piattaforma di dialogo tra Cina, Europa e Russia, capace di tradurre in strumenti concreti il principio secondo cui tutti dovrebbero poter partecipare ai risultati di una produzione sempre più fondata sull’intelligenza collettiva. Il fatto che l’intervento sia stato successivamente rielaborato e pubblicato dagli organizzatori suggerisce che la questione incontrasse una riflessione già presente nel dibattito cinese. Il confronto apertosi oggi attorno al salario vitale, alla protezione sociale universale e al reddito di base rende quella prospettiva più concreta.
La vera domanda non è quindi se la Cina introdurrà il reddito universale. È se una teoria della distribuzione costruita prevalentemente intorno al lavoro possa rimanere adeguata quando una parte crescente della ricchezza viene prodotta da sistemi intelligenti.
È su questo terreno che il laboratorio cinese merita di essere osservato: non perché disponga già di risposte definitive, ma perché sta cominciando ad affrontare una contraddizione destinata a ridefinire il rapporto fra lavoro, salario, produttività e cittadinanza sociale nel XXI secolo.

Herta Manenti

Bibliografia 

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