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La memoria di una giornata

di Stefano
Galieni

Ci sono luoghi in Italia, dove i danni e le sofferenze imposti dal regime fascista, dalle leggi razziali e poi dalle deportazioni, assumono una dimensione particolare. Al confine orientale, da Trieste a Gorizia e Udine, zone in cui la frontiera non è mai stata stabile, anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale, questa tragedia si percepisce ancora, nelle lapidi, in macerie, in tracce pompose di vittorie e del ricordo triste di sconfitte militari ma, soprattutto nel ricordo delle generazioni più anziane che lentamente stanno scomparendo. Non si parla mai con leggerezza di quel periodo, ti senti sbattere in faccia un “Io so”, “Io c’ero” che pesa come un macigno, che non ammette repliche o risposte, da cui non si sfugge e che non si può rimuovere. Lo dicono anche le pietre e le tracce resteranno probabilmente indelebili, indipendentemente dal passare delle generazioni.

Un preambolo necessario per raccontare una vicenda tanto collettiva quanto personale, di quelle che segnano e non si rimuovono facilmente, che demarcano anche nella loro apparente semplicità innocua, un prima da un dopo. Nei giorni immediatamente successivi alla Giornata della Memoria, 15 anni fa, ad un gruppo di attiviste e attivisti dell’antirazzismo friulano venne in mente una idea di forte impatto emotivo. Si stavano ultimando in quei giorni i lavori per la realizzazione di un Centro di Permanenza Temporanea (oggi li chiamano CPR), strutture pensate con la legge Turco Napolitano e poi rese ancora più pesanti dalle modifiche introdotte con la Bossi Fini.

Il centro sarebbe stato aperto di lì a poco, ma allora non potevamo saperlo; problemi con le gare di assegnazione dell’appalto e le nostre proteste rallentarono i lavori. Sarebbe sorta nell’ex caserma Ugo Polonio, dal nome di un ufficiale ultra nazionalista dell’esercito italiano che combatté e cadde durante la Prima guerra mondiale e il cui esempio venne a lungo utilizzato dal regime fascista. La caserma era un tetro quadrilatero rimasto abbandonato per anni a cui si stava per dare, purtroppo, nuova vita. Prima di chiudere finì al centro dell’attenzione mediatica perché venne scoperto, al suo interno, un gruppo di militari che aveva formato un gruppo accomunato dal fervore anticomunista.

L’ex caserma, dal muro grigio sorge nella periferia di uno dei paesini dell’Isontino, Gradisca D’Isonzo, in provincia di Gorizia, uno dei tanti luoghi quieti circondati da una natura aspra.

Ma con la minaccia dell’apertura del centro, gli attivisti locali si ritrovarono ad incrociare tre questioni accomunati dal presente come dal passato. Le nuove migrazioni, i tentativi di bruciare la frontiera orientale per entrare in Italia, il passato fascista e nazista di quei confini, il cupo dramma dei “cancellati”, uomini e donne cresciuti in Slovenia ma provenienti da altri Stati dell’ex Jugoslavia, che al momento dello smembramento del Paese si ritrovarono privi di cittadinanza e con essa di diritti, documenti, espropriati di proprietà e identità. Ci ritrovammo a Gradisca in tanti, chi, come me, proveniente da altre regioni, chi da oltre confine, chi, infine dal Paese. Il corteo che venne organizzato era la rappresentazione plastica di questo mosaico, composto da generazioni diverse ma con la stessa, identica determinazione.

E qui il ricordo si fa personale, forse anche intimo come può essere qualcosa che poi diviene profondamente politico. Mentre camminavamo, fra ragazzi con il passamontagna arcobaleno, bandiere rosse e volti di ogni tipo, alcuni dei quali segnati dal passato, cominciai a tentare di comprendere meglio le storie dei singoli. Perché erano lì? C’erano cittadine e cittadini comuni, incuriositi e non spaventati dalla molteplicità dei volti ma che guardavano con diffidenza gli uomini, tanti, in divisa e manganello d’ordinanza, sindacalisti, amministratori locali dei comuni vicini con tanto di fascia tricolore, esponenti di associazioni e di movimenti di base, anarchici pronti al confronto anche fisico – che poi puntualmente si verificò al ritorno – un paio di sacerdoti, ma, soprattutto, un consistente nucleo di anziani.

Camminavano a fatica ma determinati, silenziosi anche fra di loro, quasi estranei al mondo circostante come presenze irreali in quel turbinio di slogan, rumori, risate e grida.

Arrivammo alla meta, rovine dall’aria cupa che oggi non saprei neanche ritrovare. Mi spiegarono, le compagne e i compagni della zona che si trattava dei resti di un campo di smistamento per ebrei, slavi, detenuti politici e altre “categorie di persone” che, nel ventennio che ancora oggi qualcuno vorrebbe celebrare come storia gloriosa, venivano trattenuti il tempo necessario per il trasferimento verso luoghi che riecheggiano nella memoria: Treblinka, Auschwittz, Mathausen, Dachau.

Un campo gestito da fascisti italiani – altro che brava gente – e che non obbedivano per paura agli alti comandi nazisti ma ne erano complici.

Rastrellamenti che nei primi anni Quaranta erano all’ordine del giorno, persone da prendere con ogni mezzo, possibilmente vive per mandare braccia al reich. Erano passati tanti anni ma quelle rovine incutevano ancora paura. Emanavano sofferenza, sudore, un tanfo mortifero, frutto certamente di una percezione amplificata dai racconti, ma che diventava sentimento comune, che portava tutti a parlare a bassa voce, a guardarsi con l’aria smarrita e a tratti persa.

Intervenne uno dei “cancellati” un uomo di età indefinibile ma dal volto e dalle mani segnate. Parlò prima in sloveno e poi in italiano, frasi di calore per noi che eravamo lì ma dure come sassi quando raccontava dei suoi simili travolti da un’altra guerra di cui ancora le tracce erano impresse sulla carne viva. Tornammo indietro poi lentamente, gettando ogni tanto lo sguardo su quelle cupe rovine. In poche centinaia di metri quadrati era concentrata la Storia di un continente, il suo buco nero, la scelta era fra guardare dentro e volgere lo sguardo da un’altra parte, in attesa di tornare a casa per dimenticare. Impiegammo una ventina di minuti per raggiungere l’ex caserma dove, di lì a poco sarebbe sorto un centro destinato a rinchiudere altri corpi. Certo con maggiore ipocrisia e con in testa dei legislatori un disegno solo apparentemente più umano. Sarebbe stato uno dei tanti luoghi in cui rinchiudere chi non era degno, per un pezzo di carta, per i tratti somatici, per una storia troppo complessa da poter giustificare una protezione o l’asilo politico, insomma per essere accettati nel consesso dei privilegiati aventi diritto a godere della “civile e opulenta Europa”. Uno dei tanti luoghi in cui rinchiudere, come diciamo spesso le persone non per cosa hanno commesso ma semplicemente perché esistono e hanno deciso di andare in un luogo a loro precluso. Una ragione per cui vanno rinchiusi, identificati e rispediti indietro. C’è una linea sottile, un confine infido che rimanda al passato e che in fondo porta, chi firma i rimpatri, le espulsioni, i trattenimenti, a chi li esegue e li rende più cruenti, a chi disegna quelle gabbie per zoo umani e a chi ne gestisce l’ordinaria amministrazione, ad un unico assunto. Ci sono persone che sono “meno persone” di altre. Si fa presto a sentirsi giustificati quando si disumanizza l’altro e lo si rende oggetto (non soggetto) alieno da considerare eternamente subalterno, inferiore, poco importante.

Sotto le mura, come ormai consueto ad ogni manifestazione, ci fu chi fece esplodere la propria indignazione con innocui petardi e chi, in nome del law and order fece partire le cariche facendo fioccare le manganellate. Sparirono le fasce tricolori, le presenze più “moderate” del corteo, rimasero i passamontagna arcobaleno, gli anarchici e le bandiere rosse. Durò tutto pochi minuti, non c’erano le forze per resistere e dovemmo tornare indietro evitando qualche agente troppo zelante o troppo preso dal proprio furore.

E fu in quella occasione, indimenticabile, che mi accorsi di come “gli anziani” o almeno parte di loro, erano rimasti in strada, non se ne erano andati. Senza partecipare agli scontri ovviamente, ma ci osservavano con un misto di simpatia e diffidenza. Riuscii a rompere il ghiaccio con uno di loro, chiedendogli due parole, da giornalista. “Perché sono qua? – mi disse con una faccia torva – perché mi ricordo quello che accadeva di là. Semplice no?” indicando la strada che portava ai resti del campo fascista. “Ho visto quello e non lo voglio più vedere. E voi dovete impedire che ricapiti” concluse secco sorridendomi appena.

Ce ne andammo, ognuno per la sua strada. Sono tornato tante volte davanti a quel maledetto centro di detenzione che negli anni ha cambiato nome senza mai cambiare faccia. Lo hanno riaperto in piena pandemia e già due persone ci hanno trovato la morte, in circostanze ancora da chiarire.

Su quella frontiera è tornata, o forse non si è mai interrotta, una guerra silenziosa. Uomini, donne, spesso bambini, si incamminano o si muovono con mezzi di fortuna, partendo dall’Asia Sud Orientale o dal Vicino Oriente, per affrontare quella che è ormai nota come la Balkan route (la rotta balcanica). Un viaggio lungo, forse meno rischioso rispetto a chi parte dalla Libia o dalla Tunisia via mare, ma pieno di insidie e di sofferenze. L’ex Jugoslavia è ormai frantumata in 7 Stati, ovvero sette frontiere, una più pericolosa dell’altra dove i nazionalismi hanno prodotto filo spinato, milizie che vanno a caccia dei fuggitivi con cani da guardia, bastonate e stupri, persone costrette a dormire all’aperto in attesa che qualcuno o qualcosa intervenga. Per chi arriva a Udine, Trieste, Gorizia, per citare le città italiane note, il destino riserba in gran parte dei casi un respingimento verso la Slovenia, da qui verso la Croazia e poi la Bosnia dove la corsa riprende, con meno soldi, meno energie e meno sopravvissuti. Il governo italiano è stato recentemente condannato per tale pratica illegittima, l’UE ha elargito pochi spiccioli al governo bosniaco, che peraltro neanche ha il controllo dell’intero territorio, con l’unico scopo di trattenere i fuggitivi. E i campi, non di lavoro ma di respingimento, proliferano in tutta la rotta, servono per smistare, le loro condizioni determinano chi si salva e chi soccombe.

E leggendo le cronache di questi giorni mi tornano in mente e provo vergogna, non solo indignazione, dell’anziano incontrato tanti anni fa.

Non siamo riusciti ad impedire che ancora accadesse.

 

Vittorio Agnoletto per la campagna Right to cure
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