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La Linke resta in gioco, Graz diventa rossa

di Franco
Ferrari

Fine settimana di scadenze elettorali in vari Paesi europei, come avevamo anticipato nel “pastone” della scorsa settimana. Alla luce dei risultati vale la pena di riprendere e aggiornare qualche considerazione aggiungendo a quelle realtà come la Germania, l’Islanda e l’Austria già affrontate la scorsa settimana anche il Portogallo, dove si è votato per le amministrazioni locali, e un accenno alla situazione francese in avvicinamento al voto del 2022, con un quadro politico in perenne evoluzione.

Germania: la Linke si salva per un soffio mentre la CDU senza Merkel perde il primato

L’esito elettorale tedesco può essere letto in vari modi. Per un verso si registra uno spostamento verso il fronte progressista con il crollo della CDU-CSU, l’arretramento dell’AfD, la tenuta dei liberali e l’ascesa di SPD e Verdi. Potremmo considerarla l’interpretazione ottimista. Per i fautori della convergenza al centro e di un’alternanza morbida che non metta in discussione gli interessi dei potentati economico-finanziari (vedi Cazzullo sul Corriere della Sera) si valorizza il calo dei partiti considerati anti-establishment a destra ma soprattutto a sinistra, con la sconfitta della Linke.

Entrambe le valutazioni contengono una parte di verità. Una parte degli elettori della Merkel hanno ritenuto che alla fine, con i tutti i suoi limiti, l’opzione socialdemocratica consentisse di tenere l’asse fondamentale delle politiche della Cancelliera uscente con qualche maggiore apertura su temi sociali (aumento del salario minimo, limitato incremento della tassazione dei ricchi) o ambientali (una ristrutturazione più ecologica dell’industria) senza grandi scosse.

Ora si aprono i giochi delle trattative che non sono di certo facili perché in genere si chiudono attorno a documenti molto dettagliati che devono tenere insieme promesse elettorali non del tutto coincidenti. I liberali, che sono disponibili a partecipare a coalizioni di governo sia con la CDU (a cui sono più affini) sia con l’SPD, ripropongono i tradizionali mantra liberisti (meno tasse, meno Stato, niente lacci e lacciuoli per le imprese, bilancio in pareggio e così via). L’SPD è un po’ sospesa tra un partito che si è spostato a sinistra, come ha dimostrato l’ultima elezione della coppia di leader, ma ha scelto un candidato alla Cancelleria che si colloca decisamente a destra nello scenario interno. La visione di Scholz è quella di un liberismo più morbido e adattato ad un contesto più complicato ma resta sempre ancorata a quel paradigma.

I Verdi non hanno mai escluso un’intesa coi democristiani ma certamente possono trovare qualche affinità in più con l’SPD. Punteranno necessariamente a qualche misura più radicale sulle questioni ambientali che sono il loro “core business”, ma faranno prova di grande realismo su tutto il resto.

Cambierà molto o cambierà poco in caso si arrivi effettivamente alla coalizione “semaforo” (SPD, Verdi, Liberali)? Difficile aspettarsi grandi scossoni. Presumibilmente varrà per Olaf (Schulz) il consiglio che un altro gran cancelliere dava al suo autista nel racconto manzoniano: “Adelante, Pedro, si puedes. Adelante, con juicio”.

Per la Linke si è confermata la debolezza di cui parlavamo la scorsa settimana, accentuata da uno spostamento dell’ultimo minuto in direzione di un possibile “voto utile” che è probabilmente andato a beneficio dell’SPD e che pure avevamo messo in conto, sette giorni fa, come un pericolo insidioso. Il partito della sinistra tedesca resta rappresentato nel Bundestag grazie alla conquista di tre mandati diretti nella parte orientale del Paese (due a Berlino, uno a Lipsia). Aver evitato l’esclusione è un dato importante perché può consentire al partito di affrontare con più calma un processo non facile di ridefinizione della propria strategia politica e del proprio profilo identitario. Il rischio di una frammentazione resta presente, d’altra parte la PDS prima e la Linke poi sono sempre stati attraversati da divergenze importanti che non hanno portato a deflagrazioni che avrebbero un impatto molto negativo non solo sulla sinistra tedesca ma anche su quella europea.

Se si inquadra la situazione della Linke in una dimensione storica occorre ricordare che la presenza della sinistra radicale nel Parlamento tedesco (occidentale evidentemente) è stata l’eccezione piuttosto che la regola. La KPD, il Partito Comunista Tedesco, fu presente solo nell’immediato dopoguerra, ma non resse all’introduzione della soglia di sbarramento del 5% e poi fu anche messo fuori legge dalla Corte Costituzionale. I Verdi furono inizialmente un partito alternativo e riuscirono a rompere il tradizionale assetto politico dei “due partiti e mezzo” (democristiani, socialdemocratici e liberali), ma si sono poi trasformati e consolidati come partito di ceto medio, una formazione liberal-ecologista.

Lo spazio conquistato dalla Linke è stato possibile per effetto di alcune condizioni inedite. La prima fornita dalla unificazione-annessione dell’ex Germania est che una parte importante dell’elettorato ha subito sia per le sue conseguenze socio-economiche sia per la sua dimensione identitaria. La seconda dal netto spostamento a destra dell’SPD che ha portato all’emergere di un’ampia area di dissenso politico-sindacale che ha partecipato alla formazione della Linke. Questi elementi che hanno definito la “struttura di opportunità” per la sinistra tedesca si sono in parte modificati e oggi pesano meno. Ma dobbiamo mettere sul piatto della bilancia anche alcuni dati che lasciano aperta la possibilità di iniziativa. Un governo “semaforo” difficilmente potrà fare scelte incisive per migliorare la condizione sociale di quella parte di ceti popolari che hanno visto peggiorare la loro condizione per una serie di decisioni politiche ed economiche compiute negli ultimi decenni da SPD e CDU (precarietà del lavoro coi mini-job, riduzione del welfare state, mercatizzazione di beni essenziali come la casa). Così come l’arretramento dell’estrema destra populista, che pure resta molto insediata e insidiosa all’est, dovrebbe aprire uno spazio per una rappresentanza dei “perdenti” dell’unificazione che non li chiuda nel ghetto xenofobo e rancoroso dell’AfD.

Islanda: cresce il Centro ma la “strana maggioranza” potrebbe sopravvivere al calo della sinistra

Due sono gli elementi emersi dal voto dell’isola scandinava che hanno modificato il quadro previsto dai sondaggi. Il più rilevante è la conferma di una maggioranza in parlamento per la “strana coalizione” che ha governato negli ultimi anni, nella quale sono confluiti un partito conservatore (“dell’Indipendenza”), il Partito del Centro e il Movimento Sinistra Verde. Una combinazione frutto delle specificità storiche dell’Islanda, caratterizzata da una fluidità delle relazioni tra partiti politici non fissati in un blocco borghese e in un blocco operaio e dalla presenza di un forte partito comunista (dal nome di “Alleanza Popolare”) che ha partecipato in diverse occasioni a variegate coalizioni di governo.

Dei tre partiti, guidati da Katrin Jocobsdottir della Sinistra Verde, chi ha goduto di un successo clamoroso e inaspettato sono stati i centristi. I conservatori hanno mantenuto le loro posizioni che sono però molto lontane dalle vette di consenso di cui hanno beneficiato per tutto il dopoguerra. Il Movimento della Jacobsdottir ha avuto una flessione significativa anche se ha fatto registrare una certa ripresa nella fase terminale della campagna elettorale che ha ridotto i danni preventivati. Può quindi sperare in una riedizione della maggioranza uscente ma con equilibri interni più spostati verso il centro. Non è detto che questi nuovi rapporti di forza siano realmente favorevoli per il Movimento.

Mentre complessivamente il sistema politico resta frammentato ed esce rafforzato al centro, va detto che la perdita di voti della Sinistra Verde resta sostanzialmente nell’ambito della sinistra radicale. C’è una corrispondenza quasi perfetta tra quanto perso dalla sinistra che sta al governo e quanto guadagnato dal Partito Socialista, una formazione nuova che si caratterizza in senso anticapitalista. Arretrano invece i socialdemocratici e sono stabili i Pirati.

Il risultato tutt’altro che disprezzabile dei Socialisti non ha permesso loro di entrare nell’Athing, contrariamente a quanto lasciavano intendere i sondaggi. Probabile che alla fine la logica del “voto utile” abbia giocato anche all’interno dei due partiti di sinistra radicale a favore della Sinistra Verde e questo purtroppo ha portato alla dispersione di un buon numero di voti. La presenza di una forza di sinistra critica collocata all’opposizione (uno schema simile a quello che si registra in Norvegia) avrebbe potuto avere qualche effetto positivo nella dialettica parlamentare.

Austria: clamoroso successo dei comunisti di Elke Kahr a Graz

Il voto nella seconda città austriaca di Graz, il cui interesse avevamo segnalato la scorsa settimana, è risultato a dir poco clamoroso. I comunisti, che pure nell’arco di un ventennio erano riusciti a costruirsi un significativo insediamento elettorale, sono schizzati al 29% diventando il primo partito della città. Il sorpasso sui Popolari (democristiani conservatori) è avvenuto per effetto di un doppio movimento. La KPOe ha guadagnato nove punti, mentre la destra del sindaco uscente Nagl ha subito un vero tracollo. Nagl, in sella ormai da quasi vent’anni, aveva azzardato lo scioglimento del Consiglio comunale, forse nella prospettiva di ridimensionare l’estrema destra dell’FPOe a favore di un maggiore ruolo dei Verdi, alleati nel Governo nazionale. Scommessa persa.

La KPOe, guidata da Elke Kahr, beneficia di una scrupolosa attenzione ai problemi concreti dei ceti popolari, a partire da quello delle abitazioni (tema che ha una rilevanza politica in quasi tutti i contesti urbani, come si è visto dal referendum di Berlino sulla ripubblicizzazione delle case in mano a grandi imprese immobiliari) alla gestione sensibile della pandemia. In alcuni quartieri del centro come Greis (in cui è collocata la zona “a luci rosse”, come spiega wikipedia, ma abitato soprattutto da migranti e ceti popolari) e il contiguo Jakomini, la lista comunista arriva a sfiorare il 40%.

Elke Kahr sembra destinata a diventare la futura sindaca di Graz, questo grazie al successo elettorale, ma anche al particolare sistema istituzionale ed elettorale che caratterizza la città austriaca. Oltre ad eleggere il Consiglio, i cittadini di Graz eleggono anche il Senato che svolge le funzioni di direzione amministrativa che in altri Paesi spettano alle Giunte, in quel caso frutto spesso di accordi politici fra partiti. Ora il Senato della città austriaca vede la presenza di tre comunisti, due popolari, un liberale (estrema destra) e un verde. Quest’ultimo potrebbe essere determinante per negare l’elezione alla Kahr, anche se sembra difficile pensare ad un’alleanza con l’estrema destra per ribaltare l’esito delle urne. In ogni caso sarà interessante seguire un’esperienza amministrativa sicuramente anomala per un Paese come l’Austria nel quale il Partito Comunista raccoglie circa l’1% nelle elezioni nazionali e non è più rappresentato in Parlamento dagli anni ’50.

La KPOe registra qualche successo (benché più limitato) anche nelle elezioni municipali dell’Austria superiore conquistando un secondo seggio a Linz e una presenza in altri due comuni minori. Nelle contemporanee elezioni regionali si è fatto segnalare l’ingresso nel Consiglio di una lista “no vax”, mentre nel contestuale voto tedesco i partiti che hanno cavalcato le pulsioni negazioniste (l’AfD ma in una qualche misura l’FDP) non sono state premiate.

Portogallo: il voto sposta il paese un po’ più a destra e pesa la sconfitta socialista a Lisbona

Le elezioni amministrative portoghesi non avrebbero avuto un grande impatto politico se non ci fosse stata la sconfitta socialista a Lisbona. Il sindaco uscente, Fernando Medina, astro nascente del partito, è stato clamorosamente sconfitto dal candidato di destra Carlos Moedas. Quest’ultimo aveva coalizzato diversi partiti di centro-destra, mentre il primo si è presentato col sostegno del suo solo partito ed è risultato sconfitto per meno di mille voti (le due liste si sono collocate un po’ sopra e un po’ sotto al 31%).

A Lisbona i comunisti hanno ottenuto l’11% e il Bloco de Esquerda quasi l’8%. Una sinistra unita avrebbe potuto vincere, ma sono ormai diverse elezioni che questo non avviene. Tanto è vero che in Consiglio socialisti, comunisti, bloquisti e animalisti (lo schieramento della Geringonça) potranno contare su 28 seggi, mentre il nuovo sindaco Moedas parte con 17 seggi, ai quali potranno aggiungersi 3 liberali e 3 dell’estrema destra di Chega.

Sul piano nazionale i socialisti si confermano come prima forza politica con il 34-35% dei voti. A sinistra il PCP (che si presenta con la sigla CDU, alleato al piccolo Partito Verde) conferma l’esistenza di una buona rete di “comunismo municipale” e si attesta attorno all’8%, meglio di quanto non faccia nelle elezioni politiche. Questa rete di amministrazioni comuniste è però concentrata in poche regioni (la cintura della Grande Lisbona e l’Alentejo dell’ormai lontana riforma agraria) e si sta progressivamente restringendo. Nel 2017, il PCP aveva ceduto il comune di Almada (un “gioiello della corona” per il partito, 170.000 abitanti) ai socialisti e in questa occasione ha perso il comune di Lures (200.000 abitanti), nella cintura della capitale.

Non buoni anche i risultati del Bloco de Esquerda che, a differenza del PCP, non ha un consistente insediamento organizzato ed ha sempre avuto risultati modesti nelle elezioni amministrative. In questo caso ha anche subito un complessivo arretramento, solo parzialmente compensato dall’essere riuscito ad entrare con un eletto nella città settentrionale di Porto (la seconda del Paese) dopo diversi tentativi infruttuosi. Il Bloco, che dopo le ultime elezioni politiche non ha sottoscritto un accordo di governo con Partito Socialista (anche per decisione di quest’ultimo che ha messo fino all’esperienza della maggioranza contrattata) ha assunto una linea di maggior contrasto nei confronti del governo Costa, differenziandosi dal PCP sulla votazione per il Bilancio dello Stato.

Francia: la frammentazione degli avversari per ora favorisce Macron

Benché il Presidente uscente non possa contare su una grande popolarità e nemmeno su una forza politica insediata sul territorio, come hanno confermato le recenti elezioni regionali, il suo indubbio punto di forza è l’estrema frammentazione delle candidature alternative. I gollisti che, se trovassero un candidato sufficientemente convincente, potrebbero puntare a tornare alla Presidenza del Paese, restano ancora incerti fra diversi candidati, alcuni dei quali sono usciti dal partito per potersi presentare come “indipendenti” (Valerie Precresse, Xavier Bertrand). Alla fine gli iscritti al partito Les Republicaines sceglieranno un nome ma non è certo che questo libererà il campo da tutte le possibili alternative.

Hanno invece scelto nelle primarie gli aderenti ai verdi dell’EELV, optando di misura per il più moderato e compatibile europarlamentare Jannick Yadot, preferendolo all’ecofemminista e più radicale Sandrine Rousseau, emersa abbastanza a sorpresa dal primo turno. I socialisti confermeranno con una procedura tutta interna l’opzione per la sindaca di Parigi Anne Hidalgo.

Sono già da tempo in campagna elettorale Jean-Luc Melenchon per France Insoumise e il leader comunista Fabien Roussel. Alcune altre candidature non hanno alle spalle una forza politica e sembrano destinate a fare poca strada come quella dell’ex socialista Arnaud Montebourg. Mentre il portabandiera del Partito Socialista alle elezioni presidenziali di quattro anni fa, Benoit Hamon, ha deciso di abbandonare la politica.

In questo quadro molto frammentato a sinistra la candidatura di Melenchon resta l’unica che stando ai sondaggi sembra in grado di superare la soglia del 10%, mentre tutte le altre, in particolare socialisti e verdi, si dividono un’area di consenso che sulla carta potrebbe convergere su un’unica proposta.

Melenchon ha scelto, con una certa spregiudicatezza comunicativa che per altro ha dimostrato di saper utilizzare efficacemente, di accettare un dibattito televisivo con Eric Zemmour, potenziale candidato presidenziale collocato nel campo dell’estrema destra. Zemmour, giornalista e commentatore televisivo, dà voce a tutte le pulsioni xenofobe e anti-musulmane che circolano in Francia. Non ha ancora deciso se candidarsi, ma i sondaggi gli attribuiscono un potenziale elettorale a due cifre. Voti che in buona parte prenderebbe a Marine Le Pen e a quegli astensionisti che considerano le posizioni del Rassemblement National ormai troppo moderate.

La presenza di Zemmour avrebbe come effetto di frammentare anche il campo della destra populista e di aumentare le chance del candidato neo-gollista e pure di uno dei concorrenti a sinistra di Macron. Questa per altro è al momento la principale scommessa del campo melenchoniano che, non a caso, ha fortemente valorizzato la crescita di consensi dell’esponente di France Insoumise registrata da un’agenzia di sondaggi dopo il duello televisivo (dall’11 al 13%). L’entrata in scena di Zemmour avrebbe il possibile effetto di cambiare l’esito del primo turno elettorale che finora vedeva come inevitabile, secondo il parere di tutti gli osservatori, la ripetizione del confronto di quattro anni, con un esito dato quasi per scontato a favore del Presidente della Repubblica uscente.

Conclusioni

Difficile trarre indicazioni generalizzabili al contesto europeo da scadenze elettorali diverse per natura e in condizioni istituzionali non facilmente equiparabili. E’ possibile che vi sia una certa convergenza verso il centro e il ristabilimento di meccanismi di alternanza secondo linee più tradizionali tra schieramenti piuttosto simili. La gestione della crisi economica derivata dalla pandemia (diversa da quella basata sull’austerità della crisi del 2008-2009) ha ridotto la possibilità di incidere da parte delle opzioni considerate anti-establishment, sia quelle nazional-populiste e xenofobe, che quelle della sinistra radicale.

Dalle elezioni tedesche e probabilmente anche da quelle francesi non sembrano però emergere molte idee nuove. Le classi dominanti (i cui umori gli editorialisti del Corriere sanno rappresentare sempre con sicuro istinto) possono forse tirare qualche sospiro di sollievo dai dati elettorali, ma i problemi legati alle contraddizioni socio-economiche e ai mutamenti del contesto globale sono ancora tutti sul tappeto e le decisioni difficili stanno davanti piuttosto che alle spalle. Le idee originali non abbondano e le correzioni al modello liberista – con tutte le sue ricadute negative sempre più evidenti – risultano abbastanza superficiali.

Per quanto riguarda la sinistra radicale i dati sono tutt’altro che omogenei, ma in generale (se lasciamo fuori dal quadro l’Italia) una presenza politica e sociale c’è, anche se il contesto non offre né grandi spinte del basso né una visione adeguata per unire le forze nella dimensione europea, che sarà quasi certamente decisiva nella prossima fase. Ma restano domande sociali inevase che l’eventuale ritorno del moderatismo come cifra politica dominante non sembra in grado di soddisfare.

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