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La sinistra europea dopo Merkel. Ripartiamo dalla battaglia per il salario minimo e dignitoso

di Roberto
Musacchio

Il risultato delle elezioni tedesche è in linea con la fine della leadership Merkel. Un lunghissimo governo pragmatico che ha gestito la Germania e la UE ereditate da Kohl con capacità ma senza invenzioni. Lascia il suo partito al minimo storico. Ma non ha dato spazi alla destra estrema che ora è ridimensionata. La governabilità resta la bussola tedesca. Si spalma su 4 soggetti. I socialdemocratici in risalita ma ben lontani dalle vette antiche. Gli ambiziosi liberali e verdi uniti dall’ambizione ma divisi dal resto. I verdi vanno bene. Ma sono lontani dal ruolo di primo piano che speravano. In politica estera sono molto “a destra”. Spd e CDU si contenderanno gli altri due ma si guarderanno anche tra loro. Una avvertenza per i tifosi un po’ sprovveduti: i liberali tedeschi su molte cose sono a destra di Merkel.

La Linke ha perso. Ma ha meritato di restare in Parlamento con una quarantina di deputati. Questo grazie all’aver vinto in tre collegi. Dovrà certo riflettere su cosa bisogna ripensare dell’amalgama tra rappresentazione dell’Est e nuova sinistra dell’Ovest. Le cose infatti sono cambiate. La Linke è certo divisa, ma non si è divisa. A differenza dell’Italia la sconfitta non la esclude dalla rappresentanza. A differenza dell’Italia spero non si divida. Alle compagne e ai compagni che conosco bene mando un abbraccio.

La legge proporzionale tedesca si conferma un buono strumento democratico. A differenza degli accrocchi italiani.

Nella UE per ora alternative complessive non ci sono. Per altro mentre l’Europa sociale nata dalla lotta al nazifascismo vedeva i comunisti come costituenti la UE di Maastricht nasce mettendoli fuori. Ci sono alternative nazionali che soffrono alti e bassi. Resto convinto ne serva una generale europea

Il voto tedesco con il cattivo risultato della Linke quindi ha riproposto il tema di come possa esistere ed agire una sinistra di alternativa nel quadro della UE. La prendo da qui perché questo è il punto di lettura che mi sono dato da tempo. La UE è la costruzione materiale all’interno della quale siamo collocati. Come dicevo, a differenza dell’Europa sociale nata dalla lotta al nazifascismo di cui in Comunisti erano costituenti, la UE nasce sostanzialmente anticomunista. Questo ideologicamente. Concretamente senza prevedere alternative di società. Per 30 anni ci sono stati da sinistra tentativi di resistenza e anche di ripartenza. Questo mentre i socialisti europei la consideravano invece la loro casa e la loro rivincita storica sui comunisti. La resistenza a sinistra, e anche le ripartenze, sono state variegate. Dalla negazione del nuovo contesto al tentativo di modificarlo alle speranze di altre Europe. Fatte da soggetti diversi. Vecchi partiti resistenti. Pezzi di essi. Partiti rifondati. Soggetti ex novo. Il quadro generale è di alti e bassi, con questi ultimi alla fine a prevalere dal punto di vista politico più che elettorale. Le resistenze hanno tratto più forza dalle dinamiche nazionali che da quelle altroeuropeiste che pure ci sono state. In Grecia Syriza si fa molto grande interpretando il Paese contro l’austerity. Poi il suo governo va come va. Il Sinn fein cresce molto tra questione nazionale e lotta alla austerità. La Linke unisce rappresentanza (per un certo periodo maggioritaria) dell’Est con sinistre alternative dell’Ovest in una idea diversa di unificazione tedesca. In Italia, Rifondazione è un mix di opposizione allo scioglimento del PCI e di vecchia nuova sinistra che ad un certo punto, per prima, cerca di tenere insieme governo e nuovi movimenti ma perde. Pcf. Pce, PCP sono più i tradizionali partiti nella nuova fase. Bloco portoghese e Podemos esperienze in parte o totalmente nuove. Come, diversamente, France Insoumise. Poi ci sono i nordici, evoluti in senso rosso verde e che si misurano con un contesto più autocentrato e meno UE. Infine le rinascenze all’Est. Syriza, in parte riuscendoci, e Podemos, che non ce l’ha fatta, hanno puntato ad essere primi. Per gli altri la battaglia politica si è legata a quella per l’esistenza. Che significa fare i conti con la UE e con i socialisti che ne sono costituenti mentre tu no. Poi i socialisti hanno varie sfumature, anche differenze sostanziali, ma questo carattere costituente di una realtà di mercato e anticomunista è fortissima ed agita con feroce determinazione. Qui stanno i governi di Spagna, Portogallo ma anche alcuni nordici adesso. Qui il che fare, difficile. Con un comando della governabilità che anche in pandemia si conferma tra tecnocrazie e intergovernativismi e si articola tra varianti liberali. La mia strada è come noto quella di rifondare l’Europa. Essendo sì piantati nella propria realtà ma assumendo la dimensione europea come imprescindibile per ribaltare il quadro. La cosa che proprio non voglio fare è quella che vedo in Italia dove si fanno campagne elettorali parlando di rivoluzioni e rovesciamenti mentre si appoggiano candidati campioni della UE Reale e dunque con nessuna possibilità di essere concrete. Un frontismo antidestre e di sopravvivenza non lo condivido perché mi pare del tutto inadeguato alla realtà ma posso “capirlo”. Le infiocchettature senza senso fanno parte della crisi della politica che in Italia è ormai la più grave.

Di mio, ho detto, credo al soggetto e ai movimenti sociali e politici europei.

Il fatto è che da Maastricht la storia è cambiata.

Veramente non capisco chi si meraviglia di Draghi a Confindustria e di Letta che lo paragona a Ciampi. È così difficile vedere che da 30 anni la Storia europea ed italiana sono cambiate?

Maastricht è un’altra costituzione, quella che mette al centro mercato e azienda e usa il debito come frusta. Con il capitalismo finanziario globalizzato, multinazionali, finanza, privatizzazioni creano una sproporzione incolmabile dei rapporti di forza.

Lo scioglimento del PCI dal “vuotismo” di Occhetto prende sostanza in questo processo trentennale. Votano Maastricht, scelgono il governismo di Bruxelles e da lì tutto ciò che ne consegue. Dopo Maastricht ci sono gli “accordi” del ’92 e del ’93. Via scala mobile e autonomia sindacale. Poi privatizzazioni e liberalizzazioni. Tagli strutturali al welfare. Riduzione della rappresentanza e semplificazione bipolare. In realtà sequela di governi di centrosinistradestra nei momenti clou. Ora Draghi che pilota la ristrutturazione capitalistica del Paese dentro quella europea basandosi sulle aree “forti”.

E allora, direte?

In Italia c’è stata una resistenza sociale e politica per 15 anni. Poi sbaragliata. Oggi pensare di “condizionare” politicamente questo quadro dall’interno è, per me, una sciocchezza o una furbata.

E allora?

Per me è fondamentale che vi sia riconnessione sociale e che essa trovi una sponda politica dotata di autonomia e capace di agire al livello dove si determina il trend e cioè quello europeo. A questo vale la pena lavorare.

Merkel non lascia solo la Germania ma lascia la UE nella sua concretezza senza invenzioni. Una forma di mercato Stato in cui il mercato è tutto e lo Stato esiste solo come governance.

Come tutte le costruzioni tetragone la sua rigidità può essere la sua debolezza. Purché le navicelle spaziali repubblicane non continuino a farsi abbattere una a una ma provino a penetrare tutte insieme lo scudo della Morte Nera.

Una battaglia che si potrebbe fare tutti insieme allora è quella per un vero salario minimo europeo. Vero perché non minimo ma dignitoso e perché europeo. È stato centrale nella campagna elettorale tedesca. Si sta facendo in Spagna. Se ne parla in Italia. C’è un testo della Commissione. Quello che serve è un salario che combatta il dumping e aiuti la contrattazione. Facciamoci una battaglia!

 

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