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La fabbrica del nemico: estrattivismo sociale, ricatto biopolitico e la scomposizione etnica della classe

di Giovanni
Russo Spena

Mi ha interessato moltissimo il saggio di Scassellati “Povertà dei migranti e ceto medio: le implicazioni politiche dell’estrattivismo sociale“. La categoria di “estrattivismo sociale” è centrale, anche sul piano teorico, perché colloca la “questione migrante”, lo sfruttamento dei migranti come ” scelta politica ed economica strutturale di un capitalismo maturo ma stagnante” come scrive Scassellati. Condivido molto la tesi del saggio, sia sul piano sociale che culturale. Dialogando con l’autore, sfioro solo alcuni temi, che mi stanno particolarmente a cuore.

La costruzione giuridica del nemico e la gestione capitalistica della forza lavoro

Ritengo una torsione imperialista e bellicista l’ossessione della nozione “valori occidentali” , di stampo squisitamente neocoloniale, sulla quale le destre plutocratiche/tecnologiche/feudali stanno fondando il proprio comando. Concordo con il Fanon de “i dannati della terra” : la mano invisibile del mercato del lavoro precarizzato trova la propria protesi disciplinare nel pugno di ferro di uno Stato che, da sociale, diventa sempre più uno Stato di guerra, di polizia, securitario e panpenalistico. Intorno al soggetto migrante viene costruita, anche sul piano giuridico, la figura del “nemico”. È, quindi, un giusto salto di scala analitico l’uso, che Scassellati fa, della categoria di “estrattivismo sociale”, la quale mette a tema lo  “sfruttamento dei migranti  come scelta politica ed economica strutturale di un capitalismo maturo ma stagnante. Il consenso delle destre consiste anche nella difesa di una rendita di posizione economica del variegato mondo del ceto medio”. I riferimenti sono, soprattutto, allo stato sociale privato delle numerose famiglie così come ai profitti aziendali decisivi per le strutture economiche in alcuni settori come il raccolto nei ghetti agricoli, l’allevamento animale, la pastorizia; ma penso anche alla sanità, alle attività di cura; ed anche ad alcuni settori industriali metalmeccanici. Qui si evidenzia un ossimoro politico, che è la metafora della disconnessione, sempre più drammatica, tra capitale e democrazia costituzionale: i migranti sono segmento essenziale della nostra società, nel rapporto tra capitale e vita,; eppure il liberismo, in Europa, accentua la torsione verso il patriarcato, il suprematismo bianco, il razzismo. I migranti, che noi sfruttiamo, diventano minaccia, la loro libertà un problema di ordine pubblico. Presunti intellettuali “rossobruni”, che sposano la “remigrazione” in nome del proletariato, citano Marx in maniera grossolana, senza averlo letto. Citiamo, allora, Marx. “I movimenti generali del salario e del lavoro sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla concentrazione dell’esercito industriale di riserva”, cioè della massa di lavoratori disponibili che il capitalismo produce ed utilizza per disciplinare il lavoro salariato. Non  esistono concezioni etniche. Quel che conta è la collocazione delle persone nei rapporti di produzione. Non è la nazionalità del lavoratore a determinare il costo del lavoro , ma il rapporto di forze tra capitale e lavoro. Ciò vale per i migranti , come per i precari e tutti gli sfruttati.  E conta molto l’organizzazione e la capacità di rappresentazione del proletariato. Il razzismo serve, infatti, a discriminare i lavoratori per etnie. È una forma di governo della forza lavoro, feroce. Serve al capitale per sostituire il conflitto di classe con il conflitto orizzontale tra sfruttati.

 

I limiti dell’utilitarismo liberale e la minaccia della clandestinità forzata

Questo tema sarà sempre più centrale nelle politiche strutturali ma anche democratiche. Riguarda la qualità del nostro anticapitalismo. Le destre, ogni giorno, fomentano la disarticolazione e la frantumazione rancorosa della società civile (intesa in senso gramsciano) perché penetri, in tutti i pori del tessuto del paese la “guerra tra poveri”, tentando di saldare razzismo istituzionale e confuso e alimentato razzismo popolare. È molto debole il contromovimento della risposta liberale (“i migranti sono indispensabili all’economia nazionale, salvano l’Inps dal collasso, fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”) che, di fatto, avalla l’argomentazione in base alla quale l’attuale livello di sfruttamento schiavistico è connaturato alla nostra economia. Va considerato che un lavoratore migrante (è ancora in vigore la legge Bossi/Fini dell’inizio del secolo), se perde il lavoro, magari perché pretende un salario dignitoso, perde il contratto e la sua condizione giuridica di soggetto libero. Viene gettato nella clandestinità e deve, quindi, accettare la condizione schiavistica imposta dall’accumulazione capitalistica predatoria. I padroni e lo Stato, con le leggi securitarie, con l’abrogazione di fatto dell’asilo (articolo 10 comma terzo della Costituzione), con la minaccia di “remigrazione”, lavorano insieme contro l’umanità e contro un governo legittimo della forza lavoro (migrante e autoctona). I miglioramenti salariali e delle condizioni di lavoro derivano solo, lo insegna la storia della lotta di classe, dall’organizzazione e dalla “potenza sociale” del conflitto. Il tema vero, sempre più urgente e drammatico , per noi che ci diciamo anticapitalisti,,  è la difficile ma ineludibile costruzione dell’unità della classe, che sarà necessariamente meticcia, plurietnica, evitando che i segmenti migranti della forza lavoro vengano isolati ed usati come ricatto. Negli ultimi anni abbiamo fatto passi avanti, con le lotte e con alcuni provvedimenti legislativi, parziali ed insufficienti, strappati con lotte, spesso drammatiche, che ho conosciuto dall’interno. Penso ad alcuni contratti sindacali collettivi di settore, penso alle lotte contro caporali e padroni a Nardò , nelle piane calabresi del bergamotto e tante altre. Penso a grumi di autorganizzazione anche nelle aree metropolitane , che pretendono il diritto costituzionale all’abitare e ai servizi.

 

La trappola del rancore sociale e la cittadinanza come leva di ricomposizione

È questa la strada, ritengo. Condivido le conclusioni, molto decise, del saggio di Scassellati. Il conflitto per la redistribuzione viene ingabbiato nella dinamica cinica e feroce del rancore contro i migranti. I rapporti di potere classisti vengono oscurati. La riduzione progressiva dello Stato sociale  viene fatta ricadere sulle spalle dello straniero, che lo contenderebbe agli autoctoni. Sono falsità anche statistiche. È lo schema trumpiano, di Minneapolis, trasferito anche qui. Con la differenza che lì, nel territorio, sono partite ribellioni, organizzazioni capillari e molecolari, anche innovative e fantasiose, che tentano di imbrigliare l’ICE. Ovviamente anche grazie ad organizzazioni socialiste radicali e a sindaci come Mamdani. Perché non studiamo ed applichiamo questo modello anche qui? Ha ragione Scassellati: dovremo lottare per la “cittadinanza” come piattaforma di solidarietà e per il diritto di voto amministrativo per i residenti stranieri. Non sono concessioni etiche ma necessità costituzionali. “Solo legando le rivendicazioni della classe lavoratrice autoctona con le battaglie di emancipazione e sindacalizzazione della popolazione migrante sarà possibile cambiare gli equilibri politici  del paese, spezzare le ragioni  dell’estrattivismo  sociale e costruire un’egemonia progressista”. Se non ora, quando?

Giovanni Russo Spena

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