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La Cina ha vinto, per ora

di Alessandro
Scassellati

Dopo decenni di accelerata globalizzazione neoliberista il pianeta sta attraversando una intricata fase di transizione dagli esiti ancora incerti, nel corso della quale il mondo occidentale e gli Stati Uniti non sono più gli unici player significativi in campo. La Cina, e più in generale l’Asia orientale, è divenuta il cuore manifatturiero e tecnologico del mondo negli ultimi 25 anni e si batte per l’egemonia politica globale, anche se apparentemente senza l’ossessione di voler essere il “numero uno”1.
È pertanto essenziale cercare di capire quali sono stati i fattori che hanno determinato questo incredibile successo. Con La Cina ha vinto (Feltrinelli, Milano 2025), Alessandro Aresu – consigliere scientifico di Limes, saggista e a lungo consulente per diverse amministrazioni centrali – cerca proprio di fare questo. È un saggio narrativo breve (144 pagine), ben scritto ed avvincente che, partendo da un titolo volutamente provocatorio2, guida il lettore a decifrare il pensiero strategico cinese e la sua ascesa produttiva, tecnologica e geopolitica, offrendo una prospettiva interna su come Pechino vede l’Occidente. Aresu scrive con una prosa asciutta, offrendo esempi e profili di leader politici ed imprenditoriali concreti e citando la letteratura strategica senza accademismo e senza appesantire il testo. La ricca bibliografia in appendice lascia al lettore la voglia di approfondire gli argomenti trattati. Il saggio di Aresu andrebbe letto insieme a quello ben più corposo (528 pagine) di Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, Roma 2025) che abbiamo recensito qualche settimana fa.

Il saggio di Aresu è fondato sulla tesi che in questa fase storica le classi dirigenti dello Stato e del Partito Comunista Cinese (un partito che ha circa 100 milioni di iscritti selezionati e valutati uno per uno attraverso metodi la cui selettività cresce man mano che ci si sposta verso l’alto) sono intellettualmente di gran lunga superiori rispetto alle classi politiche dei Paesi occidentali (notoriamente non formate da grandi statisti da decenni) e questo spiega in larga parte la differenza di competitività tra la Cina e l’Occidente negli ultimi 25 anni.
Da un lato, i governanti comunisti hanno raccolto e perfezionato l’eredità della millenaria e sofisticata macchina amministrativa cinese3, mantenendo il controllo politico su un processo di sviluppo economico che ha fornito le risorse sia per far uscire dalla povertà assoluta centinaia di milioni di persone sia per investire nella modernizzazione del paese e nella sua trasformazione nella superpotenza della manifattura globale. Se nel 1950 la Cina (insieme all’India) era il più grande paese povero del pianeta, con il 4,5% del PIL globale, il Partito Comunista Cinese ha compiuto il miracolo di farlo evolvere dalla povertà e dalle radici confuciane all’intelligenza artificiale in pochi decenni, abbinando la “meritocrazia” politica con il “governo degli ingegneri”, lo “sviluppo delle forze produttive” e la “prosperità condivisa”.
Dall’altro lato, invece, c’è stata e c’è una incapacità delle élite statunitensi ed europee di comprendere il momento storico, di adeguarsi ai cambiamenti in atto, di leggere ed analizzare le trasformazioni in corso nel mondo, e di individuare delle soluzioni praticabili ai problemi che non siano di breve periodo (utilizzando il protezionismo, le sanzioni e gli strumenti finanziari più creativi, ma anche più distruttivi per la stabilità del sistema nel medio-lungo periodo) o la riproposizione pura e semplice di strategie politico-militari di dominio (cambi di regime, guerre, genocidi, razzismo, imperialismo, neocolonialismo ed estrattivismo). Il rischio è che alla fine, il risultato effettivo delle decisioni degli Stati Uniti e dell’Europa sia quello di accelerare la presa della Cina (e della Russia) in particolare sui Paesi del Sud del mondo, consegnando alla Cina (e alla Russia) gli strumenti per accelerare la disintegrazione dell’Occidente.
“Mai nella storia il divario culturale tra due avversari sembra così profondo quanto quello tra Stati Uniti e Cina alla metà dei nostri anni venti. – riflette Aresu – Da un lato c’è l’influencer Laura Loomer, nata nel 1993, … che fa licenziare il capo della National Security Agency, durante l’amministrazione Trump; dall’altro lato c’è Wang Huning che celebra il 2575º compleanno di Confucio. Chi avrà il favore del dio Wenchang, che protegge gli esami? Chi passerà il test di ammissione?” (p. 105).
Per dimostrare la sua tesi Aresu racconta la storia di Wang Huning (1955), un intellettuale e politico di Shanghai che ha iniziato la sua carriera accademica studiando il pensiero politico occidentale e che nel 1991 ha pubblicato il libro “America contro America” che ha plasmato il modo in cui la classe dirigente cinese ha interpretato le “contraddizioni intrinseche” e le forze opposte del suo principale avversario globale, una entità dove coesistono “forze affermative e forze negatrici”. Wang Huning ha elaborato un concetto di affermazione cinese che si basa sull’avversario che si auto-delegittima, si auto-indebolisce, si auto-distrugge4. Come scrive Aresu: “L’assalto a Capitol Hill, il 6 gennaio 2021, ha fatto entrare ‘America contro America’ nella leggenda” (p. 34) e può essere considerato come un evento che ha certificato “un ‘nichilismo’ che è divenuto ormai ‘la via americana’” (p. 95).
Aresu considera la storia di Wang Huning come un caso paradigmatico della storia politico-intellettuale della classe dirigente cinese. Nella sua narrazione, Wang Huning diviene una sorta di Virgilio, un vate che guida lui e il lettore nel percorso verso la comprensione della complessità della storia politica, intellettuale ed economica cinese degli ultimi 60 anni.
Il libro non si concentra su classifiche economiche o primati, ma piuttosto esplora la profondità culturale e la strategia a lungo termine che hanno portato la Cina alla sua attuale posizione di potere. L’autore utilizza il titolo come un’affermazione utile per spingere il lettore a porsi domande fondamentali sulla posizione dell’Occidente nel nuovo ordine mondiale che sta emergendo dalla distruzione progressiva del vecchio “ordine basato sulle regole” da parte degli Stati Uniti (che lo avevano principalmente costruito) a fronte dell’esuberante ascesa economica, politica e militare della Cina e dei suoi alleati (BRICS, SCO, ASEAN e altre nuove istituzioni del multipolarismo)5.
È un invito a spostare lo sguardo e a riconoscere che, nel XXI secolo, il centro di gravità non è più necessariamente occidentale (non più solo atlantico, ma anche e soprattutto asiatico o euroasiatico, con una cooperazione aperta con il Sud del mondo). Questo anche se per Aresu la “vittoria” cinese non è intesa come un punto d’arrivo definitivo: è il risultato di una strategia coerente e a lungo termine (investimenti pubblici e privati direzionati e pianificati nel tempo nell’”economia reale”, protezione dell’industria nascente, formazione superiore delle persone, controllo delle interfacce dove si decide il gioco — norme, piattaforme, logistica) portata avanti soprattutto negli ultimi 25 anni (gli anni della globalizzazione economico-finanziaria a guida statunitense) che l’Occidente ha faticato a comprendere o contrastare efficacemente.
Cosa potrà accadere nei prossimi 25 anni è difficile prevedere. Aresu sottolinea come la Cina dovrà affrontare fragilità reali: demografia in declino6, mercato immobiliare in crisi, debolezza a livello finanziario (con anche un livello di indebitamento elevato pubblico e privato), la dipendenza da cibo ed energia importati, vulnerabilità al rallentamento dell’economia globale (con un livello di esportazioni cinesi sempre più insostenibile per il resto del mondo), debole crescita dei consumi interni, occupazione giovanile sotto pressione (i dati più recenti mostrano una disoccupazione giovanile urbana al 16,9%), le enormi diseguaglianze socio-economiche e territoriali, come altri segnali di tensioni strutturali della crescita economica e sociale.
Sarà in grado il Partito Comunista Cinese di mantenere il potere? Quanto reggerà nel tempo un equilibrio che accetta livelli elevati di controllo interno (oltre che di disuguaglianze relative ed emarginazione sociale e territoriale) per alimentare la proiezione esterna? Aresu, più che rispondere, propone una cassetta degli attrezzi per porre le domande giuste: leggere i documenti, osservare i piani, studiare le storie dei principali attori, capire dove vanno capitali e cervelli. Manca però un’analisi critica del modello cinese condotta “sul campo” (analoga a quella svolta da Wang Huning negli Stati Uniti alla fine degli anni ’80), per cui poco o niente veniamo a sapere delle contraddizioni interne della società cinese nel suo processo di modernizzazione e costruzione del “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”. E questo è senz’altro il principale elemento di debolezza del libro. Il libro “Cina contro Cina” è ancora da scrivere.

L’Occidente e la miopia interpretativa della Cina

Aresu sostiene che l’Occidente spesso osserva la Cina con miopia, utilizzando schemi interpretativi logori ed inadeguati che non riescono a cogliere la complessità della strategia cinese7. Per anni è stato detto “la Cina copia, la Cina ruba, la Cina non sa innovare”. Dopo l’ininterrotto incremento annuale del PIL per svariati decenni, in Occidente si è pensato per anni, che l’economia cinese prima o poi sarebbe collassata. La complessità e articolazione del sistema cinese è spesso poco compresa o viene letta per luoghi comuni, nella pubblicistica e nei grandi mezzi di informazione mainstream occidentali.
Nel frattempo, la Cina è diventata una superpotenza manifatturiera in pochi decenni, potendo sfruttare un vasto mercato interno, divenendo indispensabile in alcune filiere materiali e tecnologiche e protagonista oltre le aspettative delle rivoluzioni digitali, come quella dello smartphone. La tecnologia che ha caratterizzato altre potenze manifatturiere asiatiche è stata portata su un’enorme scala dalla Cina in questo secolo. Una volta che si comprende che l’iPhone è esistito per merito delle aziende e della forza lavoro di Taiwan e della Cina si capisce questo processo. Non a caso, Aresu ha dedicato il libro “Ai ricercatori e agli operai cinesi e taiwanesi che hanno reso possibile la nostra vita digitale”.
Secondo Aresu, la Cina è diventata una superpotenza economica perché ha lavorato sull’innovazione di scala. Siamo nell’età della scala, dalle “scaling laws” dell’intelligenza artificiale (leggi che non sono leggi, portando all’estremo la prospettiva della stessa Legge di Moore, verso il “basta che funzioni”8) alle dinamiche della produzione contemporanea. Pertanto in quest’età storica la forza della Cina è di saper realizzare la tecnologia su scala gigantesca, e quindi accedere a mercati di centinaia di milioni, miliardi di consumatori. Tante delle aziende di cui Aresu parla nel libro  non hanno “inventato” le loro tecnologie in termini di “zero a uno”, da Huawei a TSMC, da BYD a CATL. Hanno però perfezionato in termini diversi il potere della scala (organizzando produzione, logistica, integrazione delle catene del valore, distribuzione commerciale). Per la sua struttura, la Cina è una grande potenza di scala: nelle infrastrutture, nell’infrastrutturazione energetica, nella capacità produttiva, nella logistica, nel capitale umano.
È possibile andare tecnologia per tecnologia e vedere dove sta la Cina. L’avanzata può essere misurata nella struttura industriale della cosiddetta transizione energetica, nella struttura materiale del mondo (acciaio, rame, altre materie prime, terre rare, trattamenti chimici), filiera dell’elettronica (assemblaggio, interconnessioni, ottica, componentistica necessaria per impianti-sistemi di immagazzinamento dell’energia, convertitori, trasformatori, ecc.), vari standard di telecomunicazioni e loro realizzazione (5G, 6G e altro), droni commerciali, logistica, navi, semiconduttori in tutti i loro segmenti, nuovi materiali, sistemi d’arma, spazio, aviazione civile. Su queste diverse filiere la Cina non ha risultati uniformi ma in ogni caso registra una prospettiva di molto rapido avanzamento. Comunque, attualmente la Cina rappresenta l’unico attore globale con la capacità e la volontà di raggiungere e superare gli Stati Uniti nell’ambito tecnologico.
Mentre l’amministrazione Trump nega che ci sia un problema di qualche natura in campo climatico e tenta di bloccare in tutti i modi possibili gli investimenti nel settore negli Stati Uniti, oltre allo sforzo di frenare gli accordi relativi in sede internazionale, la Cina è diventato di gran lunga il Paese che investe di più nel settore (normalmente almeno quanto il resto del mondo messo assieme) e il leader tecnologico su di un fronte molto ampio di prodotti relativi, dalle auto e camion elettrici, alle pale eoliche, ai pannelli solari, alle grandi batterie da accumulo; i suoi prodotti tendono ormai a conquistare i mercati mondiali, nonostante il boicottaggio degli Stati Uniti e in parte dell’Unione Europea. Senza le tecnologie cinesi non si riuscirà a combattere efficacemente il cambiamento climatico. Il Paese sembra poi aver raggiunto il picco delle emissioni nel 2025, in largo anticipo rispetto all’obiettivo precedentemente fissato del 2030. Anche quello di emissioni zero fissato ufficialmente al 2060, sarà presumibilmente raggiunto molto prima, tra il 2050 e il 2053.
“La Cina ha vinto” perché ormai è diventata indispensabile. Indispensabile alle catene di valore globali, in grado di produrre potenzialmente più conoscenze e più progresso tecnico di qualsiasi altra potenza, Stati Uniti compresi. Ciò è apparso chiaro nell’incontro del 30 ottobre 2025 tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, in Corea del Sud, dove è stata concordata una tregua commerciale. La Cina può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari. Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo “pivot to Asia”, Trump aveva ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che la Cina si sarebbe piegata, come l’Unione Europea e tanti altri Paesi, alle imposizioni statunitensi; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria cinese. Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare raffinate e dei magneti. D’altra parte, anche la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base (i prodotti chimici speciali e diversificati) che provengono dalla Cina. Inoltre, va considerato che senza i componenti e le merci cinesi il livello dei prezzi della gran parte dei beni di consumo venduti sul mercato interno statunitense sarebbe salito in maniera verticale, e alcuni prodotti sarebbero diventati di difficile reperimento.

Il pensiero strategico cinese

Il nucleo del libro è la decifrazione di cosa pensano i leader e gli intellettuali cinesi degli occidentali e quale sia la loro visione dello sviluppo e del potere globale. Di fronte al successo economico, produttivo, tecnologico ed imprenditoriale della Cina di oggi, Aresu fa dire a Wang Huning che “qualcuno dovrebbe scrivere il libro ‘L’etica confuciana e lo spirito del socialismo’ (p. 65). Aresu nota che “quando nel 2022 il segretario generale Xi Jinping presenta il nuovo Comitato permanente del Politburo, dichiara alla stampa che il Partito deve essere come uno studente che si prepara per un esame che non finisce mai“ (p. 103).
Rispetto ai secoli XV e XVI, quando l’indiscutibile potenza del Celeste Impero non si tradusse in egemonia globale, ma in un glorioso isolamento9, fino alle umilianti imposizioni occidentali ottocentesche e novecentesche (che hanno portato al “secolo dell’umiliazione” dal 1849 al 1949), il Partito Comunista Cinese sta provando a porre rimedio con le invenzioni integrate nel sistema sociale e politico esistente, cercando di non sconvolgerne le tradizioni culturali. La cibernetica, materia e termine divenuto ormai di capitale importanza nell’attuale congiuntura tecnologica diviene, come la sua radice greca kybernetes vorrebbe, “arte di reggere il timone”. Compito demandato alla burocrazia celeste: “custode dell’equilibrio invincibile dell’immobilità, di un ordine basato sulla sovrana indifferenza”.
Per risolvere le proprie storture, la Cina si è lanciata nei flutti, diventando talassocratica. Per il momento, prendendo possesso dei mezzi per solcare gli oceani. “Come ciottoli per guadare il fiume”, nel 2010 la Cina ha superato la Corea del Sud come più grande costruttore di navi del mondo. Con gli Stati Uniti fermi allo 0,1% della produzione globale.
Tradurre una superiorità economica in leva geopolitica resta un compito complesso. Ma i cinesi hanno iniziato ad attraversare il fiume. Intenzionati a non fermarsi. Guardando alle dinamiche interne degli Stati Uniti, la Cina manifesta cautela. Si vende come “potenza responsabile”. Critica la strumentalizzazione dei diritti umani e la rottura dell’”ordine internazionale basato su regole” come frecce nell’arco dell’imperialismo occidentale. Prossimi a una guerra civile, a intensità sempre più alta, gli Stati Uniti mostrano segnali di implosione, tali da rivedere le proprie necessità strategiche nel proprio “cortile di casa”. Le fazioni si stanno armando per la resa dei conti. Le contraddizioni sociali del capitalismo statunitense e la sua intrinseca debolezza e stanchezza, sono sempre più evidenti e cresce la possibilità che l’avversario si suicidi, soffocato dalle sue stesse contraddizioni. Aresu fa dire al suo vate Wang Huning che: “La lotta dell’America con se stessa somiglierà al racconto di Dürrenmat sulla guerra invernale nel Tibet: una battaglia costante e grottesca, animata dalla volontà di suicidio. Non importa chi prevarrà. Il punto è che, combattendo gli uni contro gli altri, si distrarranno. Nel disordine, guarderanno il dito, mai la luna. La Cina subirà rallentamenti nei finanziamenti, avrà meno soldi da investire, in tanti ruberanno, ma la distrazione americana, la sua lacerazione, rimarrà la tendenza principale” (p. 99).

Il ruolo di Wang Huning e di altri leader politici ed imprenditoriali cinesi

L’ascesa cinese è la storia di un’avanzata intellettuale, tecnologica, industriale, geopolitica che passa anche per la storia degli uomini che l’hanno resa possibile. Un elemento chiave del libro è l’analisi della figura di Wang Huning, considerato dagli osservatori occidentali più informati l’”eminenza grigia” del Partito Comunista Cinese e l’ideologo di Xi Jinping. Wang Huning ha servito tutti i segretari generali dal 1995 (Jiang Zemin, Hu Jintao e Xi Jinping), entrando nel 2017 nel Comitato Permanente del Politburo della Repubblica Popolare (attualmente è il quarto nella gerarchia dei 7 membri).
Aresu utilizza la vita e la visione di Wang Huning – in particolare le sue osservazioni sul declino morale e sociale dell’America negli anni ’90 raccolte nel libro “America contro America” (1991) – come lente per capire come la Cina ha plasmato la sua ascesa e come intende evitare gli errori occidentali. Sulle orme del grande teorico cinese Sun Tzu che affermava come sia necessario conoscere il nemico e se stessi per vincere la guerra, Wang Huning ha studiato “sul campo” gli Stati Uniti e ha intravisto le faglie nella potenza di Washington prima ancora che si materializzassero pienamente10.
Poi, ci sono le storie dei grandi capitalisti rossi – ingegneri-capitalisti e imprenditori-tech – che hanno impresso il dinamismo capitalista all’economia cinese: la storia di Ren Zhengfei (1944), il veterano di Huawei della guerra tecnologica11; la storia del ministro della Scienza e Tecnologia Wan Gang che ha appreso il meglio delle capacità tedesche, studiando e lavorando (alla Audi) in Germania, ed è poi diventato il vero demiurgo della strategia automobilistica elettrica di Pechino12; la storia del chimico Wang Chuanfu (1966) fondatore di BYD; la storia di Robin Zeng di CATL; la storia di Liang Wenfeng (1985) di DeepSeek (a inizio 2025 l’app di IA più scaricata davanti a ChatGPT sull’App Store di Apple, un nuovo “Sputnik moment” di shock tecnologico per gli Stati Uniti); la storia di Lei Jun, lo “Steve Jobs cinese”, di Xiaomi, colosso degli smartphone e ora anche dell’auto elettrica; la storia di Wang Xingxing (1990) della società di robotica Unitree, quella dei robot che fanno le capriole; la storia di Jack Ma di Alibaba, “umiliato per aver sfidato il potere finanziario e regolatorio del Partito, per aver suggerito che il potere in Cina può essere conteso, o sospeso” (p. 65), ma successivamente riabilitato; la storia del taiwanese-americano Jensen Huang fondatore di NVIDIA, la fabbrica americana dei chips. Insieme, queste figure incarnano un’epoca in cui innovazione orientata al profitto e controllo pervasivo del Partito Comunista coesistono, con la politica che è rimasta saldamente al comando. Come sostiene Arlacchi nel suo libro, “Lo Stato cinese non è nelle mani dell’economia, come nel capitalismo [occidentale], ma è l’economia a essere nelle mani dello Stato-Partito” (p. 205).
Ma anche la storia di coloro che comprendono queste persone, che capiscono quello che sta succedendo, come Charlie Munger (1924-2023), lo storico braccio destro di Warren Buffett. Questo ci parla anche di differenze interne al sistema statunitense, perché da un lato c’è Charlie Munger che investe nella BYD fin dal 200813, mentre dall’altro lato ci sono i protagonisti dell’automobile negli Stati Uniti che non capiscono assolutamente nulla e poi si ritrovano a sollecitare l’imposizione di un dazio del 100% sull’importazione delle auto elettriche cinesi perché queste sono assai migliori di quelle che fanno loro.

Tecno-politica e dominio tecnologico

Il libro si inserisce nel solco dei precedenti lavori di Aresu sulla geopolitica della tecnologia (tra cui “Il dominio del XXI secolo” e “Geopolitica dell’intelligenza artificiale“), esaminando come la Cina stia utilizzando l’innovazione tecnologica (in particolare l’IA, le catene del valore e le tecnologie pulite critiche — pannelli solari, batterie, veicoli elettrici) non solo per il successo economico ma come strumento di potere geopolitico. Aresu invita a leggere la Cina come “stato–partito–tecnologia–capitale”: un ecosistema in cui industria, apparato politico e ricerca si sostengono a vicenda con obiettivi di lungo periodo, a differenza di altri Paesi. Secondo Aresu, la competizione globale non è solo fra imprese, ma fra ecosistemi tecnologici; semiconduttori, cloud, intelligenza artificiale, tecnologie “verdi” formano catene del valore dove il potere politico pesa tanto quanto quello industriale. Come nota Arlacchi nel suo libro: “La vera peculiarità del sistema cinese sta nell’aver creato un ambiente dove l’interesse privato del capitalista e l’interesse pubblico dello sviluppo nazionale non sono contrapposti ma allineati, attraverso una sofisticata architettura istituzionale che canalizza lo spirito animale dell’imprenditore verso obiettivi socialmente utili. È questa architettura istituzionale a costituire il vero segreto del miracolo economico cinese” (pag. 361).
Pertanto, una chiave forte del testo di Aresu è l’attenzione alle politiche industriali – come il piano Made in China 2025 avviato nel 2015 – che hanno puntato ingenti risorse pubbliche e private sulle terre rare raffinate, sui chip, le batterie elettriche e le piattaforme digitali. Aresu lega hardware, software e regole: export control (ad esempio, sulle terre rare raffinate), screening sugli investimenti, sicurezza dei dati.
Un fattore decisivo è che in Cina ci sono decine di milioni di persone che studiano, in università che sono migliorate costantemente in modo significativo. Ogni anno si producono più articoli scientifici, più brevetti14, più corsi di studio specializzati sui temi che definiscono la capacità industriale e tecnologica su vastissima scala. Ogni quattro-cinque anni la Cina è in grado di produrre da sola l’intero bacino di lavoratori statunitensi altamente qualificati in materie STEM (circa 16 milioni) e nei prossimi 20 anni la Cina da sola potrebbe avere un bacino di lavoratori STEM equivalente a quello di tutto il resto del mondo. Tutto ciò ha un effetto, dentro questa gigantesca macchina di capitale umano che alla fine, come Aresu nota nel dettaglio nel libro, con decine e decine di nomi e di casi, finisce per avviluppare l’avversario statunitense.
Nel libro Aresu spiega con molti esempi, storie di vita e dettagli che i giganti tecnologici degli Stati Uniti sono dipendenti dai talenti cinesi15. Nelle conferenze scientifiche, nei laboratori di ricerca il numero di cinesi è elevatissimo. Pertanto, c’è una doppia dipendenza. Il talento cinese e, più in generale asiatico, è il fattore determinante del mondo ma gli Stati Uniti sono il grande magnete dei talenti, che attrae queste persone più degli altri. Perciò per capire verso dove andremo bisogna considerare dove i talenti cinesi sceglieranno di vivere e se gli Stati Uniti saranno in grado di mantenere questo ruolo o se Pechino riuscirà a trattenere e a riportare in patria questi talenti della diaspora nei prossimi dieci anni16. Dal 2018 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha lanciato la China Initiative per contrastare il rischio di furto di proprietà intellettuale e la minaccia alla sicurezza nazionale derivante dal trasferimento di tecnologia statunitense in Cina. Una misura che prevede l’intervento dell’FBI e che minaccia di accelerare la fuga degli scienziati cinesi e asiatico-americani dagli Stati Uniti. Una ulteriore prova della tendenza ad autodistruggersi degli USA, dell’”America contro America”.

Il ruolo dell’Europa

In questo scenario, secondo Aresu l’Europa può essere la “terza sponda” solo se smette di pensarsi come platea e si comporta da attore: politica industriale esplicita (gli europei hanno perso i treni delle varie rivoluzioni digitali: personal computer, Internet, smartphone, social media, fino all’intelligenza artificiale), uso intelligente del golden power, tutela dei propri talenti e dei nodi di ricerca, avere un ambiente dove si possono fondare nuove imprese e farle crescere; portando i capitali, anzitutto degli investitori istituzionali privati, verso l’innovazione (invece di farli drenare dai grandi fondi statunitensi di gestione del risparmio verso Wall Street e i US Treasury bonds). Altrimenti — è l’avvertimento di Aresu — l’Europa resterà campo di gioco degli altri, costretta a rincorrere standard e piattaforme altrui.
Il punto, per Aresu, non è tifare: è dotarsi degli strumenti operativi per non subire, soprattutto ora che Trump ha chiarito che l’Europa non è seduta al tavolo ma fa parte del menù. L’Europa dovrebbe decidere se continuare ad essere l’impotente, subordinata e declinante periferia orientale del mondo atlantico sotto il dominio statunitense o se riesce a darsi un ruolo politico-istituzionale ed economico autonomo nell’ambito di un sistema euroasiatico in ricomposizione.

Alessandro Scassellati

  1. La visione cinese è quella di un mondo multipolare di eguali, dove ogni paese possa perseguire il proprio modello di sviluppo senza interferenze esterne (in linea con il concetto confuciano di “armonia nella differenza”, che privilegia l’influenza economica e culturale rispetto alla proiezione di potenza militare diretta). In numerosi discorsi, Xi Jinping ha articolato i “cinque principi per un nuovo ordine internazionale”: rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, non-aggressione, non-interferenza negli affari interni, uguaglianza  e beneficio reciproco, coesistenza pacifica (Si veda il mio articolo qui.). La proposta cinese al mondo non è quella di una sua espansione militare, ma quella della Belt and Road Initiative (BRI), il programma di investimenti dal profilo pacifico e cooperativo che realizza infrastrutture e altri beni pubblici ed economici e coinvolge ormai oltre metà dei paesi.[]
  2. “La Cina ha vinto” è lo slogan forgiato da un ex-rappresentante commerciale degli Stati Uniti in Cina, Michael Froman, un avvocato che ha lavorato per la Mastercard e Citigroup. Attualmente, è il presidente del Council on Foreign Relations.[]
  3. Un organismo, la “burocrazia celeste”, caratterizzato dalla gerarchia dei funzionari, la specializzazione dei ruoli e degli uffici, la presenza di registri e archivi, il ruolo centrale della classe dei funzionari-letterati, il cui accesso alla carriera burocratica è regolato dal “sistema degli esami” (Goaokao). Un sistema millenario di selezione meritocratica che era stato abolito prima della rivoluzione del 1911 per poi essere ripristinato nel 1977 da Deng Xiaoping. Aresu fa dire alla sua guida Wang Huning che “Noi abbiamo inserito in questo sistema la rivoluzione permanente. E poi, conosciuta la contraddizione sulla nostra pelle, siamo tornati a casa: nella burocrazia celeste” (p. 18).[]
  4. Il libro di Wang Huning del 1991 è una sorta di “Democrazia in America” – il libro di Alexis de Tocqueville scritto dopo un viaggio di osservazione degli Stati Uniti nel 1831 -, frutto del suo viaggio di studio di otto mesi negli Stati Uniti nel 1988-1989. Attraverso descrizioni vivide e resoconti fattuali, piuttosto che teorie astratte, Wang Huning offre un’analisi oggettiva ma critica dei punti di forza (modernità, dinamismo imprenditoriale, forza economica, capacità della formazione delle università, ricerca e tecnologia) e di debolezza (individualismo, disgregazione della famiglia, laceranti disuguaglianze economiche, “guerre culturali” e mercificazione) dell’America in numerosi aspetti della sua società. Nelle sua parole: “Con questo titolo, intendo dimostrare che l’America contiene contraddizioni che non possono essere liquidate con una sola frase. In passato, si aveva una visione dogmatica della società americana come un mero “sfruttamento del plusvalore”, una “dittatura della borghesia” e nient’altro. Ora c’è un altro estremo: alcuni immaginano gli Stati Uniti come un paradiso, ricco e senza difetti. In realtà, la società americana non corrisponde a nessuna di queste descrizioni e spesso si trova in fondamentale contraddizione con esse. Ci sono punti di forza e di debolezza, e ovunque si trovi un punto di forza, si può trovare anche un punto debole. L’America è una contraddizione, contiene moltitudini. Questo è ciò che intendo con ‘America contro America’”. Wang Huning scopre paradossi a ogni passo: un paese incredibilmente ricco ma anche pieno di poveri senzatetto e di persone che non vivono una vita dignitosa, una democrazia per eccellenza che “non è poi così democratica” e una società con un’istruzione avanzata ma “piena di problemi”. Dal suo sviluppo disomogeneo e dal suo antico spirito politico al suo colorito carattere nazionale, alla sua regolamentazione sociale multistrato, alle elezioni imperfette e alle correnti sotterranee di crisi, il libro fornisce “un’analisi approfondita di molteplici strati sociali” per rispondere alla domanda fondamentale: “Perché esiste l’America?”. Lo studio approfondito mirava a migliorare la comprensione del capitalismo e, indirettamente, del socialismo. Lo studio del “fenomeno americano” era guidato da una duplice responsabilità come studioso cinese: comprendere l’America per “comprendere meglio noi stessi e il mondo ed esplorare più efficacemente il percorso verso la prosperità della Cina”. Le sue osservazioni in “America contro America” hanno approfondito lo scetticismo di Wang Huning nei confronti della democrazia di stampo occidentale, rafforzando la sua convinzione che un paese richieda “rispetto per l’autorità e la tradizione” per prevenire l’indebolimento interno. Sopravvissuto (come gli altri leader della Cina attuale) alla “rivoluzione culturale” di Mao Tse-tung, Wang Huning è considerato il teorico del “neo-autoritarismo” cinese, secondo cui è necessaria una leadership forte per la stabilità e le riforme politiche della Cina. È un sostenitore di lunga data di uno Stato centralizzato e forte, sostenendo che una democrazia radicale (come la “rivoluzione culturale”) porterebbe al caos in Cina e che la modernizzazione deve essere gestita da un’autorità centrale unificata.[]
  5. L’ascesa cinese è tutta interna ad un riequilibrio storico dei rapporti tra il Nord e il Sud del pianeta, una riscrittura delle regole del gioco che per secoli hanno privilegiato l’Occidente. La politica estera cinese è coerente con il profilo più equo e più pacifico di un nuovo ordine multipolare e policentrico che avanza. Il sistema cinese non ha vocazione estroversa, non usufruisce della sinergia tra colonialismo, militarismo e capitalismo. Dal 1978 ad oggi la politica estera cinese ha costantemente privilegiato la stabilità, lo sviluppo economico, la cooperazione e le “relazioni di armonia” rispetto all’espansionismo militare o al confronto diretto. La Cina, nonostante il suo crescente standing globale, non mostra alcuna intenzione di assumere il ruolo di gendarme mondiale che gli Stati Uniti hanno voluto ricoprire negli ultimi 80 anni.[]
  6. Nel 2025 la popolazione cinese è diminuita per il quarto anno consecutivo, con il tasso di natalità crollato a un altro minimo storico, nonostante l’introduzione di politiche volte a incoraggiare le persone ad avere figli. La Cina ha uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo, con circa un figlio per ogni donna, ben al di sotto del tasso di sostituzione di 2,1. Le nascite registrate sono scese a 7,92 milioni nel 2025, ovvero 5,63 ogni 1.000 membri della popolazione, in calo del 17% rispetto ai 9,54 milioni del 2024, e il numero più basso da quando sono iniziate le rilevazioni nel 1949. Secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica cinese, la popolazione è diminuita di 3,39 milioni, attestandosi a 1,405 miliardi, un calo più rapido rispetto al 2024, mentre i decessi sono aumentati da 10,93 milioni del 2024 a 11,31 milioni. Le nascite nel 2025 sono state più o meno allo stesso livello del 1738, quando la popolazione cinese contava solo circa 150 milioni di persone.[]
  7. Uno dei meriti di Aresu è quello di far rivivere ciò che resta vitale della sinologia occidentale, rendendo omaggio a studiosi come Étienne Balazs, Joseph Needham e Jonathan Spence. Nomi che rappresentano un’epoca scomparsa, in cui lo studio della Cina era ancora intellettualmente ambizioso, storicamente fondato e politicamente consapevole. Oggi, al contrario, la comprensione occidentale dell’Asia appare frammentata, confinata in un’accademia distaccata che, anche quando penetrante, resta ignorata dal potere politico.[]
  8. La Legge di Moore è un’osservazione empirica formulata da Gordon Moore nel 1965, secondo cui il numero di transistor in un circuito integrato (microchip) raddoppia all’incirca ogni due anni (o 18-24 mesi), mantenendo costante il costo e aumentando esponenzialmente le prestazioni, guidando così il progresso dell’elettronica per decenni, ma si sta avvicinando ai limiti fisici e sta rallentando, spingendo la ricerca verso soluzioni 3D e nuovi materiali per estenderla.[]
  9. Aresu richiama la vicenda della grande flotta di circa 200 navi e 30 mila uomini guidata dall’ammiraglio Zheng He che tra il 1405 e il 1433, durante la dinastia Ming, effettuò grandi spedizioni in Africa orientale, nel mar Rosso, nel Golfo Persico, da Giava a Ceylon. Ma dopo la morte di Zheng He la flotta venne smantellata.[]
  10. Sun Tzu, il generale militare, stratega, filosofo e scrittore cinese vissuto durante la dinastia Zhou, considerato il massimo teorico cinese dell’arte della guerra, sosteneva che “inanellare cento vittorie in cento battaglie non è l’acme dell’eccellenza. Sottomettere il nemico senza combattere è l’acme dell’eccellenza”. La sua idea era che le guerre si evitano o si vincono con gli stratagemmi, con l’inganno, la sorpresa, con l’uso dell’intelligence, della controinformazione e della guerra simbolica e psicologica. Prescrizioni che sono l’esatto opposto di quelle di Clausewitz che privilegiava lo scontro corpo a corpo, la materialità e la brutalità della battaglia, l’annientamento totale delle forze nemiche come scopo e principio fondamentale dello scontro.[]
  11. Aresu ricorda il giuramento aziendale di Huawei: “I nostri piedi poggiano sul sogno di prosperità dei nostri antenati nella speranza di un rinnovamento nazionale. Siamo una forza onesta, in grande progresso. Dobbiamo puntare alla tecnologia avanzata degli Stati Uniti. Dobbiamo seguire la grande capacità gestionale del Giappone. Dobbiamo seguire la gloriosa tradizione della nazione cinese. Costruiamo la nostra squadra di alto livello e grande qualità per servire meglio la madrepatria e il popolo”. Aresu nota che il premier Jiang Zemin, entusiasta del giuramento, impose di aggiungere anche la frase: “Dobbiamo imparare lo spirito meticoloso e laborioso del popolo tedesco” (p. 67). D’altra parte, Deng Xiaoping aveva esortato a imparare dal mondo nel suo tour meridionale nel 1992 (il riferimento era Singapore allora una delle più importanti “Tigri Asiatiche”).[]
  12. Aresu nota che “Nel 2012, per illustrare il cammino della Cina nella scienza e nella tecnologia, Wan Gang ha citato la famosa poesia della dinastia Tang: ‘Il bianco sole si spegne tra i monti, il Fiume Giallo scorre fino al mare. Se vuoi esaurire di mille miglia lo sguardo, sali ancora un piano della torre’” (p. 61).[]
  13. Le aziende automobilistiche cinesi si fanno la guerra dei prezzi tra di loro. Moltissime moriranno, altre sopravviveranno. Sarà un processo doloroso. Ma BYD, ora con più di 130 mila ingegneri e un milione di addetti, è già il leader mondiale nell’auto elettrica, avendo superato la TESLA di Elon Musk nel 2025. Aresu sottolinea come il braccio destro di Warren Buffett, Charlie Munger, abbia visto la sua ascesa e capito quello che stava accadendo. Gli stolti di questa storia sono state le aziende automobilistiche occidentali, ed è bene sapere che la colpa di quello che è accaduto, la colpa della perdita dei posti di lavoro degli europei, è soprattutto loro, della loro incapacità, della loro inadeguatezza.[]
  14. Ormai nei brevetti sull’intelligenza artificiale generativa la Zhejiang University si colloca al secondo posto nel mondo, tra Google e Microsoft. Parte dei brevetti di Microsoft, d’altra parte, vengono dal suo laboratorio di ricerca cinese. Interi dipartimenti di informatica, di ingegneria elettronica, di robotica negli Stati Uniti, sono popolati da studenti e ricercatori cinesi. Le conferenze sull’intelligenza artificiale negli Stati Uniti sono tutte co-organizzate da ricercatori cinesi.).[]
  15. Aresu fa dire a Wang Huning “che le classi in cui il computer ha diviso il mondo sono due: gli asiatici, soprattutto cinesi, e gli asiatico-americani, soprattutto cinesi” (p. 54). Se ne conclude che l’America ha i giorni contati se non continuerà ad alimentarsi di menti cinesi, forse nel frattempo potrà contare su quelle indiane. Gli ingegneri di Bangalore sono già da anni una risorsa-chiave per l’industria tech americana.[]
  16. Gli 11 ricercatori che presso il gruppo Meta perseguono l’ambizioso obiettivo di costruire un programma che eguagli o sia più potente del cervello umano sono tutti immigrati educati in altri Paesi e 7 di questi sono cinesi. Più in generale, l’industria high tech statunitense dipende in rilevante misura da ingegneri cinesi. E quindi se l’amministrazione Trump portasse ancora avanti la sua politica di contrasto agli scienziati cinesi presenti negli Stati Uniti le società della Silicon Valley resterebbero indietro nella gara per il primato nel campo dell’IA. E in effetti diversi ricercatori cinesi di primo livello hanno già lasciato gli Stati Uniti tornando nella madrepatria. C’è da pensare che diversi altri li seguiranno. Da questo punto di vista, è esemplare la storia raccontata da Aresu di Zizheng Pan, un ex tirocinante che, dopo aver trascorso l’estate del 2023 nel leggendario gruppo di ricerca di NVIDIA guidato da Bill Dally, rifiutò un’offerta a tempo pieno e decise invece di tornare in Cina per unirsi alla start-up DeepSeek. Aresu sottolinea come la rinascita del “Fronte Unito” sotto Xi Jinping sia riferito soprattutto ad un rinnovato accento posto sulla diaspora come risorsa per il ringiovanimento nazionale. Dal 2012 in poi, il Partito-Stato ha intensificato i legami con gli studiosi cinesi all’estero, trasformando la mobilità scientifica in uno strumento di soft power. Nella storia del Partito Comunista Cinese, il Fronte Unito (tǒngyī zhànxiàn) rappresenta la strategia politica volta a creare alleanze tra gruppi sociali diversi per rafforzare la posizione del Partito e consolidare il potere statale. Nel 2018, una riforma istituzionale ha trasferito l’Ufficio per gli Affari dei Cinesi d’Oltremare (Qiáobàn) dal Consiglio di Stato al Dipartimento per il Lavoro del Fronte Unito del Comitato Centrale del PCC. Da allora, tutte le attività di coordinamento politico, culturale e ideologico legate alla diaspora sono state quindi trasferite ulteriormente dalla sfera statale a quella del Partito.[]
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