Esperienza diretta o racconti di tanti lavoratori e lavoratrici ci spingono a ragionare pubblicamente della medicina del lavoro, della inadeguatezza dei servizi erogati dopo avere riportato un infortunio sul lavoro. Sono casi delicati da seguire con la dovuta attenzione e cura specie se gli infortuni hanno provocato danni permanenti e modificano irreversibilmente le esistenze umane. Non sono sporadici i casi nei quali a seguito di infortuni, demansionamenti, inabilità alle mansioni subentrano veri e propri disturbi mentale.
In tante, troppe strutture pubbliche manca un servizio psicologico che affianchi l’infortunato, eppure logica e studi sul campo spiegano come in caso di sinistro invalidante, i primi mesi successivi all’evento sono problematici per innumerevoli ragioni che forse sfuggono alla comprensione dei nostri Parlamentari.
Mario L. a 62 anni, dopo turni di 10 ore per settimane ha avuto un infortunio in itinere, a poche centinaia di metri da casa è finito con lo scooter sotto un camion, gli hanno amputato parte di un piede. Due mesi di ospedale, una lunga riabilitazione e mesi trascorsi tra interventi di chirurgia plastica. Una lunga causa per dimostrare l’incidente in itinere e l’impossibilità di utilizzare mezzi pubblici per gli orari flessibili, prolungati in giornata per esigenze di servizio (banconista in un bar aperto anche la notte). Mario dopo un anno non era ancora tornato al lavoro, non accettava la invalidità e la probabile fine del lavoro che l’aveva accompagnato per 35 anni della sua vita. È stata la famiglia a salvarlo facendolo seguire da uno specialista, la sua fortuna avere figli grandi e indipendenti, una casa di proprietà affittata e qualche soldo da parte.
La condizione di Francesca P. non è la stessa di Mario, caduta dalle scale nello svolgimento delle attività di pulizia, è andata incontro a un calvario tra operazioni chirurgiche e terapie riabilitanti, ha incontrato l’isolamento sociale avendo quasi solo relazioni interne al lavoro, la inabilità alla mansione decretata al rientro dall’infortunio l’ha portata al licenziamento per giusta causa e poi l’inserimento nelle categorie protette, un altro anno prima di trovare un impiego al nero con cui vivere. Avrebbe avuto bisogno di un supporto psicologico, di inclusione sociale in un contesto esterno al mondo del lavoro e a quel quartiere dormitorio con decine di condomini che quasi non si conoscono limitandosi a un freddo saluto di convenzione.
Anche nel caso di Francesca il venir meno del ruolo ricoperto nel posto di lavoro, il mancato supporto psicologico dopo l’infortunio ha decretato un problema di salute derivante dall’ isolamento sociale, parliamo di fattori che hanno sempre un potenziale impatto sulla salute mentale degli infortunati.
Ci sono studi e ricerche prestigiose che attestano come la cattiva salute mentale tra i lavoratori infortunati vada ben oltre i rischi delle patologie diagnosticate e per questo anche l’Inail, la medicina del lavoro dovrebbero attrezzarsi con servizi adeguati.
Potremmo pensare anche a un inserimento lavorativo alternativo da accompagnare con terapie, riqualificazioni, percorsi formativi, tutto questo avrebbe un costo sociale rilevante e per questo il servizio pubblico nel corso degli anni non ha ricevuto finanziamenti adeguati per essere all’altezza dei bisogni reali e delle aspettative.
I problemi si presentano anche senza infortuni per gli inidonei alla mansione dopo la visita medica sul posto di lavoro, viene meno il benessere emotivo, entra in crisi l’appartenenza sociale, si fa strada il malessere psicologico. È il caso di Franco P. anni 58, elettricista presso un’impresa chimica, vittima di incidente sul lavoro con la caduta da un ponteggio. Franco non aveva rispettato tutte le norme di sicurezza, per sua stessa ammissione aveva peccato di sicurezza non indossando i dispositivi di protezione individuale. Franco soffre di disturbi neurologici dopo la caduta e al momento di tornare al lavoro ha dovuto affrontare il demansionamento e la ricollocazione nella portineria aziendale. Una situazione per lui inaccettabile che lo ha portato presto a un malessere psicologico permanente. È stato salvato dal medico di base che lo ha indirizzato verso uno sportello pubblico dove è riuscito ad accettare la sua nuova condizione.
Esperienze di vita raccolte allo sportello sindacale della Confederazione Unitaria di Base qualche anno or sono, nel frattempo dei passi in avanti sono stati fatti a conferma che i servizi pubblici devono essere ampliati, andare di pari passo con la società. Non basta la tutela e la conservazione delle tradizionali prestazioni, la realtà impone ben altro nell’ottica di inclusione sociale, se va modificandosi il paniere degli italiani non vediamo perché le prestazioni indispensabili al benessere psico fisico delle azioni non subiscano processi evolutivi di sorta.
Urge allora adeguare i servizi, ampliarli, tenere conto dei reali fabbisogni, non limitarsi a pochi interventi funzionali a favorire solo, o quasi, il rapido rientro in produzione, ben altri dovrebbero essere i compiti del servizio pubblico. Non dobbiamo essere in salute per lavorare e farci sfruttare, ci ricorda Emiliano R. lavoratore del commercio, la nostra salute psico fisica va preservata per una esistenza dignitosa. Come possiamo non condividere?
Federico Giusti
