Da tempo nel Paese e in maniera plurale quanto variegata, si stanno producendo mobilitazioni attraverso cui donne e uomini, anche non rappresentati nei contesti politici, si stanno esponendo anche in maniera continuativa e sulla base di un concetto chiave, la necessità di convergere. Di fronte alla Guerra mondiale a pezzi che fa stralci del diritto internazionale e arriva a praticare impunemente il genocidio, di fronte ad un autoritarismo che stravolge le costituzioni uscite da Ottanta anni di storia e che è ai vertici di molti governi occidentali e non solo, di fronte alle politiche di riarmo che vanno a deprivare ancor più i servizi sociali di base, la scuola, la sanità, la cultura, che lascia sole le persone più fragili, c’è un fermento di cui l’assemblea convocata a Bologna è uno dei punti nodali.
Se questo incontro deve segnare, come crediamo, un punto di partenza comune e, ripetiamo plurale quanto rispettoso delle diverse identità, ad avviso di chi scrive deve avventurarsi sul terreno rischioso di una capacità di produrre reale informazione, di raccontarsi e di non essere raccontato. E se la maggior parte dei circuiti mainstream continua a seguire schemi, peraltro logori e dettati dal mantenimento dello status quo (criminalizzazione del dissenso versus paternalismo, tentativi di etichettare in formule binarie ciò che invece è frutto della complessità ecc…) nel mondo reale si espandono due spinte propulsive diverse su cui vale la pena di ragionare. Da una parte il mediattivismo, che già mostrò forte potenzialità ai tempi del G8 di Genova da cui è trascorso un quarto di secolo, oggi si è potenziato a livelli inimmaginabili. Ognuna / o di noi può produrre informazione, può relazionarsi anche al di fuori dalla bolla in cui sovente i movimenti sociali si rinchiudono, può produrre propria narrazione. In tal senso il combinato disposto della presenza di giornaliste/i che scendono in piazza con propri striscioni e la capacità di diffondere notizie che altrimenti vengono oscurate, manifesta una profonda vivacità sociale, politica e culturale. Di converso, anzi proprio in risposta a tale vivacità, sembrano incrementarsi gli odiatori seriali che, attraverso la costruzione del nemico e la demonizzazione / criminalizzazione della critica, giungono persino ad efferatezze che si tramutano in atti concreti. Nell’arcipelago social, in base alla logica difficilmente percettibile degli algoritmi, si coagulano tanto troll configurati quanto espressione di un terribile malessere sociale che porta ad odiare e a contestare chi vive in condizioni peggiori delle proprie, chi è altro da se, per provenienza geografica, condizione di classe, genere, orientamento sessuale, età, eccetera. Un movimento che intenda ampliare il proprio ruolo deve fare i conti con tali condizioni qui appena accennate e trovare soluzioni per affrontarle. Quello che si propone, come tema specifico e per certi versi prioritario, è quello, nei prossimi mesi di elaborare proposte articolate su cui convergere.
L’ipotesi che lanciamo, a Contro i Re e per le libertà, rimanda ad uno spazio ampio di cui ci si possa sentire parte. Proponiamo quindi di utilizzare il termine Costellazione, per descrivere l’insieme di realtà che stanno convergendo in questi percorsi e negli altri che si possono aprire. Le costellazioni consistono infatti di oggetti distinguibili in uno spazio in quanto appaiono vicini alla vista di chi osserva ma che possono essere di natura diversa (stelle, galassie eccetera) e che in realtà possono essere molto distanti tra loro sia spazialmente che temporalmente.
Dobbiamo porci come obiettivo, definire come e in che maniera comunicare dentro la costellazione. Esiste un prerequisito che andrà elaborato con strutturazioni e metodi di lavoro non escludenti e rispettosi delle differenze. Si impone la necessità di approcciare tale impegno in termini di work in progress, commisurando costantemente e con continuità, tanto le necessità che le potenzialità. Insomma una sorta di “info-comunicazione” condivisa sia per contenuti che per metodi e linguaggi, su vari piani. Alcuni di questi, in parte già elaborati nel lavoro di Stop Rearm potrebbero essere messi in comune o contaminarsi a vicenda con quanto accade, finora in No Kings. Dovremmo metterci nelle condizioni di considerare le iniziative che ci prepariamo a prendere anche come comuni campagne di comunicazione che abbiano punti di approccio condiviso: nei metodi e nel linguaggio (evitare l’utilizzo dell’odio e mantenendo metodi di comportamento verso gli hater o nei confronti tanto degli avversari dichiarati quanto e soprattutto, con i mondi che vogliamo avvicinare. Questo significa dover distinguere, necessariamente piani di comunicazione diversi: quello degli appelli, quello delle argomentazioni, quello dell’informazione. Abbiamo bisogno di imparare a organizzare, nella diversità, campagne info-comunicative, efficaci, con un momento ideativo, uno creativo, una diffusione, una loro gestione. Il prerequisito è nel fatto che possano essere aperte alla partecipazione, la loro efficacia dipende anche dall’applicazione di metodi e stili adeguati ai diversi piani e luoghi della comunicazione, ai linguaggi dei diversi mezzi usati oltre che, ovviamente, dalla capacità di incidere in termini di contenuti. Vanno insomma affinate le competenze, messe a disposizione nella prospettiva di divenire elemento utile e visibile in un corpo sociale complesso e spesso. Vorremmo lanciare questa proposta a tutte/i coloro a cui sta a cuore lo sviluppo di un percorso di informazione che non sia asservita a chi ha determinato la catastrofe del presente ma vi si oppone, a partire dalle compagne e dai compagni della “Rete No Bavaglio, che da anni stanno seriamente sia cercando di rompere l’uniformazione degli spazi informativi con la gerarchia standardizzata delle notizie e a chi altra/o intenda contribuire, in maniera sanamente critica, ma che ci porti poi, insieme ad agire. Ci si potrebbe ritrovare a breve per dare a questo ragionamento elementi più concreti, in termini di contenuti, analisi e punti di vista, mobilitazioni e iniziative, ma anche di strutturazione di uno spazio, dello svolgimento di momenti di formazione, senza, – meglio ripetere – mettere in discussione ogni autonomia individuale e collettiva.
Stefano Galieni
