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Intercettate i soliti sospetti

di Stefano
Galieni

Il meccanismo di intercettazioni intimidatorie verso giornalisti e avvocati, sacerdoti e persone solidali, persino uomini delle istituzioni, messo in atto nel biennio 2016 2017 rappresenta il prologo di un attacco alla democrazia che ha avuto modo di dispiegarsi negli anni seguenti. Ad oggi i due filoni emersi riguardano la procura di Trapani e quella di Locri ma il mandante sembra uno solo, era in quel momento inquilino del Viminale, si chiama Marco Minniti ed era uno dei punti di forza dell’allora governo di centro sinistra che aveva scelto di contrastare la propaganda leghista anticipando le mosse della xenofobia salviniana. Due gli obiettivi che sembrano emergere, da una parte infangare le ong che all’epoca, in assenza come oggi dell’UE, salvavano migliaia di vite in mare e dall’altra distruggere quelle pratiche di accoglienza non compatibili con i dogmi ministeriali fondati su una gestione prefettizia della questione.

Ma erano questi i fini reali? A sentire i servizi giornalistici che ne danno conto, a parlare con le giornaliste e i giornalisti, i legali, le persone intercettate, il quadro che emerge è molto più cupo ed inquietante. Si pensi all’inchiesta di Trapani che ha portato a depositare 30 mila pagine di intercettazioni, indebitamente classificate dalla polizia e non dal potere giudiziario in base a codici diversi: positiva, interessante, molto interessante. Si tratta di colloqui fra giornalisti e fonti – spesso in Libia – che raccontavano dei centri di detenzione, fornivano video e testimonianze che acclaravano quanto la Libia non poteva essere considerata un “paese sicuro” in cui rimandare indietro le persone. Ma proprio in quei mesi il governo italiano definiva gli accordi con il governo riconosciuto di Sarraj,- in grado di controllare solo una parte di Tripoli – e, in maniera meno ufficiale con le milizie che, indossata la divisa passavano tranquillamente dal gestire il traffico di esseri umani al ruolo di carcerieri. O meglio, carcerieri che, in base ad un riscatto pagato, lasciavano fuggire alcuni e torturavano, violentavano, uccidevano chi invece non aveva soldi per salvarsi la vita. L’accordo (MoU) firmato nel febbraio 2017 e rinnovato dal Conte 2, garantiva addestramento al personale di una cosiddetta Guardia costiera libica e finanziava in maniera indiretta la realizzazione dei centri di detenzione. Fermare i migranti, a qualsiasi costo, era il solo obiettivo. Il tutto mentre centinaia di milizie si scontravano lasciando a terra soprattutto migranti e civili e distruggendo la società civile libica. Certo sono state intercettate anche le persone che operavano sulle navi umanitarie, su richiesta di una ditta di sicurezza privata che ipotizzava una collaborazione – mai provata – fra “scafisti” e ong ma soprattutto si è intervenuto sul mondo dell’informazione, pericoloso testimone che smontava la tesi di un governo che collaborava con un altro paese rispettoso dei diritti umani.

Al governo Gentiloni, al ministro Minniti, oggi riconvertito come manager per una fondazione della Leonardo, interessava dimostrare di essere un governo d’ordine. Al punto che si giunse in quei mesi a dichiarare che l’arrivo dei migranti costituiva “una minaccia per la tenuta democratica” che quindi andava stroncata. Ma evitiamo le speculazioni politiche e limitiamoci ai fatti. Sono stati intercettati a lungo, con rinnovo della richiesta di intercettazioni, utilizzo per alcuni di alta tecnologia, senza che questi fossero minimamente indagati. Il caso di Nancy Porsia è quello più evidente. Nella sua carriera da free lance, quindi senza godere neanche della protezione di alcun colosso dell’informazione, la giornalista, che ha vissuto in Libia per 5 anni, conosciuta e stimata e che per questo ha sempre avuto fonti di prima mano inequivocabili, il cui materiale è finito alle Nazioni Unite in un rapporto che comprova le responsabilità di alcuni clan libici nelle torture e nelle vessazioni, è stata considerata come se fosse una pericolosa criminale. Procedimenti di indagine su di lei? Nessuno. Eppure si sono permessi di trascrivere i suoi colloqui persino con il legale che l’assiste e di renderli pubblici depositandoli in procura. Altrettanto assurda la condizione di Don Mussie Zerai, sacerdote eritreo che da tanti anni è considerato la salvezza per chi fugge da quel paese in cui solo l’Italia ha ancora l’ambasciata e il cui dittatore Isaias Afawerke non molla il potere. Don Mussie è stato indagato e assolto per “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”, ma è stato intercettato, mentre a Roma profughi eritrei venivano sgomberati da un palazzo, mentre parlava con un prefetto, col suo legale e con un senatore. Impunemente. Don Mussie racconta di essere stato intercettato anche mentre discuteva con nunzi apostolici in vari paesi, ovvero si è indagata l’attività diplomatica di uno Stato straniero.

E ancora dalle 30 mila pagine si attende di conoscere il numero e la sostanza delle intercettazioni; la ministra Cartabia ha inviato una ispezione a Trapani ma non basta, la Corte Europea per i Diritti Umani ha chiesto che le 30 mila pagine vadano al macero. Le fonti libiche, che si fidavano dei giornalisti, oggi hanno paura e rischiano la vita. Il tutto per intimidire la stampa e chi osava frapporsi alle mire dell’allora governo.

Contemporaneamente partivano, sempre dal Viminale, le ispezioni verso Riace per smontare il sistema di accoglienza realizzato da Mimmo Lucano. 33 i giornalisti intercettati, di diverse testate con diverso orientamento, con l’unico scopo di cercare, nelle dichiarazioni dell’allora sindaco del paesino calabrese, parole che comprovassero i reati di cui era accusato. Reati per cui Mimmo Lucano, viene, nonostante le intercettazioni, pienamente assolto.

Esiste una sola parola per indicare queste modalità. Intimidazione. È un reato? Sì ed è un reato non solo penale ma di grave significato politico. Dimostra il livello di abbassamento del tasso di democrazia e di libertà reale presente nel Paese. In quanti altri casi scopriremo che si sono utilizzati questi mezzi? Come mai lo SCO, il Servizio Centrale Operativo, nato per contrastare la grande criminalità organizzata e il terrorismo internazionale si dedica a dare priorità a queste indagini e non a quelle sui grandi spostamenti di capitali, al traffico di armi e di droga in cui l’Italia vanta un grande primato?

Resterà uno dei misteri italiani. E in conclusione fa specie che, in varie interviste concesse ai giornali mainstream, l’allora ministro Marco Minniti dichiari di non aver mai chiuso un porto né sostenuto forze che non rispettavano i diritti umani.

Lui i porti non aveva bisogno di chiuderli, bastava pagare quelli che impedivano le fughe, con ogni mezzo, bastava distruggere le speranze di accoglienza dignitosa in Italia. Un lavoro di prevenzione insomma. Che di democratico ha molto poco

P.S. dire poi che dei militari libici con cui l’Italia ha avuto a che fare, non ha nulla da dire di negativo è semplicemente terribile e cinico. Lui era in Libia a poterlo confermare? Le vittime di quei militari si e lo hanno raccontato.

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