articoli

Il disagio della transizione

di Roberto
Rosso

Policrisi. Con questo neologismo -che il correttore ortografico mi segnala- si è definito l’intreccio sinergico e catastrofico di più processi di crisi, di rotture sistemiche della formazione sociale globale, vale a dire la pandemia, la guerra, la crisi climatica assieme alle crisi economiche che in vario modo investono le diverse regioni del globo, laddove si divaricano le diseguaglianze all’interno delle singole regioni del globo e tra di esse. Nel frattempo la popolazione mondiale ha superato di slancio gli otto miliardi, cifra globale la cui composizione riflette straordinarie diseguaglianze, mentre il continente africano contribuisce sempre di più alla crescita demografica in altre regioni del globo il tasso di natalità sta precipitando, è degli ultimi giorni l’allarme lanciato dal presidente  della Corea del Sud  Yoon Suk Yeol1  per il crollo del tasso di fertilità a 0.72 nel 2023 con le seguenti “Oggi dichiaro ufficialmente un’emergenza demografica nazionale. Attiveremo un sistema di risposta globale pan-governativo fino a quando il problema del basso tasso di natalità non sarà superata.” Analogamente la questione demografica, nei termini del crollo del tasso di natalità, costituisce un argomento centrale nella campagna elettorale per l’elezione alla carica di Governatore dell’area metropolitana di Tokio.
“Il basso tasso di natalità del Giappone è emerso rapidamente come la questione chiave nel voto del 7 luglio, che vedrà quasi 50 candidati provenienti da tutto lo spettro politico competere per guidare una megalopoli di 14,1 milioni di persone e un PIL che rivaleggia con quello dei Paesi Bassi. A livello nazionale, il tasso di fertilità – o il numero medio di figli che una donna dovrebbe avere nella sua vita – è pari a 1,2, ben al di sotto del 2,07 necessario per mantenere stabile la popolazione. La situazione a Tokyo è ancora più urgente: a 0,99, il suo tasso di natalità è il più basso tra le 47 prefetture del Giappone.”2.

La pandemia, la crisi climatica dovuta al riscaldamento globale, l’incremento demografico caratterizzato da una divaricazione crescente tra gli andamenti nazionale e regionali, costituiscono macro eventi, macro processi, del tutto interni alla dimensione ‘naturale’ della trasformazione sociale, come si diceva un tempo al rapporto uomo natura. Essi hanno a che fare con i limiti delle risorse naturali ed assieme con la straordinaria complessità dei processi di riproduzione ed evoluzione delle forme di vita sul nostro pianeta, entro cui irrompono i processi di produzione e riproduzione sociale, frammentandone i nessi, riducendone il livello di complessità ed interrelazione degli ecosistemi, indebolendone la capacità di riproduzione.
L’antropizzazione procede per processi locali e globali, il riscaldamento globale è sì un fenomeno globale, ma è caratterizzato da una struttura, da andamenti fortemente differenziati tra una regione del globo e l’altra sia pure correlate dinamicamente tra loro. I processi di contaminazione delle matrici ambientali a loro volta, fortemente correlate a fonti di inquinamento strettamente locali caratterizzano aree sempre più vaste con effetti drammaticamente sinergici di fonti diversi, salvo poi, con trasformazioni progressive, dare origine ad effetti assolutamente nuovi sulle popolazioni e l’ambiente, con aree di diffusione in continua espansione; il caso ormai acclarato è quello delle materie plastiche che, sminuzzandosi in macro e nano plastiche,  non sono si sono diffuse globalmente, ma sono penetrate nei cicli biologici,  sono diventate parte della fisiologia di molte forme di vita a partire dagli esseri umani. Cambiamento climatico e contaminazione delle matrici ambientali congiurano nel provocare la riduzione della biodiversità, creando processi circolari di reciproco aggravamento sempre più radicali, laddove il superamento di determinate soglie provoca il crollo di interi ecosistemi e con essi la stabilità e e possibilità di sopravvivenza di intere popolazioni in territori sempre più vasti.

La transizione sopra di noi

Le forme di governo, come si sono storicamente determinate, definiscono le possibilità reali di espressione dei diversi strati sociali, l’aggregarsi del consenso tanto quanto dell’indifferenza alle diverse forme del potere. Le molteplici crisi e processi di trasformazione e transizione dei rapporti sociali di produzione, condensati nella transizione tecnologico-digitale e energetico-climatica, appaiono come totalmente al di sopra della capacità di controllo e decisione, di gran parte delle popolazioni e dei cittadini in quanto elettori, laddove esiste un minimo di democrazia rappresentativa; non solo, sostanzialmente immuni rispetto all’azione di movimenti sociali di opposizione e contestazione, mentre le istanze, le organizzazioni che gestiscono istituzionalmente le rivendicazioni sociali sono in gran parte addomesticate.
Al di là del permanere delle costituzioni formali, i processi di trasformazione modificano in modo profondo le costituzioni materiali. La globalizzazione neoliberista nel periodo del suo massimo fulgore definiva una sorta di costituzione materiale globale in assenza di una formale, benché una serie di trattati e di istituzioni di regolazione avesse una propria vigenza, poco efficace l’ONU gli accordi sugli armamenti nucleari e il WTO avevano una loro efficacia; oggi quel quadro di riferimento concretamente e formalmente si è dissolto o si sta dissolvendo, e viviamo una stagioni di crescente competizione, instabilità dei rapporti di forza e configurazione delle alleanze e degli schieramenti a geometria variabile.
La riproduzione sociale frammenta gli ecosistemi e genera tremendi squilibri nelle dinamiche del clima, questo stato di cose interviene sulle condizioni di vita, sui processi di riproduzione delle comunità umane, in tutte le loro dimensioni, non solo in termini catastrofici ma di progressivo mutamento dei propri orizzonti e valori, in un contesto – è bene ripeterlo- di crescita delle diseguaglianze e quindi di selezione drammatica delle condizioni e possibilità di vita.  Entro il mutamento dei rapporti sociali di produzione i caratteri più profondi e caratteristici dell’individuo sociale sono sottoposti ad una pressione straordinaria dall’innovazione tecnologica, dall’irruzione di dispositivi tecnologici entro le relazioni, le prestazioni ed i caratteri della vita quotidiana.
A fronte di una tale complessità della trasformazione a tutti i livelli delle relazioni interpersonali e sociali, del contesto ambientale e sociale in cui si sviluppano, sono in continua evoluzione le forme di reazione, di rappresentazione della propria condizione, le culture in senso lato, le forme di convivenza, dall’assuefazione più piatta al conflitto più radicale; l’ambito della politica, le sue espressioni, forme e contenuti, ne è totalmente coinvolto. Le catene di cui liberarsi, secondo un antico detto, sono articolate in forme sempre nuove e più complesse.

Non da oggi si analizzano i sentimenti che animano le comunità i differenti strati sociali, del resto se non è nuovo il meccanismo del capro espiatorio, il rancore sociale si sostituisce in molti casi alla volontà di emancipazione, di liberazione dai meccanismi che schiacciano verso il basso gli strati sociali. Del rancore tocca parlare per rendere ragione certo dei comportamenti elettorali, ma anche della frammentazione delle forme di convivenza sociale. Una categoria quella del rancore sociale che si è intrecciata nell’analisi con quella, di più ampia portata, utilizzo e citazione, del populismo, soprattutto a partire dalla crisi del 2008-2011 che ha spezzato in modo definitivo la coesione della cosiddetta globalizzazione neoliberista, lo sviluppo senza limite della dimensione finanziaria, mentre raggiungeva il suo acme la configurazione della divisione internazionale del lavoro, resa possibile dalla digitalizzazione dei processi produttivi e della standardizzazione della logistica globale con l’uso dei container.

Il contesto attuale è lontanissimo da quello di allora, transizione digitale ed energetica procedono in maniera contraddittoria in un contesto globale dove la competizione si avvantaggia sull’integrazione, si forme stabili di divisioni del lavoro; il sistema produttivo cinese  non è più la ‘fabbrica del mondo’, al contrario copre il ruolo di uno dei poli della competizione sul mercato mondiale, nei confronti degli Stati Uniti, mentre si redistribuiscono nelle varie regioni del globo le filiere produttive globali. Il caso dell’auto elettrica è l’ultimo caso salito all’onore delle cronache, vedi l’articolo di Alessandro Scassellati ‘La guerra dei dazi tra Unione Europea e Cina: le nuove tariffe sulle auto elettriche cinesi’3.

Del rancore sociale tratta Aldo Bonomi nel suo testo dal titolo Sotto la pelle dello Stato, sottotitolo Rancore, cura, operosità, uscito nel 2010 nel pieno della crisi del 2008-2011, da cui traiamo alcune citazioni.
“Così come la ricerca del legame con l’altro (“io sono come te”) anche il rancore (“io non sono come te”) è un ingrediente emotivo primario della comunità. Entrambe queste emozioni, in un’epoca in cui sembrano entrare in crisi non solo le strutture sociali di mediazioni degli interessi, ma anche quelle di generazione e scambio delle passioni e delle emozioni, tendono a trasformarsi in sentimenti durevoli e dominanti rispetto a quei dispositivi di solidarietà meccanica ereditati dal Novecento.
Alla base della ricerca del legame sociale vi è un sentimento diffuso di solitudine, di abbandono, mentre il rancore aleggia nella società come un risentimento sordo alla continua ricerca di un soggetto contro cui scagliarsi, come un demone tentatore che non ha pace finché non trova un pertugio per insinuarsi nell’anima dell’uomo. (…)
Rancore e cura sono due reazioni al senso di insicurezza derivante dalle forme di erosione delle forme di integrazione sociale. Dove l’insicurezza è innanzitutto difficoltà a dare continuità alla propria identità a causa di un ambiente sociale che per complesse ragioni viene percepito come instabile e minaccioso”.

Da allora -anno 2010- l’ambiente sociale si è fatto sempre più minaccioso, le sicurezze sono distribuite in maniera sempre più diseguale e le insicurezze dilagano. Guerra, crisi climatica, quindi transizione energetica e tecnologico -digitale – tanto per ripeterci- dopo il trauma planetario della pandemia, avvicinano drammaticamente l’orizzonte oltre il quale il corso degli eventi diventa imprevedibile; le conseguenze sulla psiche individuale collettiva non possono che essere a loro volta drammatiche. Le reti digitali di comunicazione, di generazione e trasmissione di ogni tipo di informazione  o meglio di ‘notizia’  diventano il luogo dove questa insicurezza di fondo si manifesta, assieme all’odio ed il rancore, il rinserramento in identità provvisorie, cresce la violenza virtuale e verbale prodromo ad una violenza fisica e materiale; il sentimento che diventa dominante, l’altra faccia del rancore, è l’indifferenza verso i destini di chiunque  non appartenga ad una cerchia vuoi ristretta e personale vuoi individuata da determinati segni identificativi.

La questione della migrazione costituisce nel nostro paese, come nel resto d’Europa e negli Stati Uniti, un punto focale di questa deriva sociale, culturale e politica, sintesi di tutte le contraddizioni, manifestazione emergente della complessità soggiacente che la genera, in quanto tale non riducibile in alcun modo ad un fenomeno settoriale, trattabile con misure ad hoc. Nei confronti della condizione dei migranti, fatte salve le differenze tra i diversi paesi, l’atteggiamento di base è l’indifferenza, quando non si coagula in ostilità ed odio, mentre i sentimenti di solidarietà e cura sono minoritari, salvo quando la tragicità della loro condizione si manifesta, come sta succedendo in questi giorni nel nostro paese.

In ogni sistema complesso ci sono delle soglie nelle configurazioni dinamiche che lo caratterizzano che separano regimi di comportamenti radicalmente diversi con la crescita o la diminuzione esponenziale di determinati processi. L’andamento demografico è uno di questi processi, con il correlato di cause ed effetti che convergono e si diramano da esso. L’andamento demografico del nostro paese, strettamente correlato alla condizione giovanile ovvero di quelle fasce di popolazione che danno solitamente il massimo contributo alla procreazione, costituisce uno di quei processi. Crollo delle nascite, situazione delle nuove generazioni sempre più difficile e contemporanea emigrazione delle fasce più qualificate, basso tasso di investimento quindi uso dei bassi salari in luogo dell’aumento di produttività, feroce sfruttamento e persecuzione nei confronti dei migranti, la cui presenza in realtà è sempre più richiesta in tutte le filiere economiche, tutto ciò definisce in modo sinergico e sintetico la condizione del nostro paese.

Il dato drammatico è che la formazione sociale italiana è collocata e si evolve in un contesto europeo, in un’Unione Europea manifestamente priva di un qualsiasi indirizzo strategico, condiviso dai paesi che la compongono. La difficoltà a definire e condividere una politica di transizione energetica, climatica ed ecologica ne è la manifestazione più recente ed evidente, a cui corrispondono altrettante problematiche nei settori strategici per le trasformazioni in corso nei rapporti sociali di produzione a livello globale. Drammaticamente in questa indeterminatezza il terreno della guerra cresce di rilevanza, mentre dopo la pausa pandemica e post-pandemica, si riaffermano le logiche depressive del nuovo patto di stabilità, di poco diluite nel tempo.

La rivoluzione digitale da decenni trasforma progressivamente in modo pervasivo filiere produttive relazioni sociali e interpersonali, siamo in presenza oggi di un ulteriore salto di qualità prodotto dalle varie filiere tecnologiche che vanno sotto la denominazione di Intelligenza Artificiale; un salto di qualità quindi nel processo di artificializzazione dei rapporti sociali, del processo di ricambio organico alla base della riproduzione della vita entro i rapporti sociali. Un processo di artificializzazione che penetra profondamente nei processi di riproduzione della vita, in più punti spezzati, interrotti comunque deviati, è agente della trasformazione della condizione psichica degli individui e delle collettività oltre ad essere forza agente rapporti di potere, geostrategici e nella composizione sociale; viceversa il patrimonio di conoscenze attualmente disponibili possono essere strumento, ribaltandone il segno, di un processo di liberazione globale, certo in una corsa contro il tempo rispetto all’avvicinarsi progressivo di quell’orizzonte oltre il quale l’andamento degli eventi diventa del tutto imprevedibile e foriero di catastrofi.

Se la nostra nozione di politica non mira solo a raccogliere un consenso passivo, ma mira alla partecipazione, alla crescita delle soggettività e dei conflitti, a rendere manifesta una realtà mascherata dai regimi culturali dominanti, a sollecitare solidarietà e cura contro il rancore e la discriminazione, il cammino stante la condizione attuale sarà molto lungo e non conoscerà scorciatoie, ma abbiamo di fronte praterie.

Roberto Rosso

  1. https://en.yna.co.kr/view/AEN20240619004551315. []
  2. https://www.theguardian.com/world/article/2024/jun/20/tokyo-governor-election-2024-yuriko-koike-renho-murata.[]
  3. https://transform-italia.it/la-guerra-dei-dazi-tra-unione-europea-e-cina-le-nuove-tariffe-sulle-auto-elettriche-cinesi/.[]
Articolo precedente
Garanzia Giovani, una politica pubblica che non è stata efficace: il fenomeno dei NEET rimane enorme
Articolo successivo
A chi serve un partito della trasformazione sociale?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.