editoriali

Guerre militari, guerre economiche, guerre sociali

di Roberto
Musacchio

Quello che fu chiamato il movimento dei movimenti era pienamente consapevole dell’intreccio tra guerre economiche, guerre sociali e guerre militari. E, da erede della storia del movimento contro la guerra che aveva animato il movimento operaio e il ‘900, coglieva pienamente che le guerre le vincono sempre i ricchi e le perdono i poveri. I ricchi le fanno scoppiare e i poveri ci muoiono dentro.
Lenin fece della pace la parola d’ordine fondamentale per la Rivoluzione. La fine della seconda guerra mondiale, con la sconfitta del nazifascismo, portava con sé anche l’impegno alla pace. Cioè a rinunciare alla guerra come strumento usato ordinariamente dalle potenze imperiali e poi capitalistiche e imperialiste a regolare i propri conti facendo combattere i propri sudditi e facendo pagare a questi i costi umani ed economici.
Oggi più che mai essere contro la guerra è la scelta fondamentale che i dominati debbono fare per non soccombere nelle nuove guerre tra dominanti. Ciò non significa non vedere le responsabilità anche assai diverse nella promozione delle guerre. Ma significa che l’unica vittoria possibile per i dominati è la pace.
Nei trent’anni seguiti alla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa, sia pure divisa e con la guerra fredda, ha conosciuto una rinascita economica reale. Le due guerre mondiali avevano fatto precipitare la quota di Pil europeo nello scenario mondiale ben al di sotto di quella che era stata la predominanza ottocentesca. Per trent’anni dopo la seconda guerra mondiale si ha invece una stabilità intorno al 25%.
Ora, naturalmente, la globalizzazione fa sì che si determinino sommovimenti con la crescita delle economie asiatiche. D’altronde ci fu un tempo in cui era la Cina a detenere la ricchezza prevalente. Ma questa constatazione apparentemente “redistributiva”, in realtà, vista dal punto di osservazione delle dinamiche sociali e di classe, si presenta in modi assai diversi. Infatti è caratterizzata profondamente da quella che è stata chiamata la lotta di classe rovesciata. Quella attraverso la quale i dominanti tendono da un quarantennio a riprendersi le quote di reddito che il movimento operaio con le sue rivoluzioni e lotte aveva conquistato.
La UE di Maastricht è l’esempio più evidente di questo processo. Da un lato, dal 1992, anno di Maastricht, ad oggi perde circa 10 punti di quota di Pil globale. Ben più degli USA che la scavalcano. Dall’altro, la tassazione verso le imprese scende di quasi 15 punti, dall’oltre 30% di media precedente al 20% e qualcosa di oggi. Il declassamento della UE viene in realtà pagato ridistribuendo dai cittadini (che continuano ad avere una tassazione alta e praticamente doppia rispetto alle imprese) alle imprese stesse. Con un aumento delle disuguaglianze, una significativa riduzione delle prestazioni sociali, massicce privatizzazioni dell’economia, delle città e dei servizi.
In realtà i trent’anni a dominanza del modello sociale europeo, con forte presenza di pubblico sia nella produzione che nei servizi che nell’occupazione, avevano garantito una stabilità di ricchezza redistribuita. Un modello sociale equo e democratico aveva sostituito il vecchio mercantilismo delle nazioni coloniali e imperialiste. I quarant’anni seguenti, dominati dal neoliberalismo, hanno arricchito i meno e impoverito i più. Senza armonizzare l’Unione. Anzi moltiplicando i dumping interni, le integrazioni economiche passive, addirittura gli squilibri demografici.
Il caso italiano è particolare da tutti i punti di vista. Salari fermi al 1990. Perdita di interi comparti produttivi. Natalità appena sopra l’1%. Il triplo dei giovani (22% contro la media del 7%) che né studiano né lavorano e 4,5 milioni di questi giovani emigrati. Il combinato tra Maastricht, poi austerity e ora riarmo è il perfetto esempio del rapporto strettissimo che col neoliberismo si crea tra guerre militari e guerra di classe rovesciata.
La UE, lungi dall’impegnarsi per la pace, attraverso una sistematica politica dei doppi standard, convive con i conflitti – quando non li alimenta – e li usa per fare del riarmo il volano di una politica utile ai dominanti che lucrano su guerra e energia e sulle loro “collocazioni” nel mercato finanziario. E procede nel peculiare estrattivismo che caratterizza il neoliberismo UE e cioè l’estrazione dai giacimenti di ricchezza pubblica costruita nei trent’anni del modello sociale europeo, unici al mondo. Ora la stretta diventa ancora più drammatica. Questa terza grande crisi, quella bellica, dopo quella finanziaria e quella pandemica, entrambe gestite approfondendo il dominio delle imprese nel quadro della austerity e del monetarismo, con il riarmo dà il colpo di grazia. Fine del welfare sostituito dal warfare.

Torniamo un attimo alle origini. Approfittando del fatto che l’euro è in realtà una moneta sostanzialmente privatizzata che ha valori diversi a seconda della collocazione delle singole realtà (Paesi, gruppi economici) nel mercato finanziario (il fenomeno spread è una vera assurdità per una Unione politica e monetaria) si è imposta una disciplina, sedicente, di bilancio che sostanzialmente ha messo fuori legge il keynesismo, e cioè la base del modello sociale europeo, per fornire un’arma potentissima alla lotta di classe rovesciata.
In realtà debito e deficit crescono permanentemente nonostante decenni di attivi primari di bilancio. E crescono perché alimentano il mercato finanziario. I grandi squilibri, a favore delle imprese, delle aree forti, dei surplus esportativi. Di fatto la UE, che ha un bilancio intorno all’1%, controlla Il 100% dei bilanci. E li indirizza a favore del neoliberismo. Ora del riarmo. Per il riarmo si possono chiedere deroghe che però poi devono essere ripagate con salassi ulteriori. Che per un Paese come l’Italia, che è già sotto procedura di infrazione, sono pesantissimi. Qui si innestano le attuali turbolenze della politica. Con le destre sedicenti sovraniste alla mercé di questo triangolo delle Bermuda. E opposizioni che faticano, detto in modo eufemistico, a fuoriuscire dal gorgo.
Il fatto che in Italia ci sia il più ampio movimento contro guerra e riarmo e la più alta percentuale parlamentare contro produzione e invio di armi deve farci aumentare la pressione affinché si esca dal gorgo, sia da quello di Maastricht sia da quello guerra/riarmo. La campagna che Stoprearm fa, giustamente, è contro il patto di stabilità, ma non per avere deroghe come fatto dalla Germania per riarmarsi. Anzi bisogna dire no agli aumenti assurdi previsti dalla UE e dalla NATO, e investire tutto in economia e lavoro buoni e puliti, in reddito universale, in risanamento del clima e dell’ambiente. E in democrazia.
Fondamentale è il ruolo del movimento operaio e sindacale. Il rapporto perverso tra guerre economiche, sociali e militari può essere rotto se c’è l’irrompere di un nuovo movimento operaio.

Roberto Musacchio

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